<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Carlo Cambi - Spirito Artigiano</title>
	<atom:link href="https://spiritoartigiano.it/author/carlo-cambi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://spiritoartigiano.it</link>
	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 12 Jun 2026 08:38:48 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2022/06/logoSA-1-150x150.jpg</url>
	<title>Carlo Cambi - Spirito Artigiano</title>
	<link>https://spiritoartigiano.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Dalla cucina al Galateo. Il mondo vive all’italiana</title>
		<link>https://spiritoartigiano.it/dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana</link>
					<comments>https://spiritoartigiano.it/dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Cambi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://spiritoartigiano.it/?p=110293</guid>

					<description><![CDATA[<p>Anche nella diplomazia del bello e nel buono si riconosce il nostro stile che da millenni è un soft power.</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana/">Dalla cucina al Galateo. Il mondo vive all’italiana</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110299" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg" width="1920" height="2560" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg 1920w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1536x2048.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-350x467.jpg 350w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-0" data-row="script-row-unique-0" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-0"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-1"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>“La materia non ha la forza in sé per darsi forma; perché ciò accada è necessario che incontri l’anima, e la manifestazione dell’incontro è la bellezza, e il grado della bellezza è la qualità”. È il riassunto dell’atto di nascita del Rinascimento italiano che sta nella Theologia platonica de immortalitate animarum, pubblicata nel 1482, dieci anni prima che Colombo approdasse nelle Americhe, a Firenze, da Marsilio Ficino.</p>
<p>È la spiegazione del perché l’Italia, che come Stato è recentissima e come territorio vale più o meno lo 0,4% delle terre emerse, per millenni ha imposto il proprio concetto di bello e di buono: ha dominato l’architettura, il gusto estetico, ha imposto regole di comportamento, ha plasmato i gusti gastronomici, ha fatto della sua musica la colonna sonora dell’Occidente, del proprio Credo il riferimento dell’umanità, della propria scienza un valore universale.</p>
<p>A molti sfugge che da Galileo in poi la fisica mondiale ha parlato italiano e prima ancora con Fibonacci, siamo sempre dalle parti di Pisa, ha imparato a far di conto in maniera assai più sofisticata di quanto già non facessero gli arabi. Moltissimi volutamente ignorano che ciò è stato vero in architettura, in musica e che la scienza economica come combinazione di fattori trova in San Bernardino da Siena il primo divulgatore e in Francesco Datini la prima applicazione “aziendale”, per non dire delle “scienze” bancarie che nascono tra Firenze e piazza del Campo. Prima ancora il latino è stato la lingua universale perché era la lingua del diritto.</p>
<p>I tanti cianciatori del diritto internazionale violato però ignorano che a San Ginesio, siamo nel Maceratese, con Alberico Gentili, che si trasferirà poi alla corte d’Inghilterra, nasce a metà del ’500, dalla fusione tra civil law — diritto romano — e common law — diritto anglosassone — la prima regolamentazione degli affari e delle potenze transfrontaliere.</p>
<p>Roma centro della cristianità è elemento che troppo spesso, in una società contemporanea divenuta agnostica per pigrizia mentale, si tende a trascurare. L’Italia ha, con 61 siti, il maggior numero di luoghi dichiarati patrimonio Unesco ed è forse l’unico Paese al mondo dove i manufatti si leggono come un romanzo di almeno seimila pagine, tanti quanti sono gli anni in cui si dipanano le testimonianze presenti nei nostri territori senza soluzione di continuità.</p>
<p>Vien fatto di pensare a Sant’Antioco, quest’isola nell’isola di Sardegna, dove le superfetazioni non s’interrompono dalla prima fondazione nuragica, siamo nel 1300 a.C., poi sovrapposta dalla Sulky fenicia, nono secolo a.C., e poi via via romana, dei Vandali, bizantina, fino ai Savoia e a noi.</p>
<p>Ecco, l’Italia è questo ed è contemporaneamente radice antichissima e continuo assorbimento di altre culture, anche gastronomiche e agricole: essere un pontile in mezzo al Mediterraneo offre vantaggi!</p>
<p>Torniamo a Marsilio Ficino. Perché a Firenze? Oh bella, perché Cosimo de’ Medici aveva ben presente cosa era accaduto ad Odoacre, che arriva a Roma con l’intenzione di saccheggiarla e poi se ne fa re. Era la diplomazia del bello. Prestare soldi ai monarchi di mezzo mondo significava non solo correre il rischio dell’insolvenza, ma piuttosto dell’assedio. Così il Medici ricorre alla cultura, alla storia, alla filosofia antica e affida all’Accademia neoplatonica della villa di Careggi il compito di dominare il mondo con le idee e con la kalokagathia di derivazione greca, che però gli etruschi avevano reso domestica in terre di Toscana.</p>
