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	<title>sostenibilità - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>sostenibilità - Spirito Artigiano</title>
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		<title>La colonna invisibile: il potenziale femminile che può cambiare il futuro dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia chiede alle donne di sostenere lavoro, famiglie e comunità, ma continua a non riconoscere fino in fondo il valore economico e sociale del loro contributo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110455" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/1.COPERTINA_12062026-348x348.png 348w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>Il <a href="https://www.italiagenerativa.it/rig2025/" target="_blank" rel="noopener">IV Rapporto Italia Generativa</a>  affronta questa condizione attraverso una lettura sistemica, mostrando come il ritardo italiano non possa essere ricondotto a una causa singola o a una responsabilità isolata. Esso nasce piuttosto dall’ intreccio di fattori culturali, organizzativi e istituzionali che si alimentano vicendevolmente, formando un sistema di vincoli che si autorinforzano. È un intreccio che finisce per soffocare l’espressione delle capacità delle persone, delle imprese e dei territori, frenando più in generale il cammino di crescita dell’intero Paese. Comprendere questo nodo nella sua complessità è il primo passo per scioglierlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le donne sono la colonna invisibile del Paese: sostengono lavoro, famiglie e comunità, ma il loro contributo resta ancora troppo spesso non riconosciuto»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo scelto per il Rapporto &#8211; La “colonna invisibile” &#8211; coglie con precisione questa contraddizione, ormai insostenibile. Le donne continuano a sostenere una parte essenziale della società: attraverso il lavoro professionale e quello di cura, attraverso la tenuta quotidiana delle famiglie e delle comunità, attraverso una presenza silenziosa ma strutturante in ogni ambito della vita collettiva. Eppure non occupano ancora pienamente gli spazi del riconoscimento, della valorizzazione, delle opportunità e della partecipazione alle decisioni che contano. Rendere visibile questa “colonna” e liberarne il potenziale non è soltanto un imperativo di giustizia: è oggi una necessità strategica per l’Italia, dalla quale dipende la possibilità concreta di costruire un futuro più solido e duraturo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le donne studiano di più e meglio, ma nel passaggio al lavoro quel vantaggio si perde: il merito formativo non si traduce ancora in pari opportunità professionali».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le donne italiane ottengono risultati scolastici e formativi sistematicamente superiori a quelli degli uomini: studiano di più, raggiungono livelli di istruzione più elevati, conseguono un numero maggiore di lauree. Il sistema formativo le premia, e loro lo frequentano con maggiore dedizione e continuità. Eppure, proprio nel passaggio al mercato del lavoro, questo vantaggio accumulato tende a dissolversi. Ciò che è stato costruito con impegno lungo gli anni della formazione non si converte in pari opportunità professionali. Il divario si manifesta fin dall’ingresso nel mondo del lavoro e, anziché attenuarsi con l’esperienza, tende ad ampliarsi nel corso della vita lavorativa, disegnando traiettorie di esclusione che si consolidano nel tempo e che finiscono per pesare sull’intera economia nazionale.</p>
<p>Merito e competenze, da soli, non bastano a colmare questa distanza. Sarebbe comodo pensare che il problema sia individuale, che si risolva con maggiore determinazione o migliore preparazione. La realtà è più complessa. A incidere sono soprattutto le culture organizzative, le dinamiche relazionali, la rigidità dei modelli di lavoro e la cronica insufficienza dei servizi a sostegno delle famiglie. In contesti che non evolvono, le disuguaglianze di genere si riproducono anche in assenza di discriminazioni esplicite: attraverso abitudini sedimentate, automatismi culturali e stereotipi interiorizzati che operano in modo silenzioso ma capillare, senza bisogno di dichiarare la propria natura né di manifestarsi in forme riconoscibili come ingiuste.</p>
<p>Il nodo centrale rimane quello della cura. Ancora oggi sono prevalentemente le donne a farsi carico del lavoro domestico e familiare, all’interno di un sistema produttivo costruito implicitamente attorno alla figura del lavoratore maschile: pienamente disponibile, privo di responsabilità familiari, libero da vincoli di cura. Questo modello, formatosi nel dopoguerra e mai davvero superato, continua a condizionare strutture, orari, aspettative e percorsi di carriera. La maternità continua spesso a segnare una frattura, imponendo un’alternativa che appare ancora troppo netta e troppo crudele: essere madre o essere lavoratrice, come se le due cose fossero strutturalmente incompatibili e non potessero coesistere senza che una sacrifichi l’altra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La cura degli anziani e la carenza di servizi pesano soprattutto sulle donne, costrette troppo spesso a scegliere tra lavoro e famiglia: da questo squilibrio passa anche la crisi demografica del Paese».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questo si aggiunge, con crescente peso, la cura degli anziani. In un Paese che invecchia rapidamente e dispone di reti di welfare sempre più sotto pressione, questa responsabilità ricade in misura sproporzionata sulle spalle delle donne. In un contesto rigido e povero di servizi adeguati, molte si trovano costrette a operare una scelta che non dovrebbe essere necessaria: rinunciare all’occupazione professionale oppure alla vita familiare. E anche quando riescono a sostenere entrambe le dimensioni insieme &#8211; e molte ci riescono, a un costo altissimo &#8211; il prezzo pagato in termini di carriera, di salute, di tempo per sé resta elevato, spesso invisibile nelle statistiche ma reale e tangibile nell’esperienza quotidiana di ciascuna. Gli stessi dati demografici raccontano le conseguenze di questo squilibrio strutturale: un Paese che non riesce a creare condizioni favorevoli alla natalità, che scoraggia implicitamente la scelta di avere figli, sta oggi sperimentando nella sua forma più acuta l’inverno demografico. Le due crisi &#8211; quella femminile e quella demografica &#8211; sono intimamente connesse, e non si può affrontare seriamente l’una ignorando l’altra.</p>
<p>Su questo scenario si stratificano inoltre profonde differenze sociali che impediscono di parlare di “condizione femminile” al singolare. Il reddito familiare, il territorio di appartenenza &#8211; con le sue infrastrutture, i suoi servizi, le sue opportunità &#8211; e la qualità delle reti sociali disponibili possono aggravare o attenuare le difficoltà, amplificando oppure contenendo gli effetti di un sistema già squilibrato. Le donne in condizione di maggiore fragilità subiscono così una doppia penalizzazione: quella di genere si somma a quella sociale, moltiplicando i vincoli e restringendo ulteriormente lo spazio delle possibilità. La dipendenza economica, del resto, non riguarda soltanto la sfera dell’ingiustizia sociale: è anche un fattore strutturale di vulnerabilità rispetto alla violenza. Il legame tra autonomia economica e libertà personale è diretto, documentato, ineludibile. Affrontarlo richiede interventi strutturali di lungo periodo, capaci di incidere sulle cause profonde, non soltanto risposte emergenziali che tamponano senza trasformare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Non si tratta di aiutare le donne ad adattarsi a un sistema che non funziona, ma di cambiare un modello di sviluppo che mostra ormai tutti i suoi limiti».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di fronte a questa situazione, la domanda decisiva riguarda il modo in cui riconoscere e valorizzare concretamente la ricchezza dell’universo femminile. Il problema non consiste nell’aiutare le donne ad adattarsi a un sistema che non funziona per loro, nell’offrire aggiustamenti marginali a un modello che resta fondamentalmente invariato. Si tratta di qualcosa di più radicale: trasformare il modello di sviluppo che come società abbiamo costruito e che ora mostra, nei suoi esiti più evidenti, i propri limiti strutturali.</p>
<p>La questione femminile può diventare la leva attraverso cui accompagnare un passaggio necessario e urgente: da un paradigma estrattivo, fondato esclusivamente sulla produzione e sull’efficienza quantificabile, a un modello generativo, capace di attribuire valore anche alla cura, alle relazioni, alla qualità della vita condivisa. Non si tratta di aderire a un’agenda ideologica, né di rispondere a pressioni esterne o di inseguire mode culturali. Si tratta di cogliere nella valorizzazione delle donne l’opportunità per immaginare e costruire una società più equilibrata, più umana, più sostenibile e, in ultima analisi, più capace di futuro.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Traiettorie di vita di uomini e donne nel contesto italiano: dinamiche e blocchi alla parità di genere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Lanzetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le diseguaglianze di genere non nascono in un solo punto, ma si accumulano lungo la vita: dalla scuola al lavoro, dalla maternità alla cura, fino a diventare uno spreco di competenze che frena lo sviluppo del Paese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-3"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 58%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110464" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/pexels-kagan-karatay-325143475-26604269.jpg" width="515" height="773" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/pexels-kagan-karatay-325143475-26604269.jpg 515w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/pexels-kagan-karatay-325143475-26604269-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/pexels-kagan-karatay-325143475-26604269-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 515px) 100vw, 515px" /></div>
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<p><em>“Non c’è barriera, serratura o chiavistello che tu possa imporre alla libertà della mia mente”, </em>le parole crude ed eleganti di Virginia Wolf, che rifletteva sulla condizione delle donne del primo Novecento. A circa un secolo di distanza, molte delle barriere descritte dall’autrice continuano ad esistere, anche se in forme diverse, più sottili, quasi intangibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le diseguaglianze di genere non nascono da un solo fattore, ma prendono forma lungo tutto il corso della vita: dalla scuola al lavoro, dalla cura alla genitorialità, fino all’accesso ai ruoli decisionali».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Rapporto Italia Generativa, nella sua ultima edizione, <em>“La colonna invisibile”</em> tenta di rintracciare i nodi da cui nascono queste barriere, osservando come prendano forma lungo il percorso di vita di donne e uomini. Attraverso l’integrazione tra ricerca qualitativa e quantitativa, lo studio mira a indagare queste differenze nella scuola, nel mercato del lavoro, nei carichi di cura, nella genitorialità, nell’accesso alle posizioni apicali, nell’utilizzo del tempo e nella gestione della salute.</p>
