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	<title>futuro - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Oct 2026 10:05:03 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il clima è cambiato. E noi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Granelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 14:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima è già cambiato. Ora tocca a noi ripensare il modo di produrre, lavorare e vivere i territori. Perché la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma un nuovo modo di immaginare il futuro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-0"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110973" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026.png" width="600" height="600" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026.png 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-348x348.png 348w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il riscaldamento globale non riguarda soltanto l’ambiente: coinvolge l’economia, il lavoro, l’energia e il futuro dei territori. Per le imprese artigiane, la sfida è trasformare una necessità in un’opportunità di sviluppo.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Il clima non aspetta. Mentre discutiamo di come affrontarlo, modifica le condizioni in cui viviamo e lavoriamo. L’estate appena trascorsa, con le sue temperature torride, ce lo ha ricordato ancora una volta. Ma la questione va ben oltre il caldo: investe il modo in cui produciamo, consumiamo energia e organizziamo le nostre economie.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Per le imprese, la transizione ecologica richiede investimenti, competenze e nuove strategie. Per quelle artigiane, profondamente radicate nei territori, la priorità è conciliare la sostenibilità con la competitività, evitando che i costi diventino un ostacolo. La tutela dell’ambiente non può tradursi soltanto in nuovi obblighi: deve offrire occasioni concrete di innovazione e crescita.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Con questa prospettiva, Spirito Artigiano Magazine dedica il numero di ottobre al cambiamento climatico, raccogliendo testimonianze e riflessioni sulle sue implicazioni economiche, sociali e produttive.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Ad aprire questo numero di <em>Spirito artigiano</em> è la relazione introduttiva del Presidente di Confartigianato Imprese, Marco Granelli, presentata alla <em>Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese</em>, a Chia, nel settembre 2026. Una riflessione che supera i confini dell’emergenza ambientale e pone una questione decisiva: come tradurre la capacità di incidere sul mondo nella responsabilità di costruire il futuro.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Relazione introduttiva del Presidente Marco Granelli</em><em>) </em>Viviamo in un tempo nel quale stanno cambiando contemporaneamente l’energia, la tecnologia, la geopolitica, il clima, il lavoro, la demografia e il rapporto tra grandi e piccole imprese.</p>
<p>Sono trasformazioni profonde, che hanno però un elemento comune: stanno cambiando le relazioni. Quelle tra persone e imprese, tra imprese e lavoratori, tra imprese e territori, tra economia e ambiente, tra uomo e tecnologia, ma anche tra imprese e istituzioni.</p>
<p>È proprio guardando a queste relazioni che possiamo dare alla sostenibilità un significato più concreto e più vicino alla realtà delle imprese.</p>
<p>Per molto tempo abbiamo associato l’idea di sviluppo alla capacità di produrre di più, consumare di più, muoverci più velocemente e disporre di tecnologie sempre più potenti.</p>
<p>È una storia di straordinario progresso, che ha prodotto benessere, conoscenza, mobilità sociale e un significativo aumento dell’aspettativa di vita. Ma è anche una storia che ha generato nuove disuguaglianze e nuove distanze.</p>
<p>Oggi ci troviamo davanti a una contraddizione ancora più evidente: la nostra capacità di trasformare il mondo è cresciuta più rapidamente della nostra capacità di governare le conseguenze delle trasformazioni che produciamo.</p>
<p>Abbiamo acquisito un potere enorme sulla natura, sulla materia, sull’informazione e sulla tecnologia. Non sempre, però, abbiamo sviluppato una responsabilità proporzionata a questo potere.</p>
<p>Forse è anche per questo che la crisi del nostro tempo non è soltanto energetica, ambientale o economica. È, più profondamente, una crisi della nostra capacità di governare il potere che abbiamo acquisito.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Potere significa responsabilità</span></strong></h2>
<p>Ogni impresa esercita un potere. Lo fa quando decide un investimento, sceglie una strategia, organizza il lavoro, seleziona un fornitore, dialoga con un cliente o decide come rapportarsi al territorio.</p>
<p>Il punto, quindi, non è mettere in discussione il potere, ma capire a cosa debba servire.</p>
<p>Perché dal potere non deriva soltanto la possibilità di decidere. Deriva soprattutto l’onere della responsabilità.</p>
<p>Per un’impresa questa responsabilità si misura ogni giorno: nel rapporto con il mercato, con i dipendenti, con i fornitori, con i clienti, con il territorio e, in definitiva, con le generazioni future.</p>
<p>È qui che la sostenibilità assume il suo significato più profondo.</p>
<p>Sostenibile non è semplicemente ciò che produce meno emissioni o consuma meno risorse. È ciò che non distrugge i presupposti che rendono possibile continuare a creare valore.</p>
<p>Un’economia non è sostenibile se produce ricchezza distruggendo le relazioni sociali. Un territorio non è sostenibile se diventa ambientalmente più pulito ma perde comunità, competenze e giovani. Un’impresa non è sostenibile se riduce i consumi energetici ma consuma il capitale umano e relazionale di cui dispone.</p>
<p>Lo sviluppo sostenibile, allora, non è un limite al progresso. È uno stadio ulteriore della sua evoluzione: la capacità di crescere tenendo conto delle conseguenze delle nostre scelte.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Il valore artigiano</span></strong></h2>
<p>È una prospettiva che appartiene profondamente alla cultura artigiana.</p>
<p>Il valore artigiano non coincide più soltanto con il lavoro manuale. È sempre più legato alla capacità di trasformare un sapere in una pratica, anche attraverso tecnologie nuove e digitali.</p>
<p>L’artigianato, dunque, non è il contrario dell’innovazione. È un modo di dare un significato all’innovazione.</p>
<p>La tecnologia diventa davvero utile quando è al servizio delle competenze, delle persone e della capacità di creare valore. Innovare non significa semplicemente sostituire una macchina con un’altra o adottare uno strumento più avanzato. Significa capire come quel cambiamento possa migliorare il modo in cui produciamo, lavoriamo, collaboriamo e trasferiamo conoscenze.</p>
<p>Per questo la transizione non può essere soltanto tecnologica. Deve riguardare il modo in cui produciamo, consumiamo, collaboriamo, trasferiamo competenze e costruiamo valore.</p>
<p>È anche per questo che il rapporto tra artigianato e sostenibilità è così naturale: entrambi chiedono di guardare oltre il risultato immediato e di considerare ciò che rimane nel tempo.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>L’energia come questione di autonomia</strong></span></h2>
<p>Questo vale in modo particolare per l’energia.</p>
<p>Per troppo tempo l’abbiamo considerata soprattutto un costo. Oggi dobbiamo guardarla anche come una questione di autonomia e resilienza.</p>
<p>La transizione energetica non è soltanto una risposta alla crisi climatica, né soltanto una politica industriale legata alla competitività e alla sicurezza. Per le piccole imprese può diventare anche una politica di autonomia.</p>
<p>Ma proprio per questo occorre evitare che la transizione diventi un processo nel quale chi dispone di maggiori risorse ha anche maggiori possibilità di trasformarsi, mentre le imprese più piccole vengono semplicemente chiamate a sostenere costi e adempimenti.</p>
<p>Una transizione efficace deve mettere tutte le imprese nelle condizioni di essere protagoniste del cambiamento.</p>
<p>Perché trasformarsi non significa soltanto adeguarsi a nuove regole. Significa poter scegliere, investire, sperimentare e costruire nuove opportunità.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Impresa e territorio: una relazione concreta</strong></span></h2>
<p>C’è poi una dimensione che per le imprese artigiane è impossibile separare dall’attività economica: il territorio.</p>
<p>Non esiste transizione energetica senza territorio. Non esiste transizione digitale senza territorio. E non esiste sviluppo sostenibile senza comunità capaci di abitare, lavorare e produrre valore nei propri luoghi.</p>
<p>Le imprese artigiane non sono semplicemente localizzate nei territori: sono parte dei territori.</p>
<p>Li conoscono, li trasformano, li mantengono vivi. Trasmettono competenze, creano lavoro, costruiscono relazioni e spesso rappresentano uno dei pochi presidi economici e sociali rimasti in molti luoghi.</p>
<p>Per questo difendere il patrimonio delle imprese diffuse significa difendere non soltanto le singole attività economiche, ma una parte della capacità produttiva e sociale del Paese.</p>
<p>È una caratteristica che distingue profondamente il modo artigiano di fare impresa: la prossimità non è soltanto una questione geografica. È una forma di responsabilità.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Trasmettere il futuro</span></strong></h2>
<p>La sostenibilità ha anche una dimensione generazionale.</p>
<p>Non basta trasferire competenze. Occorre creare le condizioni perché i giovani abbiano la possibilità e la voglia di raccogliere ciò che viene loro consegnato e trasformarlo.</p>
<p>Il passaggio generazionale in un’impresa, quindi, non è soltanto un problema dell’impresa. È una questione di interesse collettivo.</p>
<p>Quando scompare un’impresa non perdiamo soltanto un’attività economica. Perdiamo saperi, relazioni e una parte della memoria produttiva di un territorio.</p>
<p>Per questo investire nelle competenze, nel lavoro e nel dialogo tra generazioni significa anche investire nella sostenibilità del nostro sistema economico.</p>
<p>L’artigianato, in questo senso, porta con sé un’idea molto concreta di futuro: quella secondo cui ogni competenza ricevuta non è qualcosa da conservare immutato, ma qualcosa da custodire e allo stesso tempo trasformare.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Una nuova idea di sviluppo</strong></span></h2>
<p>Una società progredisce davvero quando aumenta non soltanto la propria capacità di fare, ma anche la capacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze di ciò che fa.</p>
<p>Questo vale per l’energia, per l’intelligenza artificiale, per l’economia, per l’ambiente, per il lavoro e per la demografia. Vale soprattutto per il rapporto tra potere e responsabilità.</p>
<p>Se il potere cresce senza responsabilità, lo sviluppo può diventare autodistruttivo.</p>