<p>Oggi si dice too big to fail — troppo grande per fallire — il Medici pensò too good to fail o meglio ancora too beautiful to be conquered: troppo bello, e buono, per essere conquistato.</p>
<p>Quando le suffragette cominciano le lotte, giuste, per la parità delle donne arrivano con 2500 anni di ritardo rispetto a Sethra, nome etrusco femminile, qui citato di fantasia, che se ne sta col marito a Cerveteri a bere vino, immortalata nel “sarcofago degli sposi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’idea di Cosimo è dominare il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’idea di Cosimo, che diventa studio per Marsilio, è di dominare da Firenze, che è ricchissima — il fiorino si può dire fosse il dollaro di allora — il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello. La manifattura — lo insegna il Datini — produce valore che la finanza, la banca, amplifica.</p>
<p>Così i setaioli di Bologna, che grazie al telaio a cilindro diventano imbattibili; così il pannolana dei da Varano, che rende la signoria di Camerino ricca nonostante gli angusti confini; così Firenze, che ha il suo impero fatto d’arte, di lana tinta in modo esclusivo ma comprata ovunque, in ispecie in Abruzzo, di orafi, di preziosissimi artigiani della carta e del colore, della ceramica e del ferro. E lo stesso i Gonzaga, gli Sforza apprendono la diplomazia del bello. Che contagerà sommamente Federico da Montefeltro. Smesse le armi con cui ha guadagnato enorme fortuna, fa di Urbino il secondo pilastro del Rinascimento.</p>
<p>Da qui il soft power dell’Italia invade l’Europa nonostante il declinare dell’Italia come potenza assoluta. Se Roma aveva irradiato il mondo d’allora — ma i Cesari erano stati attenti a salvaguardare le identità dei popoli quanto bastava a evitare rivolte — con ingegneria, forza militare e diritto, l’Italia del Rinascimento, non confinando però questo periodo nei canoni degli storici, ma pigliando almeno tre secoli, dal primo ’300 a quasi tutto il ’600, conquista il mondo con il buono e il bello.</p>
<p>Una delle protagoniste di questa dominanza è senza dubbio Caterina de’ Medici, che porta alla corte francese tutto: dalle posate al gelato, dalle stoffe alle musiche, dai profumi alla moda. Si può dire che lo stile francese non ci sarebbe se non ci fossero state le due regine Medici: prima Caterina e poi Maria.</p>
<p>Limitandoci alla sola gastronomia, si può dire che fin da Mastro Martino da Como, che peraltro ripiglia l’anonimo toscano del ’300, e in qualche misura dal Regimen Sanitatis della Scuola Salernitana, le corti europee mangiano all’italiana. Oddio, è un menù frastagliato e composito, che ha mille contaminazioni: basti dire del sorbetto, che piglia l’antico costume romano della neve col miele e vi sovrammette in Sicilia l’agrume alla maniera araba.</p>
<p>Ma certo il gelato è la crema fiorentina inventata dall’architetto Bernardo Buontalenti e il gelato diventa simbolo di Parigi col mitico caffè Procope, aperto dal palermitano Francesco Procopio Cutò. Quando gli inglesi si vantano di aver inventato il panino grazie al conte di Sandwich, John Montagu, dimenticano che fu Leonardo da Vinci — a cui moltissimo si deve delle invenzioni degli utensili di cucina: il macinino, la macchina per tirare la sfoglia, le fruste per montare le uova — a servire per primo alla corte di Ludovico il Moro un panino “invertito”, due fette di carne con in mezzo il pane. Sarà poi Gabriele D’Annunzio a battezzare mondialmente il tramezzino.</p>
<p>Egualmente si potrebbe dire che la tanto decantata besciamella, attribuita al conte Louis de Béchamel, ai francesi l’hanno insegnata i cuochi di Caterina venuti da Firenze, dove almeno da tre secoli prima si faceva la salsa colla o salsa bianca. Così la salsa di pomodoro, che poi diventerà ketchup, la inventa Antonio Latini, marchigiano, scalco del viceré di Napoli. E che dire del pan di Spagna, che di spagnolo non ha nulla perché fu creato dal genovese Giobatta Cabona. Lo stesso vale per l’insalata russa o la zuppa inglese: tutte preparazioni italianissime, anche se di origine incerta e rivendicata da più regioni, a conferma della molteplicità del nostro menù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"> «Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta nell’unione di cultura, tecnica e capacità artigiana»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta ancora una volta nel fondamento codificato da Marsilio Ficino: l’anima che dà forma alla materia, l’unione di cultura, osservazione dei prodotti, tecnica e capacità di realizzazione artigiana.</p>
