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	<title>Articoli home page - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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		<title>Le mani che costruiscono la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con il Cardinale Gianfranco Ravasi*</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110224" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped.jpg" width="960" height="1439" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-683x1024.jpg 683w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-768x1151.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-350x525.jpg 350w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il Dio artigiano</span></h2>
<p><strong>Lei ha dedicato decenni al dialogo tra fede, cultura e umanità. Da dove nasce, nella tradizione biblica, il valore sacro del lavoro manuale? C’è un artigiano al centro della storia della salvezza?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì. Nell’Antico Testamento c’è un’espressione che viene ripetuta spesso, riferita a Dio: «opera delle tue mani». Le mani di Dio che plasmano. C’è un verbo che viene usato nel secondo racconto della Genesi per descrivere la creazione dell’essere umano: <em>«yatsar»</em>, il verbo del vasaio, che “plasma” la sua opera. Dio è rappresentato proprio come un artigiano. La creazione dell’uomo, capolavoro per eccellenza di Dio, è effettuata come se fosse il lavoro di un artigiano. E questa immagine è ripresa sia dal profeta Geremia sia da San Paolo, per indicare il tema del primato di Dio, della grazia.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Senza le mani dell’artefice, dell’artigiano, noi non potremmo essere quello che siamo, perché la configurazione della persona è modulata da Dio. E quindi ogni persona, come ogni vaso, è diversa dall’altra. Ogni prodotto artigianale non è meramente meccanico: ha caratteristiche proprie, anche se il modello è unico. Tutto questo viene applicato per celebrare la dignità di tutte le persone, la grazia di Dio che c’è in tutti, però anche le diversità profonde che in ogni creatura esistono. Per questo motivo direi che il Dio artigiano è fondamentale nell’interno della Bibbia.»</p>
<p><strong>San Paolo tesseva tende, Gesù lavorava il legno. C’è un nesso strutturale tra il fare con le mani e il messaggio evangelico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Esatto. Nel Nuovo Testamento c’è qualcosa di più. Prima di tutto riguarda la professione del padre di Gesù, che viene definito nei Vangeli con un termine greco, <em>tékton</em> — che rende probabilmente il vocabolo aramaico <em>naggara’</em>. Questo vocabolo indicava proprio l’artigiano. Quando si dice «non è egli il figlio del tékton?», — poi tradotto come falegname — si deve ricordare che in realtà il vocabolo è più generico.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E nel Vangelo di Marco, Gesù stesso viene chiamato “artigiano” — <em>tékton</em> anche lui — ed è una celebrazione di quel lungo periodo nascosto della sua vita. C’è persino un Vangelo apocrifo curioso che racconta di Gesù bambino che plasma degli uccellini con l’argilla e insuffla in loro la vita: un modo per rappresentare la genialità creativa. L’importante è ricordare che la professione di Gesù e della sua famiglia era quella dell’artigiano.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per quanto riguarda Paolo, nell’interno della tradizione giudaica ogni buon rabbì doveva anche apprendere una professione. Paolo apprende quella che viene ricordata negli Atti degli Apostoli quando si trova a Corinto, ospite di Aquila e Priscilla: tessitore di tende. È probabilmente l’esercizio che aveva imparato da ragazzo, proprio perché, anche se di famiglia benestante, doveva imparare un mestiere pratico, operativo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Custodire contro distruggere</span></h2>
