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	<title>umanesimo - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>umanesimo - Spirito Artigiano</title>
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		<title>L’artigianato della pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Occhetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace non si impone né si improvvisa: si costruisce come un lavoro artigiano, tra tempo, ascolto e pazienza, fino a trasformare le fratture in legami.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110143" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-348x348.png 348w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>Un tema, quello della pace, quanto mai attuale alla luce degli scenari drammatici che quotidianamente attraversano il nostro tempo, e dei pericoli che questa involuzione bellicista può generare, soprattutto a danno delle nuove generazioni.</p>
<p>Lo intrecciamo alle voci e ai gesti della Giornata della Cultura Artigiana del 19 marzo, tra laboratori che respirano storia e futuro, tra mani capaci di trasformare materiali poveri in speranza viva.</p>
<p>Buona lettura, con la consapevolezza che la pace non sia solo un sogno, ma una condizione da costruire, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, per tutta l’umanità.</p>
<p>A partire da qui, proponiamo l’articolo di Padre <strong>Francesco Occhetta</strong></p>
<h2 style="text-align: center;">* * *</h2>
<p>L’artigianato della pace per il Magistero sociale della Chiesa è un’arte laboriosa, richiede mani esperte un cuore generoso e una mente aperta. Mentre spirano forti i venti di guerra i tempi dell’artigiano, lenti, pazienti e rispettosi della materia, offrono una potente metafora della pace che è come un manufatto, non nasce da un atto improvviso, ma da un processo fatto di gesti ripetuti, correzioni, attese e cura dei dettagli. L’artigiano non forza, ma ascolta; non accelera, ma accompagna: così la pace richiede processi di pacificazioni, di memoria condivisa, di confessione del male subito o provocato. Solo così le relazioni ferite si sanano in legami ricostruiti. In questo senso, la pace non è un prodotto da imporre, ma un’opera da tessere insieme, con la stessa umiltà e responsabilità con cui le mani dell’artigiano danno forma alla bellezza.</p>
<p>Lo ricorda anche <strong>Papa Francesco</strong> nella <strong><em>Fratelli tutti</em></strong>: la pace sociale è un’arte «laboriosa, artigianale» (FT 217). Coloro che cercano di deformare libertà e differenze con astuzia e risorse agiscono per interesse e frettolosamente; ciò che costruiscono è una pace fragile, effimera, buona solo per una «minoranza felice» (FT 217). Invece il Vangelo proclama: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Chi costruisce attivamente la pace non solo vive in comunione ma agisce come Dio, meritando il titolo di suo figlio.</p>
<p>I due Pontefici che si sono avvicendati nell’anno del Giubileo hanno richiamato il mondo ad una giustizia fondata sulla gratuità, che riorganizza la convivenza, ridistribuisce la terra, restituisce «“ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio», come ci ha ricordato Papa Leone all’Angelus in occasione dell’Epifania.</p>
<p>Mentre nascono movimenti contro i <em>kings, </em>i re del mondo, <strong>Papa Leone XIV</strong> esorta ad una conversione del cuore, una conversione sociale. All’immagine di una giustizia bendata, quasi riluttante a guardare i volti di coloro che giudica e armata di spada, il richiamo del Papa contrappone un’altra figura: quella della donna che ricuce i legami spezzati, tra figli o nella vita sociale e politica di nostri borghi e città.</p>
<p>Così anche il mondo artigiano è chiamato a capovolgere la giustizia, da retributiva, quella che ripaga il male con altro male, in giustizia riparativa che mette al centro il dolore della vittima e chiede al reo di riparare. Come l’artigianato richiede ingegno e audacia così l’uomo e la donna di pace sono coloro che sanno costruire nuove strade, aprire sentieri, costipare terreni, disegnare nuove «vie di pacificazione» (FT 225).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Mettere in rete esperienze, saperi e generazioni: la pace prende forma dove dialogo, lavoro e comunità tornano a stare insieme»</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo bisogno di connettere esperienze di pace, per arginare la violenza e la guerra, le pene esemplari e le scelte dei potenti che si sentono superiori alla legge. La <em>Scuola della Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro</em>, ora giunta al termine della sua quarta edizione, è un’esperienza di formazione in cui dialogo, sapienza artigianale, e studio sono al servizio della pace. Qui si integra conoscenza speculativa e pratica, tecnica e artigianato, studio teorico e mani all’opera. Attraverso la pratica e la cultura del dialogo si uniscono generazioni e saperi, per superare i particolarismi e vivere la fraternità. La crescita umana e quella professionale si illuminano reciprocamente in un’esperienza olistica, intellettiva, relazionale, spirituale e corporea. La Scuola si colloca nel solco della tradizione che anche Confartigianato promuove: tornare a investire non solo sulle mani — le competenze degli studenti e dei docenti — ma anche sulla testa — la ragione e il senso da dare ai progetti professionali e sociali — e sul cuore, la dimensione degli affetti e della volontà che orienta le scelte al bene e al bello. Anche ritornare a vivere insieme in comunità è per i ragazzi il primo modo per scegliere di vivere in pace tra loro quando ogni mattina si svegliano per poi andare insieme nei laboratori della Basilica di San Pietro.</p>
<p>La Chiesa, in ogni parte del mondo promuove un alfabeto per uscire dai conflitti e un’educazione alla pace per ricostruire quello che si è spezzato. In questa prospettiva, la mediazione diventa uno strumento decisivo per educare a una pace matura, che non coincide con l’irenismo né con una totale uniformità di vedute. Al contrario consente di sviluppare la capacità di abitare il conflitto, vivendo relazioni autentiche anche in presenza di divergenze e resistenze.</p>
<p>È proprio in questo tempo, in cui la violenza sembra crescere come un’onda inarrestabile, che diventa urgente investire nella formazione degli artigiani della pace che sono anzitutto mediatori: uomini e donne capaci di ricucire, con pazienza e competenza, gli strappi del tessuto sociale. Come sapienti artigiani, essi non eliminano il conflitto, ma lo trasformano, rendendo possibile ciò che appare irraggiungibile. È il forte auspicio a cui crede Papa Leone XIV: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle; al posto delle diseguaglianze ci sia equità; invece, dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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		<title>Mani che custodiscono la Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spirito Artigiano ha sentito Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino: la pace come «lavoro artigiano», risposta concreta alla crisi del multilateralismo e alle derive tecnologiche della guerra</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 75%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110159" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace.png" width="1136" height="928" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace.png 1136w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace-300x245.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace-1024x837.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace-768x627.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/3.Di-Bisceglie-Mani-che-custodiscono-la-Pace-350x286.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1136px) 100vw, 1136px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">L’appello di Papa Leone agli “artigiani di pace” non è soltanto un’immagine evocativa, ma una chiave di lettura per comprendere la postura della Chiesa di fronte alle guerre del presente. In un mondo segnato dalla crisi delle grandi architetture multilaterali e dall’avanzata di una tecnologia sempre più autonoma, il richiamo a una pace costruita “a mano” torna centrale. Ne parliamo con Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore, l’appello di Papa Leone agli artigiani di pace affonda le radici nel magistero recente. Da dove nasce questa immagine?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Nasce chiaramente dal pontificato di Papa Francesco, che ha parlato più volte della pace come di un lavoro artigianale. È una metafora molto concreta: la pace non è un prodotto industriale, non è qualcosa che si impone dall’alto, ma richiede pazienza, cura, capacità umana. È anche una risposta alla crisi delle grandi organizzazioni internazionali, che per decenni hanno rappresentato il principale luogo del peacemaking.»</p>
<p><strong>Quindi è anche una presa d’atto dei limiti del multilateralismo?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, ma non un rifiuto. La Chiesa cattolica continua ad avere una presenza importante nelle organizzazioni internazionali. Tuttavia, accanto a questo, esiste un altro livello: quello delle reti diffuse, degli ordini religiosi, delle organizzazioni laicali. È una struttura più “artigianale”, fatta di tante iniziative piccole ma capillari.»</p>
<p><strong>Lei parla di una dimensione quasi “metafisica” dell’artigianato. Cosa intende?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«L’artigianato non è solo una tecnica, è un’arte. Rimanda a una visione dell’umano che nella cultura cattolica è profondamente integrale: corpo, mente e spirito. L’artigiano lavora con le mani ma anche con l’intelligenza e la sensibilità estetica. In questo senso, è una categoria che dice qualcosa di essenziale su cosa significa essere umani.»</p>
<p><strong>Come si inserisce questa visione nel contesto delle guerre contemporanee?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Oggi abbiamo, da un lato, l’artigianato della pace e, dall’altro, una guerra sempre più segnata dall’intelligenza artificiale. Il rischio è che la tecnologia, lasciata a se stessa, porti a una disumanizzazione del conflitto. La risposta della Chiesa non è semplicemente meno tecnologia, ma una tecnologia governata da una mente artigiana, cioè umana, responsabile.»</p>
<p><strong>C’è una continuità tra i pontificati su questo tema?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Assolutamente sì. Il discorso di Assisi del 2016 di Papa Francesco, durante la Giornata mondiale di preghiera per la pace, è uno snodo fondamentale. Lì si parla esplicitamente di “artigiani di pace”. Papa Leone riprende questo filo e lo sviluppa, così come Francesco aveva fatto parlando anche di “artigiani di democrazia”.»</p>