<p>Partiamo dalla distillazione. Si dirà: ma i frati che facevano la Chartreuse ben sapevano distillare, e così gli alchimisti. Verissimo. A parte che senza la diffusione di cultura che i benedettini intraprendono in tutta Europa a partire dal 700 d.C. forse non avremmo né agricoltura, né scrittura, né cucina come la conosciamo oggi, ma è l’italiano Michele Savonarola, il nonno di Girolamo che farà la rivoluzione pauperista a Firenze, che per primo codifica sul finire del ’300, da gran medico patavino qual è, la distillazione dell’acquavite con il suo trattato De Conficienda Aqua Vitae.</p>
<p>Forse sulla scorta dei medici della scuola salernitana, un altro gran dottore e diplomatico, Pantaleone da Confienza, vercellese, con il suo Summa lacticiniorum per primo intuisce la “fermentazione lattica” quattro secoli prima di Pasteur, osservando le muffe dei formaggi erborinati.</p>
<p>Stando ancora nei formaggi, sono i benedettini cistercensi dell’abbazia di Chiaravalle che creano i formaggi grana per “stivare” il latte in eccesso, e dalla stessa esigenza, ma almeno 1300 anni prima, visto che ce lo racconta Columella, nasce la pasta filata: il caseus manu pressum è l’antenato della mozzarella e della provola, che è il pezzo di formaggio di prova che si butta in acqua fredda dopo la lavorazione e serve a vedere se la filatura della cagliata è ben fatta.</p>
<p>Ancora due medici marchigiani, Andrea Bacci, alla fine del ’500 e notissimo per aver codificato le cure termali con il suo De naturali vinorum historia, e il fabrianese Francesco Scacchi, siamo nella prima metà del ’600 col suo De salubri potu dissertatio, codificano il vino spumante e, nel caso dello Scacchi, si può proprio parlare della messa a punto di un metodo di rifermentazione in bottiglia almeno mezzo secolo prima del benedettino dom Pérignon.</p>
<p>Questa capacità di produrre e poi di esportare il gusto diventa massima se si pensa alla pizza, al caffè all’italiana, alla pasta, alla serie infinita di pasticci, a conservazioni come lo scapece, che sono dilagate nel mondo diventando addirittura piatti globali.</p>
<p>Andando in Francia si sente dire à l’italienne quando si tratta di rigore stilistico in architettura, di armonia formale nella moda e in musica, di sapore fresco, immediato, mediterraneo in cucina. Questo canone “estetico” viene riconosciuto in tutto il mondo. Ma vi è anche un ulteriore passaggio che sostanzia il soft power italiano rispetto al cibo: è il come stare a tavola, come servire la tavola, come arredare la tavola.</p>
<p>Solo un cenno che però ci rimanda a due condizioni essenziali per l’esercizio del soft power italiano. La prima la determina Marco Polo, che tornando dal suo viaggio riportò la porcellana; la seconda fu l’ostinazione dei Medici per il bello e la loro determinazione all’impresa. Quando nel Milione Marco Polo parla della porcellana, in Europa si trascola: tutti la vogliono e attorno a questa materia, che pare scheggia di luna, fioriscono leggende e un mercato d’importazione profittevole assai.</p>
<p>A metà del Cinquecento torna in scena Bernardo Buontalenti, che col Fontana costruisce il primo forno da porcellana, che consente a Francesco Maria de’ Medici di produrre dal 1575 al 1597 la porcellana Medici, che però aveva un difetto: era pasta morbida, si rompeva facilmente. Si dovrà attendere il 1710, quando a Meissen producono la prima porcellana dura, ma subito dopo, ancora in Toscana, il marchese Carlo Ginori fonda nel 1737 la manifattura di Doccia, che sarà la prima in Europa a intraprendere la produzione industriale di servizi da tavola in porcellana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Ancora una volta: ingegno, gusto e abilità artigiana determinano il potere italiano del fare»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora una volta: ingegno, gusto, abilità artigiana determinano il “potere” italiano del fare.</p>
<p>E poi c’è il servizio all’italiana. Debutta, siamo già col Regno d’Italia fatto, quando si capisce che per ottimizzare il lavoro di cucina, non incomodare gli ospiti e massimizzare l’attenzione per loro, si deve smettere col servizio alla francese, a buffet, o con il troppo ingombrante servizio alla russa, con il guéridon, il carrellino. Egualmente il servizio all’inglese, con il commensale che si serve dal piatto, è giudicato inopportuno: ed ecco che si afferma, e oggi è il più praticato nel mondo, il servizio all’italiana. I piatti si preparano in cucina e poi il cameriere li serve ospite per ospite. Il massimo è il servizio all’italiana con la cloche, cioè col piatto coperto.</p>
<p>Nelle corti di metà Ottocento questo dimostrare attenzione all’ospite diventa un comandamento assoluto. Che deriva ancora una volta da un potere persuasivo degli italiani. Si può dire che comincia questa “primazia” con un fortunato manuale: Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione. Avrà 60 edizioni in mezzo secolo e traduzioni in tutte le lingue europee. Scritto tra il 1513 e il 1524, di fatto descrive la vita alla corte di Federico da Montefeltro e traccia il profilo sia del gentiluomo rinascimentale sia della donna a corte, basandosi su un principio: la sprezzatura, e cioè mostrarsi naturalmente colti, gentili e prestanti, nascondendo ogni difficoltà o sacrificio per compiacere così il Signore della sua benevolenza.</p>
