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	<title>lavoro - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/la-guerra-delle-macchine-e-la-pace-artigiana/">La guerra delle macchine e la pace artigiana</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Fare pace, partendo dal saper fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ermete Realacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:30:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Ermete Realacci alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110079" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Pinocchio, metafora dell’uomo che dà forma alla materia»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è esempio più chiaro di questa capacità che Pinocchio, il libro italiano più tradotto al mondo, scritto da Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi. Collodi non era il suo nome, ma il piccolo paese da cui veniva gli diede un soprannome destinato a diventare leggenda. Pinocchio non è solo una fiaba per bambini: è la storia dell’uomo che dà vita alla materia, di Geppetto che plasma il legno con le proprie mani, del percorso di formazione e scoperta che porta alla coscienza e ai valori. Ogni personaggio è una metafora della società contemporanea: il grillo parlante è la coscienza, Lucignolo è la tentazione del facile, Mangiafuoco rappresenta il potere della società, il gatto e la volpe incarnano l’inganno e la scorciatoia. E nel cuore della storia, la pancia dello squalo – dove Pinocchio ritrova Geppetto – è il simbolo della riconciliazione, della forza del legame, della centralità dei valori: l’artigianato come forma di vita, di comunità, di speranza.</p>
<p>Guardando l’Italia, questa metafora si fa concreta: le botteghe artigiane sono pezzi di passato che custodiscono il futuro. Sono artigiani che producono cose che conquistano il mondo, e nello stesso tempo tengono insieme le comunità, creando un tessuto sociale unico, che resiste alle sfide della globalizzazione e dei conflitti internazionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia come Garrincha: fragile e imprevedibile, ma capace di eccellere»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E l’Italia è come Garrincha, il campione brasiliano poverissimo, poliomelitico, con una gamba più corta dell’altra: sfavorito, sottovalutato, eppure capace di magie straordinarie. Garrincha non aveva regole di selezione a suo favore, eppure diventò leggenda, facendo sognare il mondo. Così l’Italia, se rimane fedele alla propria identità, è imbattibile: nonostante guerre, crisi geopolitiche, intelligenza artificiale, possiamo sempre eccellere, partendo dalla qualità, dall’abilità e dalla creatività dei nostri artigiani.</p>
<p>E la sfida contemporanea non manca: ci sono leader come Trump che mostrano come il potere possa tentare di dividere, fare leva sul tornaconto personale, generare conflitti e inganni. Ma gli artigiani italiani ci insegnano una lezione opposta: stare insieme, mantenere la coesione, resistere alla tentazione della scorciatoia, valorizzare la comunità, custodire le proprie radici. Come ha detto Papa Francesco, siamo chiamati a essere creativi come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi e originali per il bene comune.</p>
<p>Anche la contemporaneità passa attraverso mani esperte: pensiamo a grandi creativi che non smettono di lavorare con le mani, perché senza toccare la materia non possono comprendere la forma, l’anima, il ritmo di ciò che costruiscono. È la stessa logica che guida gli artigiani: tradizione e innovazione convivono, ciascun pezzo prodotto porta con sé storia, cultura, identità, comunità.</p>
<p>L’artigianato non è solo produzione: è scuola di vita, passaggio generazionale, legame tra passato e futuro, custodia della bellezza, radice della pace. Ogni burattino, ogni creazione, racconta questa storia. Gli Artigiani di Pace sono qui per ricordarci che l’Italia, se resta fedele a sé stessa, può affrontare ogni sfida. Sono loro che danno vita a ciò che il mondo ama del nostro Paese: la qualità, la creatività, il coraggio, l’umanità.</p>
<p>In ogni bottega italiana, nelle mani che modellano il legno, il metallo, il tessuto, c’è la stessa energia che Collodi mise in Pinocchio, la stessa forza di Garrincha che supera gli ostacoli, la stessa determinazione a</p>
<p>non cedere alle scorciatoie di chi divide e inganna. Ecco perché l’artigianato italiano non è solo economia: è anima, cultura, identità, pace. È l’anima del Made in Italy.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
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		<title>La forza del Made in Italy, ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Granelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:20:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Marco Granelli alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110089" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>Gli Artigiani di Pace non si limitano a creare eccellenza: con le loro mani e con la mente trasformano la materia in valore, i gesti in narrazione, il quotidiano in testimonianza di armonia. Ogni oggetto, ogni cucitura, ogni taglio racconta una storia di impegno e di bellezza, ed è anche un messaggio di equilibrio e responsabilità verso chi ci circonda. L’artigiano diventa così custode di un modello sociale e culturale in cui il lavoro è strumento di coesione e strumento di pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Dalla materia nasce valore, ma anche responsabilità: il lavoro diventa coesione e forma concreta di pace</span><span class="font-435549">»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlare di artigianato significa parlare di unicità e cura, di manualità e innovazione. Ogni impresa artigiana è un presidio di vita, un luogo dove la comunità si ritrova e cresce. Nei laboratori si intrecciano tradizione e futuro, memoria e innovazione, e si genera un valore che non si misura solo in numeri, ma nella capacità di arricchire la vita delle persone e dei territori. Qui il Made in Italy diventa più di un marchio: è uno stile di vita, un linguaggio universale di qualità e bellezza riconosciuto in tutto il mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="flex flex-col text-sm pb-25">
<section class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none &#091;--shadow-height:45px&#093; has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) &#091;&amp;:has(&#091;data-writing-block&#093;)&gt;*&#093;:pointer-events-auto scroll-mt-&#091;calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))&#093;" dir="auto" data-turn-id="request-WEB:3fa4c695-237a-4907-976a-fa1a21dc7332-4" data-testid="conversation-turn-10" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant">
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<h2 style="text-align: center;" data-start="398" data-end="549"><span class="font-435549">«Innovare, formare, restare: ogni bottega aperta è un atto di coraggio che rafforza comunità e sviluppo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tempi difficili, quando le sfide globali e le incertezze mettono alla prova energie e risorse, gli artigiani dimostrano resilienza e coraggio. Sono loro che, di fronte alle crisi, scelgono di restare, innovare e formare le nuove generazioni, facendo sì che la tradizione diventi competitività, occupazione e sviluppo sostenibile. Ogni bottega che apre al mattino, ogni gesto di precisione, ogni nuova idea è un atto di coraggio e di pace, perché costruisce comunità e futuro.</p>