<p>Se invece il potere viene orientato al servizio, può diventare uno strumento per costruire il futuro.</p>
<p>Di fronte alle grandi trasformazioni del nostro tempo possiamo avere paura, subirle oppure limitarci a difenderci dai loro effetti. Possiamo però anche scegliere di governarle, assumendoci la responsabilità della direzione che vogliamo dare al cambiamento.</p>
<p>Governare le trasformazioni non significa soltanto avere più strumenti o tecnologie più avanzate. Significa, prima di tutto, costruire relazioni migliori: tra imprese e istituzioni, tra impresa e lavoro, tra generazioni, tra territori e mercati, tra innovazione e persona, tra crescita e ambiente.</p>
<p>Forse è proprio questa la misura più profonda del progresso: non quanto potere siamo riusciti ad accumulare, ma quanto siamo diventati capaci di trasformare quel potere in responsabilità.</p>
<p>La sostenibilità può così smettere di essere soltanto una risposta alla crisi o un insieme di vincoli a cui adeguarsi. Può diventare un’idea di futuro: un futuro nel quale lo sviluppo non significhi semplicemente produrre e consumare di più, ma creare valore senza distruggere le condizioni che ci permetteranno di crearlo anche domani.</p>
<p>È una sfida economica, politica e culturale. Ma, prima ancora, è una sfida profondamente umana.</p>
<p>E proprio le imprese più piccole, quelle radicate nei territori e fondate sulla competenza, sulla responsabilità personale e sulla relazione, hanno qualcosa di importante da dire su questa sfida.</p>
<p>Perché il futuro non si costruisce soltanto con ciò che sappiamo fare.</p>
<p>Si costruisce anche con il modo in cui decidiamo di stare gli uni con gli altri mentre lo facciamo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Un futuro impossibile ma forse possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Inferrera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un racconto originale ambientato in un futuro segnato dalla catastrofe climatica. Nel dialogo tra un padre e un figlio, una riflessione sul rapporto tra uomo, natura e tecnologia che richiama i valori di Spirito Artigiano: intelligenza, responsabilità e centralità dell’uomo nella costruzione del futuro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 59%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110939" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190.jpg" width="1210" height="1613" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190.jpg 1210w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-eugene-madera-282190624-30297190-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1210px) 100vw, 1210px" /></div>
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<h4><span class="font-435549">«Papà ma perché non possiamo avvicinarci al mare?»</span></h4>
<p>«E’ troppo pericoloso, possono farlo solo gli addetti alla sicurezza, il mare è diventato imprevedibile. Da molti anni ormai il suo livello si è innalzato e possono verificarsi onde improvvise che metterebbero in pericolo le persone, per questo motivo è vietato avvicinarsi al mare, possiamo solo guardarlo a una distanza di almeno cento metri. Oggi il mare spaventa con quel suo aspetto tetro, ha perso il suo colore verde o azzurro, ormai è quasi nero; molte specie che appartenevano alla fauna marina sono sparite. Nel mare è completamente scomparso il fitoplancton, l’insieme di microscopici organismi provvisti di clorofilla, un effetto del riscaldamento globale. Il cambiamento climatico sul nostro pianeta ha causato tutto questo.»</p>
<h4><span class="font-435549">«Ma è vero che una volta, tanti anni fa, ci si poteva avvicinare?»</span></h4>
<p>«Certo, fino a cinquanta anni fa si poteva anche fare il bagno, c’erano le spiagge: distese di sabbia che permettevano alle persone di sostare nei pressi del mare, ci si poteva trascorrere la giornata e immergersi ogni tanto. Dicono che era piacevole, mio nonno mi raccontava che da piccolo trascorreva le vacanze in Calabria, abitava in una casa vicino al mare sulla costa ionica e mi descriveva una spiaggia immensa. Ora la costa non c’è più, il mare arriva fin sotto le montagne.»</p>
<h4><span class="font-435549">«Che cos’è il cambiamento climatico?»</span></h4>
<p>«Negli ultimi decenni la temperatura sulla terra è cambiata, fa molto più caldo. Oggi, tu lo sai, ci dobbiamo chiudere in casa per i temporali violenti e le bufere improvvise, per il vento che non ci permette di camminare, prima non era così. Io, da piccolo, andavo a scuola, in un edificio che si chiamava proprio Scuola, la mia è stata l’ultima generazione, fino al 2050. Oggi tu assisti alle lezioni da casa con la presenza olografica, ormai ci sei abituato. Giochi con i tuoi amici con lo stesso sistema, rimanendo a casa, i vostri ologrammi vi sostituiscono. Noi studiavamo tutti nella stessa stanza, giocavamo in palestra, ci spingevamo, litigavamo, ci divertivamo. Questo non è più possibile.»</p>
<h4><span class="font-435549">«Era più divertente? Sai, papà, io a volte mi annoio, so già ormai quello che dovrà succedere, anche se cambiamo il programma, tutto è sempre uguale. Decide tutto l’Intelligenza Superiore alla quale dobbiamo sottostare. Ma ci sono sempre stati questi cambiamenti del clima sulla terra?»</span></h4>
<p>«Sì, ma mai così rapidi, negli ultimi duecento anni, con le varie fasi dell’industrializzazione, si è trasformato tutto: il clima, le nostre abitudini, la nostra capacità di sopravvivenza: l’umanità non ha capito le conseguenze dell’inquinamento, eppure molti scienziati, già cento anni fa, avevano dato l’allarme, avevano previsto questa trasformazione, ma forse erano stati troppo ottimisti. La quantità di anidride carbonica nell’atmosfera ha superato tutti i limiti, altri gas come il metano e il protossido d’ azoto hanno contribuito a provocare fenomeni molto negativi. I ghiacci in Groenlandia si sono sciolti in breve tempo. E poi nessuno aveva previsto che ci sarebbe stata anche una guerra, tu sei nato dopo, io l’ho vissuta. Una catastrofe che ha accelerato la tragica situazione che si stava già verificando, e la guerra l’hanno persa tutti. Prima ha coinvolto alcune zone della Terra, poi pian piano si è estesa ovunque, l’hanno chiamata guerra ibrida perché tendeva a indebolire quel Paese con tutti i mezzi possibili, creando disordini, indebolendo le democrazie, generando attacchi informatici, privando la gente dei servizi essenziali e di cibo, successivamente è diventata una guerra chimica, causando la distruzione di quasi tutto il pianeta. Pensa che sulla terra vivevano oltre otto miliardi di persone, oggi neanche un miliardo. Siamo stati fortunati a sopravvivere, abbiamo rischiato l’estinzione, e questo pericolo esiste ancora.»</p>
<h4><span class="font-435549">«Ma quando è iniziato tutto questo? Come ha fatto l’umanità a non accorgersene? Non esistevano uomini intelligenti capaci di intervenire?»</span></h4>
<p>«È accaduto tutto negli ultimi cinquant’anni, quando si è persa la fiducia nella politica, nella capacità dell’uomo di pensare, di comprendere che abbiamo bisogno di costruire una società basata sull’equità e sul rispetto del prossimo. Gli uomini intelligenti e coscienti di questo declino c’erano e non erano neanche pochi, ma vennero zittiti, si disse che erano fuori dal tempo, si pensò che la tecnica fosse l’unica strada per creare sviluppo e benessere ma non fu così. La tecnica non si pone il problema della verità, del senso delle cose, del bisogno di amore e di libertà dell’individuo, del progresso del genere umano, ma funziona. Funziona perfettamente anche senza la mano e il pensiero dell’uomo, ma quando non è stata più governata dall’uomo ci ha portato prima alla distruzione di tutti i nostri valori, all’annullamento della nostra cultura umanistica millenaria poi alla devastazione dei nostri territori, mettendo in pericolo la stessa esistenza del genere umano.»</p>
<h4><span class="font-435549">«Cosa possiamo fare papà?»</span></h4>
<p>«E’ tutto nelle mani della tua generazione. Nella vostra capacità di comprendere i nostri errori, di studiare, di sapere, di conoscere, di costruire il presente e il futuro con passione, amore, empatia, giustizia.»</p>
<p>Un’antica e nuova umanità.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il futuro non si subisce. La sfida dell&#8217;algoretica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Massironi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 08:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Match Point Confartigianato 2026 prova a leggere un presente segnato da trasformazioni che corrono più veloci delle risposte. A partire dalla riflessione di Don Massironi su intelligenza artificiale, responsabilità e capacità di governare il cambiamento, questo numero raccoglie analisi e contributi su economia, geopolitica, Europa e scenari politici, mettendo al centro le domande che interrogano il futuro dell’impresa artigiana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 60%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110818" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica.png" width="600" height="600" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica.png 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/1.Massironi-Il-futuro-non-si-subisce-si-costruisce.-La-sfida-dellalgoretica-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 class="isSelectedEnd"><span class="font-435549">Questo numero di <em>Spirito Artigiano Magazine</em> è interamente dedicato al <strong>Match Point Confartigianato Imprese 2026</strong>, un confronto sui grandi temi che stanno ridisegnando il presente e il futuro: economia, intelligenza artificiale, geopolitica, Europa e dinamiche elettorali.</span></h2>
<h2 class="isSelectedEnd"><span class="font-435549">Un appuntamento nato per leggere il cambiamento senza inseguire risposte facili. Perché, come ricorda Massironi nell’intervento che apre questo numero, «non abbiamo ancora le risposte alle domande che l’intelligenza artificiale ci sta ponendo». E forse il punto è proprio questo: prima ancora di cercare regole, limiti o ricette, dobbiamo imparare a fare le domande giuste.</span></h2>
<h2 class="isSelectedEnd"><span class="font-435549">È da questa prospettiva che prende forma il percorso delle pagine che seguono. Abbiamo ricostruito i principali contenuti emersi nel corso dei lavori attraverso gli interventi, le analisi e le riflessioni dei protagonisti del Match Point. Non una cronaca dell’evento, ma una sequenza di sguardi sul cambiamento e sulle sue conseguenze per il sistema produttivo, per l’Europa e per l’impresa artigiana.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Il filo che lega contributi anche molto diversi è la stessa esigenza: capire dove stiamo andando e, soprattutto, fino a quando saremo noi a governare i processi che abbiamo messo in moto.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Estratto dall’intervento di Don Sergio Massironi </em><em>al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)</em> Non abbiamo ancora le risposte alle domande che l’intelligenza artificiale ci sta ponendo. E forse dovremmo cominciare proprio da qui: dalla consapevolezza che non le hanno nemmeno coloro che questa tecnologia la stanno costruendo. È un dato che dovrebbe renderci più prudenti, non necessariamente più timorosi. Ci invita piuttosto a fermarci un momento e a chiederci che cosa stiamo facendo, dove stiamo andando e, soprattutto, fino a quando saremo noi a governare il processo che abbiamo messo in moto.</p>