<p>Ma una sessantina d’anni più tardi ecco comparire un libro rivoluzionario: il Galateo ovvero de’ costumi, che esce nel 1558, otto anni dopo la morte del suo autore, monsignor Giovanni della Casa. Il Galateo è il precetto per le nuove classi emergenti: per la borghesia, per quella nobiltà di censo che imita la corte ma se ne rende indipendente. Diventa in tutta Europa il modello di comportamento delle élite d’intelletto, d’impresa e di commercio: se ne contano 60 traduzioni e per tre secoli viene ristampato a ripetizione, fino al punto che la parola italiana Galateo diventa sinonimo in tutta Europa di buone maniere, tanto da sovrapporsi al cosiddetto bon ton grazie a un concetto universale: il rispetto.</p>
<p>Forse proprio questo è il fondamento del soft power all’italiana.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-1" data-row="script-row-unique-1" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-1"));</script></div></div></div>
</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana/">Dalla cucina al Galateo. Il mondo vive all’italiana</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://spiritoartigiano.it/dalla-cucina-al-galateo-il-mondo-vive-allitaliana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Cuoco d’Arte per il riscatto della cucina</title>
		<link>https://spiritoartigiano.it/il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina</link>
					<comments>https://spiritoartigiano.it/il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Cambi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 07:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://spiritoartigiano.it/?p=107299</guid>

					<description><![CDATA[<p>La cucina d'arte può riscattare la gastronomia italiana, valorizzando tradizioni e identità culturali. Oggi, molti la riducono a spettacoli banali e cibi sintetici promossi da multinazionali. Tuttavia, la vera gastronomia nasce dal legame profondo tra agricoltura e cucina</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina/">Il Cuoco d’Arte per il riscatto della cucina</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 58%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107301" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/pexels-karolina-grabowska-4039783.jpg" width="667" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/pexels-karolina-grabowska-4039783.jpg 667w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/pexels-karolina-grabowska-4039783-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/07/pexels-karolina-grabowska-4039783-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 667px) 100vw, 667px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-2" data-row="script-row-unique-2" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-2"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-3"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<div class="flex-1 overflow-hidden">
<div class="react-scroll-to-bottom--css-uurux-79elbk h-full">
<div class="react-scroll-to-bottom--css-uurux-1n7m0yu">
<div class="flex flex-col pb-9 text-sm">
<div class="w-full text-token-text-primary" data-testid="conversation-turn-23">
<div class="px-4 py-2 justify-center text-base md:gap-6 m-auto">
<div class="flex flex-1 text-base mx-auto gap-3 md:px-5 lg:px-1 xl:px-5 md:max-w-3xl lg:max-w-&#091;40rem&#093; xl:max-w-&#091;48rem&#093; group final-completion">
<div class="relative flex w-full flex-col lg:w-&#091;calc(100%-115px)&#093; agent-turn">
<div class="flex-col gap-1 md:gap-3">
<div class="flex flex-grow flex-col max-w-full">
<div class="min-h-&#091;20px&#093; text-message flex flex-col items-start gap-3 whitespace-pre-wrap break-words &#091;.text-message+&amp;&#093;:mt-5 overflow-x-auto" data-message-author-role="assistant" data-message-id="9e5544f7-cce6-4801-beef-859495e3a151">
<div class="markdown prose w-full break-words dark:prose-invert light">
<div class="w-full text-token-text-primary" data-testid="conversation-turn-6">
<div class="px-4 py-2 justify-center text-base md:gap-6 m-auto">
<div class="flex flex-1 text-base mx-auto gap-3 md:px-5 lg:px-1 xl:px-5 md:max-w-3xl lg:max-w-&#091;40rem&#093; xl:max-w-&#091;48rem&#093; group">
<div class="relative flex w-full flex-col agent-turn">
<div class="flex-col gap-1 md:gap-3">
<div class="flex flex-grow flex-col max-w-full">
<div class="min-h-&#091;20px&#093; text-message flex flex-col items-start gap-3 whitespace-pre-wrap break-words &#091;.text-message+&amp;&#093;:mt-5 overflow-x-auto" data-message-author-role="assistant" data-message-id="fe28f7d6-3147-41e8-92b7-900ede52f15d">
<div class="markdown prose w-full break-words dark:prose-invert light">