<p>Per comprendere le disuguaglianze di genere non basta osservare l’<em>hic et nunc</em>, ma occorre guardare all’intero corso di vita delle persone. Per questa ragione, il report invita a considerare tali disuguaglianze in una prospettiva longitudinale, mostrando come tendano ad ampliarsi con il passare degli anni, proprio come le due lame di una forbice: inizialmente vicine, quasi sovrapposte, ma destinate a separarsi nel corso del tempo.</p>
<p>Le differenze tra uomini e donne emergono fin dalla scuola primaria, per poi aumentare durante l’intero percorso scolastico. Guardando ai dati PISA sulle competenze dei quindicenni, la quota di ragazze italiane con risultati non adeguati in matematica è più alta di quella maschile. In lettura e comprensione del testo i risultati sono opposti: in Italia le difficoltà riguardano in misura maggiore i ragazzi. Infine, nelle scienze la situazione è più equilibrata, ma resta lievemente più elevata la quota di maschi con risultati insufficienti.</p>
<p>Un segnale incoraggiante è rappresentato dalla quota di laureate in discipline STEM, settore tradizionalmente dominato dalla presenza maschile: in Italia tra i laureati STEM, le donne sono circa 4 su 10, una quota tra le più alte in Europa. Anche altri indicatori sembrano sancire il vantaggio formativo delle giovani donne: tra i laureati, ad esempio, la quota femminile è maggiore di quella maschile, un divario che tende ad aumentare tra le generazioni più giovani.</p>
<p>Il vantaggio scolastico femminile non sempre si traduce in vantaggio lavorativo. È proprio nel mercato del lavoro che la forbice inizia ad aprirsi, mostrando un divario evidente negli stipendi, nella minore presenza, nella maggiore precarietà e nella diversa qualità dell’occupazione femminile.</p>
<p>La presenza di donne nel mercato del lavoro è inferiore a quella degli uomini: se il tasso di partecipazione femminile è pari al 57,4%, quello maschile raggiunge il 74%. Anche quando lavorano le donne sono spesso esposte a condizioni di precariato: la quota di lavoratrici con contatti a termine o part-time è superiore rispetto alla controparte maschile. Sebbene l’occupazione a tempo parziale possa contribuire alla conciliazione di vita e lavoro, nel nostro Paese, la maggior parte del part-time femminile è involontario. Spesso non si tratta di una libera scelta, ma dell’unica opzione disponibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le imprese femminili sono una componente diffusa dell’economia italiana: oltre 1,3 milioni di realtà, pari a circa il 22% del totale, ma spesso ancora piccole, fragili e concentrate in settori meno dinamici».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’imprenditoria femminile, come evidenziato dal rapporto, risulta una componente importante e diffusa dell’economia italiana, pur rimanendo spesso di piccole dimensioni, fragile e concentrata in settori poco dinamici. Le imprese guidate da donne sono poco più di 1,3 milioni, intorno circa il 22% del totale, con una presenza capillare nel tessuto economico italiano e in lieve crescita nell’ultimo decennio. Inoltre, nel confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia è tra i primi posti per quota di lavoratrice autonome, sia con che senza dipendenti. Se da un lato questo dato sembra raccontare della diffusione di una forte capacità di iniziativa imprenditoriale femminile, dall’altro nasconde alcune ambiguità e criticità strutturali del mercato del lavoro italiano. Il ricorso al lavoro autonomo può rappresentare una necessità dettata dalla mancanza di opportunità lavorative, più che un orientamento di carriera. Inoltre, molte attività femminili sono sovrarappresentate in ambiti caratterizzati da scarse possibilità di crescita economica e limitate prospettive di espansione. In altri casi, come per le cosiddette “finte partite IVA”, l’autonomia è solo formale: il lavoro dipende di fatto da un unico committente, esponendo chi lavora a condizioni di forte subordinazione e ricattabilità.</p>
<p>Quando però crescono, le imprese femminili producono un effetto positivo sull’occupazione delle donne: se in queste realtà la presenza femminile supera il 50%, nelle altre imprese spesso non arriva al 40%. In quest’ottica l’imprenditoria femminile sembra generare un effetto moltiplicatore, favorendo l’ingresso di altre donne nel mercato del lavoro.</p>
<p>L’affondo qualitativo del rapporto mostra uno spaccato della realtà italiana approfondendo le marcate differenze territoriali tra Sicilia e Lombardia.</p>
<p>La diseguaglianza non è quindi neutra ma ha diversi volti: in Sicilia si riscontra nell’accesso al mercato del lavoro, in Lombardia riguarda invece la possibilità di sostenere tempi, ritmi e la costante reperibilità.</p>
<p>Nelle aree interne dell’isola il mercato del lavoro è ristretto, poco dinamico e fortemente basato su reti personali. L’accesso all’occupazione spesso non avviene attraverso percorsi meritocratici o selezioni aperte, ma tramite conoscenze dirette, relazioni familiari e forme di prossimità sociale</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Nei piccoli centri il territorio può diventare un confine: quando le opportunità sono poche, anche le aspettative si abbassano e il futuro sembra già scritto».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In piccoli centri dove <em>“ci conosciamo tutti”</em>, il territorio non è soltanto uno sfondo geografico: diventa un sistema che definisce concretamente ciò che è possibile fare, immaginare e costruire. La scarsità di opportunità può portare a un abbassamento delle aspettative. Alcune donne raccontano di aver interiorizzato molto presto l’idea che<em> “anche con la laurea si resta a casa”</em>, sviluppando così una forma di adattamento preventivo.</p>
<p>In Lombardia il quadro cambia radicalmente. Non è più l’accesso il problema principale, ma la capacità di sostenere nel tempo ritmi, richieste e disponibilità continue. Milano viene descritta sia come <em>“città delle opportunità”, </em>che come spazio ad alta pressione competitiva. In questo contesto le donne si trovano spesso a dover negoziare continuamente tra carriera, tempo familiare e sostenibilità personale.</p>
<p>Un altro snodo critico nel corso della vita delle donne è l’intensificarsi dei compiti di cura.  Questi non si esauriscono con la maternità: in Italia è molto alta anche la quota di donne in età lavorativa che si prende cura di genitori e parenti anziani, in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla limitata disponibilità di misure di welfare. Diventa quindi fondamentale la questione del tempo: chi ne dispone, chi lo controlla, chi lo sacrifica.</p>
<p>Le diseguaglianze non sono conseguenza esclusiva né della cura dei figli né dell’assistenza agli anziani, ma si accumulano, come tasselli di un Lego, lungo le diverse fasi della vita. Queste, prendono forma già nella convivenza e nel matrimonio. Le interviste mostrano come la vita di coppia introduca nuove responsabilità quotidiane: gestione della casa, organizzazione del tempo, cura delle relazioni familiari, lavoro invisibile che ricade prevalentemente sulle donne, anche nelle coppie considerate moderne o collaborative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Per molte donne la traiettoria cambia già con il matrimonio: il tempo si restringe, le scelte diventano più adattive e il percorso professionale perde continuità».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molte donne raccontano di aver interrotto o rallentato il percorso universitario non a causa della maternità, ma dopo il matrimonio. Una delle intervistate spiega con grande lucidità: <em>“Prima laureatevi e poi sposatevi</em>”. Dietro questa frase c’è la consapevolezza che la convivenza modifichi profondamente il rapporto con il tempo e con le energie disponibili. Altre donne raccontano di essersi orientate verso lavori più stabili, meno rischiosi o più vicini a casa per rendere compatibile il lavoro con la nuova organizzazione familiare. La traiettoria femminile inizia così progressivamente a diventare più adattiva, mentre quella maschile tende a restare più lineare e continua.</p>
<p>Gli effetti della maternità sono comunque determinanti. Nelle interviste emergono chiaramente tre dinamiche ricorrenti: rallentamento, adattamento e uscita dal mercato del lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-110468" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie-300x214.png" alt="" width="800" height="570" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie-300x214.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie-1024x729.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie-768x547.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie-350x249.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Traiettorie.png 1035w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>In Sicilia la maternità coincide spesso con lunghe interruzioni lavorative o con uscite definitive. Molte donne raccontano di aver smesso di lavorare dopo la nascita dei figli e di aver incontrato enormi difficoltà nel rientrare. In questi casi il lavoro viene progressivamente ridefinito non più come spazio di realizzazione personale, ma come attività subordinata alle esigenze familiari.</p>
<p>In Lombardia, invece, le donne tendono più spesso a rimanere nel mercato del lavoro, ma al prezzo di continui compromessi. Inoltre, emergono con forza episodi di discriminazione organizzativa, demansionamento, isolamento professionale e mancato riconoscimento dopo il rientro dalla maternità. È ciò che la letteratura internazionale definisce <em>maternity wall: </em>una barriera invisibile che non espelle formalmente le donne dal lavoro, ma ne rallenta crescita, riconoscimento e possibilità di carriera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Le diseguaglianze non dipendono solo dalle scelte individuali: imprese, territori e culture organizzative possono ampliare o ridurre gli spazi reali di crescita delle donne».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In quest’ottica, la diseguaglianza non nasce esclusivamente da dinamiche e scelte individuali, ma è profondamente legata a contesti organizzativi, territoriali e culturali entro cui le persone costruiscono la propria vita. Le imprese giocano quindi un ruolo decisivo. Un’organizzazione capace di valorizzare realmente il lavoro femminile non può limitarsi a introdurre misure simboliche o interventi occasionali, ma deve interrogarsi su tempi, modelli di carriera, culture organizzative e sistemi di valutazione.</p>
<p>Oggi molte organizzazioni continuano a premiare implicitamente la disponibilità totale, la continuità lineare e l’assenza di interruzioni biografiche: caratteristiche storicamente più compatibili con le traiettorie di vita maschili. Ma questo modello rischia di produrre spreco di competenze, perdita di capitale umano e impoverimento sociale.</p>
<p>La sfida non riguarda soltanto l’uguaglianza, ma la capacità di generare sviluppo sostenibile. Una società che costringe continuamente le donne a adattare, rallentare o ridimensionare il proprio potenziale è una società che limita la propria capacità generativa complessiva.</p>
<p><em>(Hanno contribuito alla stesura del presente contributo: Martina Lanzetta, Fazilat Radjabova, Gianluca Truscello)</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-4" data-row="script-row-unique-4" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-4"));</script></div></div></div>