<p>Gli Artigiani di Pace incarnano questo spirito: lavorano per creare non solo prodotti, ma armonia sociale e identità culturale. Difendere l’artigianato significa difendere l’Italia stessa: la sua cultura, la sua storia, la capacità di trasformare la creatività in opportunità globale. Ecco perché il Made in Italy, alimentato dalla passione di questi artigiani, non è solo eccellenza: è anima, visione e testimonianza di ciò che un Paese può fare quando il talento incontra la responsabilità.</p>
<p>Ogni giorno, tra laboratori e botteghe, l’Italia si racconta così: con mani esperte, sguardi attenti e cuori che lavorano per un futuro condiviso. Non aspettano il futuro: lo costruiscono. È questo il miracolo discreto degli Artigiani di Pace, custodi dell’anima del Made in Italy.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-5" data-row="script-row-unique-5" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-5"));</script></div></div></div>
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		<title>Dentro le botteghe, dove nasce l’identità del Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Quaranta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Federico Quaranta alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/dentro-le-botteghe-dove-nasce-lidentita-del-paese/">Dentro le botteghe, dove nasce l’identità del Paese</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110099" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>È lì che l’artigianato smette di essere una parola e diventa una scoperta. Prima pesa, quasi come una responsabilità. Un onere. Perché raccontarlo senza conoscerlo davvero significa restare in superficie. È quello che accade quando si guarda da lontano un mondo che sembra marginale, silenzioso.</p>
<p>Poi succede qualcosa. Si entra. Si bussa. Si attraversa una soglia.</p>
<p>E lì cambia tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="156" data-end="279"><span class="font-435549">«È lì che l’onere si trasforma in onore: si comprende che l’identità di un Paese nasce da ciò che è irripetibile»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dentro le botteghe, nei laboratori, nelle officine, l’artigianato diventa esperienza. Sono gli sguardi, prima ancora delle parole. Sono le mani. Mani che custodiscono, che trasformano, che tengono insieme tempo e materia. È in quel momento che l’onere si trasforma in onore. Un onore grande, perché si comprende una verità semplice: l’identità di un Paese non si costruisce su ciò che è replicabile, ma su ciò che è irripetibile.</p>
<p>L’Italia, in fondo, è tutta qui. Non in ciò che può essere standardizzato, abbassato di costo, prodotto ovunque. Ma in ciò che porta un’impronta. In ciò che conserva un’anima. In ciò che, anche quando nasce dentro un processo industriale, ha bisogno di essere raccontato come unico, fatto a mano, perché è lì che risiede il suo valore più profondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="281" data-end="396"><span class="font-435549">“L’artigianato è l’architrave invisibile del Paese: non sempre lo si vede, ma tutto il resto vi si appoggia.”</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’artigianato è l’architrave invisibile del Paese. Non sempre lo si vede, ma tutto il resto vi si appoggia. È struttura e insieme anima. Senza questa trama sottile fatta di botteghe, laboratori, imprese diffuse, il Paese perderebbe la sua voce più autentica.</p>
<p>E dentro questa struttura vive una forza decisiva: la capacità di tenere insieme. Tenere insieme passato e futuro, tradizione e innovazione, tecnica e immaginazione. Non come opposti, ma come dialogo continuo. È questa l’intelligenza artigiana: una forma di conoscenza che non separa, ma integra.</p>
<p>Per questo l’artigiano è, profondamente, un artigiano di pace. Perché costruisce connessioni dove altri vedono fratture. Perché lavora sulla continuità, non sulla rottura. Perché ogni gesto è un equilibrio tra ciò che è stato e ciò che deve ancora essere.</p>
<p>Ci sono contesti in cui tutto questo appare con maggiore evidenza. Luoghi complessi, segnati, dove nulla può essere rifatto in serie. Dove ogni intervento richiede rispetto, sensibilità, competenza. In questi luoghi l’artigianato diventa qualcosa di più: non è solo lavoro, è ricostruzione. Non si rimettono in piedi solo spazi, ma relazioni. Non si restaurano solo forme, ma fiducia.</p>
<p>È lì che si comprende fino in fondo che l’artigianato genera vita.</p>
<p>E spesso accade lontano dai grandi centri, nei territori più fragili, meno raccontati. Proprio lì si custodisce una parte essenziale dell’identità collettiva. Lì dove la memoria è pratica quotidiana e il futuro non può essere imposto, ma costruito con pazienza.</p>
<p>In un tempo dominato da numeri, algoritmi, velocità, questa dimensione chiede uno sguardo diverso. Chiede di riconoscere che il valore non è solo economico. L’artigianato è anche valore sociale, culturale, identitario. È un presidio. Dove c’è un artigiano, c’è vita.</p>
<p>E dentro questa vita c’è un passaggio delicato: quello tra generazioni. Tra chi sa e chi deve imparare. Non è mai una trasmissione meccanica, ma un equilibrio tra fedeltà e cambiamento. Una tradizione che si rinnova proprio perché, in parte, viene reinterpretata, persino tradita per restare viva.</p>
<p>È qui che si gioca il futuro. Nel rendere questo mondo attrattivo, desiderabile. Nel riconoscere che il saper fare non è un ripiego, ma una scelta alta, capace di dare forma a un progetto di vita.</p>
<p>Perché l’artigianato non è nostalgia. È futuro che ha memoria. È innovazione che non perde l’anima. È intelligenza che non teme la tecnologia, perché sa che il proprio valore sta nella sensibilità, nel giudizio, nella capacità di dare forma all’unicità.</p>
<p>Il made in Italy nasce qui. Non è un’etichetta, è un modo di stare al mondo. È la capacità di trasformare la materia in esperienza, in bellezza, in significato. È una sapienza che si conquista ogni giorno, nel lavoro, nella cura, nella responsabilità.</p>
<p>Ma tutto questo non è garantito. Richiede consapevolezza, visione, scelte. Richiede di riconoscere che ciò che rende unico un Paese è ciò che non può essere imitato.</p>
<p>E allora la sfida è una sola: accorgersene fino in fondo. Perché difendere l’artigianato non è un gesto conservativo. È un atto generativo.</p>
<p>Ogni volta che una mano lavora con cura, costruisce qualcosa che va oltre l’oggetto. Costruisce legami. Costruisce identità. Costruisce futuro.</p>