<p><strong>Viviamo in un tempo di conflitti aperti. Cosa può fare un artigiano che non riescono a fare altri?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«L’alta tecnologia ha dei grandi valori, indubbiamente, ma è anche pericolosa. Pensiamo a cosa viene prodotto con l’alta tecnologia nell’ambito degli armamenti: appartiene a un meccanismo, a una struttura altamente sofisticata, con una finalità che è l’esatto contrario dell’artigianato.</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’artigiano, di sua natura, fa un’opera che debba permanere, che sia da custodire. Anche se è un vaso semplice, anche se è una statua di legno: lo fa perché debba servire, debba essere nella quotidianità. L’alta tecnologia, invece, con le armi costruisce qualcosa che deve distruggere. E tante volte è autodistruttiva, perché entrando in guerra anche il più sofisticato drone o carro armato può essere eliminato.</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’artigiano realizza in pienezza l’idea del lavoro come presentato nella Bibbia, nel secondo capitolo della Genesi, versetto 15, quando si dice che l’uomo è posto sulla terra per «coltivarla e custodirla». Coltivare vuol dire certamente anche intervenire nella materia. Custodire no: le armi non custodiscono. Per questo la celebrazione dell’artigianato, come dell’arte in genere, è quella del custodire qualcosa che permanga nel tempo.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbiamo adesso una grammatica generale espressa da uomini politici in una maniera assolutamente insensata. Pensiamo a una delle figure più potenti del mondo che dichiara che il suo compito è quello di demolire interamente una civiltà, ridurre a zero tutto quello che è stato prodotto dall’arte, dall’artigianato, dalla cultura. Abbiamo proprio l’antipodo rispetto a tutto il messaggio, a tutta l’esperienza non solo cristiana, non solo religiosa, ma anche umana.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Il cortile dei Gentili e l’officina</span></h2>
<p><strong>Lei ha sviluppato il concetto di «cortile dei Gentili», uno spazio di incontro tra credenti e non credenti. L’impresa artigiana potrebbe essere uno spazio simile — soprattutto tra generazioni diverse?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Ci sono più possibilità da ricordare in questo senso. Prima di tutto, la tecnologia — e l’intelligenza artificiale in modo particolare — fa perdere sempre di più l’aspetto del maestro e del discepolo. L’apprendistato è fondamentale: l’artigiano conquistava il suo esercizio attraverso il confronto col suo maestro. Una componente fondamentale dell’artigianato e dell’arte in genere dovrebbe essere quella del dialogo con l’orizzonte in cui sei immerso, che devi rappresentare, ma soprattutto con le generazioni precedenti e con quello che avevano già creato, continuando questo filo ideale.</p>
<p style="padding-left: 40px;">In questa luce, il dialogo che è alla base del cortile dei Gentili suppone qualcosa che va al di là delle stesse fedi: uno presenta la sua fede, l’altro presenta la sua visione del mondo che prescinde da qualsiasi trascendenza, entrambi però si trovano in armonia e costruiscono qualcosa.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Ecco, qui entra un altro elemento: l’artigianato del pensiero. Non c’è soltanto quello materiale delle mani, che è fondamentale. Ci sono dei pensieri che vengono sviluppati, delle opere anche scritte, che sono opere semplici, magari non grandi capolavori, ma che fanno parte della quotidianità, di questa capacità di costruire le idee. Questo è sempre il Cortile dei Gentili: lo spazio dove ci si scambia non solo gli oggetti, ma anche i pensieri, che sono manufatti dello spirito, della mente.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">La pace messianica di Isaia</span></h2>
<p><strong>C’è un’immagine, un passo biblico che mette insieme artigianato e pace?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Nell’interno della Bibbia, in maniera esplicita, non c’è un coordinamento diretto. C’è però il fatto che il concetto di pace è espresso da un vocabolo nell’Antico Testamento — <em>shalom</em>, che tutti sanno, e anche in arabo <em>salam</em> — che indica la perfezione circolare di un oggetto, di una realtà: la completezza, la pienezza. Non è di per sé l’assenza di guerra, è il positivo: è un’armonia totale.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E allora il testo forse più significativo è quando il profeta Isaia (9,4) descrive la pace messianica. La descrive con un’operazione che paradossalmente sembra essere la distruzione dell’oggetto artigianale, ma che in verità ne è la redenzione: “verranno bruciati i calzari militari, verranno messi sulla pira anche i mantelli di guerra”. In questo caso si ricorda indirettamente che per la pace ci vogliono invece i calzari normali, i mantelli normali della vita.</p>