<p>Nella Phisiologie du gout <strong>Jean Anthelm Brillat Savaren</strong>, siamo agli inizi dell’800, scrive: “la gastronomia si occupa dell’uomo in quanto egli si nutre”.</p>
<p>Chi oggi ritiene che la questione sia faccenda da influencer, o da spettacoli televisivi a volte di stucchevole banalità, da pettegolezzo al sugo o da (finte) classifiche e da reali condizionamenti economici si rintana in una confortevole zona d’ignoranza. Oppure, per dare parvenza di pensoso spessore, si ricorre alla nutrizione stabilendo divieti, imponendo regimi dietetici, talvolta creando alla bisogna di qualche gruppo multinazionale questa o quella ricerca. Non va immune da quest’ andazzo neppure l’Oms e per spiegare molte cose – dalla bistecca creata in laboratorio alle meduse e agli insetti che l’Unione europea ci vuole mettere, bontà sua, nel piatto – si fa appello a nobili cause: il riscaldamento globale, la fame nel mondo, la finitezza delle risorse. Ottimo terreno di coltura per queste parole d’ordine che seguono pedissequamente il processo della finestra di Overton – si pone un concetto apparentemente non condivisibile come smettere di coltivare per salvare il pianeta e poi con un’ossessiva ripetizione e pochi aggiustamenti di azione politica lo si rende universalmente condiviso – è appunto l’ignoranza del fatto che la gastronomia richiede studio delle scienze sociali ed economiche, è manifestazione culturale-antropologica, è soddisfazione di un bisogno attraverso manipolazione tecnologica, è giusto sfruttamento agricolo delle caratteristiche di un territorio, è sedimento di esperienza e costituente di identità. Invece nei nostri giorni e con scopi che nulla hanno a che vedere col cibo si tende a ridurla a soddisfazione del bisogno (ancestrale e vitale) alimentare negando l’evoluzione che da almeno un milione e mezzo d’anni l’uomo ha compiuto dacché tracce della prima grigliata risalgono all’homo erectus e sono state trovate in Sud Africa. Da lì comincia un cammino che ci porterà alla fine del Paleolitico – più o memo dieci millenni fa – alla nascita dell’agricoltura e della civiltà come ancora la concepiamo. Tutto per un tozzo di pane!</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-555555 font-435549"><strong>Nella nostra disperata contemporaneità c’è chi lavora a distruggere l’agricoltura rescindendo il legame tra campo e piatto che è invece il cardine della gastronomia</strong></span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>Food Foundation</strong> che è finanziata dalla <strong>WBCSD</strong> (è l’organizzazione delle maggiori società energetiche mondiali) ha convinto Oms, Fao e Onu che bisogna arrivare alla dieta mondiale – dunque ubiqua e omologata &#8211; anche attraverso i cibi distaccati dalla terra. Dicono al WBCSD che: “Un recente rapporto sull’industria alimentare ha previsto che la carne bovina prodotta in laboratorio, utilizzando un processo chiamato fermentazione di precisione, implicherà grandi cambiamenti per l’industria agricola, nonché per la salute umana e l’ambiente. Vasti appezzamenti di terreno agricolo potrebbero essere disponibili per altri utilizzi.”</p>
<p>Insomma bisogna usare la terra per metterci i pannelli solari e sostituire i cibi tradizionali con gli insetti, le meduse, le alghe che l’Ue autorizza al commercio, mentre lo <strong>United States Department of Agriculture</strong> ha concesso alle californiane <strong>Upside Food</strong> e <strong>Good Meat</strong> di vendere la carne di pollo ottenuta con la moltiplicazione cellulare nel bioreattore, mentre già in Israele le mamme nutrono i neonati non con il proprio latte, ma con quello che si ricava “spremendo” in un bio-reattore le cellule mammarie prelevate durante le mastectomie estetiche. Insomma gli scarti del chirurgo diventano pappa per i bebé e lo chiamano progresso.</p>
<p>Considerando che dieci società multinazionali &#8211; fatturano circa 5 mila miliardi di dollari &#8211; detengono nel mondo il monopolio alimentare e sono tutte impegnate nella produzione di cibo sintetico viene da chiedersi se non si ponga con urgenza una questione di democrazia alimentare. Si è soliti dire tra gli antropologi che si occupano di cibo che il cosiddetto “<strong>dilemma dell’onnivoro</strong> “ – straordinaria sintesi operata da <strong>Michel Pollan</strong> – ha aiutato l’evoluzione. Essere al vertice della catena alimentare – non se ne dolgano i vegani, ma sta scritto “quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.” (Genesi 9: 3-4) – ha posto il Sapiens in continuo confronto con le opportunità di soddisfacimento del bisogno e il dover scegliere ne ha sviluppato il senso critico. Per capirci: sappiamo che l’amaro ci disgusta perché dalla amigdala (una mandorlina che sta nel cervello e ci dà emozioni e ci avverte delle paure) parte una remota informazione: le sostanze tossiche sono per la stragrande maggioranza amare.</p>