<p><strong>Perché proprio l’artigianato diventa oggi una categoria così centrale per la Chiesa?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Perché è sempre stata, in un certo senso, più artigianale che industriale. L’artigianato è più vicino alla sua cultura rispetto al mondo operaio novecentesco. Ma oggi c’è anche una ragione più profonda: la sfida sull’umano. In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce i confini dell’uomo, l’artigiano rappresenta qualcosa di essenziale, di irriducibile. È una figura che ci ricorda che l’umano non è sostituibile.».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il gesto che crea: storie di bellezza e sapienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Germozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla tavola rotonda ‘Testimonianze di Imprese’, con designer e maestri artigiani, alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026). Hanno partecipato: Giulio IACCHETTI - Industrial designer; Erika LIBERATI - Ceramiche d’Arte Liberati; Roberto GALBIATI Arredamenti Galbiati Natale &#038; Figli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110113" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Dalla-redazione-Dalla-tavola-rotonda-%E2%80%98Testimonianze-di-Imprese.jpg" width="1920" height="1280" alt=""></div>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Sul palco del nostro racconto salgono figure di mani, occhi che osservano, gesti che trasformano. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Voci che parlano di ceramica, di legno, di oggetti che respirano, che raccontano, che vivono. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Qui non ci sono nomi, solo storie intrecciate, voci di chi ha scelto di fare dell’arte del fare il proprio mondo, la propria ragione di essere.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Come si coniuga un sapere antico con le sfide della modernità?» chiede una voce. La risposta arriva calma e ferma: «Bisogna conoscere da dove si viene per capire dove si sta andando. La tradizione è la radice, ma il presente ci chiama alla contemporaneità. La sapienza antica deve dialogare con la tecnologia, mantenendo l’anima romantica del nostro lavoro». Non c’è contrapposizione: la tecnologia non sostituisce la mano dell’artigiano, la memoria della materia; la amplifica, la rende visibile, la moltiplica. L’innovazione non è un nemico, ma un alleato. Come un grande calciatore che dribbla con leggerezza tra gli ostacoli, ogni gesto diventa un’espressione di gioia e libertà, un pallone che vola tra tradizione e futuro. Si parla di giovani, di scelte difficili.</p>
<p>«Oggi i ragazzi devono scoprire cosa accende il loro cuore», dice una voce. «Provare, sbagliare, tornare indietro, cambiare strada. Solo così si impara davvero». Si impara facendo, condividendo, trasmettendo una sapienza fatta di tempo, di gesti ripetuti, di mani che modellano e occhi che osservano. Il design entra nel racconto come ponte tra due mondi: uno verticale e profondo, l’altro orizzontale e curioso. L’artigiano conosce ogni fibra della materia; il designer raccoglie idee, le osserva, le fa vivere. Da questo incontro nascono oggetti che portano la memoria, la storia, e il desiderio del futuro.</p>
<p>«Guardate Geppetto», dice qualcuno. «Un burattinaio che estrae Pinocchio dal legno destinato al fuoco. Trasforma ciò che sembrava destinato a sparire in qualcosa di straordinario. Dare valore, bellezza e vita a ciò che sembrava insignificante: ecco il lavoro artigiano».</p>
<p>Non manca la riflessione sul mondo: sull’intelligenza artificiale, sulle regole, sulle leggi. L’artigiano vive in un ecosistema da curare, dove credito, infrastrutture, formazione, innovazione e cultura si incontrano. Senza cura, il sottobosco artigiano – le micro e piccole imprese, le botteghe custodi dell’anima del Paese – rischia di scomparire. Eppure, nonostante crisi, guerre, inefficienze, ogni laboratorio continua a respirare. Ogni gesto quotidiano diventa eroico: costruzione di bellezza, armonia, senso. L’orgoglio di essere artigiano è anche responsabilità verso la comunità, verso i giovani che raccoglieranno il testimone. «Ci vuole narrazione», si dice. «Raccontare ai ragazzi il valore del fare, la gioia di creare. L’artigiano non è serie B: è scuola di vita, di libertà, di intelligenza vivente».</p>
<p>In queste mani, in queste botteghe che resistono, l’Italia ritrova sé stessa: un Paese che nasce dal nulla e costruisce tutto, che trasforma materiali poveri in opere straordinarie, che trasforma gesti quotidiani in capolavori di umanità. Mentre il mondo corre verso l’istantaneo e il digitale, l’artigiano ricorda che l’essenza dell’uomo passa per le mani, il gesto creativo, la passione. Il futuro non si inventa solo: si costruisce pezzo dopo pezzo, con cura, rispetto e amore. Custodire la tradizione significa tenere in mano la speranza, la bellezza, la dignità di un Paese intero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em> </em><span class="font-435549"><em>Essere artigiano oggi è atto di orgoglio, di resistenza, di libertà. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È un gesto di pace. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È l’anima del Made in Italy che continua a vivere, creare, insegnare ed emozionare.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-5" data-row="script-row-unique-5" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-5"));</script></div></div></div>
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		<title>Identità italiana: la bellezza come destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Aldo Cazzullo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:40:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto dall’intervento di Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore, al Match Point 2025 di Confartigianato Imprese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108566" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo.jpg" width="1066" height="1066" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo.jpg 1066w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/9.Cazzullo-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1066px) 100vw, 1066px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le mani italiane parlano un linguaggio universale. L’artigiano che cesella il metallo, modella l’argilla, intona il violino, incontra oggi il braccio meccanico e l’algoritmo digitale. Tradizione e innovazione si intrecciano, eppure la tecnologia non sostituisce l’umano: lo amplifica, custodisce la sua memoria, accende il cuore. Ogni opera, ogni gesto, ogni oggetto fatto a mano diventa ponte tra passato e futuro, testimone di creatività, responsabilità e ingegno»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Italia, giovane come Stato ma antica come cultura, ha secoli di eccellenza alle spalle. Giulio Cesare e Virgilio, Dante e San Francesco, Giotto e Raffaello: fari che hanno plasmato l’identità italiana, unendo classicità e cristianità, pietà e creatività, etica e bellezza. Enea, l’eroe pietoso che porta sulle spalle padre e figlio, simboleggia la responsabilità verso le generazioni future. L’Italia non nasce dai confini o dalle leggi, ma dalla capacità di creare bellezza e custodirla nel tempo, da un’invenzione costante della propria grandezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La bellezza e l’artigianato sono strumenti di coesione, ponti tra generazioni, veicoli per trasmettere valori, resistere alle sfide, innovare senza perdere l’identità. Ogni gesto, ogni opera, ogni scelta contribuisce al bene comune. La responsabilità individuale è il cuore della comunità, e oggi più che mai è chiave per affrontare le sfide dell’economia digitale, della globalizzazione, della gestione del territorio»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il patrimonio italiano non è solo fatto di monumenti o opere: è memoria, fiducia, consapevolezza. I numeri demografici parlano chiaro: il calo delle nascite segnala una società che deve ritrovare fiducia nel futuro. Senza consapevolezza di sé e del proprio valore collettivo, anche il più grande tesoro culturale rischia di restare chiuso in una teca, lontano dalla vita.</p>
<p>In questo quadro, lavoro, artigianato ed educazione diventano strumenti di rinascita. I mestieri d’arte trasformano materia e realtà in opere che parlano all’anima, insegnano pazienza, precisione, amore per il dettaglio. L’innovazione tecnologica può amplificare queste competenze, ma mai sostituirle. I giovani devono conoscere il passato, tradurlo in abilità concreta, contribuire alla crescita della comunità nazionale. Formare, trasmettere, guidare: così si costruisce un’Italia viva, creativa, responsabile.</p>
<p>La forza dell’Italia si manifesta anche nel mondo. Nonostante le dimensioni ridotte, il Paese possiede un patrimonio artistico e culturale unico: sessanta siti UNESCO che raccontano storia, arte, artigianato, saper fare. Creare bellezza, unire storia e innovazione, coltivare talento e ingegno: questa è la forza dell’Italia, capace di attrarre il mondo intero. Il cibo, i vini, la moda, l’arte, l’artigianato: ogni creazione italiana porta con sé memoria, storia, emozione, umanità.</p>
<p>Essere italiani significa custodire e trasmettere questo patrimonio. Non è una sfortuna: è privilegio e responsabilità. Significa leggere la propria storia, comprendere radici e identità locali, valorizzare eccellenze artigiane e artistiche, affrontare sfide globali con coraggio. Significa formare i giovani, guidarli, offrire loro strumenti per tornare e contribuire al bene comune, affinché l’Italia continui a creare bellezza, innovazione e senso civico.</p>
<p>Il legame tra memoria e futuro attraversa tutta la storia dell’identità italiana. L’Italia ha saputo rinascere dalle crisi, dalle guerre, dalle calamità, dalle divisioni interne, grazie alla resilienza dei cittadini, alla creatività degli artigiani, alla bellezza dell’arte e alla profondità della cultura. Ogni generazione ha costruito un Paese capace di guardare avanti senza dimenticare il passato, dove eccellenza e responsabilità individuale si incontrano per il bene comune.</p>
<p>Oggi, nonostante le difficoltà, l’Italia conserva un prestigio straordinario. È una terra in cui il valore dell’arte, della cultura, dell’artigianato e del lavoro manuale continua a essere riconosciuto. Essere italiani significa custodire questa eredità con orgoglio, valorizzare la memoria storica e artistica, promuovere l’innovazione, trasmettere fiducia ai giovani. È questa identità, ricca di storia, bellezza e responsabilità, che consente all’Italia di continuare a essere protagonista nel mondo, modello di creatività, ingegno e umanesimo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia è un mosaico di mani, occhi, cuori e cervelli. Ogni gesto, ogni opera, ogni pensiero contribuisce a tessere la trama di un Paese unico»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Custodire questo patrimonio, valorizzare le diversità, promuovere l’innovazione, trasmettere fiducia: questa è la missione di chi ama l’Italia. Essere italiani è un privilegio, una responsabilità, un’opportunità. E con questa consapevolezza, l’Italia può continuare a splendere, creando bellezza, innovazione e umanesimo, unendo passato e futuro, memoria e speranza, talento e cuore.</p>
