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	<title>Giulio Sapelli - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 12 Jun 2026 08:39:04 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Giulio Sapelli - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Il soft power del Made in Italy nel disordine del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel nuovo equilibrio instabile tra potenze, guerre e commercio globale, le piccole imprese non sono ai margini della storia: custodiscono una forma concreta di influenza, fatta di lavoro, conoscenza, creatività e valore artigiano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110255" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg" width="1361" height="1814" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg 1361w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-350x466.jpg 350w" sizes="(max-width: 1361px) 100vw, 1361px" /></div>
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E così l’instabilità delle relazioni internazionali si è fatta, e si fa ogni giorno, più forte, come mai prima era accaduto con tale intensità febbrile.<br />
Dinanzi a questo processo mondiale si leva il ritorno degli USA alle teorie e alle pratiche internazionali di potenza, proprie della loro antica storia, costruitasi via via sulla dominazione del commercio mondiale.<br />
Gli USA, infatti, dipendono sempre più dal commercio globale anche come nazione importatrice, rappresentando circa il 13% delle importazioni mondiali totali, mentre sono secondi, dopo la Cina, nelle esportazioni mondiali totali, con circa il 9-10%, contro il 16% cinese.<br />
Il tutto, lo ripeto, mentre nuovi attori internazionali, invece di essere cooptati — come un tempo accadeva — dagli abitanti delle alte vette del potere mondiale, ampliandone in tal modo l’egemonia, perché sempre fermamente eterodiretti, giungono ora, ahimè, a rivestirsi del potere non solo dell’economia, ma in primis degli strumenti e delle tecniche della guerra e delle guerre. E mandano il mondo in frantumi.<br />
Ora che il dominio del magnetismo diviene strumento di lotta tra nazioni e la conquista dello spazio diviene manifestazione evidente del fatto che tale lotta porta con sé sia obiettivi economici sia obiettivi militari, ebbene, ora, e ancor più domani, la necessità di controllare l’ampliarsi dell’area delle nazioni coinvolte nella crescita economica diviene sempre più importante, pena il crescente disordine d’ogni tipo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="69" data-end="251"><span class="font-435549">«Le grandi questioni del presente non riguardano solo le corporation: attraversano anche l’universo delle piccole imprese, dove la creatività umana diventa impresa, lavoro e valore»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sbaglierebbe colui che pensasse che tali enormi questioni — che sono le questioni del presente e del futuro dell’umanità, così come furono quelle del suo passato — interessino soltanto le grandi corporation e non l’universo delle piccole e piccolissime imprese che, in tutto il globo terracqueo, rendono la foresta marshalliana dell’impresa così varia, libera e diversa, con le mille forme e i mille colori della creatività umana. Perché quella imprenditoriale altro non è che la quintessenza della creatività umana nel suo pieno, fattivo e cerebrale dispiegarsi.<br />
Oggi l’emersione di quelle economie un tempo identificate con quelle dei “Paesi in via di sviluppo” si riveste di poteri militari e di coalizione autonoma. È un fatto di enorme significato, perché rende evidente il crescente stato di incertezza e il contraddittorio evolversi dell’economia mondiale in un concerto tra Stati sempre più fragile, esposto alla tentazione del dominio tramite la forza e la vera e propria occupazione territoriale, in una misura che s’era vista solo nei periodi precedenti la Prima e la Seconda guerra mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="258" data-end="461"><span class="font-435549">«Il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende: anche le PMI possono competere sui mercati globali, se sanno trasformare produttività, competenze e radicamento in forza internazionale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il commercio internazionale delle piccole e medie imprese rappresenta un ambito di studio centrale nell’economia contemporanea, poiché sfida i modelli classici basati esclusivamente sulle grandi multinazionali. In Italia, e questo ci interessa direttamente, dove le PMI costituiscono circa il 99% del tessuto produttivo, l’analisi dei driver di internazionalizzazione assume una rilevanza strategica.<br />
E questo riferimento alla nostra realtà nazionale consente anche di progredire nella ricerca teorica. Se Krugman, nella sua innovativa New Trade Theory, pubblicata nel 1980, si concentrava sulle economie di scala e sulla varietà dei prodotti, la letteratura più recente ha introdotto l’eterogeneità delle imprese come elemento essenziale per comprendere sia gli andamenti del commercio estero sia — e questo per noi di Spirito Artigiano è assai interessante — il ruolo delle piccole imprese, la loro comprensione e la loro valorizzazione.<br />
Mi riferisco soprattutto alla New-New Trade Theory di Martin Melitz, il quale dimostra che solo le imprese con una produttività superiore a una certa soglia riescono a esportare, e che questo avviene perché l’ingresso nei mercati esteri comporta elevati costi fissi, come le ricerche di mercato, l’adeguamento normativo e la creazione di reti distributive. L’apertura commerciale genera così un processo selettivo: le PMI più efficienti si espandono all’estero, mentre quelle meno produttive rimangono confinate al mercato domestico o escono dal mercato.<br />
Ma, in ogni caso, rimane assodato che anche le PMI sono in grado di raggiungere elevati livelli di produttività e di innovazione, confutando le tesi mainstream che concepiscono le PMI come generazioni transitorie dell’inefficienza dei mercati e della pura casualità.<br />
Del resto, le PMI non seguono un unico sentiero di espansione e la letteratura accademica identifica due approcci principali di crescita attraverso la prevalenza della via dell’esportazione sui mercati esteri.<br />
Il primo si fonda su un modello incrementale, graduale, sviluppato da Johanson e Vahlne, che suggerisce un’internazionalizzazione progressiva. L’impresa inizia con esportazioni verso mercati psicologicamente vicini per ridurre l’incertezza, aumentando l’impegno solo dopo aver accumulato esperienza.<br />
Un’altra via è quella perseguita da imprese che operano a livello internazionale fin dalla fondazione, bypassando le fasi graduali grazie a vantaggi competitivi di nicchia e a una forte visione imprenditoriale globale.<br />
Entrambi gli approcci teorici condividono la convinzione che il successo internazionale delle PMI dipenda da un mix di fattori interni ed esterni: il capitale umano e il management. La propensione all’export è fortemente influenzata dalle competenze linguistiche e dalla visione del management.<br />
Generalmente queste imprese sono inserite in filiere o catene globali del valore, specializzandosi nella fornitura di componenti critici per grandi player internazionali. Tali catene sono così diffuse perché siamo ormai convinti che consentano di superare meglio le principali criticità operative: il limitato accesso al credito, la complessità delle normative doganali e la scarsa conoscenza delle culture aziendali estere.<br />
Ma se il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende — nessuno può più sostenere questa tesi, come si faceva sino a una ventina di anni or sono — per le PMI esso richiede una produttività eccellente e la capacità di superare barriere strutturali. In Italia, la valorizzazione del Made in Italy, l’aggregazione in distretti, la forza dei corpi intermedi associativi rimangono strumenti essenziali per compensare gli eventuali svantaggi dimensionali e competere sui mercati globali.<br />
L’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese rappresenta un definitivo cambio di paradigma nella teoria del commercio estero. Tradizionalmente dominata dall’analisi delle grandi imprese multinazionali, la letteratura economica e manageriale ha dovuto evolversi per spiegare come aziende con risorse limitate possano competere globalmente.<br />
L’eterogeneità delle imprese attive sui mercati globali ormai da decenni falsifica la tesi che solo le aziende più produttive riescano a superare i costi fissi d’ingresso necessari per esportare e valorizza la realtà delle PMI “eccellenti”, che sfruttano il commercio estero per una riallocazione delle risorse capace di aumentare la produttività media del settore industriale e la stessa total factor productivity.<br />
Ormai la teoria della presenza delle piccole imprese nel commercio internazionale enfatizza sia la riduzione dell’incertezza e del rischio attraverso un processo di apprendimento esperienziale, sia l’espansione prima nei mercati “psicologicamente vicini” e poi, progressivamente, in altri spazi di lavoro e di profitto.<br />
Tutto ciò convive con strategie di crescita all’estero diverse, fondate sui vantaggi tecnologici o di nicchia, che offrono una possibilità di competizione globale fin dalla fondazione dell’impresa, “saltando” le fasi di crescita domestica.<br />
Infine, come è universalmente noto, l’internazionalizzazione è spesso un fenomeno collettivo per le imprese. La partecipazione alle catene globali del valore e l’appartenenza a distretti industriali permettono di compensare lo svantaggio dimensionale attraverso economie di specializzazione e condivisione di conoscenze sui mercati esteri.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="468" data-end="634"><span class="font-435549">«Nel disordine del mondo, le piccole imprese artigiane continuano a creare valore economico e intellettuale, contribuendo al commercio, alla coesistenza e alla pace»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</section>