<p>Davanti a una trasformazione così rapida, la tentazione è cercare subito una regola, un limite, una ricetta. Ma forse la prima responsabilità è un’altra: imparare a fare le domande giuste.</p>
<p>Anche per questo trovo preziosa la parola <em>artigianale</em>. Non perché l’artigianato appartenga a una dimensione piccola rispetto alla grande tecnologia, ma perché ci ricorda qualcosa di essenziale: le grandi trasformazioni non cancellano il valore di ciò che è umano, concreto, particolare. Anzi, lo rendono ancora più necessario. E le questioni fondamentali della vita non hanno mai risposte in serie.</p>
<h2><span class="font-435549">Non basta usare bene una tecnologia</span></h2>
<p>L’algoretica ci ha insegnato a porre una domanda importante: come possiamo usare bene l’intelligenza artificiale?</p>
<p>È una domanda necessaria. Ma credo che ormai non sia più sufficiente. L’intelligenza artificiale, infatti, non è soltanto uno strumento che possiamo scegliere di utilizzare oppure no. Anche chi decidesse di non servirsene direttamente si troverebbe comunque a vivere in un ambiente profondamente trasformato dal suo utilizzo. Questo cambia la prospettiva. Non siamo semplicemente di fronte a una nuova tecnologia. Siamo dentro una trasformazione dell’ambiente umano: del lavoro, dell’economia, delle relazioni sociali, della conoscenza, persino del modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni.</p>
<p>Per questo la domanda non può essere soltanto se l’intelligenza artificiale venga utilizzata bene o male. Dobbiamo chiederci quale ambiente stiamo costruendo.</p>
<p>Un ambiente può essere fertile oppure tossico. Può allargare gli spazi di libertà oppure restringerli. Può dare respiro alle persone e alle imprese oppure toglierglielo. Può aprire il futuro oppure chiuderlo. E questa non è più soltanto una questione tecnologica.</p>
<h2><span class="font-435549">La questione del potere</span></h2>
<p>Qui, a mio avviso, tocchiamo il cuore del problema. Le regole sono necessarie. Abbiamo bisogno di strumenti normativi capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la regolamentazione, da sola, non basta. Dobbiamo chiederci chi detiene oggi questo potere e verso quali fini lo orienta. Per molto tempo siamo stati abituati a pensare agli Stati come ai principali protagonisti dello sviluppo tecnologico. Oggi una parte decisiva dell’innovazione è nelle mani di soggetti privati, spesso transnazionali, che dispongono di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. È un cambiamento enorme. Il potere tecnologico ha assunto un volto nuovo e, proprio per questo, diventa più difficile da vedere, da governare e da orientare verso il bene comune.</p>
<p>Ma ogni cambiamento nei rapporti di potere cambia anche i rapporti tra le persone. Chi possiede gli strumenti per comprendere e utilizzare queste tecnologie acquista nuove possibilità. Chi non li possiede rischia invece di diventare dipendente da decisioni prese altrove. E allora una domanda diventa inevitabile: chi rischia di rimanere fuori?</p>
<h2><span class="font-435549">Guardare da fuori</span></h2>
<p>Credo che questa sia una delle prospettive più importanti da assumere.</p>
<p>Quando immaginiamo il futuro, guardiamo quasi sempre a chi è già dentro: alle imprese più innovative, ai territori più attrezzati, alle persone che possiedono competenze tecnologiche.</p>
<p>Dovremmo imparare a guardare anche a chi rischia di rimanere fuori. È una prospettiva che appartiene profondamente alla tradizione sociale della Chiesa. E, venendo da una terra di artigiani, non posso non pensare all’Italia del secondo dopoguerra. Anche allora c’erano persone che rischiavano di rimanere ai margini. Eppure furono proprio quelle persone, spesso attraverso il lavoro, la creatività, la fatica quotidiana e la capacità di mettersi in gioco, a diventare protagoniste della ricostruzione.</p>
<p>L’artigianato italiano nasce anche da questa capacità: trasformare una condizione di apparente marginalità in una forza propulsiva.</p>
<p>Forse è ciò che dobbiamo tornare a cercare anche oggi. Non soltanto nei nuovi italiani o nelle comunità del Sud globale, ma in tutti coloro che rischiano di essere spettatori di una trasformazione decisa da altri. Il punto non è semplicemente portarli dentro un sistema già definito. È chiedersi che cosa potrebbero contribuire a costruire.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Due modi di costruire</span></strong></h2>
<p>La <em>Magnifica Humanitas</em> propone, a questo proposito, un’immagine che trovo particolarmente potente: quella dei due cantieri, Babele e Gerusalemme. Due modi diversi di costruire il futuro.</p>
<p>Da una parte c’è la cultura della potenza, il paradigma tecnocratico nel quale la capacità di fare può diventare progressivamente capacità di dominare. Dall’altra c’è la possibilità di una civiltà dell’amore. Può sembrare un’espressione romantica, soprattutto quando parliamo di economia, tecnologia e impresa. Ma basta riportarla alla concretezza del lavoro per accorgersi che non lo è affatto.</p>
<p>Amore per il lavoro. Amore per il territorio nel quale un’impresa è nata. Amore per le cose fatte bene, perché meritano di essere fatte bene. Amore per le persone con cui si lavora. Amore per un futuro che non venga costruito contro qualcuno.</p>
<p>Questa è già una civiltà.</p>
<p>E forse è proprio qui che l’artigianato possiede una parola originale da dire alla modernità. L’artigiano non è semplicemente colui che produce qualcosa con le proprie mani. È colui che mette insieme conoscenza, esperienza, responsabilità e relazione con la realtà. Non può permettersi di essere completamente astratto dal luogo in cui lavora, dalle persone con cui lavora, dalla qualità di ciò che produce. In questo senso, l’artigianato è anche una forma di cultura.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Non esiste soltanto l’ambiente naturale</strong></span></h2>
<p>Abbiamo imparato a parlare di ambiente naturale. Dobbiamo ora imparare a riconoscere anche gli altri ambienti che questa trasformazione sta modificando. L’intelligenza artificiale sembra immateriale. Ma dietro il digitale ci sono energia, infrastrutture, materie prime, territori, grandi centri di calcolo. Ci sono conseguenze fisiche molto concrete. C’è poi un ambiente sociale, nel quale cambiano i rapporti tra le persone e tra i gruppi, tra chi sa e chi non sa, tra chi può decidere e chi rischia di subire. E c’è un ambiente mentale, nel quale cambia il nostro rapporto con l’informazione, con la conoscenza, con il pensiero critico.</p>
<p>C’è persino un ambiente spirituale.</p>
<p>Quando una tecnologia comincia a presentarsi come qualcosa capace di rispondere non soltanto ai nostri problemi, ma anche alle nostre domande fondamentali, dobbiamo fermarci. Non per paura della tecnologia. Ma perché nessuna tecnologia può sostituire la libertà e la coscienza dell’essere umano.</p>
<p>La questione, ancora una volta, è capire quali ambienti vogliamo rendere salubri e sostenibili e quali rischiano invece di diventare tossici.</p>
<h2><span class="font-435549">Un artigianato del futuro</span></h2>
<p>C’è un’immagine che mi accompagna: quella dell’artigianato della pace.</p>
<p>La pace ha bisogno di un’architettura, che appartiene ai governi e alle istituzioni. Ma ha bisogno anche di un artigianato che si costruisce dal basso, attraverso gesti, relazioni, responsabilità quotidiane.</p>
<p>Se la pace non significa soltanto assenza di conflitto, ma possibilità per una società di fiorire nella sua interezza, allora quell’artigianato diventa un modo concreto di costruire il mondo. Credo che la stessa cosa valga per il futuro tecnologico. Non possiamo limitarci a chiederci se saremo dentro o fuori dall’intelligenza artificiale. Dobbiamo chiederci chi vogliamo che sia dentro, chi rischia di rimanere fuori e quale mondo vogliamo costruire insieme. Per questo non credo nelle ricette valide per tutti. Se un imprenditore mi chiedesse che cosa dovrebbe cambiare nella propria azienda, non gli consegnerei una lista di istruzioni. Gli porrei delle domande. Perché nessuno può sostituire un altro nella sfida della libertà e nella responsabilità di decidere che cosa fare delle proprie risorse, del proprio lavoro, della propria impresa. Possiamo però fare un pezzo di strada insieme. E, davanti a una trasformazione di questa portata, dobbiamo farlo. Una cosa, però, è ormai chiara: non possiamo più fingere che il mondo sia quello della settimana scorsa.</p>
<p>Il futuro non è qualcosa che arriverà domani.</p>
<p>È già qui.</p>
<p>E la vera sfida non è capire come adattarci a un futuro costruito da altri. È decidere se abbiamo ancora il coraggio, la libertà e la responsabilità di costruirlo noi.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>L’artigianato della pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Occhetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace non si impone né si improvvisa: si costruisce come un lavoro artigiano, tra tempo, ascolto e pazienza, fino a trasformare le fratture in legami.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110143" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>Un tema, quello della pace, quanto mai attuale alla luce degli scenari drammatici che quotidianamente attraversano il nostro tempo, e dei pericoli che questa involuzione bellicista può generare, soprattutto a danno delle nuove generazioni.</p>
<p>Lo intrecciamo alle voci e ai gesti della Giornata della Cultura Artigiana del 19 marzo, tra laboratori che respirano storia e futuro, tra mani capaci di trasformare materiali poveri in speranza viva.</p>
<p>Buona lettura, con la consapevolezza che la pace non sia solo un sogno, ma una condizione da costruire, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, per tutta l’umanità.</p>
<p>A partire da qui, proponiamo l’articolo di Padre <strong>Francesco Occhetta</strong></p>
<h2 style="text-align: center;">* * *</h2>
<p>L’artigianato della pace per il Magistero sociale della Chiesa è un’arte laboriosa, richiede mani esperte un cuore generoso e una mente aperta. Mentre spirano forti i venti di guerra i tempi dell’artigiano, lenti, pazienti e rispettosi della materia, offrono una potente metafora della pace che è come un manufatto, non nasce da un atto improvviso, ma da un processo fatto di gesti ripetuti, correzioni, attese e cura dei dettagli. L’artigiano non forza, ma ascolta; non accelera, ma accompagna: così la pace richiede processi di pacificazioni, di memoria condivisa, di confessione del male subito o provocato. Solo così le relazioni ferite si sanano in legami ricostruiti. In questo senso, la pace non è un prodotto da imporre, ma un’opera da tessere insieme, con la stessa umiltà e responsabilità con cui le mani dell’artigiano danno forma alla bellezza.</p>