<p>In un mondo in cui tutto corre e cambia in continuazione, l’Italia resta custode di un equilibrio raro: la capacità di coniugare storia, artigianato e tecnologia, radici profonde e visione futura. Qui il passato non è peso, ma luce; qui la memoria non imprigiona, ma guida; qui l’identità è creatività viva, che si rinnova ogni giorno attraverso mani che modellano, menti che innovano, cuori che custodiscono.</p>
<p>Ecco l’Italia, così fragile e così forte, così giovane e così antica: un Paese che insegna che la bellezza non è ornamento, ma forza; che la responsabilità non è imposizione, ma privilegio; che l’identità non è ricordo, ma progetto. Ogni italiano è custode e narratore di questa storia, ogni gesto è seme per il futuro. Con coraggio, passione e cura, l’Italia può continuare a essere la patria del bello, del vero e del bene, un modello universale di umanesimo, ingegno e creatività.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-7" data-row="script-row-unique-7" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-7"));</script></div></div></div>
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		<title>La bella Italia che resiste: radicamento, comunità e futuro dei territori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena Granata]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto dall’intervento di Elena Granata, docente di pianificazione urbana e territoriale al politecnico di Milano, al convegno Match Point 2025 di Confartigianato Imprese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108586" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h.jpg" width="1012" height="1012" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h.jpg 1012w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1012px) 100vw, 1012px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">«La “bella Italia” non è più quella che si racconta nelle cartoline, nelle guide turistiche o nelle retoriche dei festival dedicati al Made in Italy. Borghi incantati, valli e città storiche, un tempo custodi di saperi e tradizioni, oggi vivono sotto il peso di un’inedita fragilità sociale ed economica».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema non riguarda solo la loro bellezza paesaggistica o il patrimonio culturale, ma la capacità concreta di garantire alle nuove generazioni un progetto di vita stabile, radicato nei luoghi, fatto di casa, lavoro e comunità. Questo diritto, fondamento di qualsiasi società sana, si sta erodendo sotto le pressioni di un modello economico che premia solo i territori già attrattivi, lasciando indietro gran parte delle aree interne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il nodo centrale della questione è la casa. Non più solo una questione di disponibilità, ma di accessibilità e sostenibilità. La crisi abitativa, storicamente associata alle grandi città, si è allargata in modo sorprendente e quasi simultaneo a università, città medie e località turistiche, fino a raggiungere le comunità montane e rurali»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Val di Fiemme, per esempio, la mancanza di alloggi per infermieri, agricoltori e lavoratori locali compromette l’economia e la vita della comunità. Lo stesso modello economico, basato sull’abitare come strumento di reddito e speculazione, si applica tanto a Milano quanto a Lecce, Napoli o Cagliari. L’abitare diventa un bene di consumo, sacrificando il diritto fondamentale di avere un luogo in cui costruire relazioni, fare famiglia e avviare progetti di vita.</p>
<p>Il progetto di vita delle nuove generazioni risente di questa crisi: la possibilità di radicarsi, di lavorare vicino a casa o all’università, di iniziare un’attività imprenditoriale o semplicemente di formare una famiglia diventa un privilegio riservato a pochi. Le aziende, di conseguenza, soffrono la mancanza di personale qualificato, formato nei migliori atenei e costretto a migrare verso città o Paesi che offrono condizioni abitative e opportunità migliori. La difficoltà di trovare lavoro, casa e radicamento costituisce una stretta che si ripercuote sulla competitività economica dell’intero Paese.</p>
<p>Oggi i territori italiani sono dominati dalla logica dell’attrattività per il capitale, più che dalla capacità di garantire qualità della vita ai residenti. Le città non sono più luoghi in cui vivere, creare e innovare, ma scenari da valorizzare per investimenti e turismo. Questo crea una dicotomia drammatica: territori attrattivi, pronti a ricevere capitali e turisti, e territori sacrificati, destinati all’abbandono. Le città medie, le piccole imprese e le comunità locali, che per decenni hanno garantito coesione e sviluppo, sono oggi tra le più penalizzate. L’esito è un’Italia a più velocità, dove la stabilità degli abitanti stanziali e delle famiglie con bambini è subordinata alla capacità di attrarre capitali finanziari.</p>
<p>Anche il turismo, pilastro di molte economie locali, mostra i limiti di questo modello. Le aree storicamente attrattive, come le Cinque Terre o l’Emilia Romagna, si confrontano con oscillazioni improvvise nella capacità di accogliere visitatori. L’overtourism, il sovraffollamento e la saturazione dei luoghi mettono in crisi sistemi che fino a ieri sembravano efficaci e consolidati. La fiducia tra turisti, residenti e territori si deteriora rapidamente: quando si rompe questo patto di fiducia, la reputazione di un luogo cala e il danno è spesso irreversibile. Il web decide dove andare in vacanza, chi premiare e chi punire, e la geografia dei sommersi e dei salvati cambia di anno in anno, creando instabilità e confusione.</p>
<p>Il problema va oltre l’estetica o la dimensione economica: riguarda la relazione tra abitus e habitat, tra le persone e i luoghi in cui vivono. Ogni borgo, città o valle custodisce conoscenze, competenze e tradizioni che non possono essere prefabbricate o standardizzate. La perdita di queste relazioni mette a rischio ciò che rende l’Italia unica: capitale culturale, artigianale e spirituale. La fragilità dei territori non è solo fisica, ma sociale: senza cura dei legami e della comunità, il Paese rischia di diventare un territorio anonimo, incapace di valorizzare la propria storia e la propria identità.</p>
<p>Parallelamente, alcuni territori marginali rischiano di essere sovrascritti da logiche estrattive e globalizzate, che arrivano sotto forma di logistica, grandi piattaforme, resort o infrastrutture commerciali. La valorizzazione dei luoghi diventa sfruttamento, e le comunità si trovano a subire pressioni economiche senza poter influire sulle decisioni. Amazon e altre piattaforme digitali rappresentano un esempio concreto: acquistano territori, capitalizzano sugli spazi e sulle persone, imponendo dinamiche di mercato che spesso escludono la comunità e riducono il radicamento locale.</p>
<p>In questo contesto, la risposta non può essere importata dai modelli anglosassoni o americani, centrati su efficienza, profitto e attrattività globale. Serve una prospettiva mediterranea, basata sulla cooperazione, sulla tradizione e sul legame con i luoghi e le comunità. La leadership deve saper coniugare creatività e saper fare, rispetto per la storia e apertura all’innovazione, cooperazione e dialogo, capacità di valorizzare ciò che è locale senza rinunciare alla dimensione globale. Dal Mediterraneo, culla di civiltà e di pratiche sociali virtuose, può emergere una risorsa di competenze morali e immaginative in grado di guidare scelte di sviluppo sostenibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il radicamento nei luoghi è quindi un atto strategico: proteggere la casa, le relazioni sociali, la comunità significa tutelare la capacità italiana di innovare e di competere, preservando le specificità culturali, storiche e artigianali che rendono il Paese unico». </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La bellezza dei territori non è solo estetica: è relazionale, culturale, economica e spirituale. Solo mettendo al centro l’abitare, il radicamento e la comunità si può resistere alla pressione dei modelli globalizzati, costruire un futuro sostenibile e valorizzare l’Italia come luogo in cui vivere, lavorare e creare.</p>
<p>Infine, la minaccia della “tabula rasa” planetaria, dal turismo selvaggio ai resort costruiti sulle rovine del mondo, ci ricorda quanto fragile sia il legame tra sviluppo economico e qualità della vita. La distruzione dei luoghi per fini speculativi, sia locali che globali, rende evidente la necessità di un approccio che non si limiti a valorizzare il capitale o il profitto, ma che tuteli la dimensione umana, sociale e culturale dei territori. La sfida consiste nel recuperare la centralità del luogo e della comunità, difendendo l’Italia da logiche che riducono i territori a semplici strumenti di sfruttamento.</p>
<p>In questo quadro, la leadership, le istituzioni, le imprese e le comunità devono reimparare a guardare ai territori con occhi diversi: non come piattaforme da monetizzare, ma come laboratori di vita, di cultura e di saper fare. La capacità di valorizzare la “bella Italia” risiede nell’intreccio tra tradizione e innovazione, tra radicamento e apertura, tra cura dei luoghi e sviluppo sostenibile. Solo così si può garantire alle nuove generazioni la possibilità di costruire progetti di vita reali, ancorati a una comunità e a un territorio, capaci di dare senso e futuro al Paese.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>L’impresa come luogo relazionale: generatività e tessitura sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Patrizia Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 08:40:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’impresa artigiana italiana si misura oggi con la sfida di ripensarsi come comunità generativa, oltre la logica individuale e la nostalgia del passato. Lo rileva il 3° Rapporto Italia Generativa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108504" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-scaled.jpg" width="2560" height="1709" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-scaled.jpg 2560w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-1024x684.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-768x513.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-1536x1025.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-2048x1367.jpg 2048w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/pexels-cody-berg-3099298-350x234.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></div>