<p>Insomma, nonostante crisi e conflitti, il mondo continua a essere uno spazio di creazione di valore economico e intellettuale e di innovazione, fondato sul lavoro delle imprese: elemento essenziale per il commercio mondiale, per la coesistenza pacifica e per la pace. Le piccole imprese artigiane non smettono mai di fare la loro parte.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<hr />
<p><strong>Piccola bibliografia di riferimento</strong><br />
Johanson, J., &amp; Vahlne, J. E. (1977). The Internationalization Process of the Firm—A Model of Knowledge Development and Increasing Foreign Market Commitments. Journal of International Business Studies, 8(1), 23-32.<br />
Melitz, M. J. (2003). The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity. Econometrica, 71(6), 1695-1725.<br />
Krugman, P. R., &amp; Obstfeld, M. (2023). Economia internazionale. Vol. 1: Teoria e politica del commercio internazionale. Pearson, Milano.<br />
Oviatt, B. M., &amp; McDougall, P. P. (1994). Toward a Theory of International New Ventures. Journal of International Business Studies, 25(1), 45-64.<br />
Corsi, C., &amp; Migliori, S. (2015). Le PMI italiane: governance, internazionalizzazione e struttura finanziaria. Franco Angeli, Milano.</p>
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<p>
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		<title>Artigiani di pace nel mondo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra la crisi degli equilibri globali emersa a Davos e le pratiche quotidiane dell’artigianato si apre uno spazio di lettura diverso: quello di un ordine che non si proclama, ma si costruisce nel lavoro, nelle relazioni e nei territori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 64%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110151" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146.jpg" width="624" height="936" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146.jpg 624w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 624px) 100vw, 624px" /></div>
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<p>Si dichiarava, inoltre, pronta a rifornirsi — oltre che di quella del Patto di Abramo — della benzina venezuelana, non del petrolio, come dicono coloro che pensano che la benzina, anziché il petrolio, sgorghi dal suolo senza essere stata prima raffinata. E, poiché per raffinare i galloni che muovono il mondo occorrono petroli specifici, che si trovano soprattutto in Venezuela, si è andati a prenderli quasi senza colpo ferire.</p>
<p>Il mondo non ha battuto un colpo e ha considerato doveroso che la potenza più grande agisse così, come un’opera pia che fa beneficenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Cosa è successo a Davos? L’ordine glogale si è mostrato per ciò che è» </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma a Davos è avvenuta la rivelazione. Anzi, il disvelamento, l’agnizione. L’ordine multilaterale, che si reggeva, appunto, rabberciato ogni tanto da un Patto di Abramo e dintorni, si è mostrato per quello che è.</p>
<p>Samuel Huntington, il grande maestro dimenticato (con un Bernard Lewis che occorrerebbe far studiare a memoria ai parlamentari europei e ai vogatori della flottiglia para-palestinese), aveva definito i “Davos Man” come uomini e donne della cricca oligarchica che governa il mondo, o meglio che vuole governarlo, condizionando parlamenti e governi attraverso la “cricca” — così la definiva — dei miliardari senza patria e con molti miliardi di dollari. Trump ha inaugurato un nuovo governo del mondo: una nuova forma di “royalistic empire”, proprio a Davos, e di lì in tutto il mondo, o almeno dove sarà possibile.</p>
<p>Trump è il “royal empire”, sotto la forma lewisiana del grande capitale: un nuovo Windsor del dominio mondiale, che aspira alla resa dei piccoli russi dell’Ucraina al neo-impero grande russo, purché si fermi la Cina di Xi Jinping e si dia tempo al Giappone di realizzare il sogno di Abe Shinzō di rendere sicuro l’Indo-Pacifico.</p>
<p>L’India si muove in questo senso e il ritorno dispiegato del duo Germania-Italia — la seconda buona terzista della potenza guglielmina — insieme alla caduta libera di Macron, fa ben sperare.</p>
<p>Una cosa sola la cricca novizia deve digerire: abbiamo tutti bisogno, tutti — sottolineo, tutti — del Nord Stream russo, anzi di entrambi. Se non li si ricostruisce, nulla si mette in moto, da Odessa a Gaza.</p>
<p>Non si mette in moto nulla di ciò che si era già fermato, ossia il gigantesco cuore malato dell’accumulazione mondiale, che pompa risorse e lavoro sempre peggio pagato e trattato così male che si torna a parlare di nuovo schiavismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il capitalismo di guerra diventa il vero sfondo del nostro tempo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto può fermarsi se si guarda a quello che io spesso — rifacendomi ai classici della teoria economica — chiamo le “sequoie della foresta”: gli ordinatori super-tecnologici della matematica non euclidea, ossia il mondo di sopra, quello ultra-visibile, quello di cui si parla sempre e di cui si cantano le lodi, per poi precipitare nelle ipotesi più disastrose.</p>
<p>Mi riferisco oggi al capitalismo di guerra, su cui il Santo Padre, con quella sua aulica calma che gli viene certo dallo Spirito Santo ma anche dal suo essere stato per anni Moderatore degli Agostiniani (e il termine stesso “Moderatore” dice molto della sua opera presente e futura), ha richiamato l’attenzione, invitando tutti a diventare “operatori di pace”.</p>
<p>Un termine che via via non si è più usato, ma che deve tornare a essere distintivo della presenza cristiana e cattolica in particolare. Perché? Perché invita ad agire, in ogni luogo e in ogni occasione, come se si trattasse — come in effetti è — di un modo di vivere la vita, in ogni momento.</p>
<p>Il Santo Padre ha per questo invocato “la virtù artigiana della pace” — o almeno così io ho inteso il suo appello — pieno di speranza, che ha riempito i nostri cuori di responsabilità e insieme di orgoglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Nell’artigianato la pace prende forma: nella trasmissione del sapere, nella cura del lavoro, nella relazione»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’orgoglio della pazienza, la virtù della temperanza, che iniziano dalle prime mosse nelle officine e negli uffici e terminano quando l’opera artigiana è compiuta. Non ci si scoraggia mai, perché il lavoro nell’impresa è vissuto come un compito incessante, che dà frutti ben oltre il risultato economico.</p>
<p>La perfezione del saper fare bene e del saper fare trasmettendo ad altri il sapere è un lavoro di fermezza e di pazienza: un lavoro di relazione e di mediazione. È questo lavorio incessante che fonda la pace, crea le basi della convivenza nella diversità.</p>
<p>Il mondo artigiano vive di fermezza, pazienza, condivisione, famiglia e lavoro: ieri, oggi e domani.</p>
<p>Ecco gli operatori di pace. Ecco gli artigiani.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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		<title>La società longeva e il valore che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 06:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Sapelli interpreta il libro di Bandini e Manfredi come uno strumento per leggere il cambiamento in corso nel capitalismo contemporaneo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 36%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110191" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg" width="400" height="644" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg 400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-186x300.jpg 186w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-350x564.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></div>
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<p data-start="235" data-end="667">Il libro di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, <em data-start="282" data-end="302">La società longeva</em>, costituisce una significativa proposta interpretativa di uno dei fenomeni più importanti del cambiamento di passo nella storia del capitalismo mondiale, in cui siamo immersi e su cui gran parte degli osservatori e degli studiosi, anche i più qualificati e dotati di una sensibilità e di una cultura interdisciplinare, sono spesso disarmati nell’interpretazione.</p>
<p data-start="669" data-end="1183">Si usa il termine di “invecchiamento”, oppure di “crisi demografica”, secondo una giusta visione del fenomeno dal punto di vista mono-disciplinare, ma ancora imperfetta nella capacità euristica, se ci si ferma, appunto, al puro dato demografico. Una interpretazione weberiana del fenomeno, ossia dotata di una capacità “comprendente” e che comprenda quindi il “moto all’azione dei soggetti” che l’aumento delle popolazioni in età avanzata produce, è quello che fa la differenza.<br data-start="1147" data-end="1150" />La differenza di questo lavoro.</p>
<p data-start="1185" data-end="1573">Il declino costante e mondiale delle nascite implica una diversa società che va formandosi. E quindi una diversa collocazione sociale degli attori e dei loro posizionamenti sociali, dei loro valori, dei loro “moventi”, del loro disporsi nella intricata foresta dei rapporti sociali, che, prima di essere tali, sono fondati sulle società naturali: sulla più potente di esse, la famiglia.</p>
<p data-start="1575" data-end="2370">È la famiglia che muta con la società longeva, perché produce quella modificazione. È il rapporto tra le generazioni che cambia e non solo in senso demografico, ma politico-sociale, ossia definendo in forme profondamente diverse dal passato prossimo e remoto il disporsi dell’azione sociale dei soggetti. Dove? Ma nel lavoro, perbacco… in primis e prima ancora nel nucleo “naturale”, appunto, ossia nella famiglia e nelle “società seconde” che con essa accompagnano la vita delle persone, a cominciare dalle agenzie di socializzazione secondaria: le scuole e le agenzie dove si crea il plusvalore, ossia tanto i luoghi produttivi quanto quelli in cui si crea la rendita: gli uffici o le “case”, ormai, che processano dati, calcoli, progetti della società tecnologica che avanza impetuosamente.</p>