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		<title>Dalla colonna invisibile all’impresa generativa: donne, sostenibilità e futuro del Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariella Nocenzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[passaggio d'impresa]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema non è la mancanza di talento femminile, ma il suo riconoscimento sociale che è purtroppo ancora parziale, selettivo e diseguale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-5"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110431" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada.jpg" width="1400" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada.jpg 1400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-300x214.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-1024x731.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-768x549.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-350x250.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></div>
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<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Rendere visibile e riconoscere il contributo delle donne</span></h2>
<p>Il contributo delle donne all’economia e alla società italiana non è marginale né accessorio: è una forma di generatività quotidiana che tiene insieme impresa, cura, territori, innovazione e coesione sociale, ma che troppo spesso è data per scontata, quando non riferita alle stesse donne.</p>
<p>Molto ci può insegnare la ricorrenza che stiamo celebrando in questi giorni: gli ottanta anni dal primo voto delle donne italiane, coincidente con la nascita della Repubblica e la ripresa economica e sociale del nostro Paese dopo la terribile esperienza della Seconda Guerra Mondiale. L’impegno delle donne nelle famiglie, nei posti di lavoro, nelle fila della Resistenza per sostituire o affiancare gli uomini al fronte portò in evidenza attività che le donne avevano sempre svolto e potenziato nel momento in cui il Paese ne aveva bisogno. Il riconoscimento pubblico di quanto svolto squarciò il velo dell’invisibilità sulla condizione femminile “abilitando” le donne ad esercitare un diritto politico e – purtroppo molto – gradualmente diritti civili e sociali spettanti.</p>
<p>A distanza di ottanta anni, le donne non “partecipano” semplicemente all’economia, ma spesso ne sostengono le condizioni di possibilità. Producono lavoro, impresa, cura, reti, apprendimento, continuità nei territori. Tuttavia, una parte decisiva di questo contributo non sempre entra nei bilanci, nelle statistiche economiche tradizionali, nei criteri di merito, nei luoghi decisionali, quindi, nelle rappresentazioni e narrazioni sociali. Come nel 1946, oggi non si tratta di “aggiungere le donne” allo sviluppo del Paese, ma di approfittare per cambiare l’idea stessa di sviluppo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> L’impresa femminile come laboratorio di generatività</span></h2>
<p>L’imprenditoria femminile va letta non solo come dato economico, ma come forma sociale. Le imprese guidate da donne spesso tengono insieme produzione e relazione, autonomia e responsabilità, competenza e prossimità. Nel mondo artigiano questo è particolarmente evidente: l’impresa non è solo unità produttiva, ma luogo di trasmissione di saperi, cura della qualità, radicamento territoriale, innovazione concreta.</p>
<p>Alcuni dati possono accertare le dimensioni del fare imprenditoria da parte delle donne oggi in Italia. Confartigianato rileva che a fine 2025 le imprese femminili erano 1.302.974, pari al 22,3% del tessuto imprenditoriale e che le imprese artigiane guidate da donne erano 218.262; nel 2025 aveva anche sottolineato il primato italiano nell’UE per numero di imprenditrici, professioniste e lavoratrici autonome, pari a 1.522.500. Unioncamere, nel Rapporto 2025, conferma che l’imprenditoria femminile rappresenta circa un’impresa su cinque e collega esplicitamente empowerment femminile, PNRR, mentoring, supporto tecnico-gestionale e conciliazione vita-lavoro. Il controcampo è utile: CNEL-Istat segnala ancora un tasso di occupazione femminile molto più basso di quello maschile – 52,5% contro 70,4% nel 2023 – e mostra che maternità, vulnerabilità lavorativa, part-time involontario e carichi familiari continuano a pesare sulle traiettorie delle donne. Punti di forza e ostacoli alla libera attività d’impresa al femminile ne attestano entrambi il valore aggiunto: la propensione alla generatività non è soltanto naturale, quanto sfidante condizioni di scarsità e iniqua distribuzione delle risorse nelle forme sperimentali, laboratoriali, come in quelle innovative o di recupero di tramandate attività familiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Sostenibilità: non un settore, ma un cambio di paradigma</span></h2>
<p>Restando ad oggi, la sostenibilità consente di rendere visibile ciò che l’economia tradizionale spesso nasconde. Ambiente, lavoro, cura, territorio, salute, formazione, capitale sociale non sono dimensioni laterali: sono condizioni della continuità economica che, finalmente, nella formula “integrata” con un richiamo all’economia che piaceva a Papa Francesco, sono collocate al centro.</p>
<p>Qui le donne sono decisive non perché “naturalmente” più attente alla cura – attenzione a non essenzializzare – ma perché storicamente sono state collocate nei punti di intersezione tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra famiglia e mercato, tra bisogni sociali e risposte quotidiane. Proprio per questo possono portare una visione preziosa, purché tale visione non diventi una nuova delega gratuita.</p>
<p>La sostenibilità non deve chiedere alle donne di farsi carico di un altro pezzo di mondo, ma deve riconoscere, redistribuire e valorizzare ciò che già reggono, facendo emergere la presenza dei danni dell’azione umana su ambiente, società ed economia, ma anche risorse, prassi, obiettivi che sono spesso proprio nelle mani delle donne da tempo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Empowerment: oltre la retorica del “ce la puoi fare”</span></h2>
<p>L’empowerment femminile, però, non può più essere ridotto alla motivazione individuale. Non basta dire alle donne di essere più coraggiose, più ambiziose, più resilienti. La resilienza è bellissima, ma se diventa obbligo permanente comincia ad assomigliare a una “trappola con il fiocco”.</p>
<p>L’empowerment vero è accesso a risorse, credito, formazione, tempo, reti, tecnologie, welfare, leadership, mercati, rappresentanza. In questo punto si può collegare bene il tema della formazione continua, delle competenze digitali, della transizione verde e della capacità delle piccole imprese di essere accompagnate nei passaggi innovativi valorizzando quando già c’è proprio in termini di motivazione e determinazione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Intersezionalità: non tutte le donne partono dallo stesso punto</span></h2>
<p>Ma a questo punto si passa alla fase operativa e bisogna renderla esecutiva e fattibile. Bisogna chiedersi, innanzitutto, quali donne, in quali territori, con quali risorse, con quali vincoli familiari, con quale età, origine, classe sociale, titolo di studio, condizione migratoria, disabilità, accesso alle reti. Si tratta di categorie che identificano ogni donna in modo diverso, essendo presenti le une piuttosto che le altre, non sommandosi semplicemente tra loro. È proprio l’influenza reciproca tra questi caratteri che determina qual è la posizione sociale di ogni donna e quanto è vicina oppure distanza dall’accesso alle risorse che le consentono di poter svolgere la sua attività di impresa: accesso a risorse economiche come i finanziamenti, ma anche quelle relazionali per fare rete o quelle formative per saper indirizzare l’innovazione o, semplicemente, conoscere i propri diritti.</p>
<p>Una giovane donna che avvia un’impresa innovativa in un grande centro urbano non incontra le stesse condizioni di una madre che gestisce un’attività artigiana in un’area interna; una donna straniera che costruisce la propria autonomia economica attraverso una microimpresa può incontrare ostacoli diversi da quelli di una figlia che eredita un laboratorio familiare e deve trasformarlo senza disperderne la storia; un’artigiana attiva in un settore tradizionale può essere innovatrice tanto quanto una startupper, se innova nei materiali, nei processi, nella sostenibilità, nella relazione con il territorio e con le comunità.</p>
<p>L’approccio intersezionale consente di evitare due rischi: trasformare “le donne” in un blocco omogeneo e premiare solo quelle che riescono già a somigliare ai modelli maschili di successo. Invece, una politica generativa deve saper vedere le differenze prima che diventino diseguaglianze irreversibili.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Per concludere: tre condizioni per rendere visibile la colonna</span></h2>
<p>Per questo, valorizzare l’impresa delle donne non significa soltanto aumentare il numero delle imprenditrici, ma costruire condizioni differenziate di riconoscimento, sostegno e crescita. Le politiche per l’empowerment femminile non possono limitarsi a incoraggiare le donne a “fare di più”: devono rimuovere gli ostacoli che impediscono a molte di loro di trasformare competenze, cura e visione in autonomia economica, innovazione sociale e futuro condiviso.</p>
<p>Tre condizioni si rilevano imprescindibili:</p>
<ol>
<li>riconoscere il valore economico e sociale della cura, senza scaricarlo sulle donne;</li>
<li>costruire ecosistemi territoriali per l’impresa femminile: credito, formazione, welfare, reti, mentoring, innovazione;</li>
<li>misurare l’impatto di genere e generazionale delle politiche, perché ciò che non si misura resta spesso invisibile, e ciò che resta invisibile raramente diventa priorità.</li>
</ol>
<p>L’Italia generativa non sarà quella che chiederà alle donne di sostenere ancora una volta, in silenzio, ciò che manca. Sarà quella capace di riconoscere che talento, cura e visione non sono risorse private da consumare, ma beni comuni da sostenere. Rendere visibile la colonna non significa celebrarla per un giorno: significa cambiare l’architettura dell’edificio.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong><br />
<strong>Nella foto, Martina e Valentina Meloni con Laura Achenza di Sa Panada, impresa associata a Confartigianato,  fotografate da Gianmichele Manca</strong></p>
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		<title>Artigiane del futuro: come le donne stanno riscrivendo l’impresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Rogato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le imprese guidate da donne non chiedono solo spazio: portano nel mercato una nuova idea di crescita, più sostenibile, collaborativa e radicata nei territori</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/artigiane-del-futuro-come-le-donne-stanno-riscrivendo-limpresa/">Artigiane del futuro: come le donne stanno riscrivendo l’impresa</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-7"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110443" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527.jpg" width="1152" height="768" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1152px) 100vw, 1152px" /></div>
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<p>Per molti anni il dibattito sull’imprenditoria femminile si è concentrato soprattutto sugli ostacoli: accesso al credito, conciliazione tra vita professionale e familiare, stereotipi culturali e limitata presenza nei ruoli decisionali. Temi importanti, che meritano attenzione e politiche adeguate.</p>
<p>Eppure oggi emerge una domanda diversa e altrettanto interessante. Quale contributo stanno portando alla trasformazione del modo stesso di fare impresa? La questione non riguarda soltanto la loro presenza nell’economia, ma la capacità di introdurre approcci che stanno diventando sempre più rilevanti per affrontare le sfide del nostro tempo.</p>