<p>E’ una stratificazione di consapevolezza dovuta all’esperienza a guidarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Solo noi contemporanei di fronte al dilemma dell’onnivoro lasciamo che ce lo risolvano le parole d’ordine e gli schemi di marketing! Le multinazionali del cibo lo sanno benissimo</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse il più arguto e profondo socio-antropologo della nostra era, <strong>Claude Levy Strauss</strong>, ha posto le basi per la vera conoscenza del valore culturale del cibo quando in “Le buone maniere a tavola” &#8211; un saggio che compare nella sua opera più complessa: Tristi tropici – ha illustrato come l’evoluzione dell’uomo e la sua aggregazione sociale dipendano dall’evoluzione del cibo e del modo di prepararlo, sceglierlo e consumarlo.</p>
<p>Ci sarà modo, spero, di tornare a occuparci più in profondità di questo argomento decisivo, ma due notazioni di Levy Strauss appaiono indispensabili.</p>
<p>La prima è la distinzione tra crudo e cotto e tra arrostito e bollito che si portano dietro l’opposizione natura-cultura (a tal proposito un secolo e mezzo prima di Levy Strauss <strong>Brillat Savarin</strong> scrive: nasciamo rosticcieri e diveniamo cuochi) la seconda è la classificazione dei cibi sotto-forma di <em>gustemi</em>.</p>
<p>Che significa? Come per la linguistica le parole sono fonemi così per l’antropologia del cibo i sapori sono gustemi. La composizione delle parole produce frasi che esprimono concetti, i sapori composti nei piatti esprimono valori culturali e perciò sono espressioni identitarie. Si spiega così l’immensa varietà di modi di acconciare il cibo. Un caso del tutto particolare è l’Italia che ha lingue, popolazioni, colture e culture diversissime da valle a valle al punto che si dovrebbe parlare di cucina italica piuttosto che di cucina italiana. Lo stesso <strong>Pellegrino Artusi</strong> quando compilò il suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” non dette una definizione compiuta delle ricette della penisola mancandogli gran parte della gastronomia meridionale peraltro magistralmente raccolta da <strong>Ippolito Cavalcanti</strong> primo codificatore degli spaghetti con la pummarola anche se un sugo di pomodori già compare a fine 600 ne Lo Scalco alla moderna di <strong>Antonio Latini</strong>. Abbiamo dovuto aspettare <strong>Ada Boni</strong> col suo Talismano della felicità e poi la <strong>Gosetti della Salda</strong> con le sue “Ricette regionali” per avere un panorama gastronomico nazionale sufficientemente compiuto. La ragione è semplice e complessissima allo stesso tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Servono i gustemi di Levy Strauss a dirci perché mangiamo come parliamo, ma serve un’indagine profondissima che incrocia agricoltura e società per dirci perché mangiamo in modo tanto differente</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non necessita essere scienziati per capire – ed è solo un esempio – perché lungo la via Emilia – 230 chilometri che percorrono tutta la regione dai tempi di Marco Emilio Lepido &#8211; s’ incontrano gli anolini di stracotto di Piacenza e di Parma, i tortelli d’erbe di Reggio Emilia, i tortellini di Modena e quelli di Bologna, i tortelli di zucca ferraresi, i cappelletti di Romagna. Si va dallo stracotto vero di Piacenza al sugo di arrosto a Parma, all’erba di Reggio, al prosciutto di Modena, alla mortadella di Bologna, all’ortaggio principe della bassa, al raviggiolo formaggio fresco e povero in Romagna. E’ il censo e il campo che determinano le varianti di queste paste ripiene.</p>
<p>Partendo da qui si avverte l’urgenza di costituire e costruire una codificazione non già dei prodotti che esiste anche se sarebbe necessario portarla a sintesi, ma dei produttori e delle ragioni che hanno portato a quella produzione. Non v’è dubbio che i veri custodi di questo sapere e di questo saper fare siano gli artigiani.</p>
<p>Nel paniere delle Dop e Igp abbiamo moltissimi prodotti tal quali cioè appannaggio della sola sapienza contadina, ma larga parte sono frutto di trasformazione, anzi meglio di manipolazione. Di sapienze artigiane che dal casaro, al fornaio, dal beccaio, al salumaio, dal frantoiano al cantiniere hanno costruito quel tesoro che oggi chiamiamo made in Italy, ma che in realtà è la dispensa italica. Vi sono alcune tecniche appannaggio solo degli italiani, anzi appannaggio solo di alcuni territori italiani. Si pensi alla pasta filata: le mozze, le provole, le scamorze, i caciocavallo sono frutto di abilità stratificatesi nei secoli. Pensiamo alla panificazione: i censimenti più restrittivi indicano 250 differenti tipi di pane che sono in realtà quasi il doppio. Dipende da cosa? Dai grani, dall’uso alimentare che se ne è fatto nei secoli, delle aggregazioni di comunità. Un censimento dei salumi ci porta a 360 diversi prodotti, ci sono almeno 500 differenti ricette tra conserve, confetture e preparati d’orto. L’elenco potrebbe essere veramente sconfinato. Dietro ognuna di queste preparazioni ci sono invariabilmente un artigiano e una sapienza che è stata trasmessa di comunità in comunità. Un caso mirabile è quello dei formaggi grana. Li hanno “inventati” i monaci cistercensi.</p>