<p data-start="2372" data-end="3669">Perché questo è un altro dei valori epistemologici di questo lavoro. Inserisce l’avvento della società longeva nelle grandi ondate di Kondratiev del cambiamento tecnologico paradigmatico del capitalismo digitale, ad alto consumo energetico e a basso consumo cognitivo naturale, per sostituirlo con quello che deriva tecnologicamente dal processamento dei dati nella prosumption generalizzata in cui il capitalismo moderno immerge i suoi attori, estraendone non più il tempo di lavoro, perché quelle ore sono ormai infinite o finite quanto la stessa vita degli attori. Nel lavorare a casa, che vuol dire lavorare sempre e mai solo per se stessi, si definisce la nuova società. Tempi di lavoro che inseriscono le stesse coorti generazionali in un diverso rapporto rispetto ai lavori e soprattutto rispetto a sé medesime. Così gli anziani divengono inevitabilmente adattabili alle nuove tecnologie ed è questa ricchezza cognitiva eclatante che questo libro ci spiega. Ci spiega perché questo processo è un fatto positivo, dall’incommensurabile potenziale di salvezza. In primo luogo per quelle generazioni “vecchie”, che si rivelano invece più giovani che mai, se si sanno collocare nella disponibilità, in loro presente, di contribuire alla creazione di valore sociale e di comprensione del mondo.</p>
<p data-start="3671" data-end="5015">Quando ero un giovane pieno di grandi speranze, Franco Momigliano, l’indimenticabile Maestro, mi portò con sé in un viaggio in Giappone. Si era negli anni settanta del secolo scorso. Visitammo le fabbriche e gli uffici dove — ci era stato detto — si creavano i famosi computer tascabili: alla ricerca di essi e degli attori di quei processi era diretto il nostro viaggio olivettiano. Quello che ci sorprese fu visitare luoghi di lavoro (fabbriche, ma dire solo fabbriche sarebbe riduttivo…) in cui, accanto a coloro che lavoravano a ritmi infernali con una sorveglianza ferrea, sedevano spesso, dinanzi a luminose finestre, decine di anziani che prendevano appunti e che spesso giravano per gli stabilimenti e ai quali si rivolgevano i lavoratori e soprattutto i capi reparto. Dopo insistenze e bevute fuori dall’orario di lavoro, io riuscii a parlare con un anziano e un caporeparto — “Tu parli anche con i sassi”, diceva il Maestro. Ne vennero fuori racconti, nel nostro scarsissimo inglese che ci univa, grazie a un mondo di segni e di risate che allargavano il cuore, e venne fuori che quegli anziani erano lì per essere consultati dai lavoratori e dai capi e che dispensavano consigli ogni volta che a essi ci si rivolgeva con un cerimoniale di inchini, saluti e salamelecchi di cui noi ci divertivamo in albergo a riprodurre le movenze.</p>
<p data-start="5017" data-end="5312">Era uno straordinario modello di interazione sociale e cognitiva tra generazioni, di cui così si impossessavano quelle giovani, e ci si passava il testimone e ci si rispettava sempre di più, non disperdendo nulla dell’immenso capitale sociale che le generazioni accumulano nel loro succedersi.</p>
<p data-start="5314" data-end="5785">Il libro ci offre commoventi esempi di dedizione alla vita e al dolore delle generazioni che soffrono dell’avanzare dell’età. Le interviste contenute nel libro con coloro che svolgono quel raro compito benevolo di cura e di sorveglianza amorosa, che consente il riprodursi non tanto della società astrattamente intesa, ma del segreto valore sociale fondato sull’amore che consente a essa — la società — di riprodursi, sono certamente la cosa più bella di queste pagine.</p>
<p data-start="5787" data-end="5916">Ce la si farà anche questa volta, se l’intelligenza sociale, di cui è testimonianza questo libro, diverrà azione trasformativa.</p>
<p data-start="5918" data-end="6043">Lo spirito artigiano, del resto, è quello che più potentemente può soffiare beneficamente… noi artigiani ne siamo convinti.</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il 2025 raccontato da Spirito Artigiano. E un ultimo sguardo: la rappresentanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 09:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[bilateralità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un anno di storie, visioni e complessità, il magazine dedica il numero finale al nodo politico-sindacale che plasma il futuro delle imprese e della qualità del lavoro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 71%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109017" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/12/Copertina-19122025-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p data-start="368" data-end="1093">Un anno attraversato da rotte che cambiano, certezze che sembravano granitiche, paradossi che sfidano, fragilità che rivelano nuove forze. In queste pagine abbiamo raccontato Imprese “a valore Artigiano” capaci di navigare le tempeste globali, di leggere le contraddizioni del presente e di trasformarle in opportunità. Abbiamo esplorato la protezione silenziosa della bilateralità, il nuovo lessico culturale del Made in Italy (con il nostro Abbecedario del Made in), la necessità di una legge che riconosca l’artigianato per ciò che è diventato. Abbiamo osservato l’impresa dentro la complessità, la creatività che vince anche quando l’industria imita la bottega, e la magia che nasce dove il cinema incontra il saper fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 data-start="1095" data-end="1259"><span class="font-435549">Un anno di storie (circa 180 articoli), visioni e responsabilità: il racconto continuo di uno Spirito Artigiano che, anche nel disordine, trova sempre la direzione.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Concludiamo questo lavoro editoriale di fine d’anno in bellezza. Un tema di natura politico-sindacale. Ma decisivo: quello della “rappresentanza”. Firme prestigiose danno anche stavolta corpo e voce al nostro pensiero: la monografia analizza le sfide del mondo del lavoro e delle imprese in un contesto complesso, tra innovazione, produttività e cambiamenti demografici. Evidenzia il ruolo della rappresentanza, della contrattazione e della valorizzazione del capitale umano per uno sviluppo sostenibile e inclusivo. È un viaggio qualitativo in cui si esplora come imprese e lavoro possano crescere in modo sostenibile valorizzando innovazione, capitale umano e coinvolgimento.</p>
<p data-start="1940" data-end="2206">Un particolare ringraziamento, per la redazione di questa monografia, a Confartigianato Imprese Veneto, che ha messo a nostra disposizione gli atti del convegno “Rappresentanza e contrattazione, nuove prospettive per il lavoro di qualità – Giovedì 20 novembre 2025”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549 font-179988"><em>Buona lettura e, ovviamente, gli auguri migliori per un lieto Santo Natale e un formidabile 2026!</em> </span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-7" data-row="script-row-unique-7" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-7"));</script></div></div></div>
</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/il-2025-raccontato-da-spirito-artigiano-e-un-ultimo-sguardo-la-rappresentanza/">Il 2025 raccontato da Spirito Artigiano. E un ultimo sguardo: la rappresentanza</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Sul lusso, sugli artigiani e altro ancora per la produzione artigiana di massa</title>
		<link>https://spiritoartigiano.it/sul-lusso-sugli-artigiani-e-altro-ancora-per-la-produzione-artigiana-di-massa/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=sul-lusso-sugli-artigiani-e-altro-ancora-per-la-produzione-artigiana-di-massa</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 07:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A partire dall’articolo di apertura firmato da Marco Granelli, Giulio Sapelli riflette sull’identità profonda dell’artigianato italiano, tra storia e simbolo, lavoro e cultura, come radice viva del pensiero economico e civile contemporaneo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108733" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli.jpg" width="1152" height="1152" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/2.Sapelli-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1152px) 100vw, 1152px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">L’articolo di Marco Granelli solleva questioni fondamentali che possono rendere più lucida e fervidamente positiva la “battaglia delle idee”. Sì: la “battaglia delle idee”, perché “battaglia delle idee” – ossia confronto culturale – è quella che è in corso da sempre, da quando sono state fondate in Italia, dopo la Lotta di Liberazione nazionale, le associazioni degli artigiani, trasformando gli enti prima esistenti sotto lo Stato corporativo in libere associazioni.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riconosciamolo: siamo sempre immersi in una vera e propria lotta per la sopravvivenza culturale e ideale, a fronte di politiche economiche e di presenze associative sin da subito rivolte più al sostegno della grande e della media che della piccola impresa, dell’impresa familiare, in definitiva dell’impresa artigiana. Il tutto con gran “clangor di buccine”, ossia una vera e propria primazia ideologica che classifica il nostro mondo come un mondo “altro”, “minore”, come accade nei miti che raccontano dei “figli di un dio minore”.</p>
<p>Certo: la Chiesa cattolica e i grandi partiti di massa interclassisti crearono sin dall’immediato secondo dopoguerra enti e “corpi intermedi” collaterali per rispondere alle esigenze e alle richieste di settori del loro elettorato. Un rapporto che, via via, si fece meno stretto e organico per la trasformazione della lotta politica e delle strutture partitiche, ma il nocciolo di una politica industriale – quando esisteva – diretta più al sostegno delle imprese pubbliche, grandi e medie, rimane sino ai giorni nostri e ci penalizza.</p>