<p style="padding-left: 40px;">È la rappresentazione della brutalità della guerra che deforma anche l’elemento artigianale. Noi adesso diciamo che questo è affidato alla tecnologia, non più all’artigianato. Dobbiamo, però, conservare gli oggetti quotidiani per l’uso quotidiano, che è l’uso della pace. E il Messia viene a fare questo: introduce la pace eliminando l’uso perverso dell’artigianato e conservandolo invece per la vita, per il camminare, i calzari per i piedi, i mantelli per ripararsi dal freddo e andare per il mondo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Una parola agli artigiani</span></h2>
<p><strong>Se dovesse rivolgere una parola agli artigiani italiani — spesso silenziosi e sottovalutati — cosa direbbe loro?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La distinzione tra artigiani e artisti effettivamente c’è; però c’è anche una consonanza assoluta. E secondo me gli artigiani dovrebbero essere coloro che, anche nel loro livello, cercano di creare la bellezza. Di dare, cioè, in un mondo reso brutto dalla guerra, qualcosa di bello. Essi hanno davanti agli occhi la distruzione: basti vedere in televisione quando arrivano i missili e colpiscono gli appartamenti, e si vede come viene demolita la quotidianità e i suoi oggetti. Sono veramente orribili una volta distrutti; quanto erano belli invece quando costituivano, anche nella loro semplicità, l’arredo di una casa.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli artigiani sono anche loro, come il grande artista, coloro che fanno capire che esiste l’utile e il bello insieme. Di solito siamo abituati a considerare il bello come gratuito, che non ha utilità. Invece anche il piccolo vaso, il piccolo bicchiere, la stoviglia ben fatta sta bene sulla tavola e fa vivere in una maniera più gioiosa, più serena. La guerra invece, quando arriva, rende brutto tutto: distrugge, demolisce.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E poi c’è sempre quella prassi giapponese: anche dopo la distruzione si può recuperare. E usando cosa si può recuperare? Usando il materiale più prezioso al mondo: mettendo l’oro sulle fratture. Questo potrebbe essere il compito ulteriore dell’artigianato.»</p>
<hr />
<p><em>*Cardinale Gianfranco Ravasi, già Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>© F</strong>oto di Di Università di Pavia (CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=109516481)</p>
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<p>
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		<title>Artigiani di pace nel mondo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra la crisi degli equilibri globali emersa a Davos e le pratiche quotidiane dell’artigianato si apre uno spazio di lettura diverso: quello di un ordine che non si proclama, ma si costruisce nel lavoro, nelle relazioni e nei territori.</p>
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<p>Si dichiarava, inoltre, pronta a rifornirsi — oltre che di quella del Patto di Abramo — della benzina venezuelana, non del petrolio, come dicono coloro che pensano che la benzina, anziché il petrolio, sgorghi dal suolo senza essere stata prima raffinata. E, poiché per raffinare i galloni che muovono il mondo occorrono petroli specifici, che si trovano soprattutto in Venezuela, si è andati a prenderli quasi senza colpo ferire.</p>
<p>Il mondo non ha battuto un colpo e ha considerato doveroso che la potenza più grande agisse così, come un’opera pia che fa beneficenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Cosa è successo a Davos? L’ordine glogale si è mostrato per ciò che è» </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma a Davos è avvenuta la rivelazione. Anzi, il disvelamento, l’agnizione. L’ordine multilaterale, che si reggeva, appunto, rabberciato ogni tanto da un Patto di Abramo e dintorni, si è mostrato per quello che è.</p>