<p>Le aziende operano oggi in un contesto caratterizzato da transizioni profonde: digitale, ambientale, demografica e geopolitica. Governare questa complessità richiede competenze che fino a pochi anni fa venivano considerate accessorie e che oggi rappresentano invece un vantaggio competitivo. Capacità di ascolto, costruzione di relazioni, gestione del consenso, lettura dei cambiamenti sociali, attenzione agli impatti delle decisioni e visione di lungo periodo sono diventate competenze strategiche per la resilienza delle organizzazioni. Benché non si tratti di caratteristiche ad appannaggio esclusivo delle donne, molte sono le imprenditrici e artigiane che hanno sviluppato queste competenze attraverso percorsi professionali e personali che hanno richiesto mediazione, adattamento e costruzione di alleanze.</p>
<p>Un segnale arriva anche dalle nuove generazioni. Entro il 2030 Millennial e Generazione Z rappresenteranno circa il 74% della forza lavoro globale. Non cercano soltanto opportunità di carriera, ma organizzazioni capaci di generare impatto positivo, investire nelle persone e operare in modo coerente con determinati valori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> La sostenibilità come cultura d’impresa</span></h2>
<p>In questo scenario, la sostenibilità non può più essere considerata una semplice questione di compliance. Le imprese più solide sono quelle che riescono a integrarla nelle proprie strategie, innovando prodotti e servizi, gestendo i rischi e costruendo relazioni durature con i propri stakeholder.</p>
<p>Molte imprenditrici stanno interpretando questa trasformazione con efficacia, adottando una visione dell’impresa capace di tenere insieme risultati economici, benessere delle persone e impatto sul territorio. La competitività del futuro dipenderà sempre più dalla capacità di creare valore condiviso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> L’artigianato come laboratorio del futuro</span></h2>
<p>Questa evoluzione appare particolarmente evidente nel mondo dell’artigianato e delle piccole imprese.</p>
<p>Molto prima che si iniziasse a parlare di ESG, economia circolare o filiere responsabili, molte realtà artigiane avevano già costruito il proprio modello di sviluppo sulla qualità delle relazioni, sul radicamento territoriale e sulla valorizzazione delle persone.</p>
<p>Le imprenditrici stanno contribuendo a rafforzare questa vocazione. Produzioni attente all’impatto ambientale, recupero dei saperi locali, inclusione lavorativa e innovazione sociale diventano sempre più spesso elementi distintivi del fare impresa.</p>
<p>Nel mondo artigiano la fiducia non è un concetto astratto, ma un vero capitale competitivo. È ciò che consente di costruire relazioni durature con clienti, fornitori e comunità locali.</p>
<p>Non sorprende che quasi l’11% delle imprese femminili italiane sia guidato da under 35, una percentuale superiore a quella registrata nel resto del sistema imprenditoriale. È il segnale di una generazione che vede nell’impresa non soltanto uno strumento economico, ma anche un veicolo di innovazione e trasformazione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Una leadership che genera futuro</span></h2>
<p>Anche il concetto di leadership sta cambiando. Il modello del leader che controlla e decide dall’alto lascia progressivamente spazio a forme più collaborative, capaci di coinvolgere persone, costruire alleanze e orientare il cambiamento.</p>
<p>A livello globale le donne occupano poco più del 35% delle posizioni manageriali. La sfida della rappresentanza resta quindi aperta. Ma la questione non riguarda soltanto il numero di donne ai vertici. Riguarda il valore di approcci che mettono al centro collaborazione, ascolto, responsabilità e capacità di costruire visioni condivise.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Costruire il futuro, non solo occuparlo</span></h2>
<p>La crescita dell’imprenditoria femminile rappresenta certamente una questione di equità e pari opportunità. Il tema, però, non è soltanto chi prende posto ai tavoli decisionali, ma quali idee, competenze e visioni entrano in quei tavoli e quale idea di futuro contribuiscono a costruire.</p>
<p>Le artigiane del futuro stanno già indicando una direzione in cui competitività, sostenibilità e responsabilità non si contrappongono, ma si rafforzano reciprocamente. Una direzione che può aiutare non solo a costruire imprese più inclusive, ma anche organizzazioni più solide, innovative e capaci di generare valore nel lungo periodo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong><br />
<strong>Nella foto, Giorgia Pontetti, ingegnere elettronico e fondatrice di Ferrari Farm, impresa associata a Confartigianato specializzata in colture idroponiche innovative. Foto di Ivan Demenego</strong></p>
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		<title>Dalla voce all’azione: il futuro dell’impresa femminile passa da qui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Gagliardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:40:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ottant’anni dopo il diritto di voto alle donne e la nascita di Confartigianato, la Convention Donne Impresa segna un passaggio decisivo: trasformare principi condivisi in strumenti concreti, accessibili e strutturali</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/dalla-voce-allazione-il-futuro-dellimpresa-femminile-passa-da-qui/">Dalla voce all’azione: il futuro dell’impresa femminile passa da qui</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-9"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 87%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110476" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026.jpg" width="1864" height="1365" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026.jpg 1864w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026-300x220.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026-1024x750.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026-768x562.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026-1536x1125.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Convention-donne-impresa-2026-350x256.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1864px) 100vw, 1864px" /></div>
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<p>La XXVII Convention Nazionale Donne Impresa Confartigianato “80 anni di voce al femminile: impresa, empowerment e welfare”, che ho avuto il privilegio di moderare lo scorso 20 maggio, è stata esattamente questo. Non solo per il valore dei contenuti, ma per il significato che ha assunto nel percorso del Movimento Donne Impresa.</p>
<p>Se è vero che l’occasione era importante &#8211; gli 80 anni dal diritto di voto alle donne e gli 80 anni di Confartigianato – è altrettanto vero che la giornata non si è fermata alla dimensione celebrativa. Al contrario, ogni intervento, ogni panel, ogni testimonianza ha contribuito a far emergere una consapevolezza condivisa: <strong>trasformare la memoria in direzione e la direzione in azione</strong>.</p>
<p>Sin dall’apertura è emersa una consapevolezza forte: non limitarsi a celebrare il passato, ma interrogare il presente</p>
<p>Gli 80 anni di conquiste rappresentano un patrimonio straordinario, ma anche una responsabilità. Perché oggi non basta più rivendicare diritti: occorre creare condizioni. Non basta più dare voce: bisogna fare in modo che quella voce incida davvero sui processi economici e sociali.</p>
<p>È in questo passaggio – sottile ma decisivo – che si coglie il senso più profondo della Convention.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Impresa, empowerment, welfare: una chiave di lettura concreta</span></h2>
<p>Il <em>fil rouge</em> che ha attraversato l’intera giornata è stato il legame dinamico e integrato tra impresa, empowerment e welfare: non ambiti separati, ma dimensioni interdipendenti.</p>
<p>Moderare ha significato tenere insieme queste tre dimensioni, accompagnando un confronto che, panel dopo panel, ha reso evidente quanto siano interdipendenti.</p>
<p>L’<strong>impresa</strong> è il luogo in cui si genera valore.</p>
<p>L’<strong><em>empowerment </em></strong>è ciò che consente alle persone di esprimere pienamente questo valore.<br />
Il <strong>welfare</strong> è la condizione che rende tutto questo possibile e sostenibile nel tempo.</p>
<p>Detto così, potrebbe sembrare un equilibrio teorico. In realtà è esattamente il nodo pratico su cui si gioca oggi la competitività del nostro sistema produttivo.</p>
<p><strong>Senza welfare l’empowerment non si realizza e senza empowerment l’impresa femminile non può svilupparsi appieno,</strong> rimanendo esposta a diseguaglianze e ostacoli strutturali.</p>
<p>È proprio a partire da questa consapevolezza che i lavori della Convention sono stati costruiti come un percorso. Non un semplice susseguirsi di relazioni, ma una progressione: <strong>dalla parità come leva, al welfare come infrastruttura, fino alle sfide aperte del futuro</strong>.</p>
<p>Con un obiettivo chiaro: uscire dalla dimensione del principio ed entrare in quello della pratica. E soprattutto porsi una domanda trasversale:<br />
<strong>quello che abbiamo costruito è adeguato alle esigenze del<br />
Sistema produttivo di oggi?</strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<h2><span class="font-435549">Parità: tra riconoscimento e realtà </span></h2>
<p>Il primo panel <em>“La parità che crea valore: regole, strumenti e scelte che contano”</em> ha messo subito in discussione una delle convinzioni più diffuse: che la parità di genere sia ormai un obiettivo acquisito.</p>
<p>Lo è, senza dubbio, sul piano dei principi. Molto meno su quello dell’applicazione concreta.</p>
<p>Dal confronto è emersa con chiarezza una <strong>distanza evidente</strong> tra <strong>parità dichiarata</strong> e <strong>quella realmente praticata</strong>. Le politiche esistono, così come gli strumenti, ma sono ancora troppo spesso costruiti su modelli organizzativi che non riflettono la struttura del nostro sistema produttivo. Il rischio è quello di lasciare ai margini proprio quella parte più vitale dell’economia: l’impresa diffusa.</p>
<p>Da qui una consapevolezza condivisa: perché la parità diventi davvero una leva di sviluppo, deve essere <strong>accessibile, applicabile e misurabile anche nelle realtà più piccole</strong>, dove si concentra una parte fondamentale del valore economico del Paese.</p>
<p>È in questo senso che il panel ha rappresentato un passaggio centrale della Convention. Non solo una riflessione sui principi, ma un confronto concreto sul legame sempre più stretto tra partecipazione femminile e sviluppo economico.</p>
<p>Oggi la parità non può più essere letta esclusivamente come una questione di equità. È, sempre di più, una questione di <strong>competitività, produttività e crescita</strong>. E in un contesto segnato da profonde trasformazioni &#8211; demografiche, sociali e tecnologiche &#8211; la valorizzazione del capitale umano femminile diventa una leva strategica a disposizione del Sistema Paese.</p>
<p>Non si tratta semplicemente di aumentare la presenza delle donne nel lavoro e nel mondo imprenditoriale, ma di costruire un contesto che consenta loro di <strong>crescere, investire, innovare e generare valore nel tempo</strong>.</p>
<p>La vera sfida, dunque, non è solo favorire la nascita di nuove imprese a conduzione femminile, ma rafforzarne la solidità, sostenerne i percorsi di sviluppo dimensionale, migliorarne l’accesso al credito e accompagnarle nei processi di innovazione.</p>