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<p>Prendere sul serio questa domanda significa uscire dalla facile retorica per mettere in discussione gli immaginari costruiti attorno ad un’identità artigiana come parte viva delle radici italiane. Solo per questa via, infatti, potrebbe essere possibile superare l’automatismo della risposta, per ripensare, riattualizzandole, le ragioni e le passioni di quel patrimonio imprenditoriale, generando così nuove prospettive di senso e di lavoro.</p>
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<h2><span class="font-435549">*Giro di boa</span></h2>
<p>Un aiuto in questa direzione arriva dal <strong>III Rapporto Italia Generativa</strong> che invita a leggere l’attuale contesto come finestra di opportunità per far compiere all’intrapresa italiana un “giro di boa”: un cambio profondo nella direzione di marcia, per lasciarsi alle spalle un modo individualistico, autoreferenziale, e solo strumentale – e dunque insostenibile – di pensare e fare l’impresa, anche quella artigiana, e riscoprirne la dimensione costituzionalmente relazionale, collettiva e contestuale.</p>
<p>I dati raccolti confermano la crucialità della questione: la mancanza di una risposta sensata alle sollecitazioni che ci arrivano dalla transizione digitale ed ecologica, dalle trasformazioni demografiche, dall’incertezza geopolitica, dalla volubilità finanziaria non potranno che produrre una crescente marginalità, non solo di singole organizzazioni, ma di interi comparti e territori. È urgente compiere un movimento diverso, non per tornare indietro ad un passato nostalgico, ma assumersi la responsabilità dell’innovazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">*Il segno che resta dell’intrapresa italiana</span></h2>
<p>La buona notizia è che in questo passaggio epocale le imprese disponibili al cambiamento non sono sole: possiamo ancora contare sul “segno che resta” dell’intrapresa italiana, un segno che emerge tra le pieghe delle 12 interviste raccolte nella seconda parte del Rapporto.</p>
<p>Seppur eterogenee tra loro per dimensione, contesto, settore, le aziende narrate ci aiutano &#8211; non solo con le azioni ma anche a partire dalle logiche che le guidano &#8211; a ricomporre il DNA di un’intrapresa italiana che ha cercato di muoversi diversamente dal mainstream, cambiando, eppure rimanendo fedele a sé stessa.</p>
<p>L’impresa italiana assomiglia più alla pianta che ad un animale – per riprendere una efficace immagine dell’economista Luigino Bruni, È più simile ad un corpo vivente che a una macchina, più ad una comunità di persone – come ben descriveva Olivetti – che ad un capitano solitario a prua della sua nave. Un’impresa che si è pensata come rete di relazioni di reciprocità, motore di creatività e competenze diffuse, custode di saperi originali stratificati nei tempi e nei luoghi da trasmettere alle nuove generazioni, nodo di congiunzione tra qualità produttiva, etica e coesione sociale.</p>
<p>Ed è a queste imprese che possiamo guardare non come “modelli” da replicare, ma come esempi da cui lasciarci interrogare e ispirare nella ricerca di un nuovo senso – che è direzione e significato &#8211; dell’impresa artigiana.</p>
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<h2><span class="font-435549"><strong>*L’impresa è relazionale e contestuale</strong></span></h2>
<p>Le interviste sono molto chiare: oggi l’impresa che genera valore è quella che sa tessere e manutenere legami non solo strumentali, ma di visione; che riconosce e valorizza le sue persone; che ne attiva le potenzialità e le fa fiorire, restituendo senso e dignità al lavoro e al territorio. È questo il cuore dell’impresa generativa<strong>:</strong><strong> </strong><strong>la capacità di aprire nuove opportunità per sé e per altri, rigenerando continuamente la vita economica, sociale, culturale e istituzionale attraverso l’immissione di nuova spinta in termini di fiducia, legami, cultura, responsabilità e bellezza</strong><strong>. </strong>Le esperienze raccolte confermano l’esistenza di luoghi produttivi dove l’identità aziendale non si separa dal tessuto sociale e culturale in cui è nata. Anzi, ne è una naturale evoluzione. In queste imprese il lavoro è vissuto come progetto, come bene condiviso, come alleanza tra generazioni.</p>
<p>Ne è un esempio Caimi, azienda di design industriale di terza generazione, che ha trasformato i suoi laboratori in un polo di ricerca aperto, dove arte, scienza, musica e impresa dialogano attorno al tema del benessere acustico. Un’impresa che, nel solco del suo fondatore Renato Caimi, continua a portare avanti una relazione di gratitudine fattiva con il territorio e dona il 50% del tempo dei suoi laboratori a enti di ricerca e artisti, nella convinzione che solo nel dialogo e nella contaminazione con l’altro nasca vera innovazione. Non si tratta di filantropia, ma di una strategia coerente e concreta di stare al/nel mondo. Lo confermano le logiche di relazione promosse nei decenni da Caimi con la rete dei fornitori locali che si tramanda di padre in figlio, e che innerva il territorio di fiducia, lealtà, amicizia, reciprocità, capitali indispensabili per superare insieme momenti di crisi o di emergenza.</p>
<p><em>Per uscirne vivi serve un pensiero intergenerazionale </em></p>
<p>In un Paese che, paurosamente, invecchia e incomincia ad interrogarsi su chi saranno gli eredi del patrimonio imprenditoriale, sono generative le imprese che stanno investendo nell’aprire spazi e opportunità per i giovani e promuovere virtuosi scambi generazionali.</p>
<p>Un’esperienza che sta facendo scuola è Loccioni, impresa tecnologica marchigiana, che ha sviluppato un vero e proprio ecosistema intergenerazionale con il fine di promuovere il territorio, ma anche garantirsi un portentoso vivaio di talenti: dai bambini delle elementari ai pensionati esperti, tutti possono entrare in relazione con l’impresa, contribuendo al suo sviluppo. “L’impresa per tutte le età®” vede l’interdipendenza di tre aree di sviluppo organizzativo: la <em>Bluezone </em>prevede percorsi personalizzati per gli studenti che vogliono imparare facendo. Tutta l’impresa è a loro disposizione per insegnare il lavoro come integrazione e progettualità intergenerazionale. Mentre si aiutano i giovani ad orientarsi nella scelta del proprio futuro, si costruiscono legami che durano nel tempo. <em>Redzone </em>è lo spazio dei collaboratori che, nella logica di Loccioni, sono “intraprenditori”, lavoratori della conoscenza che vivono il lavoro come sfida, progetto, innovazione e crescita. In questi anni 100 di loro ha avviato la propria impresa. E infine la <em>Silverzone</em>, una rete di oltre 120 persone over 65 di grande esperienza, scelti tra clienti e fornitori, che si mettono disponibili per nuove co-progettazioni intergenerazionali per il gusto di insegnare e di imparare dai ragazzi.</p>
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<h2><span class="font-435549">*Da soli non si cambia il mondo</span></h2>
<p>Le imprese generative costruiscono relazioni solide con le scuole, con le università, con i fornitori, con i clienti. Costruiscono, insomma, comunità attorno alla risoluzione di questioni di natura sociale, ambientale culturale.</p>
<p>Un bell’esempio è quello offerto dalla Fondazione Antonio Lombardi. Il prêt-à-porter italiano ha visto l’ascesa di manager e artigiani straordinari, ma oggi molti di loro stanno andando in pensione senza un adeguato passaggio generazionale. Così, ispirata dal pensiero del sociologo Richard Sennett che vede l’artigianalità come un sapere prezioso, ma nella consapevolezza della fragilità di questa stessa conoscenza se non trasferita alle giovani generazioni, la Fondazione ha investito nella creazione di un’Accademia che si propone di rivitalizzare un piccolo segmento della filiera della moda italiana, quello delle competenze tecniche sul prodotto, che spaziano dalla confezione allo sviluppo, fondamentali per dare vita alle creazioni dei designer. La Fondazione mette a disposizione alcune borse di studio interamente finanziate per sostenere giovani con limitate opportunità economiche. L’Accademia propone un intenso programma formativo: per un anno, i giovani partecipano a laboratori pratici, dedicandosi all’apprendimento dell’intera filiera del tessile. Seguono sei mesi di stage presso grandi aziende del settore, divenute partner strategici. Ad oggi, tutti i giovani usciti dall’Accademia hanno trovato un impiego.</p>
<p>Altra esperienza di grande impatto è quella di Dallara, storica azienda della Motor Valley, che ha deciso di puntare sulla formazione a partire dall’incontro con un bisogno reale: la mancanza di manodopera specializzata nel settore dell’automotive. L’iniziativa di Dallara ha dato vita ad un’articolata filiera formativa promossa da un’alleanza pubblico-privato che vede accanto alle principali aziende dell’automotive, anche imprese del settore food, scuole, enti formativi e istituzioni locali, regionali e nazionali. Negli anni l’offerta si è ampliata e specializzata: dalle proposte laboratoriali per i più piccoli; agli incontri di esplorazione e sperimentazione per i più grandi, fino alla formazione superiore e universitaria orientata alla ricerca e all’innovazione in azienda e al reskilling per i collaboratori già attivi. La Dallara Academy è il luogo simbolo di questo investimento, uno spazio dedicato alla formazione in campo tecnologico, voluto fortemente dall’Ingegner Dallara a conferma del legame di riconoscenza verso il territorio.</p>
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<h2><span class="font-435549">*Una via per l’artigianato italiano?</span></h2>
<p>Quando custodisce e trasmette un mestiere; quando crea e innova condividendo la conoscenza; quando sceglie la qualità alla quantità, la relazione alla transazione, il “fatto bene” al “fatto in fretta”; quando investe sul proprio territorio, l’artigianato è generativo.</p>
<p>Ma oggi serve un salto ulteriore: passare dall’agire<strong> individuale a una visione ed azione collettiva</strong><strong>.</strong> Se connesse tra loro, le imprese artigiane possono porsi come <strong>rete generativa territoriale</strong>: aprire laboratori nelle scuole, accogliere giovani in formazione, progettare con gli enti pubblici, costruire filiere glocali (locali + globali) creative e sostenibili.</p>
<p>Artigiano è una parola che non può essere perduta. Non si potrà dimenticare che il lavoro manuale incorporato nell’artefatto unisce sapienza tramandata, intelligenza e maestria creativa; che l’etica del fare artigiano – nel dare vita alla materia – è frutto di una cultura di luogo, di un talento originale, di una unicità dei processi.</p>
<p>L’artigiania connota l’identità del nostro Paese, ed è il tratto generativo della tipicità italiana. È una delle storie di successo del Made in Italy ancora prima che lo si chiamasse tale: i suoi prodotti possono emigrare, ma non si disperdono perché restano nel tempo a testimoniare ingegno, cura, utilità. Il suo racconto è da riproporre e valorizzare perché concorre alla proiezione futura dell’Italia. Questo significa ritrovare un’idea di crescita integrale, relazionale e contestuale.</p>