<p>Gli ultimi governi, tuttavia, sembrano aver inteso che è assai più produttivo, per la stessa loro forza elettorale e per soddisfare i propri sostenitori, moderare e trasformare le politiche del passato, in accordo con gli stili e i vincoli che vengono dall’UE. Ma siamo ancora lontani da una trasformazione definitiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: left;"><span class="font-435549">In questo contesto, le osservazioni di Marco Granelli si sostengono per forza analitica propria, quale che sia la condizione politica e regolamentare esistente, perché esse si rivolgono all’esame dell’universo simbolico della vita associata economica e non solo: culturale in primis. Di qui il loro valore</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sì, è vero: la “natività”, la genuinità, la “freschezza simbolica” sono le qualità che, nell’universo significativo che fonda il sistema di segni e di riferimenti in cui siamo immersi, sono premiate dal consumatore e dall’insieme degli “attori culturali” della vita economica.</p>
<p>Qui risiede l’originalità e l’importanza politica del saggio: aver posto in risalto come questo trasferimento simbolico e significativo agisca con grande persistenza e come possa diventare per noi un punto di forza.</p>
<p>Molti anni or sono – sulla base di un’esperienza statunitense in <em>Procter &amp; Gamble</em> che mi indusse a studiare il “marketing antropologico” – compresi che ciò che conta è il rispecchiamento benefico, accogliente e materno che il consumatore potenziale ed effettivo deve trovare non solo nella merce, ma nel lavoro e nella sua organizzazione necessari per produrre e per godere, negli usi e nei lavori quotidiani, quella merce e quella realizzazione del lavoro.<br />
Se questo è vero, ciò che conta non può che essere garantito da merci e procedure lavorative che rispecchino quel lavoro umano nella sua originalità creativa e costitutiva; non tanto la manualità pura del medesimo, ma la sua natura originale e indissolubilmente legata a facoltà umane prima che meccaniche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: left;"><span class="font-435549">Ecco il punto: la macchina è indispensabile, ma tanto l’organizzazione quanto l’ideazione, il controllo e la realizzazione devono essere originate da un’idea umana, singolare o collettiva, che nella “riproduzione macchinista” non si perde, non si corrompe, anzi, spesso garantisce la valorizzazione di quell’<em>ingenio</em> originatore che è il segreto del sapere o dello <em>Spirito artigiano</em>.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Allora la produzione di massa e su larga scala di prodotti acquista valorizzazione per ciò che è originalmente e continua a essere nell’immaginario collettivo, nel <em>landscape</em> mitologico delle grandi masse: “piccolo è bello su larga scala”.</p>
<p>La nuova sapienza artigiana si misurerà, grazie alle nuove tecnologie di cui tanto si discetta e di cui non voglio qui far parola per non cadere nella retorica, su questa capacità di coniugare “larga scala” e “originaria mente”, ossia “originaria sapienza creativa artigiana”, e lavoro con le macchine sempre più intelligentemente costruite e gestite.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><em>(Nella foto di Ivan Demenego, tratta da I Ritratti del Lavoro di Confartigianato, il maestro orafo Paolo Penko con la sua famiglia nel laboratorio di Firenze)</em></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Nuovo mondo, nuovi capitalismi: il grande ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 08:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo in trasformazione continua, Sapelli ci guida tra le tensioni dei capitalismi globali, le sfide delle piccole imprese e i conflitti geopolitici. Un’analisi intensa che mette in luce le disuguaglianze, le ambizioni di potere e i destini economici che plasmano il nostro futuro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108629" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli.jpg" width="1600" height="1066" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli.jpg 1600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli-1536x1023.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/Sapelli-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></div>
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<h2 data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">La grande trasformazione in corso da circa quarant’anni nel capitalismo mondiale pare sia giunta a una sua nuova configurazione. Spieghiamoci meglio, prendendo per riferimento il capolavoro di Schumpeter <em data-start="1051" data-end="1089">Capitalismo, socialismo e democrazia</em>. In quel capolavoro si prevedeva la trasformazione della forma democratico-costituzionale <em data-start="1182" data-end="1188">à la</em> Constant-De Staël, alveo costituzionale consustanziale al progredire dell’impresa nel mercato, in forme statuali politico-autoritarie per consentire la pianificazione da economia diretta, così da sostenere la trasformazione del mercato in forma idonea a sostenere l’impresa poliarchico-monopolistica: le <em data-start="1493" data-end="1511">big corporations</em>.</span></h2>
<p data-start="847" data-end="12976"><br data-start="1512" data-end="1515" />Ma questo modello non prevedeva che, invece della centralizzazione capitalistica planetaria <em data-start="1607" data-end="1613">à la</em> Hilferding, si sarebbe opposto, nella Seconda guerra mondiale, il contrasto imperialistico con la creazione post-bellica dell’economia diretta oligopolistica del capitalismo misto dei gloriosi trent’anni. In quel capitalismo, ormai alle nostre spalle, l’oligopolio con progresso tecnico <em data-start="1901" data-end="1907">à la</em> Sylos Labini era sì sempre più possente, ma via via colpito — come magistralmente previsto da Baran e Sweezy grazie all’analisi del capitalismo anglosferico — dalla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Così accadde quando l’accordo di Bretton Woods, con la crisi petrolifera, venne meno. La reazione fu quella della creazione delle <em data-start="2260" data-end="2274">corporations</em> ad alta leva finanziaria con collateralizzazione dei debiti.</p>
<p data-start="847" data-end="12976"><strong>Iniziava così, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, il mondo in cui oggi siamo ancora immersi</strong>. Iniziava il mondo in cui stiamo sprofondando nelle paludi delle guerre: l’era clintoniana-cardosiana-dalemiano-blairiana-hawkiana (perché tutto iniziò in Australia, lo si ricordi sempre…), in primis celebrata in quel fiorentino Salone dei Cinquecento a Firenze nel 1989, dove si decretò l’inizio della centralizzazione capitalistica, chiamata globalizzazione, con la fine del welfare state, l’inaugurazione della regressione neoclassica da scuola austriaca, che avrebbe portato alla dissoluzione sociale oggi in corso, con reazioni post-populistiche-jingoiste che nel trumpismo trovarono e trovano la loro forma politica essenziale.<br data-start="3072" data-end="3075" />Ecco Trump numero uno, e ora il suo “grande ritorno”, con bande armate, assalti ai Parlamenti, rottura del bilanciamento dei poteri costituzionali USA.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Mentre questa dissoluzione-trasformazione capitalistica s’inverava, l’URSS crollava definitivamente tra mille orrori, e quel nuovo capitalismo finanziarizzato trovava il suo profilo come destino politico del mondo, prima che economico, anche nella Russia putiniana. Russia divenuta terra di oligarchi, di un capitalismo di guerra da nazione minacciata di depredazione e da estinzione — secondo le teorie dei teorici putiniani della Russia come potenza euroasiatica sempre minacciata da invasione.<br data-start="3725" data-end="3728" />Nessuno tenne conto di ciò nell’ignoranza dilagante, in primis nell’UE, e si accumularono i venti di tragedia e le zanne dell’orso. Di qui le ricorrenti spinte aggressive e imperialiste dei nuovi zar.</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">Insomma, in trent’anni ha preso forma una nuova configurazione dei capitalismi mondiali, che ha trovato solo con la guerra inter-imperialistica tra l’anglosfera, le potenze jagelloniche baltiche e la Russia il suo pieno inveramento.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Le potenze capitalistiche indopacifiche guardano alla Cina e alla Russia tanto con rispetto quanto con paura, disorientate dal costante ritiro strategico degli USA dall’arena mondiale, come ha dimostrato l’<em data-start="4370" data-end="4379">Anabasi</em> — non di Senofonte, ma la ritirata USA dall’Afghanistan — che ha lasciato tutte le “potenze di mezzo” indopacifiche tra il terrore e lo stupore.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Non solo l’inverazione storico-generale, ma la consacrazione politica di questo nuovo grande capitalismo da <em data-start="4635" data-end="4649">corporations</em> da guerra è stata resa possibile per la disgregazione ormai irreversibile del comunismo internazionale e l’inveramento di un neo-socialismo di mercato liberale mai visto prima d’ora. Esso si fece — e si fa ancor più oggi stolidamente teorizzatore (i meriti, i bisogni e altre stranezze…) — della più feroce pratica della disuguaglianza sociale come mai s’era prima inverata sulla faccia del pianeta.</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">Ma, di converso, e nell’insieme, un altro grande fenomeno sommuoveva e sommuove il corpaccione dei capitalismi mondiali: il proliferare della piccola e media impresa, sospinta a emergere <em data-start="5239" data-end="5245">à la</em> Chjanov dalla forza della comunità e della società naturale, della famiglia nucleare o allargata che sia, come è tipico dell’impresa artigiana.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Tutto aveva già previsto una delle menti più lucide della scienza economica novecentesca, maestra tra Baghdad e Oxford di generazioni di economisti: la grande e dimenticata Edith Penrose, che precedette tutti nel prevedere che la dimensione media delle imprese sarebbe continuata a scendere, contestualmente a processi di concentrazione tipici del nuovo <em data-start="5746" data-end="5764">owner capitalism</em> da <em data-start="5768" data-end="5794">managers stockoptionisti</em>, che ha distrutto il capitalismo manageriale per trasformarlo in capitalismo oligarchico ad altissima disuguaglianza.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Tutto viene di seguito. E la cultura <em data-start="5952" data-end="5958">woke</em> e il transumanesimo alto-borghese liberale multilateralista hanno fornito le armi per l’inveramento ideologico della nuova oligarchia, sublimando nella filosofia <em data-start="6121" data-end="6127">à la</em> Derrida della decostruzione sociale e dei diritti e dei doveri sociali la distruzione della società e l’annichilimento del lavoro, riducendo i lavoratori salariati delle <em data-start="6298" data-end="6316">big corporations</em> — spesso invisibili perché <em data-start="6344" data-end="6355">high-tech</em> — in nuovi schiavi.<br data-start="6375" data-end="6378" />È la prima volta che le forme di capitalismo sempre cangianti riattualizzano forme precapitalistiche, come lo schiavismo, oggi senza occuparsi della famiglia dello schiavo come era un tempo. Foucault e Derrida hanno fornito le armi postmoderne sotto forma delle pistole della cultura <em data-start="6662" data-end="6668">woke</em>, che ha sprofondato l’umanità — o ciò che ne rimane — nella droga e nella <em data-start="6743" data-end="6760">leaderizzazione</em> dei politici senza partiti, tipici del neo-caciquismo oggi imperante.</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">Il mondo è oppresso da una formidabile ondata di disuguaglianza sociale. Tutti gli Stati nazionali, in forme più spiccate e visibili, sono attraversati dalle faglie della divaricazione di status e di reddito.</span></h2>