<p>E, in silenzio, costruisce la cosa più preziosa di tutte: tiene insieme il Paese. Costruisce pace.</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il gesto che crea: storie di bellezza e sapienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Germozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla tavola rotonda ‘Testimonianze di Imprese’, con designer e maestri artigiani, alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026). Hanno partecipato: Giulio IACCHETTI - Industrial designer; Erika LIBERATI - Ceramiche d’Arte Liberati; Roberto GALBIATI Arredamenti Galbiati Natale &#038; Figli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110113" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Dalla-redazione-Dalla-tavola-rotonda-%E2%80%98Testimonianze-di-Imprese.jpg" width="1920" height="1280" alt=""></div>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Sul palco del nostro racconto salgono figure di mani, occhi che osservano, gesti che trasformano. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Voci che parlano di ceramica, di legno, di oggetti che respirano, che raccontano, che vivono. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Qui non ci sono nomi, solo storie intrecciate, voci di chi ha scelto di fare dell’arte del fare il proprio mondo, la propria ragione di essere.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Come si coniuga un sapere antico con le sfide della modernità?» chiede una voce. La risposta arriva calma e ferma: «Bisogna conoscere da dove si viene per capire dove si sta andando. La tradizione è la radice, ma il presente ci chiama alla contemporaneità. La sapienza antica deve dialogare con la tecnologia, mantenendo l’anima romantica del nostro lavoro». Non c’è contrapposizione: la tecnologia non sostituisce la mano dell’artigiano, la memoria della materia; la amplifica, la rende visibile, la moltiplica. L’innovazione non è un nemico, ma un alleato. Come un grande calciatore che dribbla con leggerezza tra gli ostacoli, ogni gesto diventa un’espressione di gioia e libertà, un pallone che vola tra tradizione e futuro. Si parla di giovani, di scelte difficili.</p>
<p>«Oggi i ragazzi devono scoprire cosa accende il loro cuore», dice una voce. «Provare, sbagliare, tornare indietro, cambiare strada. Solo così si impara davvero». Si impara facendo, condividendo, trasmettendo una sapienza fatta di tempo, di gesti ripetuti, di mani che modellano e occhi che osservano. Il design entra nel racconto come ponte tra due mondi: uno verticale e profondo, l’altro orizzontale e curioso. L’artigiano conosce ogni fibra della materia; il designer raccoglie idee, le osserva, le fa vivere. Da questo incontro nascono oggetti che portano la memoria, la storia, e il desiderio del futuro.</p>
<p>«Guardate Geppetto», dice qualcuno. «Un burattinaio che estrae Pinocchio dal legno destinato al fuoco. Trasforma ciò che sembrava destinato a sparire in qualcosa di straordinario. Dare valore, bellezza e vita a ciò che sembrava insignificante: ecco il lavoro artigiano».</p>
<p>Non manca la riflessione sul mondo: sull’intelligenza artificiale, sulle regole, sulle leggi. L’artigiano vive in un ecosistema da curare, dove credito, infrastrutture, formazione, innovazione e cultura si incontrano. Senza cura, il sottobosco artigiano – le micro e piccole imprese, le botteghe custodi dell’anima del Paese – rischia di scomparire. Eppure, nonostante crisi, guerre, inefficienze, ogni laboratorio continua a respirare. Ogni gesto quotidiano diventa eroico: costruzione di bellezza, armonia, senso. L’orgoglio di essere artigiano è anche responsabilità verso la comunità, verso i giovani che raccoglieranno il testimone. «Ci vuole narrazione», si dice. «Raccontare ai ragazzi il valore del fare, la gioia di creare. L’artigiano non è serie B: è scuola di vita, di libertà, di intelligenza vivente».</p>
<p>In queste mani, in queste botteghe che resistono, l’Italia ritrova sé stessa: un Paese che nasce dal nulla e costruisce tutto, che trasforma materiali poveri in opere straordinarie, che trasforma gesti quotidiani in capolavori di umanità. Mentre il mondo corre verso l’istantaneo e il digitale, l’artigiano ricorda che l’essenza dell’uomo passa per le mani, il gesto creativo, la passione. Il futuro non si inventa solo: si costruisce pezzo dopo pezzo, con cura, rispetto e amore. Custodire la tradizione significa tenere in mano la speranza, la bellezza, la dignità di un Paese intero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em> </em><span class="font-435549"><em>Essere artigiano oggi è atto di orgoglio, di resistenza, di libertà. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È un gesto di pace. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È l’anima del Made in Italy che continua a vivere, creare, insegnare ed emozionare.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>La società longeva e il valore che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 06:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Sapelli interpreta il libro di Bandini e Manfredi come uno strumento per leggere il cambiamento in corso nel capitalismo contemporaneo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 36%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110191" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg" width="400" height="644" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg 400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-186x300.jpg 186w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-350x564.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></div>
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<p data-start="235" data-end="667">Il libro di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, <em data-start="282" data-end="302">La società longeva</em>, costituisce una significativa proposta interpretativa di uno dei fenomeni più importanti del cambiamento di passo nella storia del capitalismo mondiale, in cui siamo immersi e su cui gran parte degli osservatori e degli studiosi, anche i più qualificati e dotati di una sensibilità e di una cultura interdisciplinare, sono spesso disarmati nell’interpretazione.</p>
<p data-start="669" data-end="1183">Si usa il termine di “invecchiamento”, oppure di “crisi demografica”, secondo una giusta visione del fenomeno dal punto di vista mono-disciplinare, ma ancora imperfetta nella capacità euristica, se ci si ferma, appunto, al puro dato demografico. Una interpretazione weberiana del fenomeno, ossia dotata di una capacità “comprendente” e che comprenda quindi il “moto all’azione dei soggetti” che l’aumento delle popolazioni in età avanzata produce, è quello che fa la differenza.<br data-start="1147" data-end="1150" />La differenza di questo lavoro.</p>
<p data-start="1185" data-end="1573">Il declino costante e mondiale delle nascite implica una diversa società che va formandosi. E quindi una diversa collocazione sociale degli attori e dei loro posizionamenti sociali, dei loro valori, dei loro “moventi”, del loro disporsi nella intricata foresta dei rapporti sociali, che, prima di essere tali, sono fondati sulle società naturali: sulla più potente di esse, la famiglia.</p>
<p data-start="1575" data-end="2370">È la famiglia che muta con la società longeva, perché produce quella modificazione. È il rapporto tra le generazioni che cambia e non solo in senso demografico, ma politico-sociale, ossia definendo in forme profondamente diverse dal passato prossimo e remoto il disporsi dell’azione sociale dei soggetti. Dove? Ma nel lavoro, perbacco… in primis e prima ancora nel nucleo “naturale”, appunto, ossia nella famiglia e nelle “società seconde” che con essa accompagnano la vita delle persone, a cominciare dalle agenzie di socializzazione secondaria: le scuole e le agenzie dove si crea il plusvalore, ossia tanto i luoghi produttivi quanto quelli in cui si crea la rendita: gli uffici o le “case”, ormai, che processano dati, calcoli, progetti della società tecnologica che avanza impetuosamente.</p>