<p>Lo ricorda anche <strong>Papa Francesco</strong> nella <strong><em>Fratelli tutti</em></strong>: la pace sociale è un’arte «laboriosa, artigianale» (FT 217). Coloro che cercano di deformare libertà e differenze con astuzia e risorse agiscono per interesse e frettolosamente; ciò che costruiscono è una pace fragile, effimera, buona solo per una «minoranza felice» (FT 217). Invece il Vangelo proclama: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Chi costruisce attivamente la pace non solo vive in comunione ma agisce come Dio, meritando il titolo di suo figlio.</p>
<p>I due Pontefici che si sono avvicendati nell’anno del Giubileo hanno richiamato il mondo ad una giustizia fondata sulla gratuità, che riorganizza la convivenza, ridistribuisce la terra, restituisce «“ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio», come ci ha ricordato Papa Leone all’Angelus in occasione dell’Epifania.</p>
<p>Mentre nascono movimenti contro i <em>kings, </em>i re del mondo, <strong>Papa Leone XIV</strong> esorta ad una conversione del cuore, una conversione sociale. All’immagine di una giustizia bendata, quasi riluttante a guardare i volti di coloro che giudica e armata di spada, il richiamo del Papa contrappone un’altra figura: quella della donna che ricuce i legami spezzati, tra figli o nella vita sociale e politica di nostri borghi e città.</p>
<p>Così anche il mondo artigiano è chiamato a capovolgere la giustizia, da retributiva, quella che ripaga il male con altro male, in giustizia riparativa che mette al centro il dolore della vittima e chiede al reo di riparare. Come l’artigianato richiede ingegno e audacia così l’uomo e la donna di pace sono coloro che sanno costruire nuove strade, aprire sentieri, costipare terreni, disegnare nuove «vie di pacificazione» (FT 225).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Mettere in rete esperienze, saperi e generazioni: la pace prende forma dove dialogo, lavoro e comunità tornano a stare insieme»</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo bisogno di connettere esperienze di pace, per arginare la violenza e la guerra, le pene esemplari e le scelte dei potenti che si sentono superiori alla legge. La <em>Scuola della Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro</em>, ora giunta al termine della sua quarta edizione, è un’esperienza di formazione in cui dialogo, sapienza artigianale, e studio sono al servizio della pace. Qui si integra conoscenza speculativa e pratica, tecnica e artigianato, studio teorico e mani all’opera. Attraverso la pratica e la cultura del dialogo si uniscono generazioni e saperi, per superare i particolarismi e vivere la fraternità. La crescita umana e quella professionale si illuminano reciprocamente in un’esperienza olistica, intellettiva, relazionale, spirituale e corporea. La Scuola si colloca nel solco della tradizione che anche Confartigianato promuove: tornare a investire non solo sulle mani — le competenze degli studenti e dei docenti — ma anche sulla testa — la ragione e il senso da dare ai progetti professionali e sociali — e sul cuore, la dimensione degli affetti e della volontà che orienta le scelte al bene e al bello. Anche ritornare a vivere insieme in comunità è per i ragazzi il primo modo per scegliere di vivere in pace tra loro quando ogni mattina si svegliano per poi andare insieme nei laboratori della Basilica di San Pietro.</p>
<p>La Chiesa, in ogni parte del mondo promuove un alfabeto per uscire dai conflitti e un’educazione alla pace per ricostruire quello che si è spezzato. In questa prospettiva, la mediazione diventa uno strumento decisivo per educare a una pace matura, che non coincide con l’irenismo né con una totale uniformità di vedute. Al contrario consente di sviluppare la capacità di abitare il conflitto, vivendo relazioni autentiche anche in presenza di divergenze e resistenze.</p>
<p>È proprio in questo tempo, in cui la violenza sembra crescere come un’onda inarrestabile, che diventa urgente investire nella formazione degli artigiani della pace che sono anzitutto mediatori: uomini e donne capaci di ricucire, con pazienza e competenza, gli strappi del tessuto sociale. Come sapienti artigiani, essi non eliminano il conflitto, ma lo trasformano, rendendo possibile ciò che appare irraggiungibile. È il forte auspicio a cui crede Papa Leone XIV: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle; al posto delle diseguaglianze ci sia equità; invece, dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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		<title>L’artigianato e la sua tecnica come produzione di senso (quando sembra essersi perso)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 09:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo delle promesse virtuali e del lavoro che si dissolve, l’artigianato torna a indicare una via: fare come forma di senso, tecnica come atto di resistenza e di rinascita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 94%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109311" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg" width="1280" height="850" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-1024x680.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-768x510.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-350x232.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<h2 style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span class="font-435549" style="color: black;">Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un lungo e toccante articolo su un manager, Paul Lundy, che a Seattle stava “vivendo la lenta morte del lavoratore sotto le luci fluorescenti” di un lavoro stabile nel mondo corporate, lasciato per dedicarsi alla riparazione di macchine da scrivere, imparando un mestiere dato per estinto a fianco di un artigiano anzianissimo, la cui bottega ha poi rilevato. </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Nel gesto lento, preciso e ripetibile della manutenzione meccanica ritrova una forma di senso che il lavoro astratto aveva smarrito. La tecnica, qui, non è nostalgia ma conoscenza incarnata, rapporto diretto con la materia e con il tempo. È artigianato come pratica concreta di significato, in un’epoca che fatica a produrne.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non è certamente quello di Paul Lundy, e della trasformazione del suo lavoro da immateriale a prettamente analogico e materiale, un caso unico, tutt’altro. Ritengo invece rappresenti l’avanguardia di una reazione allo spiegamento della geometrica potenza — e violenza — della tecnologia come fatto unicamente esponenziale e disumanizzante, che ha già da tempo sottomesso la gran parte del lavoro immateriale e ora avanza rapida e indomabile per conquistare ogni ambito del lavoro.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Quanto più rapidamente e pervasivamente si sviluppano soluzioni tecnologiche — su tutte un certo uso dell’intelligenza artificiale — che marginalizzano il contributo umano; quanto più il lavoro smaterializzato e l’economia a propulsione finanziaria consentono e incentivano la polverizzazione del lavoro e l’idea dei lavoratori come variabile sostituibile; tanto più torna ad essere sensata e competitiva l’idea che il lavoro manuale, e il suo patrimonio peculiare di tecnica e competenze, possano tornare ad essere una prospettiva concreta per molti.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non parliamo solo di giovani in cerca di un futuro lavorativo di fronte alle mille promesse senza costrutto di un mercato della formazione in cui il termine “mercato” ha sottomesso la missione di “formare”, né delle aspettative, spesso fragili, delle famiglie, che continuano a preferire un figlio avvocato a uno elettricista, quando le professioni legali sono oggi — e saranno sempre più — in crisi per sovrappiù di risorse, scarsa redditività e sostituibilità tecnologica. Dire ai giovani che dovrebbero considerare un mestiere manifatturiero e artigiano, ovviamente declinato in modo contemporaneo e con una forte componente tecnologica, è necessario ma non sufficiente.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">La demografia inclemente, che ci vede come secondo Paese più anziano al mondo e fortunatamente tra i più longevi, ci dice che il tema del lavoro “anziano” — o, più ottimisticamente, delle molteplici vite professionali nel corso di un’esistenza longeva — comincia a occupare la pubblicistica più attenta a livello globale. L’idea che una di quelle vite, magari alla fine di una più o meno gloriosa carriera dietro una scrivania, possa essere dedicata al “fare”, apprendendo tecniche (altro verbo fondamentale in una vita longeva) e applicandole per produrre beni e servizi non comprimibili, non inscatolabili, non delocalizzabili perché basati sulla relazione umana e sulla pienezza del senso, è tutt’altro che marginale. Così umani da accogliere — eresia per i tecnofili — l’imperfezione e la limitazione come sanità, non come aberrazione. Penso al ritorno, ormai da qualche tempo, degli LP in antitesi alla musica digitale, e a quello più recente della fotografia analogica non solo come tecnica per una ristretta conventicola, ma come mezzo “umano” di espressione.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Sono tutti segni, non di massa ma certamente di avanguardia, di un bisogno diffuso di rimettere al centro, come persone, i processi sociali, produttivi ed economici. Andiamo qui oltre la vecchia idea di “lusso” ed “eccellenza” riservata a pochi che comprano le mani sapienti: anche questo è ormai un concetto obsoleto e debole. Siamo di fronte, a partire dall’Europa e da ciò che rimane di più sano degli Stati Uniti, a un modello di organizzazione sociale, del lavoro, della produzione e dei consumi che non ci lasci assetati dopo aver bevuto, come accade oggi.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">È un’occasione irripetibile per chi, come il movimento artigiano, ha sempre creduto in questa idea paziente e generativa dell’economia, spesso come voce nel deserto ai tempi della disruption. Ora forse qualcosa sta cambiando: a noi rivendicare la forza del nostro modello peculiare come buono, pulito e giusto.</span></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Quando nel lusso l&#8217;industria imita l’artigianato. E l’originale vince sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Granelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 07:40:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il lusso imita la bottega, l’artigianato diventa mito. L’industria copia i gesti, ma non può rubare l’anima di chi crea con le proprie mani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 71%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108721" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/1.COPERTINA-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">C’è un paradosso affascinante e insieme inquietante che percorre oggi il mondo del lusso: più l’industria cerca di affermare la propria potenza creativa e comunicativa, più finisce per attingere all’universo dell’artigianato. Una sorta di plagio sottile, invisibile alle leggi ma evidente agli occhi di chi conosce la storia del lavoro ben fatto. L’industria della moda e del design, quella delle grandi maison e dei marchi planetari, prende in prestito — spesso senza dichiararlo apertamente — gesti, concetti, estetiche e valori che appartengono alla tradizione artigiana.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, ed è qui il cuore del discorso, questo stesso “furto” genera un effetto positivo inatteso: rafforza il percepito dell’artigianato, lo colloca in un orizzonte di desiderabilità, lo innalza a mito fondativo del lusso. L’artigiano rimane, nella percezione collettiva, colui che custodisce un sapere irripetibile. Anche se nel racconto dell’industria egli viene spesso ridotto al ruolo di esecutore di un disegno altrui — lo stilista, il direttore creativo, il brand — resta comunque il depositario di un’aura che nessuna catena di montaggio può imitare.</p>