<p>Le testimonianze lo hanno restituito con grande chiarezza: quando gli strumenti funzionano davvero, la parità diventa <strong>un fattore competitivo </strong><strong>reale</strong>, capace di incidere concretamente sull’organizzazione, sulla crescita e sul posizionamento delle imprese.</p>
<p>Per questo, investire sulle donne non può essere considerato una politica di settore, ma <strong>una vera politica di sviluppo</strong>.</p>
<p>La piena partecipazione economica femminile non deve essere concepita come un obiettivo marginale, ma una delle condizioni necessarie per la crescita dell’Italia.</p>
<p>È proprio a partire da questa evidenza che il confronto si sposta sul tema successivo: il welfare.</p>
<p>Perché se la parità può diventare leva, resta una domanda decisiva: <strong>quali sono le condizioni che la rendono possibile nel tempo?</strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<h2><span class="font-435549">Il welfare infrastruttura economica </span></h2>
<p>Il secondo panel ha introdotto un cambio di prospettiva ancora più netto: <strong>Il welfare non come costo, ma come infrastruttura economica</strong>.</p>
<p>La domanda che ha guidato il confronto è stata volutamente diretta: <strong>il sistema di welfare oggi è progettato secondo logiche di protezione e previdenza per la figura imprenditoriale, tradizionalmente esclusa dai piani di welfare destinati ai soli subordinati?  </strong></p>
<p>Dal dibattito è emersa una doppia fotografia. Da un lato, un sistema articolato, con strumenti importanti. Dall’altro, una difficoltà ancora evidente nel rispondere in modo pieno alle esigenze di chi fa impresa, soprattutto in forma autonoma o nelle piccole realtà.</p>
<p>Eppure, accanto a queste criticità, emergono esperienze già solide, come la bilateralità artigiana e la sanità integrativa, che dimostrano come sia possibile costruire risposte efficaci e coerenti con il nostro modello produttivo.</p>
<p>È stato in questo passaggio che il racconto ha trovato una dimensione ancora più concreta.</p>
<p>Le testimonianze hanno fatto emergere ciò che i modelli e le norme spesso non riescono a restituire: <strong>l’impatto reale del welfare sulla vita delle persone e sulla continuità delle imprese</strong>.</p>
<p>Quando il <strong>welfare è accessibile e funziona</strong>, non migliora soltanto la qualità della vita delle persone, ma <strong>rafforza la tenuta e la sostenibilità dell’impresa</strong>.</p>
<p>In questo contesto, il tema della salute ha reso il confronto ancora più concreto. Non solo come diritto, ma come condizione per garantire continuità imprenditoriale.</p>
<p>La riflessione sulla medicina di genere ha evidenziato un ulteriore elemento critico: l’Italia è spesso indicata come un modello sul piano normativo, ma il suo impatto sul piano operativo resta limitato.</p>
<p>Il problema non è l’assenza di norme, ma la persistenza di approcci costruiti su un presunto neutro maschile considerato oggettivo e universale, che continua a generare disuguaglianze.</p>
<p>Ne deriva che sistemi apparentemente “neutrali” possono produrre diseguaglianze, con implicazioni dirette sulla qualità della vita e sulla continuità delle imprese guidate da donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Sicurezza, dignità e innovazione: le sfide aperte</span></h2>
<p>L’ultima parte della Convention ha ampliato lo sguardo, portando al centro le grandi sfide che attraversano il presente.</p>
<p>Sicurezza, dignità e innovazione non sono ambiti separati, ma condizioni di contesto che incidono direttamente sulla possibilità di generare sviluppo.</p>
<p>Non può esistere empowerment senza sicurezza e dignità, e oggi questa sfida si gioca su due fronti intrecciati: quello della violenza di genere e quello dell’innovazione tecnologica, che può rappresentare al tempo stesso un’opportunità e un rischio.</p>
<p>La <strong>violenza di genere</strong>, purtroppo, <strong>continua a limitare in modo drammatico la libertà e la piena partecipazione delle donne</strong>. È una piaga che non può essere affrontata solo sul piano normativo, ma richiede una responsabilità condivisa che coinvolge l’intera comunità. In questo percorso, il mondo dell’impresa è chiamato a svolgere un ruolo centrale.</p>
<p>L’impresa, infatti, non è soltanto un luogo di produzione, ma uno spazio di relazioni, di crescita e di educazione al rispetto. Può diventare un presidio sociale fondamentale, capace di offrire opportunità di lavoro, autonomia economica e dignità. In questo senso, fare impresa da donna significa non solo creare valore economico, ma anche generare valore umano, costruire reti e promuovere indipendenza.</p>
<p>Il lavoro, in questo contesto, rappresenta uno strumento essenziale di libertà: un elemento che può contribuire concretamente al contrasto della violenza, in tutte le sue forme: fisica, psicologica, economica e digitale.</p>
<p>A questo tema, si aggiunga quello dell’innovazione. L’evoluzione tecnologica, e in particolare l’intelligenza artificiale, sta ridefinendo modelli organizzativi e processi decisionali, creando nuove opportunità ma anche criticità. Tra queste, una delle più rilevanti riguarda la presenza di <em>bias</em> nei sistemi, negli algoritmi e nelle dinamiche organizzative.</p>
<p>In uno scenario in cui i team saranno sempre più composti da una combinazione di agenti umani e digitali, diventa centrale interrogarsi sul contributo che le donne possono portare in questa nuova configurazione del lavoro.</p>
<p>Non si tratta solo di presenza, ma di qualità del contributo: le donne possono offrire uno sguardo capace di integrare dimensioni spesso trascurate, come l’attenzione alla meritocrazia, il senso di giustizia e l’equità nei processi decisionali.</p>
<p>In un contesto profondamente trasformato dalla tecnologia, questa sensibilità può tradursi in un approccio più consapevole e responsabile, in cui la dimensione etica assume un ruolo centrale e diventa parte integrante delle scelte organizzative.</p>
<p>La domanda che resta aperta è quindi una: <strong>le donne saranno protagoniste di questo cambiamento?</strong></p>
<p>E la risposta dipende, in larga misura, dalle scelte che sapremo compiere fin da ora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Dalla voce all’azione</span></h2>
<p>Rileggendo il percorso della Convention emerge una consapevolezza condivisa: i principi devono diventare processi, e i processi devono generare effetti misurabili. Parità<em>, </em>empowerment e welfare non possono più essere considerati obiettivi da affermare, ma leve da rendere pienamente operative, integrate e accessibili.</p>
<p>Il valore dell’imprenditoria femminile è dimostrato dai dati, dalla diffusione sui territori, dalla capacità di contribuire allo sviluppo economico e sociale. Ciò che occorre oggi è creare le condizioni affinché questo potenziale possa esprimersi in modo continuo e strutturale, superando la dimensione episodica delle opportunità e rafforzando gli strumenti di crescita.</p>
<p>In questo senso, la responsabilità che questa Convention consegna è chiara: trasformare il confronto in azione, e l’azione in sistema.</p>
<p>Il valore reale non si misurerà nelle riflessioni condivise, ma nella capacità di dare loro continuità e concretezza.</p>
<p>A distanza di ottant’anni da conquiste fondamentali che hanno segnato l’ingresso delle donne nella piena partecipazione democratica ed economica, il compito che abbiamo davanti è quello di consolidarne l’impatto e ampliandone le opportunità.</p>
<p>Perché il futuro dell’imprenditoria femminile &#8211; e insieme quello del Paese &#8211; non si costruisce nelle intenzioni, ma nelle scelte. Ogni giorno.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Quando la bellezza fa politica estera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Domenico Auricchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia non conquista: seduce, accoglie, convince. Nel paesaggio, nell’artigianato e nell’ospitalità si nasconde una diplomazia quotidiana, capace di trasformare la bellezza in relazione e il viaggio in reputazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-11"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 92%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110286" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172.jpg" width="1725" height="1142" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172.jpg 1725w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-1024x678.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-768x508.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-1536x1017.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-350x232.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1725px) 100vw, 1725px" /></div>
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<p>Questa capacità di attrarre e di essere riconosciuti come un punto di riferimento si può tradurre anche in una forma concreta ed efficace di diplomazia culturale. Se alimentata con continuità, può facilitare il dialogo, rafforzare i legami e diffondere un&#8217;immagine positiva, autorevole e credibile verso chi la esercita.</p>
<p>Come Presidente del Touring Club Italiano, sento ogni giorno la responsabilità di custodire e promuovere questa attitudine peculiare, che rende l&#8217;Italia non soltanto una meta turistica desiderabile, ma un vero modello culturale e sociale di riferimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Fin dalla sua nascita, nel 1894, il Touring si è adoperato per &#8220;far conoscere l&#8217;Italia agli italiani»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fin dalla sua nascita, nel 1894, il Touring si è adoperato per &#8220;far conoscere l&#8217;Italia agli italiani&#8221;. I nostri fondatori avevano intuito che conoscere un territorio significa già valorizzarlo: raccontare una pieve nascosta tra le colline in una guida, tracciare con precisione i percorsi su un atlante o dotare le strade di sistemi segnaletici significava, e significa ancora, trasformare il patrimonio in un bene condiviso, attrattivo e accessibile. Oggi questa missione si rinnova attraverso una produzione editoriale aggiornata nello stile e nei contenuti, con progetti come Bandiere Arancioni, che certifica i borghi dell&#8217;entroterra (oggi 300) e li promuove come rete nazionale, e con iniziative di partecipazione civica alla valorizzazione del Paese. Quando le donne e gli uomini di “Aperti per Voi”, il nostro progetto di volontariato culturale presente in oltre 80 siti, tra cui il Palazzo del Quirinale, accolgono visitatori da ogni parte del mondo in luoghi altrimenti poco accessibili, esercitano questo soft power nella sua espressione più autentica. Offrono bellezza e contribuiscono a costruire relazioni, generando gratitudine verso il nostro Paese e verso chi lo abita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’artigiano italiano non è un semplice esecutore, ma un interprete del bello e del ben fatto»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche con l&#8217;artigianato si esprime bene questa influenza culturale. L&#8217;artigiano italiano non è un semplice esecutore, ma un interprete unico del bello e del ben fatto. In ogni oggetto, in ogni tessuto e in ogni sapore della tradizione si riconosce un frammento vivo della nostra storia e una testimonianza del nostro presente. Il saper fare e il saper generare bellezza sono ciò che ci distingue nel mondo e che ha creato il valore del made in Italy.</p>