<p data-start="2372" data-end="3669">Perché questo è un altro dei valori epistemologici di questo lavoro. Inserisce l’avvento della società longeva nelle grandi ondate di Kondratiev del cambiamento tecnologico paradigmatico del capitalismo digitale, ad alto consumo energetico e a basso consumo cognitivo naturale, per sostituirlo con quello che deriva tecnologicamente dal processamento dei dati nella prosumption generalizzata in cui il capitalismo moderno immerge i suoi attori, estraendone non più il tempo di lavoro, perché quelle ore sono ormai infinite o finite quanto la stessa vita degli attori. Nel lavorare a casa, che vuol dire lavorare sempre e mai solo per se stessi, si definisce la nuova società. Tempi di lavoro che inseriscono le stesse coorti generazionali in un diverso rapporto rispetto ai lavori e soprattutto rispetto a sé medesime. Così gli anziani divengono inevitabilmente adattabili alle nuove tecnologie ed è questa ricchezza cognitiva eclatante che questo libro ci spiega. Ci spiega perché questo processo è un fatto positivo, dall’incommensurabile potenziale di salvezza. In primo luogo per quelle generazioni “vecchie”, che si rivelano invece più giovani che mai, se si sanno collocare nella disponibilità, in loro presente, di contribuire alla creazione di valore sociale e di comprensione del mondo.</p>
<p data-start="3671" data-end="5015">Quando ero un giovane pieno di grandi speranze, Franco Momigliano, l’indimenticabile Maestro, mi portò con sé in un viaggio in Giappone. Si era negli anni settanta del secolo scorso. Visitammo le fabbriche e gli uffici dove — ci era stato detto — si creavano i famosi computer tascabili: alla ricerca di essi e degli attori di quei processi era diretto il nostro viaggio olivettiano. Quello che ci sorprese fu visitare luoghi di lavoro (fabbriche, ma dire solo fabbriche sarebbe riduttivo…) in cui, accanto a coloro che lavoravano a ritmi infernali con una sorveglianza ferrea, sedevano spesso, dinanzi a luminose finestre, decine di anziani che prendevano appunti e che spesso giravano per gli stabilimenti e ai quali si rivolgevano i lavoratori e soprattutto i capi reparto. Dopo insistenze e bevute fuori dall’orario di lavoro, io riuscii a parlare con un anziano e un caporeparto — “Tu parli anche con i sassi”, diceva il Maestro. Ne vennero fuori racconti, nel nostro scarsissimo inglese che ci univa, grazie a un mondo di segni e di risate che allargavano il cuore, e venne fuori che quegli anziani erano lì per essere consultati dai lavoratori e dai capi e che dispensavano consigli ogni volta che a essi ci si rivolgeva con un cerimoniale di inchini, saluti e salamelecchi di cui noi ci divertivamo in albergo a riprodurre le movenze.</p>
<p data-start="5017" data-end="5312">Era uno straordinario modello di interazione sociale e cognitiva tra generazioni, di cui così si impossessavano quelle giovani, e ci si passava il testimone e ci si rispettava sempre di più, non disperdendo nulla dell’immenso capitale sociale che le generazioni accumulano nel loro succedersi.</p>
<p data-start="5314" data-end="5785">Il libro ci offre commoventi esempi di dedizione alla vita e al dolore delle generazioni che soffrono dell’avanzare dell’età. Le interviste contenute nel libro con coloro che svolgono quel raro compito benevolo di cura e di sorveglianza amorosa, che consente il riprodursi non tanto della società astrattamente intesa, ma del segreto valore sociale fondato sull’amore che consente a essa — la società — di riprodursi, sono certamente la cosa più bella di queste pagine.</p>
<p data-start="5787" data-end="5916">Ce la si farà anche questa volta, se l’intelligenza sociale, di cui è testimonianza questo libro, diverrà azione trasformativa.</p>
<p data-start="5918" data-end="6043">Lo spirito artigiano, del resto, è quello che più potentemente può soffiare beneficamente… noi artigiani ne siamo convinti.</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Guerrieri strafottenti, tifosi di sé stessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Grazioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 09:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il coraggio di chi non chiede permesso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 100%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109229" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280.jpg" width="1280" height="853" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/woman-8533572_1280-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
					</div>
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<h2><span class="font-435549">C’è un tratto che accomuna i tempi incerti: la tentazione di chiedere ai giovani di essere buoni, docili, misurati. È una forma di educazione gentile che, però, finisce per sterilizzare l’energia e il desiderio. Eppure, mai come oggi, serve l’opposto: serve una generazione di guerrieri strafottenti, persone capaci di stare nel mondo con coraggio, ironia e senso critico. Non per ribellione sterile, ma per lucidità.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché chi si limita a eseguire rischia di sparire, mentre chi osa dire la propria costruisce il futuro.</p>
<p>Essere strafottenti non è un difetto di carattere: è una forma di libertà. È la capacità di non delegare ad altri la definizione di sé, di non attendere che qualcuno conceda riconoscimento o legittimità. È lo spirito di chi decide di restare protagonista della propria storia, anche in un contesto che tende a scoraggiare l’iniziativa. Non si tratta di arroganza, ma di fierezza; di consapevolezza che ogni mestiere, ogni impresa, ogni lavoro porta con sé un pezzo di identità e di cultura. E che, se non si è tifosi di sé stessi, se non si ha la forza di credere nel proprio valore, nessun sistema lo farà al posto nostro.</p>
<p>Viviamo in un Paese che non ama i capi, e questo, lungi dall’essere un limite, è uno dei tratti più vitali della nostra identità collettiva. L’Italia è una terra in cui un’impresa nasce ogni nove abitanti: una costellazione di indipendenze, di persone che preferiscono mettersi in gioco piuttosto che ricevere ordini. È una ricchezza straordinaria, ma fragile. Perché la libertà, quando si disperde, si trasforma in solitudine, e la solitudine, nel lungo periodo, diventa vulnerabilità. Chi lavora con passione deve imparare a difendersi da chi prova a dividere, a isolare, a mettere gli uni contro gli altri. Nessuno è forte da solo. La competizione serve, ma senza cooperazione diventa sterile. Difendere la propria autonomia non significa rinunciare al legame.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il tempo presente richiede un modo nuovo di intendere la forza: non quella che impone, ma quella che tiene insieme»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il tempo presente richiede, allora, un modo nuovo di intendere la forza: non quella che impone, ma quella che tiene insieme. Serve imparare a “pascolare i gatti”, come si dice con ironia per descrivere l’impresa di coordinare ciò che per natura sfugge alle regole. È la metafora perfetta del lavoro contemporaneo: gestire persone, progetti, relazioni, senza cancellare la loro diversità. Significa governare il caos, non eliminarlo. Lo stesso vale per chi sa “sciogliere i nodi”: rendere fluide le relazioni dove si sono create tensioni, ricostruire fiducia, ridare senso a ciò che si è irrigidito. È un gesto di intelligenza pratica, che oggi vale quanto un titolo di studio.</p>