<h3><span class="font-435549">L’artigiano come imprenditore di sé stesso</span></h3>
<p>Qui sta la differenza sostanziale. Per noi l’artigiano non è un operaio specializzato. Non è la “mano” che realizza l’idea di qualcun altro. L’artigiano è imprenditore di sé stesso: concepisce, disegna, inventa, realizza. È autore dell’opera, non soltanto esecutore. Ogni bottega artigiana è una piccola impresa creativa, un laboratorio di senso, un’officina dove progetto e realizzazione coincidono nella stessa persona.</p>
<p>Eppure, nel racconto delle grandi griffe, la centralità è altrove: nello stilista, nella maison, nel brand. All’artigiano viene chiesto di garantire qualità esecutiva, rigore, perfezione. L’arte diventa mestiere, il mestiere si fa tecnica, la tecnica si piega al marchio. In questa dinamica si consuma la differenza di status: ciò che per noi è creazione, per l’industria è produzione.</p>
<h3><span class="font-435549">Copiare il gesto, non l’anima</span></h3>
<p>Non c’è copyright che tuteli un concetto, non esiste brevetto che protegga un’idea di bellezza. E così l’industria “copia” il gesto artigiano, lo trasforma in storytelling, lo fa diventare cornice e scenografia del prodotto di lusso. I video patinati delle grandi maison mostrano mani che cuciono, che intrecciano, che scolpiscono. Raccontano la lentezza del gesto, la pazienza della lavorazione, il dettaglio che diventa eccellenza.</p>
<p>Ma il rischio è che si tratti di un’immagine estetizzata, più vicina alla pubblicità che alla vita reale delle botteghe. È un artigianato evocato, non vissuto. Un artigianato al servizio della marca, non come espressione autonoma di libertà creativa. In fondo, l’industria prende in prestito il linguaggio dell’artigianato, ma non la sua anima.</p>
<h3><span class="font-435549">L’effetto paradosso: un vantaggio inatteso</span></h3>
<p>Eppure, nonostante tutto, da questo plagio nasce un beneficio per noi. Quando l’industria copia l’artigianato, in realtà contribuisce a rafforzarne il mito. Fa capire al mondo che il vero lusso è legato alla manualità, al tempo dedicato, alla cura ossessiva del dettaglio. Più le maison cercano di raccontare questa origine, più l’artigianato viene riconosciuto come radice autentica del bello.</p>
<p>Il percepito si alza: artigianato come sinonimo di eccellenza, come archetipo del lusso. È vero, la bottega rischia di essere oscurata dal logo, ma resta al centro dell’immaginario. E questo, in un mondo dominato dalla velocità e dall’omologazione, è un punto di forza che non va sottovalutato.</p>
<h3><span class="font-435549">Il plagio delle idee e dei sentimenti</span></h3>
<p>Quando diciamo che l’industria “ruba” all’artigianato, non parliamo di contraffazione. Non ci sono falsi da bancarella o imitazioni dozzinali. Parliamo di qualcosa di più sottile e profondo: il plagio di idee, di concetti, di sentimenti. La filosofia della lentezza, la poetica della manualità, il valore del tempo e della precisione: tutto ciò che l’artigianato ha costruito in secoli di storia diventa oggi materiale narrativo per le grandi campagne globali.</p>
<p>Ecco perché il discorso è complesso. Non c’è una legge che possa tutelare il pensiero artigiano. Non c’è tribunale che possa condannare un marchio per aver trasformato in pubblicità ciò che per noi è vita quotidiana. Eppure resta il fatto: senza artigianato, l’industria del lusso perderebbe la propria legittimazione simbolica.</p>
<h3><span class="font-435549">Un sillogismo necessario</span></h3>
<p>Qui si apre il parallelismo con un’altra dinamica che ben conosciamo: l’<strong>italian sounding</strong>. Quel fenomeno per cui nel mondo proliferano prodotti che “suonano” italiani senza esserlo, che evocano il Made in Italy senza averne la sostanza. Parmesao, chianti “da supermercato” in America, salami con tricolore stampato in Australia. Copie, scorciatoie, simulacri.</p>
<p>Anche l’italian sounding, come l’industria che imita l’artigianato, sembra un danno. E lo è, in parte. Ma alla lunga ha un effetto collaterale positivo: alza la percezione del valore del Made in Italy. Se tutti vogliono sembrare italiani, significa che l’Italia rappresenta un benchmark, un desiderio, un sogno. Così come l’industria del lusso rafforza il mito della bottega artigiana, anche l’italian sounding rafforza la centralità del Made in Italy.</p>
<p>Il consumatore globale, quando può scegliere, cerca l’originale. Sia che si parli di vino, moda, cibo o design, alla fine il mercato riconosce l’autenticità. Così, sia nel lusso che nel Made in Italy, il plagio diventa un boomerang: spinge il cliente a ricercare la fonte vera. E la fonte vera è sempre il <strong>Valore Artigiano</strong>.</p>
<h3><span class="font-435549">L’artigianato come orizzonte del futuro</span></h3>
<p>Se vogliamo ribaltare il paradosso, dobbiamo avere il coraggio di dire che l’artigianato non ha bisogno di legittimazioni dall’alto. Non è la moda che conferisce valore alla bottega, ma la bottega che offre linfa vitale alla moda. L’industria copia, ma la sorgente è altrove. L’autenticità non si compra né si simula: è una radice che solo chi lavora con le mani e con la mente insieme può custodire.</p>
<p>In questo senso, l’artigianato non è passato ma futuro. È il luogo dove l’innovazione può incontrare la tradizione senza annullarla. È la fucina dove tecnologia e manualità non si escludono, ma si arricchiscono a vicenda. È la dimostrazione che il lusso non nasce dal prezzo, ma dal valore.</p>
<h3><span class="font-435549">L’ apparente paradosso: un plagio che ci fa crescere</span></h3>
<p>Sì, l’industria ci copia. E continuerà a farlo. Non c’è copyright sul gesto, non c’è brevetto sull’idea di bellezza. Ma proprio per questo, l’artigianato deve cogliere la sfida e trasformare questa appropriazione in opportunità. Se il mondo riconosce che il vero lusso è la manualità artigiana, allora spetta a noi raccontarla con orgoglio, senza complessi di inferiorità.</p>
<p>Lo stesso vale per il Made in Italy: se proliferano copie e contraffazioni, significa che il nostro marchio identitario è talmente forte da voler essere imitato ovunque. Ma alla fine, chi cerca il vero lusso e chi cerca il vero Made in Italy finirà per scegliere l’originale. Perché il mercato, alla lunga, premia sempre l’autenticità.</p>
<p>Forse l’industria ci ruba i concept, come l’italian sounding ruba i nostri nomi. Ma il cuore resta nostro. E in quel cuore c’è il <strong>Valore Artigiano</strong>, l’Italia che crea, innova e resiste.</p>
<p>Ecco il punto: <strong>l’imitazione non è mai destino, è soltanto una tappa. Il destino è l’autenticità.</strong> È nelle mani di chi lavora il legno, intreccia la fibra, fonde il metallo, modella la terra. È nello sguardo di chi mette in ogni dettaglio la propria dignità e la propria libertà creativa.</p>
<p>Il mondo può copiare i gesti, ma non può riprodurre l’anima. E l’anima, quella che rende l’Italia riconosciuta e amata in ogni angolo del pianeta, continuerà a parlare con la voce degli artigiani. Perché <strong>nel lusso come nella vita, l’originale vince sempre.</strong></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il senso del lavoro nel ricambio generazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 08:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo sospeso del 'biancore', i giovani cercano nuove forme di lavoro e di vita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108551" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508.jpg" width="1894" height="1262" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508.jpg 1894w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-1536x1023.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1894px) 100vw, 1894px" /></div>
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<h2 data-start="430" data-end="493"><span class="font-435549">1. A che punto è il lavoro nella transizione generazionale?</span></h2>
<p data-start="495" data-end="1044">Il lavoro, storicamente, è sempre stato molto più che una semplice attività utile alla sopravvivenza materiale. È stato ed è, al tempo stesso, fonte di reddito, strumento di integrazione sociale, veicolo di riconoscimento, spazio di realizzazione personale e orizzonte di senso.<br data-start="773" data-end="776" />Oggi, nella fase di transizione generazionale che caratterizza le società occidentali, il lavoro si trova in una condizione di tensione profonda: da un lato, resta il principale dispositivo di inclusione e identità; dall’altro, appare impoverito, incerto, frammentato.</p>
<p data-start="1046" data-end="1475">La nuova generazione che si affaccia sul mercato del lavoro si trova davanti a un paesaggio contraddittorio. I numeri raccontano già molto: in Italia, il tasso di attività si aggira intorno al 62%. Il numero di occupati ha superato la soglia storica dei 24 milioni. Ma il tasso di attività italiano rimane ancora inferiore alla media degli altri Paesi europei. Ma, più ancora che la quantità, il problema è la qualità del lavoro.</p>
<p data-start="1477" data-end="1960">Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo svuotamento di contenuto del lavoro: salari stagnanti o bassi, contratti instabili, mansioni ripetitive e poco valorizzanti. La metafora della clessidra ben descrive la situazione che si è venuta a creare: nella parte alta del mercato, i lavori altamente qualificati e ben remunerati; in basso, lavori poveri, precari e mal pagati. Con la parte centrale – quella che storicamente costituiva la “classe media” – in forte riduzione.</p>