<p data-start="847" data-end="12976"><br data-start="7041" data-end="7044" />Nel mondo tutto muta molto velocemente, e questa volta, a riprova dell’interconnessione ormai irreversibile, sarà tutto il globo a trasformarsi ancora più rapidamente, più di quanto non sia accaduto in altre epoche storiche, per l’avvento di una nuova ondata di grandi cicli Kondrat&#8217;ev, fondati sull’algoritmizzazione dell’assimilazione cognitiva magnetico-energetica, che trasforma il mondo e lo sottopone a formidabili tensioni di carenza di offerta sul fronte delle risorse energetiche necessarie a questo processo.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">La ragione risiede nel fatto che, con le aggressioni alle regole del <em data-start="7634" data-end="7645">fair play</em> internazionale compiute da Donald Trump, gli storici alleati degli USA, alleati di lunga durata, non scoraggeranno più come un tempo le altre nazioni a formare blocchi e a istituire o rafforzare reti commerciali atte a isolare sempre di più gli USA nell’arena mondiale. In fondo, altro non siamo che di fronte a un caso storico di «guerra economica».<br data-start="7996" data-end="7999" />Le tregue negoziali durano sempre meno, con la sospensione delle tariffe verso Canada e Messico in cambio di concessioni tattiche sui regimi d’immigrazione o su temi simili. Ma si tratta di <em data-start="8189" data-end="8196">bluff</em> che generano e genereranno un’instabilità permanente, dettata dall’imprevedibilità delle decisioni della più grande potenza mondiale.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Si tratta sicuramente di uno strumento con cui gli USA credono di invertire la tendenza ormai irresistibile del loro declino industriale, che non è abbastanza bilanciato sul piano sociale — redditi e occupazione — dalla crescita irreversibile del primato USA nei servizi digitali ad alto consumo energetico. Ma tutto ciò altro non fa che compromettere la loro credibilità. Essi continuano a essere gli unici garanti della rete di alleanze che hanno sorretto tanto l’ordine quanto il disordine. Tema cruciale, tanto più decisivo grazie alle nuove posizioni assunte recentemente dall’Europa e dal Giappone sul riarmo.</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">Naturalmente non possiamo comprendere con quanta forza l’ordine mondiale tenderà alla disgregazione oppure al raggrumarsi di nuove potenze inclusive sulle alte vette del potere mondiale, come affermava il grande Ludwig Dehio. Il dramma è che anche le alte vette stanno disfacendosi.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p data-start="847" data-end="12976">La prova? Basta guardare al comportamento delle banche centrali: oggi si liberano, per quanto possono, di titoli del Tesoro USA e comprano oro; le riserve auree costituiscono ormai circa il 27% delle riserve totali. Ecco la notizia assai più importante della folcloristica parata militare di Pechino, che fa sfilare militari senza capi, capi appena eliminati dalle purghe di Xi Jinping, e capi di stato di nazioni centroasiatiche, tutti più debitrici alla Russia che alla Cina del loro ordine interno e della possibilità di trovare un indirizzo politico coerente (comune è impossibile, vedi Mongolia…).</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Gli osservatori silenziosi giudicano questi comportamenti delle banche centrali una prova della caduta dell’affidabilità non tanto degli USA come potenza mondiale, ma, a mio parere, come l’inizio di una violenta crisi internazionale provocata dalla drammatica interruzione dell’era della globalizzazione secolare. Dalla crescita delle tariffe — come insegna Mundell nel suo saggio degli anni Sessanta del Novecento — non può derivare altro che la svalutazione selvaggia delle monete, con ciò che ne consegue, ossia un peggioramento delle condizioni economiche universali.</p>
<p data-start="847" data-end="12976">Essa altro non era che la politica di globalizzazione — come ho sempre sostenuto — una manifestazione dell’era della centralizzazione capitalistica mondiale, al centro della quale non vi erano più solo le filiere d’impresa che costituiscono il nerbo del commercio mondiale, ma, in primis, l’emersione di quello straordinario fenomeno internazionale che è stata la deflazione secolare, preconizzata da Hansen alla fine degli anni Trenta e culminata oggi con la guerra imperialistica.<br data-start="10897" data-end="10900" />Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento inizia la creazione del mercato mondiale che, a differenza dell’epoca di Bastiat, ora si vuol fondare non più sul <em data-start="11058" data-end="11073">laissez-faire</em>, ma sullo Stato, sui regolamenti speciali e infine sulla governance, e non più sulla politica economica ma sulle cosiddette prerogative di autorità indipendenti.</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="847" data-end="12976"><span class="font-435549">L’UE è l’esempio mostruoso, e di dissipazione con immensi dolori sociali, della costruzione di questa utopia del male, eletta a <em data-start="11366" data-end="11380">regula mundi</em> attraverso la perversione del modello regolatorio francese e l’<em data-start="11444" data-end="11460">ordo-liberismo</em> tedesco, condito con un neo-hegelismo <em data-start="11499" data-end="11505">à la</em> Alexandre Kojève e una spruzzatina di <em data-start="11544" data-end="11561">neo-cameralismo</em> USA.</span></h2>
<h2 data-start="847" data-end="12976"></h2>
<p>Ma questo commercio mondiale (Germania merkeliana <em data-start="11619" data-end="11626">docet</em>) altro non era che un insieme di Stati rivolti a costruire una politica di esportazioni basata su bassi salari, destinata a condurre sì all’ampliamento dei mercati, ma sulle basi fragili della deflazione e della povertà assoluta, che si allarga sempre più in tutto il mondo. Le guerre inter-imperialistiche, che iniziarono nei Balcani, continuarono in Georgia e in Ucraina, e dilagano in Myanmar da decenni, minacciano continuamente l’Indo-Pacifico con il conflitto indo-pakistano, complicando il quadro.Un quadro che le cancellerie internazionali, se riescono a interpretare, non riescono poi a frenare, ponendo in atto rimedi che altro non sarebbero che una capacità diplomatica — che non si è perduta — e che dovrebbe essere accompagnata da una capacità di deterrenza, sostituita oggi da una farsesca politica di riarmo europeo, senza basi scientifiche e militari degne di questo nome, con l’umiliazione di capi militari che potrebbero invece dare il meglio di sé. Ma gli Houthi continuano indisturbati a bombardare, invece di essere ridotti al silenzio liberatorio del commercio mondiale. Quando si parla del declino dell’Occidente, si parla di bazzecole che potrebbero essere evitate con un minimo di amor di patria e di orgoglio nazionale e internazionale democratico, a fronte dei burattini di Pechino e dei loro leader a libro paga.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>Oltre il rifiuto del lavoro: segnali sociali e risposte artigiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 05:20:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa succede al lavoro? Le trasformazioni nei comportamenti sociali e il ruolo degli artigiani</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 69%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108363" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493.jpg" width="1773" height="1182" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493.jpg 1773w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-cottonbro-8088493-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1773px) 100vw, 1773px" /></div>
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				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-12" data-row="script-row-unique-12" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-12"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-13"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Nel corso dell’ultima Assemblea Generale di Confartigianato, alla quale ha partecipato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il nostro Presidente Marco Granelli ha posto al centro del suo intervento il tema dei giovani e del rapporto delle generazioni future con il lavoro.</p>
<p>Si tratta di un tema ampio, su cui è opportuno iniziare a sviluppare considerazioni adeguate, che non possono essere giornalistiche o effimere. Occorre affrontarlo in profondità. È un compito non più rinviabile.</p>
<p>È noto che il problema fondamentale per la continuità non solo dell’industria, ma dell’attività lavorativa in quanto tale – in qualsiasi settore essa si manifesti – è oggi rappresentato dall’atteggiamento delle giovani generazioni nei confronti del lavoro.</p>