<p>È anche questo che rende l&#8217;Italia così attrattiva: l&#8217;idea di un Paese in cui qualità della vita, cultura materiale e cura estetica sono strettamente legate. Il nostro potere si fonda proprio su questa capacità di proporre uno stile peculiare, centrato sul buon vivere e sulle relazioni.</p>
<p>Non dimenticherei poi, per tornare al turismo in senso più stretto, il valore dell&#8217;ospitalità, che non è solo una virtù sociale ma una vera espressione culturale. Non consiste soltanto nell&#8217;accogliere, ma nel far sentire chi arriva parte di un&#8217;esperienza autentica, fatta di attenzione, calore umano e competenza professionale. È nei gesti quotidiani, nella qualità del servizio e nella spontaneità con cui sappiamo aprirci agli altri che si manifesta una parte essenziale dell&#8217;identità italiana, così apprezzata all&#8217;estero.</p>
<p>Non si può però parlare di attrattività senza tutela. Il paesaggio italiano è la scena in cui si esprime questo nostro potere, ma è una scena fragile che richiede cura continua. L&#8217;autorevolezza internazionale dell&#8217;Italia dipende anche dalla capacità di conservare la sua bellezza nel tempo. Da sempre il Touring Club si batte per un turismo consapevole e rispettoso, capace di generare valore per i territori senza consumare ciò che li rende unici. Un Paese che protegge i propri borghi, difende le coste e tutela il patrimonio culturale trasmette forza, non debolezza. La bellezza, infatti, è il risultato di cura quotidiana e di responsabilità condivisa. Questa è una delle lezioni che l&#8217;Italia può offrire al mondo: saper rigenerare il passato per trasformarlo in un&#8217;idea di futuro desiderabile.</p>
<p>Il soft power italiano, così come lo intende il Touring, non è garantito una volta per tutte: è un capitale che va coltivato con costanza, attraverso investimenti in cultura, formazione e accoglienza. La bellezza, da sola, non basta: deve essere accompagnata da una visione etica e da una capacità di racconto sintonizzata sul presente. Ogni volta che restauriamo un&#8217;opera, che tramandiamo una tecnica a un giovane o che accogliamo un viaggiatore con competenza e passione, consolidiamo il posto dell&#8217;Italia nel mondo.</p>
<p>La nostra missione è testimoniare questa forza di attrazione e contribuire ad alimentarla.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>L’artigianato della pace nei key data di un modello economico e sociale per un mondo in conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:40:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei dati che raccontano il settore prende forma un’economia che resiste alle logiche più estreme della globalizzazione senza rinunciare alla crescita</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-13"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 74%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110175" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920.jpg" width="1260" height="1260" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920.jpg 1260w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1260px) 100vw, 1260px" /></div>
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<p>In un tempo segnato da tensioni geopolitiche e conflitti armati, l’economia mondiale appare sempre più attraversata da contraddizioni profonde. Da un lato cresce l’“industria della guerra”, dall’altro emergono modelli produttivi che promuovono coesione sociale, lavoro dignitoso e sviluppo sostenibile. In questo contesto assume un forte valore simbolico e concreto il richiamo di Papa Leone XIV che, all’Angelus del 6 gennaio 2026, ha invitato a far sì che «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace», auspicando un mondo in cui «gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle». Questa espressione, potente e suggestiva, richiama un’idea di economia profondamente radicata nella tradizione produttiva italiana: un sistema di imprese artigiane che costruisce, ripara, è diffuso nelle comunità, crea valore condiviso e rafforza i legami tra le persone. In questo senso l’artigianato rappresenta non soltanto un settore produttivo, ma anche un modello culturale e sociale capace di contribuire alla costruzione della pace.</p>
<h3><span class="font-435549">* Un pilastro dell’economia italiana</span></h3>
<p>L’artigianato costituisce una componente essenziale del sistema produttivo italiano. Alla fine del 2025 si contano 1.233.610 imprese artigiane, pari al 21,1% del totale delle imprese italiane. La loro diffusione è capillare: si registrano 2,1 imprese artigiane ogni 100 abitanti e 4,7 ogni 100 famiglie, mentre nel corso dell’anno sono nate 82.489 nuove imprese, in media 317 al giorno. Il contributo occupazionale è altrettanto rilevante. Le imprese artigiane impiegano 2 milioni e 494 mila addetti, pari al 13,4% degli occupati del settore privato non agricolo. Di questi, oltre la metà sono lavoratori dipendenti, mentre quasi altrettanti sono lavoratori indipendenti: titolari, soci e collaboratori familiari. La dimensione media è di 2,5 addetti per impresa, segno di un sistema produttivo basato su piccole unità imprenditoriali fortemente radicate nei territori. Dal punto di vista economico, l’artigianato genera 142,9 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8% del totale nazionale. Numeri che testimoniano come questo settore rappresenti un pilastro non solo economico ma anche sociale del Paese.</p>
<p>Il concetto di “artigianato della pace” evocato dal Pontefice può essere interpretato attraverso alcune caratteristiche strutturali dell’artigianato italiano.</p>
<h3><span class="font-435549">*Un’economia di imprese familiari</span></h3>
<p>Gran parte delle imprese artigiane nasce e si sviluppa in ambito familiare. In Italia le micro e piccole imprese familiari, controllate da persone fisiche o famiglie, rappresentano l’81,6% del totale delle micro e piccole imprese italiane. Questa dimensione rafforza il legame tra lavoro, comunità e responsabilità sociale. L’impresa non è soltanto un luogo di produzione ma uno spazio di relazioni e di trasmissione di competenze tra generazioni.</p>
<p>Un modello distante dalla turbo-globalizzazione &#8211; L’artigianato è generalmente poco coinvolto nei processi più estremi della globalizzazione produttiva, che spesso puntano alla massima riduzione del costo del lavoro attraverso delocalizzazioni e catene globali lunghe. Le imprese artigiane operano invece prevalentemente nei territori, valorizzando competenze e qualità del prodotto locali, intercettando una diffusa domanda di prossimità, caratterizzata da una maggiore sostenibilità. In Italia vi sono 12,3 milioni di consumatori che acquistano prodotti a chilometri zero, pari al 23,5% della popolazione di 14 anni ed oltre.</p>
<h3><span class="font-435549">*La relazione diretta con le persone</span></h3>
<p>L’artigianato vive di relazioni di fiducia con clienti, fornitori e comunità locali. La dimensione di prossimità crea reti sociali e rafforza la coesione territoriale, contribuendo a ridurre le disuguaglianze e a sostenere lo sviluppo delle aree interne e montane. Nelle comuni delle aree interne, connotate da scarsa accessibilità ai servizi essenziali, il peso degli addetti dell’artigianato sale al 22,2%, 7,7 punti percentuali superiore al 14,5% della media.</p>
<p>L’assenza della finanza speculativa &#8211; Le imprese artigiane sono generalmente poco esposte alla finanza speculativa e orientate a una gestione prudente e di lungo periodo, che poggia sull’autofinanziamento, diffuso nell’80,4% delle micro e piccole imprese e dell’artigianato. Per questo sistema imprenditoriale la finanza d’impresa sostiene gli investimenti reali, strettamente legati allo sviluppo dell’impresa e alla qualità del lavoro più che le operazioni finanziarie e straordinarie, estranee al core business.</p>
<p>Un’economia che mette al centro la persona e il lavoro &#8211; Molte attività artigiane si basano su lavorazioni ad alta intensità di lavoro e competenze manuali. Il valore del prodotto nasce dall’abilità, dall’esperienza e dalla creatività delle persone. Il lavoro non è una variabile da ottimizzare ma la principale fonte di valore. In tale contesto assume un ruolo fondamentale la formazione: nel 2024 l’artigianato impiega 116 mila apprendisti, pari al 19,8% del totale nazionale.</p>
<h3><span class="font-435549">*L’orientamento alla sostenibilità sociale</span></h3>
<p>L’artigianato rappresenta anche un importante fattore di inclusione. Nel 2025 si contano 218 mila imprese artigiane femminili (17,7% del totale), e 222 mila imprese a conduzione straniera, pari al 18% delle imprese artigiane. Sono 121 mila le imprese artigiane guidate da giovani under 35, pari al 9,8% del totale. L’artigianato si configura come un sistema produttivo capace di offrire opportunità a diverse componenti della società.</p>
<p>Un modello di sviluppo per il futuro &#8211; Il richiamo all’“artigianato della pace” non riguarda solo un modo di produrre ma un modo di vivere che mette al centro la persona, il lavoro e le comunità. In un’economia globale attraversata da forti tensioni e trasformazioni tecnologiche, il modello artigiano offre spunti qualificanti: sviluppo radicato nei territori, valorizzazione delle competenze, equilibrio tra tradizione e innovazione, attenzione alla qualità e alle relazioni umane.</p>
<p>L’artigianato italiano dimostra la possibilità di coniugare crescita economica e coesione sociale. La sua capillarità territoriale sostiene le comunità locali, mantiene viva la cultura del lavoro e dell’imprenditorialità, contribuisce a diffondere opportunità economiche anche nelle aree più fragili del Paese.</p>
<h3><span class="font-435549">*Costruire la pace attraverso il lavoro </span></h3>
<p>L’espressione “artigianato della pace” suggerisce infine una dimensione più profonda: la pace non è un prodotto industriale che si impone dall’alto, ma un processo che si costruisce pazientemente nel tempo, proprio come un lavoro artigiano. Richiede cura, responsabilità e collaborazione tra le persone e tra le istituzioni, su scala mondiale.</p>
<p>In questo senso il lavoro delle imprese artigiane – fatto di competenze, relazioni collaborative e creatività – può essere letto come una metafora concreta di un modello economico capace di generare sviluppo umano e sociale.</p>
<p>In un mondo dominato da conflitti e incertezze, l’artigianato continua dunque a rappresentare non solo un pilastro dell’economia italiana, ma anche un esempio di economia della prossimità, della responsabilità e della pace. Un modello che dimostra come, anche nel sistema produttivo, sia possibile scegliere la strada indicata dal Pontefice: far prevalere l’artigianato della pace sull’industria della guerra.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Milano Cortina 2026: infrastrutture olimpiche come eredità per il Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Veronica Vecchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:19:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La presidente di SIMICO, Veronica Vecchi, racconta dall’interno la costruzione delle infrastrutture di Milano Cortina 2026: un cantiere diffuso in cui governance pubblica, innovazione e lavoro delle imprese trasformano la complessità organizzativa dei Giochi in un’eredità concreta per i territori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-15"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109957" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80.jpg" width="1199" height="675" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80.jpg 1199w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80-300x169.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80-1024x576.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80-768x432.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx115478-1200px-1600-1000-80-350x197.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1199px) 100vw, 1199px" /></div>