<p data-start="1962" data-end="2450">A questo si aggiunge la persistente insoddisfazione. Una recente indagine Gallup mostra che, in Europa, soltanto il 13% dei lavoratori si dichiara ingaggiato, cioè motivato e coinvolto; un 15% si dice attivamente disingaggiato, ovvero apertamente ostile e alienato; il restante 72% vive il lavoro senza entusiasmo né partecipazione. Così, mentre il lavoro rimane indispensabile per la vita individuale e collettiva, esso appare incapace di generare appartenenza, identità e soddisfazione.</p>
<p data-start="2452" data-end="2885">Questa crisi non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma tocca più a fondo la dimensione simbolica. Il lavoro non è più il “grande racconto” che dava forma a un progetto di vita e di società, come nel Novecento. È diventato, per molti, un luogo di sfruttamento, ansia e precarietà. Il rischio di un’economia sempre più caratterizzata dalla rendita e dallo sfruttamento – più che dal lavoro – diventa concreto. Specie in Italia.</p>
<p data-start="2887" data-end="3283">La digitalizzazione accentua questa tendenza. Da una parte, essa apre opportunità di flessibilità, lavoro remoto, nuove professioni; dall’altra, rende più instabili le carriere, più labili le identità lavorative e più fragili i confini tra tempo di vita e tempo di lavoro. L’incertezza, la confusione identitaria e l’ansia diventano componenti importanti dell’esperienza lavorativa contemporanea.</p>
<h2 data-start="3290" data-end="3332"><span class="font-435549">2. Una ricerca sui giovani: tre gruppi</span></h2>
<p data-start="3334" data-end="3554">Per comprendere a fondo la transizione generazionale, occorre guardare alle ricerche che indagano le percezioni e le aspirazioni dei giovani. Uno studio su scala nazionale ancora in corso individua tre gruppi principali.</p>
<p data-start="3556" data-end="4194">Un giovane su cinque si colloca in una posizione relativamente solida, con un buon accesso a opportunità formative e lavorative che permettono loro di inserirsi in circuiti professionali.<br data-start="3743" data-end="3746" />Uno su quattro vive una condizione opposta, caratterizzata da precarietà e scarsità di opportunità. Intrappolato nell’incertezza, questo gruppo tende a isolarsi e a chiudersi.<br data-start="3921" data-end="3924" />C’è infine il gruppo più numeroso (due ragazzi su tre), che si caratterizza per una condizione che l’antropologo David Le Breton ha efficacemente definito di “biancore”: una sospensione identitaria, un vivere senza appigli solidi, segnato dall’ansia e dallo smarrimento.</p>
<p data-start="4196" data-end="4394">Il “biancore” non è semplice apatia, ma esprime un vuoto di riferimenti, una difficoltà a immaginare il futuro. Si traduce in precarietà psicologica, ansia da prestazione, senso di non appartenenza.</p>
<p data-start="4396" data-end="4721">In questo quadro, le aspettative dei giovani raccontano di un rapporto con il lavoro che si sta trasformando in profondità. Non si tratta più solo di guadagnare un reddito sufficiente, ma di avere accesso a un benessere in senso ampio: conciliazione tra turni e vita privata, relazioni significative, equilibrio psico-fisico.</p>
<p data-start="4723" data-end="4812">Le nuove generazioni hanno un sistema valoriale diverso dagli adulti. E più precisamente:</p>
<ul data-start="4814" data-end="5234">
<li data-start="4814" data-end="4939">
<p data-start="4816" data-end="4939"><strong data-start="4816" data-end="4829">Autonomia</strong>: poter decidere, avere margini di libertà e responsabilità, sentirsi parte attiva e non ingranaggi passivi.</p>
</li>
<li data-start="4940" data-end="5057">
<p data-start="4942" data-end="5057"><strong data-start="4942" data-end="4971">Coinvolgimento e comunità</strong>: non essere soli, ma lavorare in ambienti collaborativi, con senso di appartenenza.</p>
</li>
<li data-start="5058" data-end="5131">
<p data-start="5060" data-end="5131"><strong data-start="5060" data-end="5082">Sviluppo personale</strong>: apprendere continuamente, crescere, formarsi.</p>
</li>
<li data-start="5132" data-end="5234">
<p data-start="5134" data-end="5234"><strong data-start="5134" data-end="5143">Senso</strong>: avere la percezione che il proprio lavoro contribuisca a qualcosa di utile, buono, bello.</p>
</li>
</ul>
<p data-start="5236" data-end="5469">Sono questi gli elementi che caratterizzano la sensibilità contemporanea, che unisce pragmatismo e ricerca di autenticità. I giovani non si accontentano di un lavoro “qualunque”: vogliono sentirsi riconosciuti, rispettati, coinvolti.</p>
<h2 data-start="5476" data-end="5505"><span class="font-435549">3. E il lavoro artigiano?</span></h2>
<p data-start="5507" data-end="5799">In questo scenario, la questione del lavoro artigiano assume una nuova rilevanza. Da un lato, esso sembra poter offrire risposte inedite a molte delle domande dei giovani; dall’altro, sono evidenti ambivalenze e difficoltà. Schematicamente, si possono individuare quattro snodi di attenzione.</p>
<p data-start="5801" data-end="6285">Il primo riguarda il nesso tra lavoro manuale e digitale. Il lavoro artigiano custodisce un legame profondo con la concretezza: si lavora con le mani, con i materiali, con i corpi. Questo aspetto rappresenta un antidoto alla virtualizzazione digitale che rende il lavoro astratto e disincarnato. L’artigianato insegna un “saper fare” che è al tempo stesso tecnico e culturale: ogni prodotto porta in sé la traccia di una tradizione, di un apprendimento, di una competenza sedimentata.</p>
<p data-start="6287" data-end="6624">Nello stesso tempo, però, l’artigianato deve dimostrare di non rimanere fermo: deve integrare le tecnologie digitali, dalla progettazione 3D al marketing online, dalla robotica collaborativa alle piattaforme di e-commerce. Il futuro del lavoro artigiano dipende dalla capacità di coniugare manualità e digitale, tradizione e innovazione.</p>
<p data-start="6626" data-end="7370">Il secondo snodo riguarda la relazione tra autonomia e rischio. L’artigiano è, per definizione, autonomo. Decide, organizza, costruisce. Questa autonomia corrisponde a una forte domanda dei giovani di oggi, che non vogliono essere meri esecutori. Tuttavia, essa comporta anche un impegno che non è assicurato: bisogna saper investire, aggiornarsi, affrontare la concorrenza globale. Questa tensione si regge se il mondo artigiano non si presenta come un settore “a fine corsa”, ma un ecosistema vitale in grado di aprire nuove opportunità. Il ruolo delle politiche pubbliche e delle reti di collaborazione qui è evidente. L’artigianato, infatti, non vive isolato: prospera quando entra in relazione con territori, istituzioni, scuole, comunità.</p>
<p data-start="7372" data-end="8066">Il terzo snodo riguarda la qualità delle relazioni in rapporto ai modelli organizzativi e alla degenerazione paternalistica. Il lavoro artigiano non produce soltanto oggetti, ma anche relazioni. La bottega, il laboratorio, il piccolo studio sono luoghi di trasmissione, di apprendimento reciproco, di dialogo con i clienti. In questo, l’artigianato incarna un modello di lavoro che integra economia e comunità. Tuttavia, ci sono anche le ombre: il coinvolgimento può diventare eccessivo, con orari lunghi e sacrifici personali. Inoltre, i modelli di proprietà e di successione delle imprese artigiane sono spesso fragili. Senza un ricambio generazionale, molti mestieri rischiano di scomparire.</p>
<p data-start="8068" data-end="8652">Infine, lo snodo unicità/territorio. L’artigianato esprime sempre un’unicità: il prodotto porta il segno della persona che l’ha realizzato e del territorio da cui proviene. Questo è un punto di forza, perché risponde al desiderio contemporaneo di autenticità e di legame con l’ambiente. Ma qui si nasconde la tentazione del provincialismo: se non sa dialogare con i mercati globali, l’artigianato resta chiuso in nicchie troppo ristrette. La sfida è costruire filiere che valorizzino il locale in un orizzonte più ampio, promuovendo modelli sostenibili in relazione con il territorio.</p>
<h2 data-start="8659" data-end="8701"><span class="font-435549">4. Conclusione: un bivio generazionale</span></h2>
<p data-start="8703" data-end="9013">La transizione generazionale del lavoro si gioca dunque su un crinale sottile. Da un lato, il rischio che prevalgano sfruttamento, rendita, precarietà, alienazione. Dall’altro, la possibilità di costruire nuove forme di lavoro che uniscano realizzazione personale, senso comunitario, autonomia e sostenibilità.</p>
<p data-start="9015" data-end="9219">Il lavoro artigiano, se reinterpretato e sostenuto, può diventare un laboratorio di futuro. Non come nostalgia del passato, ma come anticipazione di un modo diverso di produrre, di collaborare, di vivere.</p>
<p data-start="9221" data-end="9941">I giovani, con le loro aspettative di benessere ampio, autonomia, apprendimento e senso, chiedono un cambiamento nel modo di lavorare. Un’aspettativa giusta che va ascoltata e accompagnata.<br data-start="9410" data-end="9413" />La sfida è trasformare il lavoro da luogo di ansia e smarrimento a spazio di riconoscimento e creatività. In questo sta il vero nodo della transizione: non basta “dare lavoro”, occorre dare senso al lavoro. Solo così la nuova generazione potrà sentirsi parte di un progetto comune, capace di affrontare le sfide del presente senza cadere nel biancore dell’ansia e della disillusione.<br data-start="9796" data-end="9799" />Una sfida che interpella il mondo artigiano, che può trarre dalla radice profonda della sua tradizione lo spunto per aprire una via di futuro.</p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>Identità italiana: la bellezza come destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Aldo Cazzullo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:40:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto dall’intervento di Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore, al Match Point 2025 di Confartigianato Imprese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108566" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo.jpg" width="1066" height="1066" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo.jpg 1066w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1066px) 100vw, 1066px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le mani italiane parlano un linguaggio universale. L’artigiano che cesella il metallo, modella l’argilla, intona il violino, incontra oggi il braccio meccanico e l’algoritmo digitale. Tradizione e innovazione si intrecciano, eppure la tecnologia non sostituisce l’umano: lo amplifica, custodisce la sua memoria, accende il cuore. Ogni opera, ogni gesto, ogni oggetto fatto a mano diventa ponte tra passato e futuro, testimone di creatività, responsabilità e ingegno»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Italia, giovane come Stato ma antica come cultura, ha secoli di eccellenza alle spalle. Giulio Cesare e Virgilio, Dante e San Francesco, Giotto e Raffaello: fari che hanno plasmato l’identità italiana, unendo classicità e cristianità, pietà e creatività, etica e bellezza. Enea, l’eroe pietoso che porta sulle spalle padre e figlio, simboleggia la responsabilità verso le generazioni future. L’Italia non nasce dai confini o dalle leggi, ma dalla capacità di creare bellezza e custodirla nel tempo, da un’invenzione costante della propria grandezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La bellezza e l’artigianato sono strumenti di coesione, ponti tra generazioni, veicoli per trasmettere valori, resistere alle sfide, innovare senza perdere l’identità. Ogni gesto, ogni opera, ogni scelta contribuisce al bene comune. La responsabilità individuale è il cuore della comunità, e oggi più che mai è chiave per affrontare le sfide dell’economia digitale, della globalizzazione, della gestione del territorio»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il patrimonio italiano non è solo fatto di monumenti o opere: è memoria, fiducia, consapevolezza. I numeri demografici parlano chiaro: il calo delle nascite segnala una società che deve ritrovare fiducia nel futuro. Senza consapevolezza di sé e del proprio valore collettivo, anche il più grande tesoro culturale rischia di restare chiuso in una teca, lontano dalla vita.</p>