<p>La continuità del lavoro, nel lavoro, verso il lavoro, non costituisce più un orientamento prevalente tra le nuove generazioni.</p>
<p>È emerso, in forme magmatiche e variegate, un orientamento di vita, un modo di porsi di fronte a un mondo profondamente diverso da quello che prevaleva fino a pochi decenni fa.</p>
<p>Questo cambiamento è avvenuto da alcuni anni, su scala globale.</p>
<p>Il problema fondamentale delle società è l’ordine. Tale ordine, necessario per il funzionamento reiterato del tessuto sociale, si dispiega attraverso un allineamento, variabile e sincronico, dei molteplici comportamenti individuali e collettivi che le compongono e che ne garantiscono la riproduzione.</p>
<p>Basta svegliarsi all’alba in una metropoli e percorrerne le strade, osservando ciò che accade intorno: migliaia, decine di migliaia, milioni di persone compiono gesti simili. Salgono sui mezzi pubblici, bevono un caffè, leggono – o leggevano – il quotidiano, ora osservano i cellulari, e si avviano al lavoro, alla stessa ora, ogni giorno feriale.</p>
<p>Ebbene: da qualche anno questo movimento sociale molecolare – che è culturale in senso antropologico – si è indebolito. Esso era frutto di migliaia di obbligazioni morali, coltivate in famiglia, nei gruppi professionali, tra pari, amici, colleghi. Oggi esiste in misura molto inferiore rispetto al passato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>La “folla solitaria”, come la definiva David Riesman nel suo capolavoro imprescindibile, non è più solitaria perché non esiste più: ciascuno è folla a sé e per sé. La folla che contava – quella che si riconosceva nel lavoro condiviso, nelle imprese, nelle fabbriche, grandi o piccole – oggi pare non essere più necessaria al singolo.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti ritengono che il COVID abbia provocato questo processo. È indubbio che la pandemia abbia conferito una sincronicità mondiale al fenomeno. Senza di essa, tale accelerazione sarebbe stata più contenuta. Essere chiusi in casa per timore della morte e riprendere a vivere con la paura del contagio ha rappresentato un’esperienza individualizzante profonda.</p>
<p>Tuttavia, anche le pestilenze storiche produssero effetti simili, pur in assenza dell’infrastruttura tecnologica odierna. Eppure, la vita associata riprese allora in forme rapide ed efficaci, come attestano la storiografia e la letteratura.</p>
<p>Oggi è diverso. Il COVID ha solo accelerato fenomeni sociali già ampiamente manifesti, la cui natura resta da comprendere pienamente. La spiegazione tecnologica – cioè l’idea che l’isolamento derivi dalla possibilità di lavorare individualmente e che il “magnetismo” digitale trasformi le relazioni in rarefazioni a distanza – è parziale.</p>
<p>Il fenomeno è essenzialmente sociale e, in quanto tale, va interpretato con gli strumenti delle scienze sociali. Ma non è ancora compreso. Servono studi, ricerche, indagini approfondite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Confartigianato dispone delle risorse intellettuali e delle competenze per contribuire a questa comprensione, anche grazie alla propria natura di laboratorio sociale.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quel che sappiamo, grazie a ricerche numericamente modeste ma significative per i risultati, è che il segreto per non cadere nella solitudine del rifiuto del lavoro risiede soprattutto nella passione. Il lavoro, inteso come realizzazione dell’essere, nasce dalla passione.</p>
<p>Le ricerche promosse da Spirito Artigiano hanno indicato direzioni importanti in tal senso e trasmesso segnali positivi. Basti citare le testimonianze raccolte presso Confartigianato Milano, Monza e Brianza, nel laboratorio de I Professionisti del Tempo – MGR Orologeria di Vimercate (MB). Oppure gli esempi di giovani attivi nella meccanica e nella carrozzeria a Treviso. O ancora l’iniziativa Maestria Corridonia, promossa dalla Fondazione Germozzi e da Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo. Senza dimenticare l’Abbecedario artigiano parisiano delle terre venete, notevole per originalità.</p>
<p>Le Nazioni Unite – come ha ricordato il Presidente Granelli rivolgendosi al Presidente Mattarella – hanno adottato un Patto per il Futuro per trasformare la governance globale.</p>
<p>Nessuno, più di noi, può offrire un contributo concreto, duraturo, per superare una situazione di forte criticità. Una condizione che richiede l’impegno di tutti, con gli artigiani in prima linea.</p>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>Perché l’impresa artigiana saprà affrontare i nuovi mercati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 09:10:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il professor Giulio Sapelli riflette attorno a un paradosso economicista: mentre il mainstream descrive le piccole imprese come fragili e inadatte ai nuovi scenari economici, la realtà invece dimostra che proprio la loro agilità le rende capaci di affrontare le tempeste del cambiamento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 87%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108007" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766.png" width="1680" height="1120" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766.png 1680w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766-300x200.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766-1024x683.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766-768x512.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766-1536x1024.png 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/02/pexels-rdne-8369766-350x233.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1680px) 100vw, 1680px" /></div>
					</div>
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<h2 data-start="487" data-end="976"><span class="font-435549"><em>“Si addensa un nuovo landscape ideologico-normativo che avrà di mira nuovamente la presunta incapacità manageriale-operativa delle piccole e medie imprese italiane e mondiali, e in specie delle imprese artigiane, di affrontare le nuove procelle che si addensano – secondo i profeti ascoltatissimi del mainstream (nonostante i loro sempre più evidenti malaugurati risultati applicativi) – nei cieli dell’economia mondiale.”</em></span></h2>
<p data-start="487" data-end="976"><br data-start="909" data-end="912" />Così si affermava nel numero precedente del <em data-start="956" data-end="973">Nostro Magazine</em>.</p>
<p data-start="978" data-end="1419">L’articolo che ora qui si presenta vuol essere, in continuità con le tesi in quella sede argomentate, un contributo alla comprensione delle ragioni dell’esistenza e della resistenza creativa della piccola impresa, soprattutto quando si addensano, come oggi, condizioni di crisi ricorrente nell’economia mondiale e di frammentazione crescente dei mercati per l’intensificarsi del protezionismo selettivo da parte della nuova Presidenza USA.</p>
<hr data-start="1421" data-end="1424" />
<p data-start="1426" data-end="1916">“Le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano oggi più del 95% delle imprese mondiali, forniscono il 60-70% dell’occupazione e generano una larga parte dei nuovi posti di lavoro nelle economie dei paesi dell’OCSE&#8230; Con l’avvento delle nuove tecnologie e della globalizzazione si è ridotta l’importanza delle economie di scala in molte attività, mentre si sono rafforzate le capacità potenziali delle piccole imprese.”<br data-start="1846" data-end="1849" />Così si affermava nel <em data-start="1871" data-end="1885">Policy Brief</em> dell’OECD del febbraio 2024.</p>
<p data-start="1918" data-end="2443">Il nuovo orizzonte di frammentazione della globalizzazione e il ritorno a una situazione dei mercati mondiali caratterizzata dal protezionismo selettivo, esaltato dalla nuova Presidenza Trump, ma già in vigore da molti decenni sotto la forma di dumping fiscale e norme tecniche di esclusione, come dimostra – del resto – la mai abbastanza sottolineata sostanziale neutralizzazione operata proprio dagli USA del WTO già decenni orsono, non farà che confermare la capacità di adattamento e resistenza delle imprese artigiane.</p>
<p data-start="2445" data-end="2767">Tanto più se esse, come ha giustamente recentemente affermato la professoressa Sara Arnella, impareranno a usare sempre meglio il diritto doganale come strumento essenziale per limitare i danni daziari e volgerli per certi versi in guisa di vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti – grandi e piccoli – meno capaci.</p>
<p data-start="2769" data-end="2987">Quale che sia la configurazione dei mercati mondiali, una delle questioni storiche più rilevanti del problema dello sviluppo dell’impresa nel mondo moderno rimarrà la grande varietà dei confini dell&#8217;impresa medesima.</p>
<p data-start="2989" data-end="3340">E questo perché il meccanismo del mercato mondiale è costituito in prima istanza non dalle regole statali, protezionistiche o no, ma dalle filiere d’imprese che si incrociano negli scambi di merci e di capitali, come ci ha insegnato irreversibilmente Paul Krugman nei Suoi lavori che gli hanno fatto meritare nel 2008 il Premio Nobel per l’Economia.</p>
<p data-start="3342" data-end="3784">Del resto, seguendo il Suo insegnamento, occorre ricordare, per non fasciarsi la testa prima di rompersela, che il protezionismo non conduce inevitabilmente alle recessioni. E questo perché, in una guerra commerciale mondiale, poiché le esportazioni e le importazioni diminuiranno in modo eguale in tutto il mondo, l&#8217;effetto negativo di un calo delle esportazioni sarà sempre compensato dall&#8217;effetto espansivo di un calo delle importazioni.</p>
<p data-start="3786" data-end="4074">È questo meccanismo mondiale in cui siamo immersi che occorre comprendere. Meccanismo in cui operano, interagendo profondamente con esso, imprese non solo di diversa natura proprietaria e tecnologica, ma, in primo luogo, di diversa dimensione, di diversa scala: grandi, medie e piccole.</p>