<p>La generatività è un modo concreto di fare impresa. Un modo che rilega passato e futuro, tecnica e cultura, impatto economico e valore sociale. L’impresa generativa non è una bella teoria o una buona intenzione. Molte realtà italiane sono il segno visibile che è tutto vero.<em> (di Patrizia Cappelletti e Riccardo Della Valle[1])</em></p>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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<h6>[1] Riccardo Della Valle &#8211; Ha svolto la carriera al Credito Italiano e in UniCredit ricoprendo ruoli manageriali nelle relazioni sindacali, sostenibilità e csr, nei rapporti istituzionali con le comunità locali. È stato segretario della Società italiana di ergonomia-SIE e tra i promotori del Forum per la finanza sostenibile. È componente del segretariato dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile-ASviS e del comitato scientifico della Fondazione Symbola. Socio dell’Associazione Comm.On!, collabora alle attività del Centro ARC-Università Cattolica di Milano.</h6>
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		<title>Artigianato da rigenerare: sapersi reinventare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Payar]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 08:25:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Il nostro compito nella vita non è riuscire, ma continuare a fallire con animo sereno" Robert Louis Stevenson</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108493" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280.jpg" width="1280" height="852" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280-768x511.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/07/leaf-5009630_1280-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<p data-start="315" data-end="1986">Al secondo posto tra i Paesi europei per il numero di imprese attive (dietro alla Francia), l’Italia è al terz’ultimo posto per tasso di natalità, cioè il rapporto tra numero di attività avviate in un anno rispetto a quelle attive nell’anno precedente.<br data-start="567" data-end="570" />Le imprese italiane sopravvissute dopo 3 anni dalla loro costituzione rappresentano il 4,4% della popolazione totale delle imprese attive, una quota tra le più basse in Europa, 1,5 punti percentuali inferiore rispetto alla media UE (5,9%).<br data-start="809" data-end="812" />Si tratta di situazioni che appaiono contraddittorie ma che solo in parte lo sono in quanto tutta la crescita industriale dell’Italia a partire dal Secondo Dopoguerra potrebbe essere ricompresa e mirabilmente sintetizzata nel concetto metaforico del volo del calabrone. Come si sa, secondo la teoria aerodinamica il calabrone non potrebbe volare ma lo fa lo stesso. Questa metafora è particolarmente usata per sottolineare la capacità del sistema economico italiano di operare efficacemente anche in assenza di condizioni ottimali.<br data-start="1343" data-end="1346" />Sulle anomalie di sistemi produttivi locali di successo, dove nel tempo si è intrapreso senza avere l’impresa descritta nei manuali di economia e trovandosi parte in sistemi di subfornitura di prossimità ne parlano Fabrizio Galimberti e Luca Paolazzi ne Il volo del calabrone &#8211; Breve storia dell’economia italiana del Novecento (Le Monnier, 1998), che si avvale di una significativa premessa di Giacomo Becattini, il massimo studioso del fenomeno dei distretti industriali e del localismo imprenditivo italiano. Becattini pubblica poi (Il Mulino, 2007) Il calabrone Italia &#8211; Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana.</p>
<p data-start="1988" data-end="5672">L’economista fiorentino apre una prospettiva nuova alla lettura dei fenomeni dello sviluppo economico del Paese (su cui poi darà riscontro lo stesso Giuseppe De Rita con il Censis), ponendo al centro dell&#8217;attenzione aspetti che la visione tradizionale, prigioniera dell’idea dell’inevitabile avanzamento del gigantismo industriale, lasciava in ombra. <strong>Per Becattini e De Rita il fulcro dello sviluppo è nell’intraprendenza geniale dell’agente umano, col suo impegno, la sua intelligenza, la sua creatività: nel lavoro, nella ricerca scientifica, nelle organizzazioni, nel sociale, nella vita in generale. Il ruolo del progresso tecnico in senso stretto ne viene, conseguentemente, ridefinito e storicizzato</strong>. Quando si affacciano i primi dilemmi connessi ai segni del declino economico del Paese, gli studi di Becattini e della sua scuola come anche la ricerca di De Rita si staccano dalla vulgata economicista del pensiero dominante per sottolineare la necessità di politiche industriali che sviluppino, riqualificandoli, i tradizionali punti di forza del ‘modello italiano’.</p>
<p data-start="1988" data-end="5672">Prima di procedere vale la pena di riportare la definizione di sistema produttivo locale – cioè ‘distretto industriale’ – che enuncia Becattini: “Definisco il distretto industriale come un&#8217;entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un&#8217;area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali. Nel distretto, a differenza di quanto accade in altri ambienti (ad esempio, la città manifatturiera), la comunità e le imprese tendono, per così dire, ad interpenetrarsi a vicenda. Il fatto che l&#8217;attività dominante sia quella industriale differenzia il distretto da una generica «regione economica».” (Becattini, IL DISTRETTO INDUSTRIALE MARSHALLIANO COME CONCETTO SOCIO-ECONOMICO, “Studi e informazioni &#8211; Quaderni” / 34, 1989).<br data-start="3906" data-end="3909" />Non ci soffermeremo ulteriormente sui concetti del distretto industriale marshalliano: l’atmosfera industriale, o “industrial atmosphere” nel contesto dei distretti industriali marshalliani, si riferisce a un ambiente sociale e culturale che favorisce la collaborazione, la condivisione di conoscenze e l&#8217;innovazione all&#8217;interno di un&#8217;area geografica specifica. Questo concetto, elaborato da Alfred Marshall (1922), descrive come la concentrazione di imprese e lavoratori in un distretto industriale crei una sorta di ‘contagio’ di idee e competenze.<br data-start="4459" data-end="4462" />Per i connotati originari del ‘capitalismo’ individuale italiano, che ancora è il genoma dell’intraprendenza specifica italiana, indipendentemente dalle epoche, rimandiamo a Giorgio Bocca, Miracolo all’italiana, del 1962 (Feltrinelli), che descrive la cultura piccolo borghese di provenienza contadina della riproduzione virale del fai-da-te imprenditoriale locale (imprenditori senza azienda).<br data-start="4856" data-end="4859" />L’Italia degli inizi degli Anni ’60 era ancora molto povera, arretrata e modesta. Ma al contrario di oggi quell’Italia aveva un animo lieto e alacre. E nonostante le inevitabili difficoltà della vita, era un Paese percorso da un’idea di grande fiducia e di progresso di sé e del mondo. E gli italiani un popolo di “individualisti dell’unicità” (Magatti) dalle aspettative crescenti. Oggi, in una fase segnata dal rancore e dalla paura, quelle pagine di Bocca potrebbero sembrare lontane. Eppure il suo sguardo è come sempre fulminante e attuale. Basti solo ricordare l’incipit, tra i più famosi del giornalismo nostrano: “Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”. Qui Bocca parlava di Vigevano, ma valeva per tutte le aree locali del Centro-nord.</p>
<p data-start="5674" data-end="8473"><strong>L’immaginario del successo della micro e piccola impresa italiana risente ancora del suo periodo d’oro, ovvero il trentennio 1950-1980. Uno dei dati su cui si fonda la narrazione del cosiddetto ‘miracolo economico’ è la crescita del Pil dell’Italia, che all’inizio degli Anni ’60 toccava punte di oltre il 6%, fin quasi a 7.</strong><br data-start="5998" data-end="6001" />Ma con la crescita progressiva, dapprima lenta ma che poi s’impenna dagli Anni ’70 in poi, del debito pubblico il famoso ‘boom’ deve considerarsi concluso. (Nel 1973 il rapporto Pil-debito pubblico in Italia era intorno al 50%, in aumento rispetto al 36% del 1970. Questo incremento fu in parte dovuto all&#8217;introduzione delle baby pensioni e poi ad altri fattori dell’estensione del welfare state che pesarono sui conti pubblici.)<br data-start="6430" data-end="6433" />Un altro apporto decisivo all’individuazione e comprensione delle peculiarità imprenditive del modello italiano lo danno gli studi di Enzo Rullani e di Aldo Bonomi. Per tutti rammenteremo qui Il capitalismo personale &#8211; Vite al lavoro (Einaudi, 2005).<br data-start="6683" data-end="6686" />“L’espressione «capitalismo personale» mette insieme due termini contraddittori, che in passato si è cercato di separare. La natura impersonale del capitale – considerata sinonimo di modernità – lo identificava strettamente con l&#8217;ambito dell’azienda, mentre la persona apparteneva allo spazio proprio della vita privata, nettamente distinto dall&#8217;ambito tecnico della produzione. Oggi però il capitale ha sempre più bisogno delle persone, che si impegnino nelle aziende utilizzando al meglio le proprie capacità e sviluppando autonomie crescenti”. Nuove opportunità certo, ma anche rischi e sofferenze dal soggiogamento alle nuove dittature del prestazionismo e del risultato.<br data-start="7361" data-end="7364" />“«L&#8217;Italia” – dicono Rullani e Bonomi – “non è soltanto un capitalismo di piccola impresa. È molto di più. Infatti, la piccola impresa italiana compete sul mercato non tanto perché è piccola, ma grazie alla sua straordinaria capacità di sfruttare i vantaggi della divisione del lavoro e della condivisione di conoscenze, mediate da relazioni interpersonali e dal capitale sociale sedimentato sul territorio. Inoltre, la piccola impresa è moderna e compete sul mercato perché mette direttamente in gioco la forza vitale delle persone che la animano, prima di tutto dell&#8217;imprenditore e delle reti interpersonali che lo collegano ai dipendenti, ai finanziatori, ai fornitori, ai clienti. Il capitalismo italiano è, dunque, qualcosa di più e di diverso da un capitalismo di piccola impresa. È un capitalismo personale, basato sulle persone e sulla loro capacità di intraprendere, condividendo progetti, assumendo rischi, investendo risorse personali e familiari nella grande avventura».”<br data-start="8347" data-end="8350" />Come si sa tutte le narrazioni risentono dell’origine pionieristica del successo e della crescita, ognuno ha il suo West.</p>