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				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-16"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Realizzare infrastrutture per grandi eventi internazionali non significa soltanto costruire opere. Significa esercitare governance, assumersi piena responsabilità pubblica e trasformare la complessità in valore duraturo per i territori.</p>
<p>Con Milano Cortina 2026 l’Italia sta realizzando le infrastrutture olimpiche su un territorio ampio e morfologicamente complesso, combinando impianti sportivi di livello mondiale con investimenti destinati a lasciare una legacy strutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong>«La vera eredità dei giochi? Le infrastrutture di trasporto con ben 51 opere programmate»</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il piano vale <strong>3,5 miliardi di euro</strong> e comprende <strong>98 interventi</strong>: <strong>51 opere infrastrutturali</strong>, soprattutto strade e collegamenti, e <strong>47 impianti sportivi</strong> distribuiti su oltre 22.000 chilometri quadrati, tra più regioni e diversi livelli istituzionali. Fin dall’inizio è stata compiuta una scelta strategica chiara: le infrastrutture di trasporto rappresentano la vera eredità dei Giochi. L’evento olimpico è stato utilizzato come acceleratore di investimenti attesi da decenni dalle comunità locali, in un Paese segnato da catene montuose e territori fragili.</p>
<p>Da questa esperienza emergono tre lezioni. La prima: il modello istituzionale conta. Un soggetto dedicato come SIMICO &#8211; società infrastrutture Milano Cortina &#8211; , in stretto raccordo con Governo, Regioni e autorità di controllo, consente decisioni rapide e gestione efficace delle criticità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La sostenibilità è una strategia, non un adempimento»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La seconda: la <strong>sostenibilità</strong> è una strategia, non un adempimento. Significa efficienza nel rispetto di tempi e costi, attenzione all’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita delle opere e centralità della dimensione sociale. Impronta ambientale non vuol dire solo misurare le emissioni, ma integrare soluzioni sostenibili nelle scelte progettuali. Sul piano sociale, la sicurezza è anche innovazione: utilizziamo sistemi digitali di monitoraggio e collaboriamo con le imprese per migliorare le condizioni di lavoro oltre gli standard normativi. I nostri cantieri, con lavoratori di 52 nazionalità, sono ecosistemi di integrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L&#8217;80% delle imprese subappaltatrici sono PMI»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo quadro, il contributo delle imprese è decisivo. Stiamo gestendo oltre 3<strong>00 appaltatori principali e più di 600 subappaltatori: oltre l’80% sono PMI</strong>. Non è solo un dato numerico. La realizzazione di opere complesse in contesti montani richiede competenze diffuse, flessibilità e capacità di adattamento. Significa valorizzare una capacità artigianale evoluta, capace di integrare saperi tecnici, innovazione digitale – dal BIM ai digital twin – e problem solving operativo. È questa alleanza tra ingegneria, PMI e mondo artigiano che rende possibile rispettare standard elevati in tempi sfidanti.</p>
<p>La terza lezione riguarda la governance come trasparenza concreta, abilitata dal digitale. In un Paese dotato di un sistema avanzato di contrasto alle infiltrazioni mafiose, abbiamo rafforzato i controlli sugli appalti insieme al Ministero dell’Interno, rendendoli più tempestivi ed efficaci attraverso strumenti digitali.</p>
<p>Abbiamo inoltre realizzato, sulla base degli input degli stakeholder, una piattaforma pubblica che aggiorna ogni 45 giorni su costi, tempi e stato di avanzamento dei progetti. La trasparenza è reale solo se è accessibile: se servono più di tre clic, non è vera trasparenza.</p>
<p>L’eredità di Milano Cortina 2026 non è solo infrastrutturale. È un’eredità di metodo: dimostrare che anche in contesti complessi è possibile coniugare responsabilità pubblica, competenza tecnica e valorizzazione del tessuto produttivo diffuso che rappresenta una delle principali forze del Paese.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<div class="ig-tags-wrapper"><strong><a class="ig-tags-link" href="https://www.coni.it/it/archivio-foto.html?view=tags&amp;igtags=Foto%20Giuseppe%20Giugliano/CONI">© Foto Giuseppe Giugliano/CONI</a></strong></div>
</div>
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<p>
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		<title>La moda italiana alla prova del futuro: come difendere il primato del Made in Italy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Flavio Sciuccati]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 07:10:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[data room]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Futuro della Moda di fascia alta e del Lusso: rilanciare il Made in Italy tra sfide geopolitiche globali, mercati in frenata e nuovi comportamenti delle diverse generazioni di consumatori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-17"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108820" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/4.Sciuccati.jpg" width="768" height="1152" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/4.Sciuccati.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/4.Sciuccati-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/4.Sciuccati-683x1024.jpg 683w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/4.Sciuccati-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">La filiera della Moda¹ rappresenta da sempre uno dei pilastri strategici e prioritari del sistema produttivo italiano. Con circa <strong>550 mila addetti e 60 mila imprese produttive attive </strong>(tra industria ed artigianato), pari al <strong>16% delle aziende manifatturiere nazionali </strong>e al <strong>13% dell’occupazione del comparto</strong>, essa costituisce la <strong>seconda filiera manifatturiera del Paese per numero di addetti</strong>, dietro solo alla meccanica e metallurgia, e la <strong>terza per numero di imprese²</strong>.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La grande forza del <em>Made in Italy </em>risiede nella <strong>capillarità del tessuto imprenditoriale </strong>e nella <strong>completezza delle sue filiere</strong>, che integrano competenze, creatività, know-how e qualità consolidati in decenni di eccellenza. Dall’abbigliamento alla maglieria, dalla calzatura alla pelletteria, fino a oreficeria e occhialeria, l’Italia conserva un <strong>ecosistema produttivo verticale</strong>, capace di gestire l’intero ciclo, dalle materie prime (pelli, tessuti, materiali, componenti metallici) ai processi intermedi (stampa, laseratura, finissaggio, ecc.), fino alla produzione del prodotto finito. Una condizione pressoché unica al mondo, che spiega perché il nostro Paese sia da sempre la <strong>prima destinazione industriale per i grandi brand internazionali </strong>desiderosi di sviluppare collezioni ai più alti livelli qualitativi.</p>
<h3><span class="font-435549">Le minacce emergenti: illegalità, transizione tecnologica e nuovi concorrenti</span></h3>
<p>Negli ultimi anni, tuttavia, <strong>nuove minacce </strong>rischiano di intaccare il valore e la reputazione del <em>Made in Italy</em>. Da un lato, la <strong>presenza di aree grigie e di illegalità </strong>in alcuni segmenti della filiera mina la fiducia dei brand e danneggia la reputazione del sistema produttivo nel suo complesso. Dall’altro, la <strong>transizione tecnologica e ambientale </strong>richiede un impegno crescente: se la sostenibilità è ormai una condizione necessaria per collaborare con i grandi marchi, l’<strong>innovazione tecnologica </strong>rappresenta oggi il vero fattore competitivo. L’introduzione di sistemi digitali, automazione e software integrati consente di ridurre i lead time, migliorare il controllo qualità e aumentare l’efficienza operativa, generando un <strong>livello di servizio superiore </strong>– elemento chiave nella selezione dei fornitori da parte dei brand. A parità di prezzo e qualità, vince chi sa garantire <strong>tempi certi, tracciabilità e affidabilità</strong>.</p>
<p>A ciò si aggiunga la <strong>competizione crescente di nuovi poli produttivi europei </strong>– Romania, Bulgaria, Spagna, Portogallo, Turchia – dove la qualità della manodopera è in rapido miglioramento. Pur non raggiungendo ancora gli standard italiani, questi Paesi offrono costi inferiori e maggiore prossimità logistica, diventando <strong>partner alternativi </strong>per il <em>near-shoring </em>dei brand.</p>
<h3><span class="font-435549">Un mutamento narrativo: il rischio della perdita di un grande primato</span></h3>
<p>Lo studio strategico condotto da <strong>The European House – Ambrosetti </strong>nell’ambito della quarta edizione di Venice Sustainable Fashion Forum (Venezia, Fondazione Cini, 23-24 ottobre 2025) ha misurato la frequenza narrativa di otto attributi chiave associati ai principali produttori del settore Moda: quattro tangibili (innovazione tecnologica, accessibilità/prezzo, diritti dei lavoratori, sostenibilità ambientale) e quattro intangibili (lusso/prestigio, qualità artigiana, heritage, design/creatività)³. Cosa emerge? Che i <strong>Paesi d’origine dei brand europei </strong>– in particolare Italia, Francia e Spagna – pur restando centrali per Lusso e tradizione, <strong>stanno progressivamente perdendo terreno nella narrazione globale</strong>. La Cina, un tempo sinonimo di produzione di massa e scarse condizioni lavorative, sta oggi ridefinendo la propria immagine puntando su innovazione, creatività e tecnologia. Parallelamente, Paesi come Turchia e Romania consolidano la loro reputazione in termini di qualità e artigianalità, proponendosi come <strong>nuovi premium partner </strong>per i grandi gruppi del Lusso. Sul fronte della Sostenibilità, infine, <strong>nessun Paese emerge ancora come leader riconosciuto</strong>, lasciando aperto uno spazio competitivo che l’Italia potrebbe occupare con un approccio sistemico.</p>
<h3><span class="font-435549">L’incertezza del mercato del Lusso e la trasformazione dei consumi</span></h3>
<p>Dopo un decennio di crescita costante, il mercato globale del Lusso ha attraversato due momenti di crisi: il crollo del 2020 dovuto alla pandemia e, successivamente, la frenata post- boom del 2023.</p>
<p>Questa contrazione, tuttavia, non va interpretata come un segnale strutturale di debolezza. Storicamente, la produzione manifatturiera mondiale è sempre cresciuta nel tempo a un ritmo medio del 3% annuo, salvo eccezioni legate a crisi o eventi straordinari. Anche nel settore della Moda si osserva oggi un progressivo ritorno ai volumi produttivi pre- pandemici, nonostante il contesto geopolitico rimanga incerto.</p>