<p data-start="4076" data-end="4658">Tale situazione comprova che la crescita del soggetto storico “impresa artigiana” non è determinata da una e una sola legge evolutiva, iscritta nei meccanismi della divisione sociale del lavoro, ma dalle capacità di inserirsi nelle trasformazioni del mercato mondiale. Per una Nazione – come l’Italia – a lunga tradizione di mercati aperti, questo è un fattore distintivo fondamentale, che, se viene a perdere di intensità, deve trovare, come generalmente è accaduto nella sua storia, una compensazione nell’ampliamento del mercato interno e nella sostituzione delle importazioni.</p>
<p data-start="4660" data-end="4902">L&#8217;esistenza della piccola impresa è l’elemento che più di ogni altro ha alimentato la riflessione e l&#8217;analisi teorica ed empirica, non solo economica, ma anche sociologica, antropologica e, per taluni versi, storica, negli anni più recenti.</p>
<p data-start="4904" data-end="5165">È al finire del XX secolo e nei primi decenni del nuovo, che è apparso evidente che erano e sono in azione potenti forze storiche che contraddicono quella che si pensava fosse una sorta di totalitaria concentrazione del tessuto economico nelle grandi imprese.</p>
<p data-start="5167" data-end="5547">Tale concentrazione si realizzava sì nei settori tecnologici più evoluti e dinamici rispetto alla creazione di nuovi paradigmi innovativi, ma anche contestualmente alla crescita incessante di nuove imprese piccole e medie in molti dei settori industriali e dei servizi, caratterizzati in primo luogo da cambiamenti tecnici e adattivi delle già avvenute rivoluzioni tecnologiche.</p>
<p data-start="5549" data-end="5886">Soprattutto nell&#8217;industria informatica e nei servizi ad alto gradiente di risorse specializzate e idiosincratiche (ossia specializzate e non facilmente imitabili), si assisteva al proliferare di piccole e medie imprese in filiere tecnologiche paradigmaticamente rivoluzionarie. E oggi si fa un gran parlare di intelligenza artificiale…</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="flex max-w-full flex-col">
<div class="min-h-8 text-message relative flex w-full flex-col items-end gap-2 whitespace-normal break-words text-start &#091;.text-message+&amp;&#093;:mt-5" dir="auto" data-message-author-role="assistant" data-message-id="acf8f008-2d29-49d0-bf0d-827a2bf841f5" data-message-model-slug="gpt-4o">
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<div class="markdown prose w-full break-words dark:prose-invert light">
<h2 data-start="5888" data-end="6416"></h2>
<h2 data-start="5888" data-end="6416"><span class="font-435549"><em>La piccola impresa artigiana si presenta storicamente come un concentrato sociale di fattori di sostituzione dei prerequisiti classici della crescita capitalistica otto-novecentesca (grandi banche e grandi imprese, Stato) ed è un grande processo di mobilitazione sociale di classi un tempo subalterne sui mercati e nei reticoli del potere, per comprendere il quale appare decisivo, in tutto il mondo, analizzare attentamente, soprattutto ma non solo, il passato agrario e migratorio delle società da cui tale fenomeno promana.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p data-start="6418" data-end="6760">Ma non vi è solo questo. La piccola impresa raggiunge livelli prima inusitati di crescita proprio nei nostri tempi presenti, quando si compie quella grande rivoluzione silenziosa mondiale che è l’ampliamento dei consumi e l’affinamento della qualità degli orientamenti del consumatore non soddisfatto dai soli prodotti della grande impresa.</p>
<p data-start="6762" data-end="7046">La piccola impresa ha sempre adottato, in tutta la sua ormai lunga storia, un comportamento che enfatizza una produzione altamente differenziata e di nicchia, che consente una grande flessibilità e un rapido adattamento alle congiunture dei mercati, che oggi troverà nuove conferme.</p>
<p data-start="7048" data-end="7245" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Di qui la grande importanza dei sistemi educativi e dei valori formativi che ne costituiscono la linfa vitale. Ecco la vera sfida che ci attende e a cui rischiamo sempre di rispondere troppo tardi…</p>
<h5 data-start="7048" data-end="7245"><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-16"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-16" data-row="script-row-unique-16" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-16"));</script></div></div></div>
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		<title>Piccole imprese e nuove rotte globali: opportunità nelle tempeste del cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 09:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le piccole imprese affrontano un nuovo scenario ideologico e normativo che ne mette in discussione il ruolo e le capacità. In questo numero di ‘Spirito Artigiano Magazine’ proviamo ad analizzare come le trasformazioni economiche globali, le implicazioni delle politiche protezionistiche americane e il loro impatto sull’economia mondiale, evidenziando la necessità di strategie innovative per valorizzare la resilienza e l’agilità delle PMI.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-17"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 69%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107996" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2.jpg" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2.jpg 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/01/Copertina-SA-31012025_2-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<h3><span class="font-435549"><em>Si addensa un nuovo landscape ideologico-normativo che avrà di mira nuovamente la presunta incapacità managerial-operativa delle piccole e medie imprese italiane e mondiali, e in specie delle imprese artigiane, di affrontare le nuove procelle che si addensano – secondo i profeti ascoltatissimi del mainstream (nonostante i loro sempre più evidenti malaugurati risultati applicativi) – nei cieli dell’economia mondiale. </em></span></h3>
<p>Ben s’intenda, codeste profezie, che non è il caso se non di evocare brevemente in questa sede, sono falsificate, ieri come oggi, da tutti coloro che si prendono la briga di leggere almeno due libri classici che classici più non possono essere: gli immortali capolavori di Alfred Marshall, <em>Principles of Economics</em>, London, Macmillan, 1890 e di Edith T. Penrose: quel capolavoro straordinario e mai abbastanza meditato che è <em>The Theory of the Growth of the Firm</em>, New York, John Wiley and Sons, 1959.<br />
Non posso, poi, non citare i miei: <em>Elogio della piccola impresa</em>, Il Mulino, Bologna, 2013 e, con Enrico Quintavalle (che combatte con i numeri una battaglia continua e tenace), <em>Nulla è come prima. Le piccole imprese nel decennio della grande trasformazione</em>, Guerini, Milano, 2019.</p>
<p>Le tesi contrarie le conosciamo tutti: sono la dimensione e il sistema dei ruoli a creare – sempre – produttività e successo dell’impresa. Le imprese che sono fondate sulle relazioni personali, anziché sui silos incomunicanti dei ruoli e sull’agilità di trasformazione che consente la piccola e media dimensione (purché si disponga dei capitali – propri o bancari o parabancari), non hanno propensione alla produttività e all’innovazione perché modeste di dimensione e destinate quindi a povertà manageriale e innovativa: quindi, tanto ne nascono, tante ne muoiono, sgretolando – di più – le basi stesse del sistema socio-economico, nazionale e internazionale.<br />
Decenni e decenni di esperienze, opere teoriche mai di moda ma fondate e verificate dai risultati imprenditoriali in ogni parte del pianeta, non fanno cessare la filastrocca della piccola e artigiana impresa sempre morente e sempre inquinante i sistemi economici.</p>
<p>Ebbene: i sistemi economici mondiali si avviano in questi mesi a una nuova grande trasformazione.<br />
Dobbiamo essere in grado di comprenderne la vera natura, pena il ricadere di nuovo e questa volta disastrosamente in una crisi ideale prima che economica, per il risultato epocale che la trasformazione avrà. Occorre non cadere nel gorgo delle menzogne e nelle inesattezze che mirano a delegittimare il ruolo storico positivo – invece – delle imprese piccole, medie e artigiane.</p>
<p>Veniamo alle trasformazioni prossime: il presidente neo-eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di implementare una serie di tariffe aggressive sui partner commerciali americani, tra cui un&#8217;imposta generale del 20 percento sui beni provenienti dall&#8217;estero. I suoi sostenitori affermano che queste tariffe rafforzeranno la produzione statunitense e creeranno posti di lavoro; i critici sostengono, invece, che alimenteranno l&#8217;inflazione, sopprimeranno l&#8217;occupazione e forse faranno precipitare l&#8217;economia in recessione. Per comprovare quest’ultima tesi si ricorda minacciosamente la disastrosa esperienza economica del cosiddetto <em>Smoot-Hawley Trade Act</em> del 1930, che aumentò le tariffe su oltre 20.000 beni. Fu un fallimento, certo, ma il fallimento di allora non dice assolutamente nulla sull&#8217;effetto che le tariffe avrebbero sugli Stati Uniti oggi. A differenza di allora, gli Stati Uniti, oggi, non producono molto più di quanto possano consumare. La vicenda dello <em>Smoot-Hawley</em> contiene degli insegnamenti, di converso, non sugli USA, ma sulla Cina, la cui produzione in eccesso rispetto al mercato interno produce le conseguenze disastrose dell’invasione del mondo da parte di merci cinesi deprezzate e spesso nocive per la salute e per l’accuratezza delle lavorazioni, ecc. ecc.</p>
<p>In definitiva, la Cina di oggi è molto più vicina, in quanto struttura produttiva e dei consumi, agli USA di ieri: oggi gli USA consumano quote enormi della produzione mondiale esportando neppure il 10% della loro produzione interna, grazie al dollaro che rimane la moneta di riferimento e al potere militare immenso rispetto al resto del mondo. Le tariffe, poi, parenti della svalutazione della valuta, agiscono allo stesso modo: riducono i consumi interni e costringono ad aumentare i tassi di risparmio interno. Un paese con bassi consumi e risparmi eccessivi (come gli Stati Uniti negli anni &#8217;20 o la Cina oggi) tenderà alla deflazione. Ma se i livelli di consumo sono troppo elevati, come gli USA di oggi, quella stessa politica può essere invece espansiva. E le tariffe potrebbero aumentare l&#8217;occupazione e i salari, innalzando gli standard di vita, facendo crescere l&#8217;economia.</p>