<p>Samuel Huntington, il grande maestro dimenticato (con un Bernard Lewis che occorrerebbe far studiare a memoria ai parlamentari europei e ai vogatori della flottiglia para-palestinese), aveva definito i “Davos Man” come uomini e donne della cricca oligarchica che governa il mondo, o meglio che vuole governarlo, condizionando parlamenti e governi attraverso la “cricca” — così la definiva — dei miliardari senza patria e con molti miliardi di dollari. Trump ha inaugurato un nuovo governo del mondo: una nuova forma di “royalistic empire”, proprio a Davos, e di lì in tutto il mondo, o almeno dove sarà possibile.</p>
<p>Trump è il “royal empire”, sotto la forma lewisiana del grande capitale: un nuovo Windsor del dominio mondiale, che aspira alla resa dei piccoli russi dell’Ucraina al neo-impero grande russo, purché si fermi la Cina di Xi Jinping e si dia tempo al Giappone di realizzare il sogno di Abe Shinzō di rendere sicuro l’Indo-Pacifico.</p>
<p>L’India si muove in questo senso e il ritorno dispiegato del duo Germania-Italia — la seconda buona terzista della potenza guglielmina — insieme alla caduta libera di Macron, fa ben sperare.</p>
<p>Una cosa sola la cricca novizia deve digerire: abbiamo tutti bisogno, tutti — sottolineo, tutti — del Nord Stream russo, anzi di entrambi. Se non li si ricostruisce, nulla si mette in moto, da Odessa a Gaza.</p>
<p>Non si mette in moto nulla di ciò che si era già fermato, ossia il gigantesco cuore malato dell’accumulazione mondiale, che pompa risorse e lavoro sempre peggio pagato e trattato così male che si torna a parlare di nuovo schiavismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il capitalismo di guerra diventa il vero sfondo del nostro tempo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto può fermarsi se si guarda a quello che io spesso — rifacendomi ai classici della teoria economica — chiamo le “sequoie della foresta”: gli ordinatori super-tecnologici della matematica non euclidea, ossia il mondo di sopra, quello ultra-visibile, quello di cui si parla sempre e di cui si cantano le lodi, per poi precipitare nelle ipotesi più disastrose.</p>
<p>Mi riferisco oggi al capitalismo di guerra, su cui il Santo Padre, con quella sua aulica calma che gli viene certo dallo Spirito Santo ma anche dal suo essere stato per anni Moderatore degli Agostiniani (e il termine stesso “Moderatore” dice molto della sua opera presente e futura), ha richiamato l’attenzione, invitando tutti a diventare “operatori di pace”.</p>
<p>Un termine che via via non si è più usato, ma che deve tornare a essere distintivo della presenza cristiana e cattolica in particolare. Perché? Perché invita ad agire, in ogni luogo e in ogni occasione, come se si trattasse — come in effetti è — di un modo di vivere la vita, in ogni momento.</p>
<p>Il Santo Padre ha per questo invocato “la virtù artigiana della pace” — o almeno così io ho inteso il suo appello — pieno di speranza, che ha riempito i nostri cuori di responsabilità e insieme di orgoglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Nell’artigianato la pace prende forma: nella trasmissione del sapere, nella cura del lavoro, nella relazione»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’orgoglio della pazienza, la virtù della temperanza, che iniziano dalle prime mosse nelle officine e negli uffici e terminano quando l’opera artigiana è compiuta. Non ci si scoraggia mai, perché il lavoro nell’impresa è vissuto come un compito incessante, che dà frutti ben oltre il risultato economico.</p>
<p>La perfezione del saper fare bene e del saper fare trasmettendo ad altri il sapere è un lavoro di fermezza e di pazienza: un lavoro di relazione e di mediazione. È questo lavorio incessante che fonda la pace, crea le basi della convivenza nella diversità.</p>
<p>Il mondo artigiano vive di fermezza, pazienza, condivisione, famiglia e lavoro: ieri, oggi e domani.</p>
<p>Ecco gli operatori di pace. Ecco gli artigiani.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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		<title>Mani che custodiscono la Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:10:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Spirito Artigiano ha sentito Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino: la pace come «lavoro artigiano», risposta concreta alla crisi del multilateralismo e alle derive tecnologiche della guerra</p>