<p data-start="107" data-end="9553"><strong>Ma se vogliamo vedere in quali ed a quali condizioni potranno svilupparsi nuove imprenditorialità italiane dobbiamo innanzitutto uscire dal racconto del ‘made in Italy’ del Novecento e da molti dei suoi stereotipi.</strong> Come per la Ferrari, il mito resta tale – anche nel suo indice spirituale – e si consolida se dimostra di sapersi ritradurre nelle condizioni attuali e nelle prospettive future. Ovvero: senza l’azione costantemente rigenerativa il Nuovo non nasce. Per cui ciò che può accadere accade solo nei termini precedenti, avulso dalle spinte dei nuovi contesti, delle nuove condizioni e soprattutto da una indispensabile nuova visione.<br data-start="748" data-end="751" />Le imprese nascono da un’Idea Originaria che suscita un Desiderio, il desiderio di realizzarla. Questo desiderio si genera nello spirito che anima, che agita la propria Vocazione. I talenti – che ciascuno ha – sono individuati e sviluppati ascoltando la vocazione, e seguendola. Ogni vocazione è spinta all’intrapresa di un viaggio che cerca la realizzazione dell’Idea Originaria.<br data-start="1131" data-end="1134" />In questo senso intraprendere, dal latino intra (= fra) e prehèndere (= prendere), vuol dire ‘prendere fra due o più cose’, e quindi scegliere di dedicarsi ad una piuttosto che alle altre. ‘Intraprendere’ vale per ‘imprendere’ (= dal latino ‘prendere in un certo verso’), da cui ‘impresa’, che vuol dire ‘cominciare a fare’, ‘impegno’, ‘opera’.<br data-start="1478" data-end="1481" /><strong>Un modello di impresa che ha lo spirito del capitalismo italiano è l’impresa artigiana</strong>. Ma questo in quanto esiste il concetto di Artigiano come indice di qualcosa che si rigenera continuamente de-coincidendo con quello che già è realizzato. In questo senso questo spirito universalistico del bello e della pienezza differisce – anzi è il contrario – dell’uniforme, che è ripetizione standardizzata.<br data-start="1880" data-end="1883" />L’intraprendere che genera Valore per le Relazioni che fanno vivere una comunità si fonda sull’imperfezione creativa, che è il motore dello Spirito Artigiano. “Noi siamo il risultato di una serie di imperfezioni che hanno avuto successo. Il nostro cervello e il nostro genoma, due tra i sistemi più complessi che la natura abbia prodotto, sono pieni di imperfezioni. Sono le strutture imperfette a farci capire in che modo funziona l&#8217;evoluzione: non come un ingegnere che ottimizza sistematicamente le proprie invenzioni, ma come un artigiano che fa quel che può con il materiale a disposizione, trasformandolo con fantasia, arrangiandosi e rimaneggiando.” (Telmo Pievani, Imperfezione &#8211; Una storia naturale, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2019).<br data-start="2633" data-end="2636" />Come potremmo tradurre la parola ‘artigiano’ – il cui spirito muove una persona a trasformarsi in un Intraprenditore – con un’altra parola? Dovremmo dire che Artigiano è traduzione di Umano, della parola ‘Umano’. Quindi artigiano come sinonimo di sperimentalità. E umano come sinonimo di divenire. Una persona è un cantiere, nessun individuo è da una parte ma è invece in un cammino.<br data-start="3019" data-end="3022" />L’agire artigiano è cammino di trasformazione continua verso nuovi immaginari. E oggi, proprio rispetto all’intelligenza artificiale, è un agire umano, non tanto perché ‘naturale’ ma perché dotato di una Intelligenza “Artigiana”. L’uomo come ‘invenzione artigiana’, e che quindi viaggia inventandosi, come l’Ovest per Colombo.<br data-start="3348" data-end="3351" /><strong>Solo un essere ‘artigiano’ è capace di una filosofia dello sconosciuto, e quindi di provare a trasformare l’ignoto in nuove soluzioni, in nuovi paesaggi da abitare, in luoghi da riconoscere, in relazioni da riscoprire</strong>. Perché Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries: non conosciamo cosa ci è sconosciuto, come diceva la sfida di una Biennale di qualche anno fa.<br data-start="3719" data-end="3722" />Per questo la possibilità che una comunità e la sua Fraternità divengano un’esperienza di meraviglia sta solo nella possibilità che esse siano continuamente reinventate. Proprio grazie alla paradossalità di un ‘fare artigiano’, alla sua creatività artistica, al suo continuo differire da ciò che appare, il lavorare assieme trova sempre situazioni nuove in cui esprimersi.<br data-start="4094" data-end="4097" />E il lavorare, l’intraprendere con stile artigiano generano ambienti di fraternità, luoghi dove relazioni, vicinanza, comprensione, sguardo sui problemi dell’altro sono nella quotidianità la forza dell’Artigianìa.<br data-start="4310" data-end="4313" /><strong>La creatività, il tratto identificativo del fare artigiano, è dunque un grande motore di rinnovamento culturale che permette alle Società Occidentali di riconoscere e sapersi porre nuove sfide</strong>. Dove ‘Nuovo’ è scarto da ciò che l’ha preceduto. Oggi è vero più che mai quel che Theodor W. Adorno alla soglia degli Anni ’70 del Secolo scorso, annotava, nella sua Estetica: «Di fatto, non è quasi più possibile un’arte che non sia anche esperimento». E in effetti, mentre maturava nel mondo occidentale un senso di crisi dei modelli interpretativi in vigore, l’arte ha compiuto una svolta sperimentale, che ne ha trasformato radicalmente le forme e le finalità. La natura sperimentale dell’arte deve necessariamente coinvolgere quella radicata della coscienza credente. Ma come? Qual è il punto?<br data-start="5104" data-end="5107" />“Oggi &#8211; in piena crisi dell’ordine mondiale e dell’ordine mentale sconvolto dall’intelligenza artificiale &#8211; l’arte deve aprirsi a ciò che non sappiamo, a ciò che non sappiamo di non sapere e che le macchine non sono in grado di restituirci con i loro algoritmi. La creatività artistica oggi è una condizione per restare umani, e non solo un’attività umana. Creatività significa bucare la «bolla filtrata» in cui siamo finiti, recuperare una trascendenza radicale che stiamo perdendo, abbassando sempre di più il nostro orizzonte. Il vero problema oggi è questo: come essere creativi al tempo dell’algoritmo? Come fare cultura al tempo dell’omologazione? Se un tempo alla domanda «Chi sono io?» si rispondeva con opere come le Confessioni di Agostino, oggi si risponde con un selfie. Occorre recuperare la distanza tra lo spirito e il selfie, dunque. … Con una consapevolezza: creatività e trascendenza indicano un «altrove» che va ben oltre lo studio, lo sforzo progettuale. È il campo della gratuità, dell’ispirazione, del genio. «Non basta essere intelligenti; occorre esser geniali» scriveva nella metà del XVII Secolo il gesuita Baltasar Gracián nel suo ben noto Oráculo manual y arte de la prudencia. Oggi serve il «colpo di genio». E dove abita il genio? Non vive nella probabilità, ma nella possibilità. I dwell in possibility (io abito la possibilità), scriveva Flannery O’Connor.” (“Antonio Spadaro: apriamoci con l’arte a ciò che non sappiamo”, “Avvenire”, 29 Marzo 2024).<br data-start="6589" data-end="6592" />Nel <strong>Rapporto Italia Generativa 2024</strong>, presentato l’8 Aprile scorso in Unioncamere a Roma con il titolo “Giro di boa &#8211; il segno che resta dell’imprenditorialità italiana”, realizzato dal Centro di ricerca Arc dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e da “Genialis”, Mauro Magatti annota: “Il giro di boa che i rapidi cambiamenti geopolitici e tecnologici stanno imponendo mette l’impresa italiana davanti a un crocevia epocale: come far transitare un patrimonio unico di valori che rischia di opacizzarsi se non rigenerato alla nuova fase storica che si va formando davanti ai nostri occhi?<br data-start="7192" data-end="7195" />La storia ci consegna un modello distintivo – creativo, umanistico, radicato nei territori – che ha fatto della qualità relazionale e della bellezza il suo tratto identitario. Un sistema che è prosperato grazie alla sua capacità di sviluppare una propria specificità produttiva (tecnodiversità), di mantenere una relazione vitale col territorio (neghentropia), nel quadro di una cura ecosistemica che ha sempre garantito una ricca biodiversità.<br data-start="7639" data-end="7642" />Oggi però questo DNA rischia di subire le implicazioni negative derivanti dal combinato disposto tra ipercompetizione globale, declino demografico e riduzione del dinamismo imprenditoriale.<br data-start="7831" data-end="7834" /><strong>La via da percorrere è quella di valorizzare gli elementi distintivi del nostro modello economico senza indulgere nella retorica della “buona differenza”, ma lavorando attivamente per correggere i fattori distorsivi e ostativi che possono impedire quella metamorfosi di cui oggi c’è bisogno.</strong><br data-start="8125" data-end="8128" />Il capitalismo italiano possiede anticorpi preziosi che vanno riscoperti e declinati in chiave contemporanea”.<br data-start="8238" data-end="8241" />Fra i principali elementi che frenano un giovane dall’imprenditorialità – cosa che impedisce la ricontestualizzazione del capitalismo italiano – vi è la paura del fallimento: nel 2023 in Italia il 48,5% delle persone tra i 18 e i 64 anni ha dichiarato di non voler avviare una impresa per timore di fallire, pur percependo buone opportunità imprenditoriali. Il dato italiano è superiore a quello di Paesi come Germania (38,6%), Francia (40,1%) e Spagna (46,2%).<br data-start="8702" data-end="8705" />Nelle situazioni istituzionali, socio-economiche e culturali del mondo di oggi ciò è del tutto comprensibile, persino giustificabile.<br data-start="8838" data-end="8841" />Eppure il coraggio è indispensabile comunque. Ci viene in soccorso il commento del regista Paolo Sorrentino la notte degli Oscar del 2022:<br data-start="8979" data-end="8982" />“Sono felice. Io ho fallito nelle migliori condizioni di spirito. Sono molto contento di essere arrivato nella cinquina. Qui tutti vivono la cinquina come una vittoria. Quindi io sono felice”.<br data-start="9174" data-end="9177" />A chi gli chiese se fosse rimasto deluso dal verdetto dell&#8217;Academy, cita Robert Louis Stevenson: “Il nostro compito non è riuscire, ma fallire nelle migliori condizioni possibili. E io fallisco nelle migliori condizioni di spirito. Non lo considero un fallimento”.</p>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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		<title>L&#8217;Intelligenza Artigiana per reinventare l&#8217;appartenenza e il partecipare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Payar]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 07:50:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Confartigianato alla 50^ Settimana sociale della Chiesa. Riscoprire l'arte dell'appartenenza: come l'Intelligenza Artigiana può rigenerare la democrazia attraverso la creatività e la partecipazione. Un viaggio nella cultura 'Artigiana' che sfida le certezze acquisite e promuove relazioni autentiche per una pienezza umana</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 77%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107375" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/PAPA-FRANCESCO-7-luglio-00001-900x650-1.jpg" width="900" height="650" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/PAPA-FRANCESCO-7-luglio-00001-900x650-1.jpg 900w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/PAPA-FRANCESCO-7-luglio-00001-900x650-1-300x217.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/PAPA-FRANCESCO-7-luglio-00001-900x650-1-768x555.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/PAPA-FRANCESCO-7-luglio-00001-900x650-1-350x253.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>“Amiamo l’Italia e, per questo, ci facciamo artigiani di democrazia, servitori del bene comune.”</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quest’espressione del Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della CEI, con cui si è aperta la 50^ Settimana Sociale di Trieste indica in un approccio, una prassi, una cultura ‘artigiana’ la cifra dell&#8217;impegno per rigenerare la democrazia. Per dimostrare un modo radicalmente nuovo di agìre la democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Qui il termine ‘artigiano’ non rimanda né a dei mestieri né tantomeno ad un fare approssimativo e dilettantesco: rimanda invece ad un’‘arte’, ad una téchne che può anche servirsi dell’algoritmo ma che è guidata da uno Spirito Artigiano, che è ispirazione, e maneggiata da una Intelligenza “Artigiana”, che è genio</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’intelligenza “artigiana”, a differenza di quella artificiale, che è proceduralistica, è anarchica, usa l’ampio spettro di irrazionalità che pervade la mente umana – soprattutto quella di geni e visionari –, sfida le certezze acquisite, innesca di continuo la scintilla da cui si propaga il fuoco dell’innovazione.</p>