<p>Peraltro alle comunità monastiche, dopo <strong>San Benedetto</strong> dunque dalla fine del sesto secolo, si deve la rinascita della sapienza agricola, ma anche o soprattutto dell’artigianato gastronomico. Tornando ai cistercensi si sa che a Chiaravalle poiché grazie alle marcite (la coltivazione del fieno nelle pozze di risorgiva che garantiva fino a cinque sfalci l’anno) si aveva molto latte venne inventato il formaggio iperstagionato per conservare il latte in eccesso. Così si può dire delle alici in botte frutto della flottiglia di pesca dei cistercensi dell’antica Canonica di San Pietro a Tuczolo, sull’omonimo colle vicino ad Amalfi. Lo stesso vagando tra le ricette e soprattutto tra i dolci tradizionali (si pensi alle sfogliatelle napoletane) troveremmo che sono frutto di opera monastica. Ma proprio questo radica che il prodotto nasce da un’abilità codificata capace di incrementarne il valore agricolo attraverso la trasformazione.</p>
<p>Un recente studio condotto da <strong>Symbola</strong> mette in rilievo che il 94% dei prodotti Dop Igp italiani si fanno o si originano nei comuni al di sotto dei 5 mila abitanti dove sovente (siamo al 64% dei casi) la produzione artigiana è la sola economia presente. Come si spiega? Probabilmente è necessario scandagliare la Storia dei nostri agglomerati urbani. Sappiamo che le Arti, o Collegi o Paratici o Fraglie a seconda delle regioni o Gilde rifacendosi alla codificazione francese, furono l’architrave della municipalità medioevale. Vi era in queste una rigida divisione del lavoro. Basti pensare che a Bologna beccai (macellai di bovini) non potevano invadere il lavoro dei salsamentari (confezione di carni suine) e che per esempio un salume come la mortadella che richiedeva arte gastronomica era pagato 8 volte il prezzo del prosciutto. E’ solo un esempio per far comprendere quanto l’abilità che diverrà poi nel Rinascimento la molla dello sviluppo incideva sulla percezione del valore e come la filiera campo-allevamento-trasformazione del suino avesse già una funzione di moltiplicazione del valore però con una stretta dipendenza degli attori tra di loro. E c’è il terminale ultimo che oggi diventa centrale: il facitore di cibo.</p>
<p>In Italia si è ritenuto che la ristorazione dovesse essere tutta contenuta nell’ambito della somministrazione. Questo è un errore che si rivela esiziale proprio oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em><strong>Ripensare la funzione e la collocazione del ristoratore e ancora di più restituire la cuoca e il cuoco alla sua vera natura artigianale è indispensabile</strong></em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche qui soccorre la storia. E’ convinzione diffusa che le Tabernae e i Thermopolia siano le progenitrici dei ristoranti. In realtà esse sono piuttosto le progenitrici delle locande e dei negozi di alimentari. Il ristorante come lo conosciamo oggi è più figlio di una crisi e in particolare di quella della media aristocrazia in conseguenza, al Sud, della caduta del regno borbonico, al Nord dell’espansione del Regno d’Italia. Sono i monsù ad aprire i ristoranti, sono gli scalchi a farsi cuochi pubblici. Non sfuggirà che per secoli – quella si è diretta derivazione dal mondo prima etrusco e poi latino – il banchetto prevede una messa in scena che richiede abilità artigiane di altissimo profilo. Basterà ricordarsi dello scheletro in argento che brandisce verso i commensali Trimalcione &#8211; come riferisce <strong>Petronio Arbitro</strong> nel suo Satyricon &#8211; o del fatto che <strong>Leonardo da Vinci</strong> viene assunto da <strong>Ludovico il Moro</strong> come maestro delle cerimonie e regista dei banchetti, ruolo che era appunto dello scalco (uno famosissimo fu messer <strong>Cristofaro Messisbugo</strong> alla corte estense di Ferrara). A metà dell’800 i monsù (storpiatura da monsieur) cuochi alle corti minori borboniche dove ci si piccava di mangiare alla francese in una fusion mediterranea (il timballo del Gattopardo è eccelso esempio di quella cucina) si trovano disoccupati e aprono le loro case all’ospitalità gastronomica o si trasformano in cuochi a domicilio. Quella è la nascita della moderna ristorazione – verrà codificata da <strong>Cesar Ritz</strong> &#8211; che ha uno straordinario antesignano in <strong>Antonio Nebbia</strong>: col suo Cuoco maceratese pubblicato in prima edizione nel 1779 offre lo spaccato della cucina di corte che si fa borghese e diventa menù di ristorante. E’ oggi indispensabile recuperare questa dimensione altamente artigiana del produrre emozioni e prodotti gastronomici. Per almeno tre buone ragioni. La prima è di carattere economico generale.</p>