<p>E infine, serve imparare a riconoscere valore anche nello scarto. Lo sfrido, ciò che resta dopo una lavorazione, è una delle parole più potenti del lessico artigiano. Non indica soltanto uno scarto fisico, ma anche la parte non finita, la crepa, l’imperfezione. Trasformare lo sfrido in risorsa significa fare della fragilità un’occasione: sfida e grido, come due sillabe di una stessa radice. È la capacità di trarre senso anche da ciò che non ha funzionato, di farne materia viva di futuro. In un tempo che idolatra la perfezione, la cultura artigiana insegna che l’incompiuto è spesso il luogo più fertile dell’innovazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’arrabbiatura sana è quella che nasce dal desiderio di fare meglio, di migliorarsi, di non subire l’ingiustizia del mediocre»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Essere “lean and mean”, piccoli e arrabbiati nel modo giusto, è l’altra faccia di questa mentalità. Piccoli, perché leggeri e rapidi nel cambiare; arrabbiati, perché lucidi e non rassegnati. L’arrabbiatura sana è quella che nasce dal desiderio di fare meglio, di migliorarsi, di non subire l’ingiustizia del mediocre. È il contrario del cinismo. È la scintilla che accende il movimento. Il futuro non appartiene ai buoni, ma a chi sa trasformare il disagio in energia, la stanchezza in visione, la fatica in competenza.</p>
<p>Chi lavora nella manifattura, nei mestieri, nei servizi, lo sa bene: non si tratta di vincere contro qualcuno, ma di vincere contro l’inerzia. Ogni volta che si tiene in piedi un laboratorio, un’azienda, una bottega, si compie un atto politico e culturale: si afferma che il lavoro, se vissuto con responsabilità, è ancora una forma di libertà.</p>
<p>La tecnologia, per quanto potente, non potrà sostituire questa intelligenza. Perché il cervello umano, pur non essendo il più rapido né il più capiente, possiede un vantaggio irripetibile: sa attribuire significato. La vera superiorità dell’uomo non sta nei calcoli, ma nella capacità di selezionare, scegliere, ricordare ciò che conta. È un’intelligenza fatta di generosità, di gioia e di gioco: tre parole semplici che definiscono il modo in cui l’essere umano costruisce valore. Generosità nel condividere sapere, gioia nell’alimentare energia, gioco nel mantenere viva la curiosità. Sono le dimensioni che nessun algoritmo potrà imitare, perché appartengono al regno della relazione, non del calcolo.</p>
<p>Su questa base si fonda la formula più importante del nostro tempo: Innovazione = (Capitale Sociale) × (Libertà) × (Investimenti).</p>
<p>Tre fattori che si moltiplicano, non si sommano: se uno si azzera, il risultato si annulla.</p>
<p>Il capitale sociale è la rete di fiducia tra le persone; la libertà è lo spazio per provare, sbagliare, reinventarsi; gli investimenti sono il coraggio di mettere risorse, tempo e rischio nelle proprie idee. L’Italia ha un patrimonio enorme di capitale sociale, ma non può più permettersi di trascurare quello umano. La povertà educativa è la vera emergenza competitiva del Paese, perché limita la libertà e indebolisce la capacità di investire. Nessun piano industriale può funzionare se le persone non hanno gli strumenti per comprenderlo e sostenerlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«“Fare i cattivi” significa, non smettere di pretendere»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Fare i cattivi” significa, allora, non smettere di pretendere. Non accontentarsi di un posto nel sistema, ma volerlo cambiare dall’interno. Significa guardare in faccia la realtà e rifiutarsi di viverla come spettatori.</p>
<p>La strafottenza, in fondo, non è arroganza: è una forma di amore per la vita, un modo di dire “ci sono” anche quando il mondo ti suggerisce di tacere. È la voce di chi non ha paura di sporcarsi le mani, di chi continua a scommettere sulla propria libertà, anche quando non conviene.</p>
<p>E forse è proprio da questa postura che può nascere un nuovo rinascimento: da una generazione che non aspetta istruzioni, ma decide di camminare, con la testa alta e lo sguardo dritto, nel proprio tempo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>L’artigianato e la sua tecnica come produzione di senso (quando sembra essersi perso)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 09:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo delle promesse virtuali e del lavoro che si dissolve, l’artigianato torna a indicare una via: fare come forma di senso, tecnica come atto di resistenza e di rinascita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 94%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109311" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg" width="1280" height="850" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-1024x680.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-768x510.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-350x232.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<h2 style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span class="font-435549" style="color: black;">Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un lungo e toccante articolo su un manager, Paul Lundy, che a Seattle stava “vivendo la lenta morte del lavoratore sotto le luci fluorescenti” di un lavoro stabile nel mondo corporate, lasciato per dedicarsi alla riparazione di macchine da scrivere, imparando un mestiere dato per estinto a fianco di un artigiano anzianissimo, la cui bottega ha poi rilevato. </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Nel gesto lento, preciso e ripetibile della manutenzione meccanica ritrova una forma di senso che il lavoro astratto aveva smarrito. La tecnica, qui, non è nostalgia ma conoscenza incarnata, rapporto diretto con la materia e con il tempo. È artigianato come pratica concreta di significato, in un’epoca che fatica a produrne.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non è certamente quello di Paul Lundy, e della trasformazione del suo lavoro da immateriale a prettamente analogico e materiale, un caso unico, tutt’altro. Ritengo invece rappresenti l’avanguardia di una reazione allo spiegamento della geometrica potenza — e violenza — della tecnologia come fatto unicamente esponenziale e disumanizzante, che ha già da tempo sottomesso la gran parte del lavoro immateriale e ora avanza rapida e indomabile per conquistare ogni ambito del lavoro.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Quanto più rapidamente e pervasivamente si sviluppano soluzioni tecnologiche — su tutte un certo uso dell’intelligenza artificiale — che marginalizzano il contributo umano; quanto più il lavoro smaterializzato e l’economia a propulsione finanziaria consentono e incentivano la polverizzazione del lavoro e l’idea dei lavoratori come variabile sostituibile; tanto più torna ad essere sensata e competitiva l’idea che il lavoro manuale, e il suo patrimonio peculiare di tecnica e competenze, possano tornare ad essere una prospettiva concreta per molti.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non parliamo solo di giovani in cerca di un futuro lavorativo di fronte alle mille promesse senza costrutto di un mercato della formazione in cui il termine “mercato” ha sottomesso la missione di “formare”, né delle aspettative, spesso fragili, delle famiglie, che continuano a preferire un figlio avvocato a uno elettricista, quando le professioni legali sono oggi — e saranno sempre più — in crisi per sovrappiù di risorse, scarsa redditività e sostituibilità tecnologica. Dire ai giovani che dovrebbero considerare un mestiere manifatturiero e artigiano, ovviamente declinato in modo contemporaneo e con una forte componente tecnologica, è necessario ma non sufficiente.