<p>Creatività come procedere fuori dagli schemi per un tempo nuovo in rotta con il tempo vecchio. Per differire da ciò che c’è e creare uno scarto, come dice Jullien, perché avvengano “i possibili”.</p>
<p>È artigiano chi de-coincide con il suo tempo, chi si stacca dal fatto, anche da una sua opera, ed è sempre in viaggio dal noto all&#8217;ignoto.</p>
<p>È artigiano chi inventa e crea. È artigiano chi è aperto a ciò che non sa di non sapere. Come ha sottolineato recentemente Padre Spadaro, “la creatività artistica oggi è una condizione per restare umani, e non solo un’attività umana.”.</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Se democrazia è partecipazione, partecipazione è appartenenza</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E il segno di una Intelligenza “Artigiana” è una disponibilità libera ad appartenere a Relazioni che ci accompagnano in quella pienezza che, come diceva De Beers, è il più grande desiderio di ogni uomo.</p>
<p>“Reinventare l’appartenenza”, si apre così, con questa ‘missione’ lanciata dal Segretario Generale di Confartigianato Imprese Vincenzo Mamoli, il Quaderno tematico della Fondazione Germozzi preparata da Confartigianato per spiegare e significare la partecipazione alla 50ma Settima Sociale CEI del Luglio 2024 a Trieste.</p>
<p>Il libretto motiva la concettualizzazione di Intelligenza “Artigiana”, che si è cominciato a mettere a punto con la Giornata della Cultura Artigiana del Marzo scorso a Pesaro, e naturalmente fa leva su quella che oggi sembra essere la novità di tutti i tempi, cioè l’Intelligenza Artificiale.</p>
<p>Stesso acronimo appunto, I.A. Ma l’una segue la sua strada sistemica di cui l’algoritmo ne è il brand; l’altra affacciata sugli abissi dell’animo umano, spinta da una mente che cerca domande prima di soluzioni, convive con molti dilemmi e poche certezze, e come immagine di riferimento potremmo attribuirle l’uomo vitruviano di Leonardo, che parla dell’armonia dell’universo espressa dalla geometria delle forme umane.</p>
<p>Confartigianato, oltre a prender parte ai vari momenti del Programma generale di questa edizione triestina del Cinquantennale delle Settimane Sociali (messa su dall’economista Giuseppe Toniolo, la prima adunanza di cattolici motivati all’azione sociale si tenne a Pistoia nel Settembre del 1907, anni del non expedit papale), è stata fattivamente presente con un suo grande stand in Piazza della Borsa, all’interno del quale ha incontrato delegati, cittadini, colleghi di altre Organizzazioni, amministratori e studiosi di economia, sociologia e altre discipline.</p>
<p>Negli stand era previsto fossero presentate delle cosiddette “Buone Pratiche”, ovvero esperienze, progetti, iniziative, già realizzate o in corso di realizzazione, che dimostrassero delle ricadute sui due driver di questa Settimana Sociale, ovvero ‘Democrazia’ e ‘Partecipazione’. Per tutte le Associazioni partecipanti gli stand – oltre 120 – erano disseminati nelle piazze e nelle strade del centro città, a contatto con la popolazione. L’immagine era quella di una Trieste trasformata in un villaggio delle buone pratiche, perché come è stato detto le piazze sono proprio state chiamate “le piazze della democrazia, per mostrare come la democrazia deve tornare nelle piazze delle città”.</p>
<p>Nello <strong>stand di Confartigianato</strong>, Giovedì 4 Luglio, ha curato lo spazio e gli incontri la <strong>Fondazione “Leone Moressa”</strong> della C.G.I.A. di Mestre: tema “Le Migrazioni segno dei tempi &#8211; Una lettura e una comprensione”. Sono stati presentati argomenti come la gestione delle migrazioni in una prospettiva globale e regionale, anticipazioni del Rapporto 2024 sull’economia dell’Immigrazione (che uscirà ad Ottobre), il Progetto “ESG Green” per accompagnare le PMI verso la sostenibilità; con i colleghi Di Pasquale, Tronchin, Gomiero e Zabeo.</p>
<p>Il 5 Luglio è stata la volta del Prof. <strong>Giuseppe Roma</strong>, già Direttore Generale del Censis, che ha trattato il tema “Nuove Generazioni e Costituzione: Conoscenza, Valori, Aspettative”. È stata presentata la Ricerca nazionale “I giovani incontrano la Costituzione”, realizzata da “RuR” &#8211; Rete Urbana delle Rappresentanze.</p>
<p>Infine, nel pomeriggio di Sabato 6 Luglio, presso la bellissima Sala Maggiore della Camera di Commercio di Trieste, Confartigianato ha promosso un Incontro, rivolto a tutti i delegati, dal titolo “Rigenerare la Partecipazione: il Valore di una Intelligenza “Artigiana” ”. Relatori sono stati i Proff. <strong>Mauro Magatti, Stefano Micelli</strong> e <strong>Johnny Dotti</strong>.</p>
<p><strong>Mauro Magatti</strong> ha evidenziato come la realtà esterna travolga il modo in cui noi abbiamo razionalizzato le istituzioni, l’economia, i consumi, la vita. Ognuno esiste in quanto in relazione con il tutto e sono quindi le relazioni che abbiamo la vera possibilità di essere liberi e di liberare.</p>
<p><strong>Stefano Micelli</strong> è intervenuto sul tipo di ‘saperi’(detti anche competenze, skills) e sulla visione che servono alle Nuove Generazioni per affrontare il nodo che si para loro davanti, fatto di preparazione tecnica da scegliere, lavori in sintonia con il ‘sé’, relazioni di cui fidarsi e culture/stili di vita da cui si viene e da saper selezionare.</p>
<p><strong>Johnny Dotti</strong> ha trattato il desiderio (ancora presente) delle persone di riappropriarsi di un quotidiano diverso dal ‘pacchetto preconfezionato’ prestazionale da cui sentono di esser state ingannate, I ragazzi, i giovani, dovrebbero essere educati a cominciare dalle domande e non essere messi alla prova sulle risposte. È l’iniziazione la fase che conta, i risultati veri si costruiscono a partire da come si imposta la vita, sapendo di dover sempre riconnettere pensiero ed azione.</p>
<p>Due grandi eventi serali, uno del 5, con <strong>Lorena Bianchetti</strong> che intervistava <strong>Paul Bahatti</strong>, il fratello del martire pachistano Shahbaz Bhatti, e l’altro del 6 Luglio con lo spettacolo di Giovanni Scifoni su San Francesco Superstar, entrambi sponsorizzati in esclusiva da Confartigianato, hanno visto i saluti del <strong>Presidente Nazionale Marco Granelli</strong> e del <strong>Presidente di Confartigianato Trieste Lino Calcina</strong>.</p>
<h2><strong style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 13px;"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></strong></h2>
<p><strong><span class="s1">© Fotografia: CEI/Siciliani-Gennari</span></strong></p>
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		<title>Rinnovare l&#8217;Artigianato: Lezioni da un Decennio di Innovazione e Tecnologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Samorè]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2024 17:09:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esplorando il viaggio di dieci anni fa della missione 'Innovating with Beauty' a San Francisco, riflettiamo sull'impatto della tecnologia e dell'innovazione artigiana nella società e nell'economia e sul delicato ruolo di accompagnamento delle organizzazioni di rappresentanza</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/rinnovare-lartigianato-lezioni-da-un-decennio-di-innovazione-e-tecnologia/">Rinnovare l’Artigianato: Lezioni da un Decennio di Innovazione e Tecnologia</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-17"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 69%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106703" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN.jpg" width="1024" height="1024" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/01/c7c613c5-413a-47e9-8203-7e368829c54b-BN-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></div>
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<p>Sono trascorsi dieci anni dalla missione <em>Innovating with beauty</em> organizzata a San Francisco da Fondazione Bassetti insieme a un nutrito pool di istituzioni (diplomatici italiani, Regione Lombardia, Comune di Milano, Politecnico) e soprattutto alla rappresentanza degli artigiani, Confartigianato.</p>
<p>Erano ancora relativamente freschi di stampa i libri di Richard Sennett (<em>L&#8217;uomo artigiano</em>) e di Stefano Micelli (<em>Futuro artigiano</em>) e noi volevamo andare a vedere in Silicon Valley se effettivamente l’innovazione nei modi di produrre – la manifattura digitale – riguardasse più in generale i modi di organizzarsi nella società, oltre che nell’economia.</p>
<p>Suona strano dirlo oggi, ma nei giornali italiani, in quei mesi, non c&#8217;era quasi una riga sulle stampanti 3D.  Poi è arrivata l&#8217;onda e riteniamo di aver contribuito a una narrazione che, nelle mani dei protagonisti, ha contribuito, in quel frangente, a indicare la traiettoria. Tanto è vero che da quel viaggio nacquero un’altrettanto larga presenza alla XXI Triennale Internazionale che si tenne a Milano sotto il titolo <em>New Craft</em> e iniziative divulgative come il film <em>Avanti Artigiani! </em></p>
<p>Ebbene, eravamo e restiamo convinti che senza infrastrutture istituzionali ordinate e aggiornate non si organizzino i modi di produrre: né quelli di prima, né quelli di domani. Già, perché tutti conveniamo di essere immersi, magari nostro malgrado, nei fatti di un’epoca nuova, soprattutto per i cambiamenti introdotti sul sapere dalla scienza.</p>
<h3><strong>L&#8217;Innovazione Incontra la Tradizione</strong></h3>