<p>L’Italia ha nell’export agroalimentare uno dei suoi pilastri. La cucina italiana nel mondo è stata fondamentale per vendere il vino e gli altri prodotti. Solo che è ancora priva di un’effettiva certificazione e sovente è orfana di “braccia” italiane. La seconda ragione risiede nella necessità di riannodare tutta la filiera dal campo alla tavola negli ambiti territoriali definiti e nei luoghi soggetti allo spopolamento (si pensi alle zone montane; una terra di sperimentazione di questo progetto può essere senza dubbio il vastissimo cratere del sisma del 2016 nel Centro Italia) dove le attività produttive artigianali possono una volta integrate con le attività di ospitalità e di messa in valore del territori costituire un nuovo volano di sviluppo mettendo a leva il turismo.</p>
<p>Il progetto <strong>arti-turismo</strong> questo è: porre al centro dello sviluppo e della valorizzazione di un territorio l’impresa artigiana che è contemporaneamente magnete attrattivo, dispensatore d’esperienza e diffusore di valore attraverso la declinazione gastronomica (e ovviamente della residenzialità) che diventa testimonianza dell’esperienza culturale. La terza e più urgente ragione sta nell’attacco violento che le multinazionali della nutrizione stanno facendo alla tradizione gastronomica col doppio intento: di eliminare la fase agricola e di omologare il gusto. <strong>Siamo già dentro un’epoca in cui basta un micro-onde, un posto carino e un ottimo fornitore di cibi precotti per aprire un “ristorante”. Ovviamente si tratta di mera somministrazione o, come più argutamente si dovrebbe dire, di spaccio di calore.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Per contrapporsi a questa deriva ecco nascere la Cuoca e il Cuoco d’Arte o, con un’accezione meno suggestiva, l’Arti-chef. Si tratta di un maestro di cucina che prepara i cibi con le proprie mani nel virtuosissimo ridotto passaggio campo-tavola oppure campo-artigiano del gusto -tavola</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ l’esempio di chi si fa la pasta da solo, di chi sceglie i prodotti dell’orto o della pesca e li trasforma grazie alla sua abilità, è l’esempio di un’impresa artigiana terminale del lavoro di altre imprese artigiane: del macellaio, del panettiere, del salumiere, del casaro, dell’ortolano, del vignaiolo, del frantoiano, del pasticcere. Ma tutti legati però ad un medesimo disciplinare di qualità territoriale. Ci sono due strade che portano al Cuoco d’Arte: la prima è la quasi totale produzione in proprio, la seconda è la combinazione produttiva/creativa di fattori che arrivano dalla prossimità. Nell’un caso come nell’atro protagonista del processo è l’abilità di trasformazione che anche nell’ambito gastronomico perfettamente incarna la definizione di artigiano secondo l’Accademia della Crusca: “Chi esercita un&#8217;attività lavorativa a livello famigliare o con un apporto limitato di operai, per la produzione di beni o servizi e di oggetti non di serie, artistici o no.” Nel nostro caso il Cuoco d’Arte è un produttore di beni culturali! E’ di tutta evidenza che una tale articolazione mette il ristorante del Cuoco d’Arte nella condizione d’essere anche l’aggregatore di altra impresa artigiana: quella che produce i piatti, i bicchieri, i tessuti. Tutte imprese che devono essere coinvolte nel circuito del Cuoco d’Arte proprio per dare sostanza all’originalità della proposta.  Fermo restando che il servizio di sala, l’accudimento del cliente – che è centrale tanto quanto la cucina – resta un’attività di somministrazione e dunque commerciale. I riflessi dal punto di vista organizzativo, normativo, di formazione dell’esistenza di una figura come il Cuoco d’Arte sono a tutta prima percepibili. Esiste peraltro un esempio che si è radicato in Francia che sono i ristoranti che espongono la sigla “fait maison” che traduciamo efficacemente in “fatto in casa”. Se ne avvantaggiano soprattutto i piccoli hotel che puntano sul fait maison per la colazione e le trattorie regionali. L’idea del Cuoco d’Arte è più complessiva e ambiziosa: si tratta di restituire pieno valore alla manualità che si sposa con la creatività e poggia su una cultura di tradizione e una conoscenza profonda del territorio per elaborare un’ offerta identitaria.  Per dare sostanza a tutto questo serve la creazione di un circuito, di una guida anche replicata in internet e agganciata ad una app, serve la costituzione di un disciplinare e una forte spinta di comunicazione. Ma è sostanzialmente la vera cucina che chiede questo intervento di recupero dei suoi valori abbandonata com’è al vento delle mode e sottoposta al ricatto del profitto fine a sé stesso.</p>
<p><strong><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6></h6>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina/">Il Cuoco d’Arte per il riscatto della cucina</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://spiritoartigiano.it/il-cuoco-darte-per-il-riscatto-della-cucina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