<p>Ciò che realmente cambia è <strong>il comportamento del consumatore</strong>, oggi più fluido, consapevole e orientato all’esperienza. Dopo la pandemia, i consumatori hanno privilegiato <strong>beni esperienziali </strong>rispetto a quelli personali, contribuendo a una momentanea contrazione dei consumi di Moda. Ma le prospettive di medio periodo restano positive: secondo stime⁴ recenti, nei prossimi dieci anni <strong>oltre 31 trilioni di dollari </strong>saranno trasferiti a livello globale da circa <strong>1,2 milioni di individui ad alto patrimonio </strong>(≥ 5 milioni  di  dollari)  alle  nuove  generazioni  di  <strong>Millennials  e  Gen  Z</strong>. Si tratta di una delle più grandi transizioni di ricchezza della storia moderna. Queste generazioni, cresciute nell’era digitale e segnate da un diffuso senso di incertezza, manifestano un comportamento di consumo definito <em>doom spending</em>: una propensione ad acquistare beni di Moda e di Lusso come <strong>espressione identitaria e risposta emotiva </strong>all’ansia per il futuro. Un atteggiamento che, pur irrazionale sul piano economico, rappresenta un motore di domanda inedito per il settore.</p>
<h3><span class="font-435549">Conclusione – Per un nuovo patto di filiera del Made in Italy</span></h3>
<p>Di fronte a questi mutamenti, il futuro della Moda di fascia alta e del Lusso di matrice italiana dipenderà fortemente dalla capacità di <strong>rinnovare la propria narrazione e il proprio modello competitivo</strong>. Il <em>Made in Italy </em>non ha perso il suo valore intrinseco, ma rischia di <strong>perdere rilevanza simbolica e attrattiva </strong>se non saprà evolversi nella percezione globale. Servono dunque <strong>azioni coordinate tra imprese, istituzioni e brand</strong>, per investire in:</p>
<ul>
<li><strong>innovazione tecnologica</strong>, per accrescere produttività e trasparenza;</li>
<li><strong>formazione e ricambio generazionale</strong>, per preservare i mestieri artigiani;</li>
<li><strong>comunicazione internazionale</strong>, per riaffermare il <em>Made in Italy </em>come ecosistema contemporaneo e non solo come icona del passato.</li>
</ul>
<p>Solo un <strong>nuovo patto di filiera </strong>– capace di integrare industria, artigianato, sostenibilità e storytelling – potrà garantire che l’Italia resti la <strong>capitale mondiale della qualità e della bellezza manifatturiera</strong>, anche nelle nuove geografie del Lusso e nelle economie delle generazioni future.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><em>(Nella foto di Ivan Demenego, tratta da I Ritratti del Lavoro di Confartigianato, l&#8217;imprenditrice artigiana Chiara Sironi nel suo atelier di Lecco)</em></p>
<hr />
<h6>1 Il settore Moda è inteso in senso ampio, includendo le filiere Tessile (ATECO 13), Abbigliamento (ATECO 14), Pelle (ATECO 15), Gioielleria (ATECO 32.12 e 32.13) e Occhialeria (ATECO 32.50.5).</h6>
<h6>2 Elaborazione di TEH-Ambrosetti su dati AIDA, Istat, 2025.</h6>
<h6>3 Venice Sustainable Fashion Forum, The European House-Ambrosetti, 2025;</h6>
<h6>4 Family wealth transfer 2024, Altrata, 2024</h6>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-18" data-row="script-row-unique-18" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-18"));</script></div></div></div>
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		<title>La bella Italia che resiste: radicamento, comunità e futuro dei territori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena Granata]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 07:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto dall’intervento di Elena Granata, docente di pianificazione urbana e territoriale al politecnico di Milano, al convegno Match Point 2025 di Confartigianato Imprese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-19"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108586" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h.jpg" width="1012" height="1012" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h.jpg 1012w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/54775922131_321975d29f_h-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1012px) 100vw, 1012px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">«La “bella Italia” non è più quella che si racconta nelle cartoline, nelle guide turistiche o nelle retoriche dei festival dedicati al Made in Italy. Borghi incantati, valli e città storiche, un tempo custodi di saperi e tradizioni, oggi vivono sotto il peso di un’inedita fragilità sociale ed economica».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema non riguarda solo la loro bellezza paesaggistica o il patrimonio culturale, ma la capacità concreta di garantire alle nuove generazioni un progetto di vita stabile, radicato nei luoghi, fatto di casa, lavoro e comunità. Questo diritto, fondamento di qualsiasi società sana, si sta erodendo sotto le pressioni di un modello economico che premia solo i territori già attrattivi, lasciando indietro gran parte delle aree interne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il nodo centrale della questione è la casa. Non più solo una questione di disponibilità, ma di accessibilità e sostenibilità. La crisi abitativa, storicamente associata alle grandi città, si è allargata in modo sorprendente e quasi simultaneo a università, città medie e località turistiche, fino a raggiungere le comunità montane e rurali»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Val di Fiemme, per esempio, la mancanza di alloggi per infermieri, agricoltori e lavoratori locali compromette l’economia e la vita della comunità. Lo stesso modello economico, basato sull’abitare come strumento di reddito e speculazione, si applica tanto a Milano quanto a Lecce, Napoli o Cagliari. L’abitare diventa un bene di consumo, sacrificando il diritto fondamentale di avere un luogo in cui costruire relazioni, fare famiglia e avviare progetti di vita.</p>
<p>Il progetto di vita delle nuove generazioni risente di questa crisi: la possibilità di radicarsi, di lavorare vicino a casa o all’università, di iniziare un’attività imprenditoriale o semplicemente di formare una famiglia diventa un privilegio riservato a pochi. Le aziende, di conseguenza, soffrono la mancanza di personale qualificato, formato nei migliori atenei e costretto a migrare verso città o Paesi che offrono condizioni abitative e opportunità migliori. La difficoltà di trovare lavoro, casa e radicamento costituisce una stretta che si ripercuote sulla competitività economica dell’intero Paese.</p>
<p>Oggi i territori italiani sono dominati dalla logica dell’attrattività per il capitale, più che dalla capacità di garantire qualità della vita ai residenti. Le città non sono più luoghi in cui vivere, creare e innovare, ma scenari da valorizzare per investimenti e turismo. Questo crea una dicotomia drammatica: territori attrattivi, pronti a ricevere capitali e turisti, e territori sacrificati, destinati all’abbandono. Le città medie, le piccole imprese e le comunità locali, che per decenni hanno garantito coesione e sviluppo, sono oggi tra le più penalizzate. L’esito è un’Italia a più velocità, dove la stabilità degli abitanti stanziali e delle famiglie con bambini è subordinata alla capacità di attrarre capitali finanziari.</p>
<p>Anche il turismo, pilastro di molte economie locali, mostra i limiti di questo modello. Le aree storicamente attrattive, come le Cinque Terre o l’Emilia Romagna, si confrontano con oscillazioni improvvise nella capacità di accogliere visitatori. L’overtourism, il sovraffollamento e la saturazione dei luoghi mettono in crisi sistemi che fino a ieri sembravano efficaci e consolidati. La fiducia tra turisti, residenti e territori si deteriora rapidamente: quando si rompe questo patto di fiducia, la reputazione di un luogo cala e il danno è spesso irreversibile. Il web decide dove andare in vacanza, chi premiare e chi punire, e la geografia dei sommersi e dei salvati cambia di anno in anno, creando instabilità e confusione.</p>
<p>Il problema va oltre l’estetica o la dimensione economica: riguarda la relazione tra abitus e habitat, tra le persone e i luoghi in cui vivono. Ogni borgo, città o valle custodisce conoscenze, competenze e tradizioni che non possono essere prefabbricate o standardizzate. La perdita di queste relazioni mette a rischio ciò che rende l’Italia unica: capitale culturale, artigianale e spirituale. La fragilità dei territori non è solo fisica, ma sociale: senza cura dei legami e della comunità, il Paese rischia di diventare un territorio anonimo, incapace di valorizzare la propria storia e la propria identità.</p>
<p>Parallelamente, alcuni territori marginali rischiano di essere sovrascritti da logiche estrattive e globalizzate, che arrivano sotto forma di logistica, grandi piattaforme, resort o infrastrutture commerciali. La valorizzazione dei luoghi diventa sfruttamento, e le comunità si trovano a subire pressioni economiche senza poter influire sulle decisioni. Amazon e altre piattaforme digitali rappresentano un esempio concreto: acquistano territori, capitalizzano sugli spazi e sulle persone, imponendo dinamiche di mercato che spesso escludono la comunità e riducono il radicamento locale.</p>
<p>In questo contesto, la risposta non può essere importata dai modelli anglosassoni o americani, centrati su efficienza, profitto e attrattività globale. Serve una prospettiva mediterranea, basata sulla cooperazione, sulla tradizione e sul legame con i luoghi e le comunità. La leadership deve saper coniugare creatività e saper fare, rispetto per la storia e apertura all’innovazione, cooperazione e dialogo, capacità di valorizzare ciò che è locale senza rinunciare alla dimensione globale. Dal Mediterraneo, culla di civiltà e di pratiche sociali virtuose, può emergere una risorsa di competenze morali e immaginative in grado di guidare scelte di sviluppo sostenibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il radicamento nei luoghi è quindi un atto strategico: proteggere la casa, le relazioni sociali, la comunità significa tutelare la capacità italiana di innovare e di competere, preservando le specificità culturali, storiche e artigianali che rendono il Paese unico». </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La bellezza dei territori non è solo estetica: è relazionale, culturale, economica e spirituale. Solo mettendo al centro l’abitare, il radicamento e la comunità si può resistere alla pressione dei modelli globalizzati, costruire un futuro sostenibile e valorizzare l’Italia come luogo in cui vivere, lavorare e creare.</p>
<p>Infine, la minaccia della “tabula rasa” planetaria, dal turismo selvaggio ai resort costruiti sulle rovine del mondo, ci ricorda quanto fragile sia il legame tra sviluppo economico e qualità della vita. La distruzione dei luoghi per fini speculativi, sia locali che globali, rende evidente la necessità di un approccio che non si limiti a valorizzare il capitale o il profitto, ma che tuteli la dimensione umana, sociale e culturale dei territori. La sfida consiste nel recuperare la centralità del luogo e della comunità, difendendo l’Italia da logiche che riducono i territori a semplici strumenti di sfruttamento.</p>
<p>In questo quadro, la leadership, le istituzioni, le imprese e le comunità devono reimparare a guardare ai territori con occhi diversi: non come piattaforme da monetizzare, ma come laboratori di vita, di cultura e di saper fare. La capacità di valorizzare la “bella Italia” risiede nell’intreccio tra tradizione e innovazione, tra radicamento e apertura, tra cura dei luoghi e sviluppo sostenibile. Solo così si può garantire alle nuove generazioni la possibilità di costruire progetti di vita reali, ancorati a una comunità e a un territorio, capaci di dare senso e futuro al Paese.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-20" data-row="script-row-unique-20" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-20"));</script></div></div></div>
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