<p>In questo quadro, lavoro, artigianato ed educazione diventano strumenti di rinascita. I mestieri d’arte trasformano materia e realtà in opere che parlano all’anima, insegnano pazienza, precisione, amore per il dettaglio. L’innovazione tecnologica può amplificare queste competenze, ma mai sostituirle. I giovani devono conoscere il passato, tradurlo in abilità concreta, contribuire alla crescita della comunità nazionale. Formare, trasmettere, guidare: così si costruisce un’Italia viva, creativa, responsabile.</p>
<p>La forza dell’Italia si manifesta anche nel mondo. Nonostante le dimensioni ridotte, il Paese possiede un patrimonio artistico e culturale unico: sessanta siti UNESCO che raccontano storia, arte, artigianato, saper fare. Creare bellezza, unire storia e innovazione, coltivare talento e ingegno: questa è la forza dell’Italia, capace di attrarre il mondo intero. Il cibo, i vini, la moda, l’arte, l’artigianato: ogni creazione italiana porta con sé memoria, storia, emozione, umanità.</p>
<p>Essere italiani significa custodire e trasmettere questo patrimonio. Non è una sfortuna: è privilegio e responsabilità. Significa leggere la propria storia, comprendere radici e identità locali, valorizzare eccellenze artigiane e artistiche, affrontare sfide globali con coraggio. Significa formare i giovani, guidarli, offrire loro strumenti per tornare e contribuire al bene comune, affinché l’Italia continui a creare bellezza, innovazione e senso civico.</p>
<p>Il legame tra memoria e futuro attraversa tutta la storia dell’identità italiana. L’Italia ha saputo rinascere dalle crisi, dalle guerre, dalle calamità, dalle divisioni interne, grazie alla resilienza dei cittadini, alla creatività degli artigiani, alla bellezza dell’arte e alla profondità della cultura. Ogni generazione ha costruito un Paese capace di guardare avanti senza dimenticare il passato, dove eccellenza e responsabilità individuale si incontrano per il bene comune.</p>
<p>Oggi, nonostante le difficoltà, l’Italia conserva un prestigio straordinario. È una terra in cui il valore dell’arte, della cultura, dell’artigianato e del lavoro manuale continua a essere riconosciuto. Essere italiani significa custodire questa eredità con orgoglio, valorizzare la memoria storica e artistica, promuovere l’innovazione, trasmettere fiducia ai giovani. È questa identità, ricca di storia, bellezza e responsabilità, che consente all’Italia di continuare a essere protagonista nel mondo, modello di creatività, ingegno e umanesimo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia è un mosaico di mani, occhi, cuori e cervelli. Ogni gesto, ogni opera, ogni pensiero contribuisce a tessere la trama di un Paese unico»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Custodire questo patrimonio, valorizzare le diversità, promuovere l’innovazione, trasmettere fiducia: questa è la missione di chi ama l’Italia. Essere italiani è un privilegio, una responsabilità, un’opportunità. E con questa consapevolezza, l’Italia può continuare a splendere, creando bellezza, innovazione e umanesimo, unendo passato e futuro, memoria e speranza, talento e cuore.</p>
<p>In un mondo in cui tutto corre e cambia in continuazione, l’Italia resta custode di un equilibrio raro: la capacità di coniugare storia, artigianato e tecnologia, radici profonde e visione futura. Qui il passato non è peso, ma luce; qui la memoria non imprigiona, ma guida; qui l’identità è creatività viva, che si rinnova ogni giorno attraverso mani che modellano, menti che innovano, cuori che custodiscono.</p>
<p>Ecco l’Italia, così fragile e così forte, così giovane e così antica: un Paese che insegna che la bellezza non è ornamento, ma forza; che la responsabilità non è imposizione, ma privilegio; che l’identità non è ricordo, ma progetto. Ogni italiano è custode e narratore di questa storia, ogni gesto è seme per il futuro. Con coraggio, passione e cura, l’Italia può continuare a essere la patria del bello, del vero e del bene, un modello universale di umanesimo, ingegno e creatività.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div>
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		<title>Rerum Novarum 2.0. L’artigiano tra tradizione, responsabilità e futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Baturi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:35:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto dall’intervento di Giuseppe Baturi, Segretario Generale CEI, al convegno Match Point 2025 di Confartigianato Imprese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108556" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h.jpg" width="1066" height="1066" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h.jpg 1066w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922256_bccfb1fa04_h-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1066px) 100vw, 1066px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La valorizzazione del lavoro artigiano ha un impatto diretto sulla democrazia e sulla coesione sociale. Esso introduce nel mercato e nella società valori umani primordiali, originali, che non possono essere sostituiti da logiche esclusivamente economiche o tecnologiche»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>San Giovanni XXIII, nella <em>Mater et Magistra</em>, sottolineava come gli artigiani sparsi nel mondo debbano essere consapevoli della nobiltà della loro professione, del valore che apportano alla comunità e del ruolo nel mantenere vivo il senso di responsabilità e lo spirito di collaborazione. Operare con finezza, dedizione e originalità non è soltanto un modo di fare, ma un impegno culturale e sociale che trasforma il lavoro in testimonianza di civiltà.</p>
<p>Il Papa Roncalli indicava ai poteri pubblici la necessità di azioni concrete a sostegno degli artigiani, riconoscendo che essi portano con sé valori umani genuini e contribuiscono al progresso della civiltà. Questa visione positiva della responsabilità e del lavoro dell’artigiano rimane oggi attuale e cruciale. Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da quella che Papa Francesco definisce una “policrisi”, le crisi economiche, sociali, ambientali e tecnologiche si intrecciano e accelerano a vicenda, moltiplicandone gli effetti devastanti. La sfida è enorme: mantenere vive le comunità, preservare la dignità del lavoro, coniugare innovazione e valore umano.</p>
<p>La crisi del Covid-19 ha reso evidente come i momenti di difficoltà possano diventare occasioni di riflessione e riorganizzazione, purché affrontati con spirito collaborativo. Papa Francesco ha più volte ricordato che da una crisi non si esce mai uguali e non necessariamente migliori: la tentazione dell’egoismo e della contrapposizione può prevalere se non si lavora insieme. Tuttavia, la crisi può diventare un’opportunità per riordinare le priorità, ripensare il presente e immaginare nuovi scenari di sviluppo, dove lavoro, famiglia, impresa e comunità si intrecciano in un equilibrio responsabile.</p>
<p>L’azione di contenimento di una crisi economica, sociale o energetica deve essere accompagnata dalla capacità creativa di ripensare la realtà, di rimaginare il mercato e l’attività economica, di conciliare lavoro, impresa e famiglia. Solo così le crisi possono trasformarsi in occasioni di crescita collettiva e rafforzamento della comunità.</p>
<p>Come Leone XIII, con la storica enciclica <em>Rerum Novarum</em>, affrontò la questione sociale durante la prima rivoluzione industriale, così oggi la Chiesa propone strumenti interpretativi per affrontare la nuova rivoluzione tecnologica e digitale. L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida epocale per la dignità umana, la giustizia e il lavoro. Essa modifica profondamente settori come finanza, energia, logistica, marketing, gestione dei rischi, organizzazione del lavoro e formazione, e richiede attenzione alla concentrazione dei canali informativi, che possono essere controllati da pochi soggetti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’esperienza dell’artigiano, con la sua conoscenza concreta del lavoro, del territorio e dei collaboratori, diventa fondamentale per preservare ricchezza, pluralismo e creatività in un mondo sempre più digitalizzato. La tecnologia deve supportare e amplificare il lavoro umano, senza sostituirne il giudizio, l’etica e la responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un rischio concreto dell’innovazione tecnologica è la dequalificazione del lavoro, ridotto a funzioni ripetitive o rigidamente automatizzate. Per questo la formazione, l’aggiornamento professionale e la valorizzazione delle competenze diventano strumenti indispensabili per esaltare la creatività e l’impegno dei laboratori artigiani. Ogni laboratorio ha il potenziale per essere un luogo di innovazione, sperimentazione e crescita, dove la qualità del lavoro non si misura solo in termini di produttività, ma di valore umano e culturale.</p>
<p>Papa Francesco ha ricordato che il lavoro non è soltanto un mezzo per ottenere reddito, ma una dimensione fondamentale della vita, uno strumento di maturazione personale e di realizzazione di sé. Attraverso il lavoro, l’uomo comprende meglio se stesso, dialoga con gli altri, contribuisce alla costruzione della società e diventa parte attiva nella promozione della pace. Il lavoro artigiano, in particolare, è un modello di collaborazione, attenzione reciproca e dedizione alla comunità.</p>
<p>Il lavoro, oltre a generare reddito e progresso, ha un valore etico e sociale. È luogo di incontro, collaborazione e condivisione, dove si apprendono il rispetto, la solidarietà e l’attenzione verso l’altro. L’artigiano, con la sua capacità di creare bellezza, utilità e innovazione, diventa un custode di valori universali e promotore di coesione sociale. Ogni gesto creativo diventa un contributo al bene comune, alla giustizia e alla pace.</p>