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">La demografia inclemente, che ci vede come secondo Paese più anziano al mondo e fortunatamente tra i più longevi, ci dice che il tema del lavoro “anziano” — o, più ottimisticamente, delle molteplici vite professionali nel corso di un’esistenza longeva — comincia a occupare la pubblicistica più attenta a livello globale. L’idea che una di quelle vite, magari alla fine di una più o meno gloriosa carriera dietro una scrivania, possa essere dedicata al “fare”, apprendendo tecniche (altro verbo fondamentale in una vita longeva) e applicandole per produrre beni e servizi non comprimibili, non inscatolabili, non delocalizzabili perché basati sulla relazione umana e sulla pienezza del senso, è tutt’altro che marginale. Così umani da accogliere — eresia per i tecnofili — l’imperfezione e la limitazione come sanità, non come aberrazione. Penso al ritorno, ormai da qualche tempo, degli LP in antitesi alla musica digitale, e a quello più recente della fotografia analogica non solo come tecnica per una ristretta conventicola, ma come mezzo “umano” di espressione.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Sono tutti segni, non di massa ma certamente di avanguardia, di un bisogno diffuso di rimettere al centro, come persone, i processi sociali, produttivi ed economici. Andiamo qui oltre la vecchia idea di “lusso” ed “eccellenza” riservata a pochi che comprano le mani sapienti: anche questo è ormai un concetto obsoleto e debole. Siamo di fronte, a partire dall’Europa e da ciò che rimane di più sano degli Stati Uniti, a un modello di organizzazione sociale, del lavoro, della produzione e dei consumi che non ci lasci assetati dopo aver bevuto, come accade oggi.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">È un’occasione irripetibile per chi, come il movimento artigiano, ha sempre creduto in questa idea paziente e generativa dell’economia, spesso come voce nel deserto ai tempi della disruption. Ora forse qualcosa sta cambiando: a noi rivendicare la forza del nostro modello peculiare come buono, pulito e giusto.</span></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div>
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		<title>La misurazione della rappresentatività: la grande incompiuta della Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Giovani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 09:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza criteri condivisi di misurazione e qualità, la rappresentanza si è dispersa in centinaia di contratti e soggetti privi di radicamento: un vuoto normativo che pesa su imprese, lavoratori e bilateralità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108968" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani.jpg" width="1280" height="829" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani-300x194.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani-1024x663.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani-768x497.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/2.Giovani-350x227.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-16" data-row="script-row-unique-16" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-16"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-17"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h2><span class="font-435549">La misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali che stipulano i contratti collettivi è uno dei temi più complessi e irrisolti del diritto del lavoro italiano. A distanza di oltre settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, resta ancora privo di un’attuazione organica <strong>l’articolo 39</strong>, <em>nella sua seconda parte</em>, che immaginava un sistema ordinato di registrazione dei sindacati e di certificazione della loro rappresentatività, così da conferire ai contratti collettivi efficacia generale.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un disegno ambizioso, pensato per impedire proprio ciò che oggi costituisce la criticità maggiore: la frammentazione estrema della rappresentanza, la proliferazione di sigle senza consistenza reale e la diffusione di contratti collettivi e di enti bilaterali privi di basi effettive nella struttura produttiva e sociale del Paese.</p>
<p>Peraltro,  mentre l’articolo 39 resta lettera morta, altre norme costituzionali rimaste inattive per decenni hanno trovato finalmente un’applicazione. È il caso dell’articolo 46, dedicato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa, che nel 2025 ha ricevuto attuazione grazie alla Legge n. 76/2025, originata da una lodevole proposta di iniziativa popolare promossa dalla CISL, che correttamente prevede la bilateralità quale strumento tipico di partecipazione nelle micro e piccole imprese.<br />
Questo precedente dimostra che anche gli articoli più complessi possono essere attuati quando si crea una convergenza tra attori sociali, sistema politico e opinione pubblica.<br />
Per l’articolo 39, invece, questa convergenza non si è ancora formata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Negli ultimi trent’anni la frammentazione è esplosa</span></h3>
<p>L’assenza di un sistema affidabile di misurazione della rappresentatività ha prodotto effetti profondi, soprattutto negli ultimi trent’anni.<br />
La rappresentanza, sia sul lato sindacale sia su quello datoriale, si è frantumata in una miriade di soggetti, spesso privi di  radicamento territoriale, storia o base associativa concreta.</p>
<p>Il risultato è un panorama contrattuale estremamente disordinato, nel quale convivono:</p>
<ul>
<li>CCNL stipulati dalle grandi organizzazioni storiche;</li>
<li>contratti collettivi firmati da sigle nate di recente e prive di rappresentanza effettiva;</li>
<li>enti bilaterali improvvisati;</li>
<li>soggetti che si presentano come “parti sociali” senza alcuna strutturazione reale;</li>
<li>contratti pirata applicati solo per abbassare i costi del lavoro e le tutele.</li>
</ul>
<p>La situazione è diventata talmente grave da spingere il CNEL, che gestisce l’archivio nazionale dei contratti collettivi, a introdurre una distinzione interna senza precedenti: da una parte i CCNL applicati ad almeno l’1% dei lavoratori dipendenti di un determinato settore; dall’altra quelli che non raggiungono questa soglia minima di applicabilità.</p>
<p>Questa classificazione non ha valore normativo, ma rappresenta un criterio empirico che indica quali contratti hanno una base reale e quali, invece, sono espressione di sigle marginali, quando non del tutto inesistenti nel tessuto economico.</p>
<p>Un’altra selezione che a nostro parere potrebbe operare il Cnel conformemente alla normativa che regola l’archivio della contrattazione, attiene alla verifica della dimensione territoriale o nazionale del contratto depositato, per certificare se il contratto collettivo si applica solo in determinate località o aziende o in tutto il territorio nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Il terreno fertile per contratti di comodo e bilateralità artificiali</span></h3>
<p>In questo contesto si sono moltiplicati episodi che mostrano chiaramente la distorsione del sistema. Molte delle nuove sigle sindacali o datoriali, prive di una base reale, cercano legittimazione attraverso:</p>
<ul>
<li>la firma di contratti collettivi a costo e/o tutele ridotte;</li>
<li>la costituzione di sistemi bilaterali autonomi privi di storia e solidità;</li>