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<p>Come in tutte le rivoluzioni moderne, in quella dettata dalla tecnoscienza la persona cambia insieme agli strumenti del proprio essere nel mondo; e cambia il suo sistema di relazioni. Viviamo un <em>intorno</em> diverso, che alcuni chiamano <em>infosfera</em> e che Luciano Floridi ha ribattezzato <em>onlife</em>. Allora, mentre identità individuale è cambiata &#8211; impariamo, viaggiamo, lavoriamo, ci relazioniamo in modi antropologicamente nuovi &#8211; l’identità comunitaria, della <em>polis</em>, pure si trasforma.</p>
<p>Consentiamoci allora un bel respiro indietro nella storia, alla ricerca di come lo <em>spirito artigiano</em> ha incontrato le grandi onde tecnologiche precedenti. Nel Cinquecento Erasmo da Rotterdam viveva un cambio d’epoca, come noi. Fu lui, olandese all’inizio del Cinquecento, a esperire nella bottega veneziana di Aldo Manuzio il potere della tecnologia: il suo incenso fu l’odore dell’inchiostro da stampatore; il suo più grande strumento era l’educazione, e la più grande arma per l’educazione era la stampa. Scrive Roland Bainton: <em>Nessuno come Erasmo si diede da fare con tanto ardore per portare l’insegnamento a livello della tecnologia</em>. Ogni cesura della tecnica (e non c’è dubbio che allora si trattasse di un’innovazione artigiana!) è una faglia sismica della storia.</p>
<h3><strong>Il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza</strong></h3>
<p>La difficoltà, oggi come allora, è di adeguare le strutture di rappresentanza alle innovazioni, per ridurre il (<em>digital</em>) <em>divide</em>. Sì, perché gli ostacoli all’utilizzo delle tecnologie non riguardano né solo l’utente consumatore, né solo l’artigiano produttore, né l’impersonale, mai trasparente mercato (rimandiamo l’approfondimento su come e da chi siano regolate le piattaforme digitali per presentare e distribuire i beni e servizi).</p>
<p>Il <em>divide </em>morde anche quei soggetti &#8211; le rappresentanze &#8211; che dovrebbero offrire una dimensione organizzativa e in ultima analisi un senso alle innovazioni della società, finalizzarle anche sulla base di valori, non soltanto di interessi, ma spesso non ci riescono.</p>
<p>Anche perché questi corpi importanti e <em>intermedi</em>, che hanno garantito la libera organizzazione delle forze sociali, si trovano di fronte non solo alla rivoluzione  digitale, ma anche alla rivoluzione demografica: nel 1966 nacquero 930mila bambini;  nel 2000, 550mila; l’anno scorso 393mila. Bastano questi dati per capire che la cultura tecnica, manifatturiera, artigiana del nostro Paese non avrà gli stessi numeri di cinquant’anni fa.</p>
<p>Inoltre gli amici di <em>Upskill 4.0</em> ci ricordano che alle nostre latitudini chi fa il liceo classico generalmente non intraprende una carriera “manuale”. Gli iscritti all’università nel 1966 erano 120mila, quest’anno 285mila. Dei pochi ragazzi e ragazze totali, una quota molto più ampia di prima si indirizza cioè su itinerari formativi diversi da quelli tecnico-professionali, come gli ITS, che sarebbero il bacino più adatto per rinnovare anche le “botteghe” artigiane di nuova (o rinnovata) generazione. Senza contare che, fra i 19 e i 29 anni, abbiamo due milioni di Neet, e, tra i 16 e i 32 anni, i milioni sono tre.</p>
<h3><strong>Prospettive e Sfide dell&#8217;Artigianato contemporaneo</strong></h3>
<p>La tempesta perfetta sembra arrivare (dopo la pandemia e le guerre, s’intenda) quando alla siccità generazionale si associa la disparità territoriale: si pensi &#8211; come ha scritto Paolo Manfredi prima in <em>Provincia, non periferia</em> e più recentemente in <em>L’Eccellenza non basta</em> (Egea 2023) &#8211; allo spopolamento dei piccoli centri. La maggior parte delle città medie e di quelle rurali soffrono. Ecco affacciarsi il tema della «vendetta dei luoghi che non contano», ovvero della irrisolta tensione tra metropoli e territori non metropolitani, rappresentata dalla divaricazione dei redditi, dall’inurbamento degli individui ad alta qualificazione, dalla rivolta di «tutto ciò che città non è». Fino a riflettersi nella costante difformità nei comportamenti elettorali «tra città e contado» (sto citando Cristina Tajani in <em>Città prossime</em>, sulla scorta di una letteratura socio-economica che ha il suo riferimento recente in Rodriguez-Pose).</p>
<p>In questo scenario i piccoli proprietari costituiscono oggi, come nei settant’anni che ci separano dalla nascita della Repubblica e delle libere associazioni, un presidio di libertà verso un capitalismo, quello attuale, che concentra le proprietà. Da decenni la capitalizzazione borsistica mondiale ha visto le multinazionali informatiche e digitali scalzare dalle prime posizioni l’industria tradizionale, manifatturiera, chimica, energetica; ma in borsa il 2023 è stato l’anno dell’intelligenza artificiale. Le imprese <em>trend setter </em>di questa rivoluzione sono cresciute, in termini di capitalizzazione (Sole24Ore), di <em>4.2 trilioni </em>negli ultimi dodici mesi.</p>
<p>Allora, se pensiamo a uno dei pilastri legittimanti ogni potere nella storia &#8211; la capacità fiscale, la raccolta delle risorse &#8211; facilmente capiamo perché anche la distribuzione del peso fiscale debba fare i conti con il rapporto nuovo tra piccoli produttori, Stati e… big-tech (per tassare le quali non a caso le istituzioni hanno cercato di darsi un orizzonte ben più che continentale).</p>
<h3><strong>Verso un Nuovo Rinascimento Artigiano</strong></h3>
<p>Proprio in Italia, nel Rinascimento, abbiamo proposto un nuovo ordine, traendolo da qualcosa a cavallo tra il sapere e l&#8217;arte, cioè la prospettiva. L’innovazione condivide con la politica – e per certi versi con l’arte e con l’artigianato – una capacità di disegnare il mondo che può andare al di là della mera riproduzione seriale dell’esistente.</p>
<p>Ebbene, nel lungo e vivace dialogo con i mondi artigiani,  alla nostra Fondazione (che nel 2024 compie trent’anni) viene richiesta in modo dialettico, per cui senza deleghe, una prospettiva di accompagnamento. Per restituire anche all’artigianato quello <em>spirito </em>che dà il titolo alla vostra rivista digitale.</p>
<h6 class="p1"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati. </span></h6>
<p><strong>Foto di ChatGP4 </strong></p>
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		<title>Rinascimento a Ferrara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Mar 2023 06:10:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Restituito alla città dopo due anni di minuzioso restauro, il Palazzo dei Diamanti ospita fino al 19 giugno una mostra che celebra Ercole de’ Roberti e Lorenzo Costa, pittori sconosciuti ma di altissimo valore che hanno contribuito a trasformare Ferrara in uno dei massimi centri del Rinascimento</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-19"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 100%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-105361" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/Rinascimento-a-Ferrara.jpg" width="909" height="606" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/Rinascimento-a-Ferrara.jpg 909w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/Rinascimento-a-Ferrara-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/Rinascimento-a-Ferrara-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 909px) 100vw, 909px" /></div>
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<p>Dopo novant’anni, di nuovo la luce. La celebrazione di « pittori sconosciuti ai più ma di altissimo valore», come ribadisce a più riprese il sottosegretario alla Cultura, <strong>Vittorio Sgarbi</strong> che è anche curatore dell’esposizione assieme a Michele Danieli. Questo primo appuntamento con l’arte ferrarese si proietterà negli anni. Saranno infatti quattro i momenti che si avvicenderanno negli anni seguendo il filo della storia. Come tasselli di un mosaico che restituisce l’immagine del rinascimento estense.</p>
<p>«Gli altri momenti del percorso espositivo – prosegue Sgarbi &#8211; saranno dedicati ai grandi protagonisti di quella stagione straordinaria: da Mazzolino a Ortolano, passando per Dosso e Garofalo, finendo con Girolamo da Carpi e Bastianino».</p>
<p>A suggellare l’importanza della mostra, nei giorni scorsi è stato un riconoscimento consegnato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proprio a Vittorio Sgarbi: la medaglia del Quirinale. Forse, però, la cosa più incredibile di tutto questo è che l’inaugurazione della mostra coincide con la «restituzione alla città» di uno fra i «più bei monumenti del Rinascimento». <strong>Palazzo dei Diamanti</strong>, appunto. Chiuso per restauri dal luglio 2021. Lo studio Labics, che si è occupato dei lavori, ha riprogettato l’intero restauro, anche della parte di collegamento tra le due ali del Palazzo, oggetto di grandi polemiche in città. Sul versante degli spazi espositivi, invece, a spiegare nel dettaglio l’intervento è l’architetto di Labics, Maria Claudia Clemente.</p>
<p>«Abbiamo sovrapposto – scandisce – un sistema di fodere con una doppia funzione: nascondere tutti gli impianti di cui abbiamo sensibilmente ridotto l’impatto e dare supporto alle opere d’arte». Nell’ala Tisi e nella Rossetti è stata valorizzata la sequenza rinascimentale e, in questo senso, sono stati inseriti «nuovi portali i ottone brunito, per sottolineare le soglie, il passaggio da una stanza all’altra». Un’altra ‘chicca’ è rappresentata dal giardino. Prima incolto, ora tornato alla luce. Di più. Gli architetti di Labics assieme al paesaggista Stefano Olivari hanno messo a punto un vero e proprio spazio verde «sul disegno rinascimentale dell’antico brolo in riquadri quadrati e rettangolari». Un altro elemento significativo di un palazzo che sembra sempre più una macchina del tempo.</p>
<p>Una celebrazione del <strong>Rinascimento</strong> a tutto tondo, insomma. Del periodo storico in cui la Bellezza, intesa in senso ampio e declinata in tutte le arti e i mestieri, ha consegnato alla storia un lascito senza eguali al mondo.</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549"> Fu allora che in qualche misura venne coniata l’espressione “andare a bottega”. Pittori, scultori, artisti: a bottega dai ‘Maestri’ per imparare. Ecco, questo è stato più di tutto il Rinascimento: una grande scuola. Una palestra della mente. Un soffio di spirito che perdura tutt’ora. E che parla di un artigianato che è arrivato fino a noi. Con il peso dei secoli e la maestosità della grande storia.</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<h6>(La fotografia pubblicata in questa pagina è tratta dalla pagina ufficiale Facebook del Palazzo dei Diamanti a Ferrara)</h6>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-20" data-row="script-row-unique-20" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-20"));</script></div></div></div>
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