<p>Papa Leone XIII aveva indicato due elementi fondamentali per garantire equilibrio sociale: la concordia e l’associazionismo. La concordia consente di sostituire la contrapposizione aprioristica con un ordine condiviso, mentre l’associazionismo permette agli uomini di agire insieme per il bene comune. Questa lezione rimane attuale: le diseguaglianze, i flussi migratori, i cambiamenti climatici, le guerre e le innovazioni tecnologiche richiedono una risposta comune, partecipata e responsabile.</p>
<p>La dottrina sociale della Chiesa non consiste in semplici affermazioni, ma in un cammino: avvicinarsi ai problemi, comprenderli nella loro complessità e proporre soluzioni attraverso dialogo, amicizia sociale e partecipazione attiva. Ogni generazione si trova di fronte a sfide nuove, che richiedono apertura mentale, capacità di ascolto e visione corale. L’alleanza per la speranza proposta da Papa Francesco, inclusiva, lungimirante e fondata sui dati di realtà, offre un modello per costruire una società più equa e solidale.</p>
<p>Il bene comune si realizza solo quando tutti gli attori – cittadini, lavoratori, imprenditori, artigiani, famiglie e associazioni – contribuiscono con responsabilità e impegno. La soggettività creativa, come ricordava Giovanni Paolo II, è la chiave per affrontare le crisi, generare sviluppo e preservare la coesione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Lo sviluppo reale non nasce dai piani statali o dai poteri astratti, ma dai soggetti concreti: chi lavora, chi investe tempo e competenze, chi scommette su imprese capaci di generare progresso. L’artigiano è protagonista di questa dinamica: la sua attività quotidiana diventa testimonianza di responsabilità, cultura e valore umano. La creatività, la manualità e la cura del dettaglio si trasformano in strumenti di coesione sociale e crescita collettiva»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il lavoro artigiano non è solo produzione materiale, ma pratica etica e sociale. Attraverso esso si costruiscono comunità, si trasmettono valori, si educano le nuove generazioni alla responsabilità e all’attenzione verso gli altri. La dimensione umana del lavoro, il legame con il territorio e la capacità di innovare senza perdere il senso della tradizione rappresentano la sfida più importante per le società contemporanee.</p>
<p>Le crisi, le innovazioni tecnologiche e le trasformazioni globali richiedono uno sforzo congiunto. L’artigiano, custode di valori universali e promotore di coesione sociale, resta un modello esemplare. Le mani che creano, modellano e trasformano la materia sono simbolo di un impegno che unisce tecnica, cuore e intelligenza. Attraverso questo impegno si costruisce sviluppo, giustizia, pace e felicità per la comunità.</p>
<p>La sfida del presente e del futuro è chiara: combinare tradizione e innovazione, responsabilità individuale e bene comune, creatività e tecnologia. Il lavoro artigiano, con la sua umanità, il legame con il territorio e la capacità di generare valore, costituisce una risposta concreta e positiva, offrendo al contempo un esempio di partecipazione sociale, etica e culturale.</p>
<p>In un mondo in rapida trasformazione, la manualità e la creatività degli artigiani rimangono fari di umanità, indispensabili per il progresso della società e per il bene di tutti. La loro opera quotidiana, fatta di dedizione, intelligenza e cura, rappresenta un impegno silenzioso ma vitale, capace di costruire un futuro più giusto, solidale e pieno di speranza.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-17" data-row="script-row-unique-17" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-17"));</script></div></div></div>
</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/rerum-novarum-2-0-lartigiano-tra-tradizione-responsabilita-e-futuro/">Rerum Novarum 2.0. L’artigiano tra tradizione, responsabilità e futuro</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Generazioni in attesa: il futuro messo in pausa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 08:45:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Paese dove nascite e imprese calano insieme, si afferma una nuova cultura dell’attesa: meno rischi, più eredità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108434" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280.jpg" width="1280" height="851" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-1024x681.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-768x511.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">L’accostamento non sembri sacrilego: la generatività è l’elisir che accomuna sia le giovani coppie intenzionate a mettere al mondo un figlio, sia la propensione ad avviare una impresa. Sono due dimensioni esistenziali – la vivacità demografica e la vivacità del tessuto produttivo – in cui oggi si evidenziano rischi preoccupanti per l’Italia.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La crisi delle nascite – anno dopo anno battiamo nuovi record negativi e da quattro anni siamo precipitati sotto la soglia dei 400.000 nati – è confermata dai primi dati relativi al 2025. Già nei primi tre mesi di quest’anno le nascite sono diminuite del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (e da gennaio la popolazione complessiva si è già ridotta di 13.000 unità). È evidente l’impatto dello tsunami demografico sui tassi di natalità delle imprese. In tutta onestà, bisogna ammettere che si tratta di un processo irreversibile, in assenza di significativi contributi dall’estero. Vediamo perché.</p>
<p>Il 2008 è stato l’anno dopo il quale è iniziata una fase di riduzione ininterrotta delle nascite. Rispetto ad allora, nel 2024 abbiamo registrato 206.000 nati nell’anno in meno (-35,9%). Se si considera che nello stesso arco di tempo le donne in età feconda (statisticamente, per convenzione, la popolazione femminile di 15-49 anni di età) sono diminuite di quasi 2,5 milioni (-17,9%), si comprende che circa due terzi delle nascite mancanti è da attribuire alla forte riduzione delle potenziali madri. Ciò significa che<strong> il processo di denatalità è destinato inesorabilmente a perpetuarsi anche qualora si riuscisse miracolosamente a invertire la traiettoria declinante del tasso di fecondità (oggi al minimo, con 1,18 figli per donna)</strong>. Ciò non vuol dire che sia inutile investire risorse pubbliche nelle misure di sostegno alla genitorialità (sgravi fiscali strutturali e trasferimenti monetari, asili nido pubblici, congedi parentali più generosi, strumenti di conciliazione tra il lavoro e le attività di cura per le donne occupate) e in lungimiranti politiche giovanili (si pensi solo al problema della casa per le giovani coppie), per il semplice motivo che altrimenti ci troveremmo a commentare dati ancora peggiori.</p>
<p>Bisogna però soffermarsi su un effetto nascosto della denatalità, che finora non è stato sottolineato. All’immagine di una piramide demografica rovesciata, con una base (formata dalle coorti più giovani) che si assottiglia progressivamente e un vertice (formato dalle persone nella terza e quarta età) che invece si allarga sempre di più, si sovrappone perfettamente l’immagine di un imbuto dei patrimoni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Meno nascite significano meno eredi, meno eredi significano eredità più cospicue. </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con quale effetto psicologico su coloro che sanno di essere destinatari di un atto di successione (appartenenti non solo alle famiglie abbienti, ma anche a buona parte della classe media patrimonializzata)? Gli effetti sono due.</p>
<p>Il primo effetto è una <strong>riduzione della propensione all’assunzione del rischio imprenditoriale</strong> (che si somma all’oggettivo prosciugamento del bacino di giovani in cui fermentano gli <em>animal spirits</em> della vocazione imprenditoriale che in passato hanno fatto grande l’Italia). Perché, se è vero che la concentrazione dei patrimoni rappresenta una rete di protezione per i tanti giovani che navigano a vista verso un futuro incerto e periglioso, è altrettanto vero che ciò determina una rottura del nostro modello di sviluppo tradizionale, con riferimento proprio a quel lievito vitale rappresentato dall’attitudine al fare impresa. Già nell’ultimo decennio (tra il 2013 e il 2023) i titolari e i soci d’impresa con meno di 30 anni si sono ridotti rispettivamente del 25,2% e del 40,6% per effetto della transizione demografica e anche a causa di una minore intraprendenza dei potenziali <em>rentier</em>.</p>
<p>Il secondo effetto dell’imbuto dei patrimoni è un inedito disincanto delle giovani generazioni verso il lavoro. Per accorgersene, basta tirare un bilancio dell’effervescente mercato del lavoro dell’ultimo anno, segnato da un numero record di occupati (più di 24 milioni) e dall’eccesso di domanda di lavoro rispetto all’offerta, ma non privo di paradossi. Ebbene, nel 2024 abbiamo registrato 352.000 occupati in più: +508.000 lavoratori dipendenti permanenti e -203.000 a termine, +508.000 a tempo pieno e -156.000 a tempo parziale, a cui sommare 47.000 lavoratori indipendenti in più. Tuttavia, <strong>più dell’80% dell’occupazione creata ha riguardato gli over 50 anni. Tra gli under 35 sono aumentati invece gli inattivi (+152.000). Perché i giovani rimangono ai margini del mercato del lavoro? Perché per loro il lavoro non possiede più l’aura dell’obbligo sociale.</strong> Anzi, è diventato socialmente accettabile dimettersi al buio, senza un piano B, o rifiutare un impiego ritenuto non gratificante economicamente o non esattamente in linea con le proprie aspirazioni. In altri termini, per loro il lavoro non rappresenta più un valore in sé, bensì solo un tassello dentro un mosaico più ampio: la propria vita. Non solo il lavoro ha perso, ai loro occhi, la forte carica identitaria che invece possedeva per le generazioni precedenti, ma soprattutto hanno interiorizzato la forte svalorizzazione del lavoro in corso da anni. Infatti, sacrificato sull’altare della competitività, in Italia il valore medio in termini reali di salari e retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2008, come ha calcolato recentemente l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">La scintilla vitale della generatività rischia dunque di affievolirsi, sia a causa dei processi strutturali in atto (la radicale denatalità), sia per effetto dei cambiamenti avvenuti nella sfera immateriale (l’immaginario collettivo delle giovani generazioni). </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che si tratti di mettere al mondo un figlio o di avviare un’attività economica individuale, parliamo di scelte esistenziali che oggi possono sembrare un azzardo inaccettabile a coloro che hanno maturato la consapevolezza scoraggiante di non vivere più dentro l’onda lunga dell’accrescimento economico e del miglioramento del posizionamento sociale. Se le cose stanno così, allora è meglio aspettare l’eredità, piuttosto che alzare la saracinesca di una nuova impresa.</p>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-19" data-row="script-row-unique-19" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-19"));</script></div></div></div>
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