<li>richieste di convenzioni con enti pubblici, talvolta ottenute nonostante fragilità strutturali evidenti;</li>
<li>la diffusione di contratti che attraggono imprese solo perché economicamente più “leggeri”.</li>
</ul>
<p>Si tratta di fenomeni che producono concorrenza sleale nei confronti delle organizzazioni realmente rappresentative, che quotidianamente impiegano migliaia di persone e risorse ingenti per offrire servizi reali: formazione, welfare, sicurezza, fondi sanitari e previdenza integrativa e che svolgono, a livello nazionale e territoriale, un’intensa attività di rappresentanza  su numerosi temi di carattere sindacale, economico, sociale, contribuendo non poco allo sviluppo del Paese, alla tenuta della democrazia e della coesione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Perché non basta “una regolazione costruita interamente per via legislativa”</span></h3>
<p>Di fronte al caos, periodicamente emergono proposte di legge che, con impostazione dirigista, promettono di risolvere tutto con una norma centralizzata calata dall’alto.</p>
<p>Ma in realtà <strong>una regolazione costruita interamente per via legislativa</strong> si rivelerebbe inadeguata e persino controproducente.</p>
<p>Il nostro sistema delle relazioni industriali è fondato su ciò che Gino Giugni definiva <strong>“ordinamento intersindacale”</strong>: un equilibrio dinamico nel quale le parti sociali — sindacati e associazioni datoriali comparativamente più rappresentative — esercitano un ruolo primario.</p>
<p>La contrattazione collettiva, in Italia, vive di autonomia negoziale, di storicità dei soggetti, di presenza territoriale. Ma soprattutto di equilibri trovati per via pattizia.</p>
<p>Una legge che pretenda unilateralmente di definire chi è rappresentativo e chi non, finirebbe per minare questa architettura, ignorando la complessità dell’ecosistema.</p>
<p>Il legislatore può offrire cornici, strumenti e criteri generali, ma <strong>la misurazione effettiva deve essere costruita con e dalle parti sociali</strong>, attraverso meccanismi condivisi, verificabili e proporzionati.</p>
<p>Solo a valle di questo processo può essere utile una norma di legge che promuova e sostenga la volontà delle parti sociali.</p>
<p>Così come sarebbe del tutto controproducente rispetto agli effetti proposti, una legge sul salario minimo, che avrebbe come certa conseguenza quella di determinare le condizioni per la progressiva disapplicazione dei buoni contratti collettivi di lavoro (quelli che garantiscono, oltre al  salario adeguato, tutele e welfare), con un livellamento in basso dei trattamenti dei lavoratori, senza peraltro incidere minimamente sul contrasto al  lavoro nero e irregolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Misurare non basta: bisogna selezionare la qualità della rappresentanza</span></h3>
<p>Un altro aspetto da non trascurare,  è che la sola misurazione della rappresentatività, che va fatta utilizzando criteri certi e verificabili,  non si esaurisce in un dato numerico o nella semplice diffusione applicativa di un contratto collettivo.</p>
<p>Ecco perché servono ulteriori criteri qualitativi, tra i quali:</p>
<ul>
<li>storia dell’organizzazione;</li>
<li>articolazione territoriale diffusa e verificabile;</li>
<li>numero e caratteristiche delle imprese e dei lavoratori associati;</li>
<li>partecipazione ai tavoli istituzionali;</li>
<li>presenza di sistemi bilaterali consolidati ed efficienti;</li>
<li>capacità di erogare formazione, prestazioni e servizi;</li>
<li>governance trasparente.</li>
</ul>
<p>Solo <strong>integrando quantità e qualità</strong> è possibile distinguere i soggetti realmente rappresentativi da quelli che vivono unicamente della firma di contratti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">La bilateralità come “modello”: il caso della Legge 92/2012</span></h3>
<p>Se dovessimo interrogarci su quale ulteriore elemento, oggi, è in grado di arricchire una contrattazione di qualità, non potremmo che indicare la Bilateralità. La Bilateralità, in tutta la sua sostanza, è ogni un indicatore fondamentale della rappresentatività di un sistema di contrattazione collettiva.<br />
Gli enti bilaterali veri — non quelli di comodo — erogano prestazioni di welfare ai lavoratori e alle imprese, sanità integrativa, previdenza complementare, sostegno al reddito, formazione e servizi complessi.<br />
Sono sistemi che richiedono strutture solide, governance stabile e capacità amministrativa.</p>
<p>Un esempio emblematico di una legge che ha promosso la rappresentanza “di qualità” è indubbiamente la <strong>Legge 92/2012 (Ministro del Lavoro era Elsa Fornero)</strong>, che per la prima volta ha riconosciuto alle parti sociali dotate di un sistema bilaterale “consolidato”, “quale quello dell’artigianato” (v. art. 3, comma 14)  la possibilità di gestire autonome forme di ammortizzatori sociali in alternativa al modello generale.<br />
Su questa base è nato <strong>FSBA</strong>, oggi uno dei principali strumenti di integrazione salariale contrattuale, che copre un milione di lavoratori dell’artigianato in tutta Italia e che rappresenta un mirabile esempio di sussidiarietà.  Anche per questo la bilateralità, da un certo punto di osservazione, è oggi uno degli elementi in grado di dimostrare, nei fatti, chi è realmente rappresentativo e chi non lo è.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Un tema ormai  ineludibile</span></h3>
<p>Il tema della rappresentatività è, dunque, ormai  ineludibile, e  non riguarda solo la selezione corretta del CCNL da applicare o il contrasto ai contratti collettivi ed agli enti bilaterali pirata.<br />
È una sfida più ampia, che incrocia la trasformazione tecnologica, l’evoluzione dei mercati e dei settori produttivi; la necessità di rafforzare il welfare contrattuale; le nuove forme di impresa.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La rappresentanza degli interessi di fronte alle sfide del XXI secolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Feltrin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Corpi intermedi tra erosione di ruolo e nuove funzioni: perché la rappresentanza resta decisiva nell’economia che cambia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 73%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108982" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/fog-6594102_1280.jpg" width="960" height="1280" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/fog-6594102_1280.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/fog-6594102_1280-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/fog-6594102_1280-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/fog-6594102_1280-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Secondo la maggior parte degli osservatori i corpi intermedi, nel nostro caso le associazioni di rappresentanza degli interessi economici, hanno perso parte del peso e del ruolo che avevano avuto in passato. La tesi di fondo di questo modo di vedere è rappresentata dall’idea della diminuita centralità delle relazioni sindacali e dalla constatazione che la disintermediazione riguardi tutte le organizzazioni che in qualche modo operano nelle arene della rappresentanza.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La conseguenza sarebbe una ripresa di ruolo delle istituzioni pubbliche che sarebbero capaci di rivolgersi direttamente, in prima persona, tanto ai cittadini quanto ai lavoratori quanto agli imprenditori. A questa dinamica strutturale si aggiunge il fatto che le dinamiche dell&#8217;economia nei primi 25 anni del XXI secolo hanno avuto ripercussioni anche sulle associazioni datoriali e sui sindacati, mettendo in difficoltà la tenuta di non poche delle loro strutture.</p>