<p>L&#8217;economia americana moderna è molto diversa da quella del 1930. Infatti, quando si tratta di commercio, USA e Cina sono quasi all’opposto. Gli Stati Uniti hanno, ora, di gran lunga il più grande deficit commerciale della storia. Ciò significa che gli americani investono e (principalmente) consumano molto più di quanto producano. Il consumo statunitense negli anni &#8217;20 era troppo basso rispetto alla produzione americana. Oggi è troppo alto.<br />
All&#8217;epoca in cui furono emanati i dazi degli anni trenta (e furono gli anni della grande depressione del 1929, non scordiamolo), gli Stati Uniti soffrivano di troppi risparmi e di troppo pochi consumi. Ecco perché gli USA esportavano così tanto nel resto del mondo, come fa la Cina oggi. Ciò di cui gli americani avevano bisogno, allora, era di aumentare la quota di produzione distribuita alle famiglie sotto forma di salari, interessi e trasferimenti, il che, a sua volta, avrebbe aumentato gli standard di vita, incrementato la domanda interna e ridotto la dipendenza degli Stati Uniti dai consumi esteri.<br />
Invece, aumentando il prezzo dei beni importati, le tariffe degli anni trenta del Novecento ottennero l’effetto opposto. Aumentò la tassa implicita sui consumi americani, sovvenzionando ulteriormente i produttori americani. Invece di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dagli stranieri per assorbire la produzione in eccesso, i dazi la aumentarono.<br />
Oggi, al contrario, gli americani consumano una quota decisamente troppo grande di ciò che producono, e quindi devono importare la differenza dall&#8217;estero. In questo caso, le tariffe odierne reindirizzerebbero una parte della domanda statunitense verso l&#8217;aumento della quantità totale di beni e servizi prodotti in patria. Ciò porterebbe il PIL statunitense a salire, con conseguente maggiore occupazione, salari più alti e meno debito. Le famiglie americane sarebbero in grado di consumare di più, anche se il consumo, come quota del PIL, diminuisse.</p>
<p>In breve: gli USA abbandonerebbero via via, molto più lentamente di quanto non si immagini oggi (da quel che si legge del dibattito in corso sulle riviste nordamericane e inglesi più accreditate universalmente), il ruolo di consumatore globale in ultima istanza oggi da essi svolto. L&#8217;obiettivo non sarebbe quello di proteggere specifici settori manifatturieri o campioni nazionali, ma di contrastare l&#8217;orientamento pro-consumo e anti-produzione degli Stati Uniti. L&#8217;obiettivo delle tariffe americane, in altre parole, dovrebbe essere quello di eliminare l&#8217;adattamento automatico degli Stati Uniti agli squilibri commerciali globali.</p>
<p>In conclusione: i dazi sono semplicemente uno dei tanti strumenti che possono migliorare i risultati economici in alcune condizioni e deprimerli in altre. In un&#8217;economia che soffre di consumi eccessivi, bassi risparmi e una quota manifatturiera in calo del PIL, l&#8217;attenzione degli economisti dovrebbe concentrarsi sulle cause di queste condizioni e sulle politiche che potrebbero invertirle.<br />
I dazi potrebbero essere una di queste politiche.<br />
Politiche che, se fossero applicate con cautela e sperimentate volta per volta su gruppi di nazioni che comunichino tra loro in forma accurata e diretta, potrebbero invertire il ciclo perverso in cui si è infilata la storia economica mondiale, schiacciata – soprattutto in Europa – da una politica <em>export-led</em> disastrosa, ossia rivolta principalmente all’esportazione e che ha sempre più depresso i mercati interni, favorendo politiche di bassi salari e bassi consumi non di lusso che hanno coesistito armonicamente, ahimè, con le politiche del lavoro dequalificato che ci ammorbano, a tempo determinato, con i bassi consumi e gli alti livelli di povertà, come dimostra il declino delle classi medie, l’arresto della mobilità sociale e tutti i mali di cui soffre l’Europa e l’Italia storicamente da una trentina di anni.</p>
<p>Paradossalmente, le sanzioni USA alla Russia in risposta all’aggressione imperiale e imperialista all’Ucraina, con la quasi completa interruzione dei rifornimenti energetici alla Germania e all’Europa tutta del gas e del petrolio russo, hanno fatto esplodere questa situazione, disvelando al mondo il meccanismo reale di funzionamento della UE e quindi di gran parte dell’economia mondiale.</p>
<p>Certo: la trasformazione del commercio mondiale non è una panacea. Ma certamente è un disastro avere gli occhi foderati di ideologia neoclassica libero-scambista, che non esplora la necessità di mutare il verso della politica economica mondiale e della UE in primis.<br />
Non sempre un uragano politico non gradito porta con sé politiche economiche negative.<br />
Forse è ciò che sta accadendo da qualche tempo nell’economia mondiale grazie al cambiamento politico in corso negli USA.<br />
Certo, il tutto è inquietante, soprattutto per la rapidità con cui avviene… ma il pericolo è il nostro mestiere, se sappiamo trarne gli insegnamenti giusti.</p>
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<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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		<title>Industria e automotive: salvare la foresta produttiva per crescere ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2024 13:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Investire nell’automotive e nelle sue filiere significa preservare il cuore produttivo del Paese, garantendo innovazione, sviluppo e coesione sociale. Necessaria una nuova visione per salvaguardare e innovare il futuro delle Imprese Italiane.</p>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;È il momento di trovare il coraggio per maggiori investimenti produttivi. Per esempio, perché non pensare alla creazione di una holding finanziaria/industriale, con investimenti pubblici e privati, per dare un futuro di sviluppo alle molte PMI che eccellono nei loro settori, ma che, essendo spesso a gestione familiare, potrebbero affrontare difficoltà? Ciò accade soprattutto quando la generazione successiva a quella attuale non si sente preparata o interessata a proseguire l’attività. </em></span><span class="font-435549"><em>Ecco allora che, per non disperdere questo patrimonio industriale o svenderlo a realtà straniere, diventa importante l’intervento di una holding come quella descritta.&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come sempre, gli articoli di <strong>Alfredo Mariotti</strong> – e questa citazione è tratta dal suo ultimo contributo, apparso su <strong><em>Il Sussidiario.net</em></strong> il 12 dicembre 2024 – sono ricchi di idee e suggerimenti. Essi derivano da una vita dedicata allo studio e alla gestione delle industrie, dalle PMI ai grandi gruppi manifatturieri, con particolare attenzione al settore delle macchine utensili. Quest&#8217;ultimo rappresenta l’architrave decisivo della struttura industriale del passato, del presente e del futuro: ogni innovazione in questo campo non potrà che rafforzare il tessuto industriale, favorendo la creazione del plusvalore capitalistico e, con esso, della ricchezza materiale e intellettuale della società.</p>
<p>In tempi di crisi come quelli attuali, indicazioni come quelle di Mariotti sono preziose. Esse riecheggiano quanto affermano i Presidenti di Confindustria, Confartigianato e delle altre associazioni di categoria del mondo manifatturiero: un appello urgente per un pensiero capace di fornire leve concrete per il risorgimento del nostro patrimonio industriale.</p>
<p>Per raggiungere questo obiettivo, è necessario gettare le basi di una nuova politica industriale, adeguata ai tempi di inflazione da carenza di offerta, crisi pandemiche, conflitti geopolitici e regolazioni non coordinate imposte dall’alto, tipiche della burocrazia UE e delle banche centrali. Queste ultime spesso privilegiano politiche monetariste invece di incentivare la domanda e la produzione. È urgente invertire questa rotta, e tutte le forze politiche devono comprenderlo.</p>
<p>Fondamentale è la distinzione di Alfred Marshall, maestro dell’economia industriale insieme a Joseph Schumpeter, tra industria e impresa. Tutte le imprese agiscono nel mondo reale, circondate dalla &#8220;foresta&#8221; che rappresenta l’insieme degli elementi produttivi. Questa foresta è composta da alberi grandi e piccoli, cespugli e germogli: una biodiversità industriale che garantisce la crescita e il sostentamento dell’intero sistema. I grandi alberi – le grandi imprese – non solo riparano e proteggono, ma nutrono l’intera foresta. Quando questi grandi alberi vengono meno, il rischio è che tutta la foresta si trasformi in una somma di piccoli giardini, incapaci di sostenere il tessuto economico nel suo complesso.</p>
<p>Nella storia moderna, il capitale finanziario ha spesso svolto il ruolo di sostegno alle grandi imprese, non solo attraverso la riproduzione di denaro fine a sé stessa, ma anche attraverso la creazione di nuove realtà produttive. Le banche miste, private o pubbliche, sono state fondamentali nello sviluppo industriale, come dimostrano esempi storici dalla Germania del XIX secolo al New Deal negli Stati Uniti.</p>
<p>Recentemente, il premio Nobel assegnato a Elinor Ostrom per la sua teoria sui &#8220;commons goods&#8221; ha aperto nuove prospettive, proponendo forme d’impresa basate su beni comuni e modelli proprietari innovativi. Anche la <em>Caritas in Veritate</em> di Papa Benedetto XVI ha posto queste idee al centro di una riflessione che, purtroppo, non è stata adeguatamente sviluppata, neppure in ambito cattolico.</p>
<p>Seguire l’esempio di Mariotti significa riflettere sulla necessità di una politica industriale polisettoriale, pluriforme e universalistica, capace di far superare all’Italia le attuali difficoltà del suo tessuto produttivo, mettendo da parte incomprensioni e divisioni politiche sterili.&#8221;</p>
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