<p>Tuttavia, per comprendere la realtà dei corpi intermedi e la loro complessità occorre tenere conto di diverse altre dimensioni. Il sistema d’offerta che va dalla rappresentanza ai servizi alle funzioni pubbliche offre ai cittadini una molteplicità di ragioni di adesione. Al di là delle apparenze, le associazioni di rappresentanza – come nel nostro caso Confartigianato – svolgono ancora numerose funzioni di intermediazione:</p>
<ol>
<li>contrattazione nazionale, aziendale, territoriale;</li>
<li>enti bilaterali (la vera novità di questo ultimo trentennio);</li>
<li>servizi di assistenza individuale e di adempimento, vecchi e nuovi; 4) tutele e welfare locale a base territoriale/comunitaria (via bilateralità).</li>
</ol>
<p>Vanno dunque valutati in positivo, in particolare per Confartigianato, cinque aspetti che caratterizzano la vita di una associazione:</p>
<ol>
<li>le adesioni volontarie, ancora molto consistenti, che danno vita a una intensa attività associativa interna creando aggregati sociali identitari piuttosto forti;</li>
<li>una diffusione territoriale che forse non ha eguali in Europa e che continua a crescere nel tempo a dispetto della contrazione degli iscritti;</li>
<li>il numero dei dipendenti e la loro professionalità, oltre al fatto che molte associazioni funzionano ancora come ascensori sociali per non pochi di coloro che militano al loro interno;</li>
<li>l’ambiguità del criterio reputazionale che contrasta con una eccezionale fidelizzazione ai servizi e con i riscontri positivi dell’attività contrattuale;</li>
<li>le verifiche interne di consenso (rinnovo delle tessere, partecipazione ai momenti congressuali, ecc.) che fanno di questi mondi – pur se a volte anchilosati e vecchi – una delle poche palestre di “democrazia associativa”.</li>
</ol>
<p>Buona parte dell’attività associativa non ha grande visibilità e non è conosciuta ai più, ma non per questo è meno rilevante. Anche il grado di interlocuzione con le istituzioni a tutti i livelli, pur essendo soggetto alle contingenze politiche e agli stili di leadership, è molto più frequente di quanto si pensi, non fosse altro perché queste organizzazioni hanno un patrimonio di conoscenze tecniche sul lavoro e sulla vita delle imprese che nessun’altra istituzione oggi possiede. Capita così che, pur se non consultate ufficialmente, queste associazioni riescano spesso a indicare quali siano i temi da collocare in via prioritaria nell’agenda politica.</p>
<p>Sono certamente “istituzioni vecchie”, che hanno radici molto lontane, ma hanno saputo ridefinire nel tempo le ragioni della loro esistenza spostando il baricentro, oltre che sulla contrattazione, su un caleidoscopio di attività al servizio della loro base associativa. Come tutte le organizzazioni che operano nell’arena istituzionale, hanno anch’esse problemi di qualità della classe dirigente e manifestano una forte tendenza alla conservazione dei loro modi di essere. Però, per il fatto di essere grandi (per numero di iscritti), radicate (per diffusione sul territorio), solide (per numero di dipendenti e dal punto di vista dei bilanci), ciò consente loro di provare a rispondere in modo innovativo alle sfide poste dal nuovo secolo. In fondo rappresentare non significa “rispecchiare” in modo supino le domande della propria base associativa quanto invece, al contrario, “reinterpretare” quelle domande in proposte coerenti, praticabili, perché rielaborate alla luce dei vincoli posti dalla presenza di molteplici istituzioni e attori sociali.</p>
<p>Vi è oramai un consenso molto esteso sulle trasformazioni dovute al cosiddetto “progresso tecnico”, i cui effetti sono stati rilevantissimi in questi due decenni del XXI secolo. Esse sono riconducibili a due grandi driver di cambiamento:</p>
<ul>
<li>le innovazioni tecnologiche che stanno rivoluzionando i vecchi modi di produzione, rendendo obsolete le tradizionali definizioni merceologiche;</li>
<li>l&#8217;ampliamento esponenziale dei mercati di merci e servizi, i quali, superato l&#8217;obiettivo del XX secolo della costruzione di grandi aree geografiche omogenee (il mercato unico europeo, il NAFTA, l’Oriente, ecc.), sono oggi diventati mercati globali.</li>
</ul>
<p>Di qui la necessità di due grandi opzioni strategiche di lungo periodo: a) adeguare il “sistema di offerta” delle associazioni di rappresentanza alle trasformazioni indotte dal progresso tecnico; b) assumere come primo interlocutore negoziale, a tutti i livelli, le istituzioni pubbliche, tanto a livello centrale (governo) quanto a livello decentrato (regioni, province, comuni) e sovranazionale. Una prima conseguenza è costituita dal progressivo dissolvimento delle distinzioni tra sistema primario, secondario e terziario, come pure della separazione tra le diverse classi di addetti. Un po&#8217; alla volta tutte le associazioni hanno cominciato a iscrivere le imprese e gli imprenditori a prescindere dalle loro specificità settoriali e dalle loro dimensioni, tanto che pur mantenendo le denominazioni originarie dell’industria, del commercio, dell’artigianato, oggi “tutti associano tutti”. I confini settoriali e merceologici diventano più confusi nella misura in cui il terziario invade gli altri settori attraverso l’accresciuta e trasversale importanza delle tecnologie digitali e della priorità assoluta ricoperta dai canali di vendita via internet, tanto all’ingrosso quanto al dettaglio.</p>
<p>Per tutte le ragioni fin qui descritte, la competizione tra associazioni diviene aperta: scavalca i settori produttivi, i confini merceologici e le segmentazioni tradizionali.</p>
<p>L’intreccio di queste molteplici tendenze appena descritte ha avuto come risultato che:</p>
<ul>
<li>i bacini dei potenziali utenti sono tendenzialmente sovrapponibili;</li>
<li>il sistema della rappresentanza è diventato competitivo;</li>
<li>i criteri di identificazione con l’una o l’altra associazione sono sempre più sfumati, anche se permangono tracce delle antiche appartenenze; d) la competizione si gioca sempre più sulla qualità delle prestazioni offerte agli associati.</li>
</ul>
<p>Almeno tre sfide possono essere indicate come prioritarie per continuare a mantenere i primati fin qui raggiunti, e tutte e tre hanno a che fare con la capacità di rappresentare/reinterpretare le novità del nuovo secolo. In primo luogo, è necessario adeguare le tecniche di proselitismo e di fidelizzazione alle domande dei giovani imprenditori cresciuti in un ambiente totalmente diverso da quello del secolo scorso. In secondo luogo, andrà ripensata la contrattazione nazionale e territoriale per renderla capace di rispondere a una diversificazione di condizioni lavorative e di risultati economici che va aumentando di giorno in giorno. In terzo luogo, vanno ridefiniti in modo sistematico gli ambiti di operatività degli enti bilaterali, con il duplice obiettivo di aumentarne l’efficienza e di integrare meglio, in modo sussidiario, le attività associative e quelle pubbliche, in particolare in ambito sanitario e formativo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-19" data-row="script-row-unique-19" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-19"));</script></div></div></div>
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