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<h2><span class="font-435549">L’appello di Papa Leone agli “artigiani di pace” non è soltanto un’immagine evocativa, ma una chiave di lettura per comprendere la postura della Chiesa di fronte alle guerre del presente. In un mondo segnato dalla crisi delle grandi architetture multilaterali e dall’avanzata di una tecnologia sempre più autonoma, il richiamo a una pace costruita “a mano” torna centrale. Ne parliamo con Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore, l’appello di Papa Leone agli artigiani di pace affonda le radici nel magistero recente. Da dove nasce questa immagine?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Nasce chiaramente dal pontificato di Papa Francesco, che ha parlato più volte della pace come di un lavoro artigianale. È una metafora molto concreta: la pace non è un prodotto industriale, non è qualcosa che si impone dall’alto, ma richiede pazienza, cura, capacità umana. È anche una risposta alla crisi delle grandi organizzazioni internazionali, che per decenni hanno rappresentato il principale luogo del peacemaking.»</p>
<p><strong>Quindi è anche una presa d’atto dei limiti del multilateralismo?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, ma non un rifiuto. La Chiesa cattolica continua ad avere una presenza importante nelle organizzazioni internazionali. Tuttavia, accanto a questo, esiste un altro livello: quello delle reti diffuse, degli ordini religiosi, delle organizzazioni laicali. È una struttura più “artigianale”, fatta di tante iniziative piccole ma capillari.»</p>
<p><strong>Lei parla di una dimensione quasi “metafisica” dell’artigianato. Cosa intende?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«L’artigianato non è solo una tecnica, è un’arte. Rimanda a una visione dell’umano che nella cultura cattolica è profondamente integrale: corpo, mente e spirito. L’artigiano lavora con le mani ma anche con l’intelligenza e la sensibilità estetica. In questo senso, è una categoria che dice qualcosa di essenziale su cosa significa essere umani.»</p>
<p><strong>Come si inserisce questa visione nel contesto delle guerre contemporanee?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Oggi abbiamo, da un lato, l’artigianato della pace e, dall’altro, una guerra sempre più segnata dall’intelligenza artificiale. Il rischio è che la tecnologia, lasciata a se stessa, porti a una disumanizzazione del conflitto. La risposta della Chiesa non è semplicemente meno tecnologia, ma una tecnologia governata da una mente artigiana, cioè umana, responsabile.»</p>
<p><strong>C’è una continuità tra i pontificati su questo tema?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Assolutamente sì. Il discorso di Assisi del 2016 di Papa Francesco, durante la Giornata mondiale di preghiera per la pace, è uno snodo fondamentale. Lì si parla esplicitamente di “artigiani di pace”. Papa Leone riprende questo filo e lo sviluppa, così come Francesco aveva fatto parlando anche di “artigiani di democrazia”.»</p>
<p><strong>Perché proprio l’artigianato diventa oggi una categoria così centrale per la Chiesa?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Perché è sempre stata, in un certo senso, più artigianale che industriale. L’artigianato è più vicino alla sua cultura rispetto al mondo operaio novecentesco. Ma oggi c’è anche una ragione più profonda: la sfida sull’umano. In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce i confini dell’uomo, l’artigiano rappresenta qualcosa di essenziale, di irriducibile. È una figura che ci ricorda che l’umano non è sostituibile.».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Competitività e coesione: perché l’economia che dura è un’economia di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace non è una condizione. È un risultato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 86%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110168" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092.jpg" width="1094" height="730" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092.jpg 1094w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-littlehampton-bricks-2717960-4509092-350x234.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1094px) 100vw, 1094px" /></div>
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<p>Questa certezza ha un nome preciso. Si chiama pace istituzionale. Non è l’assenza di conflitto. È la presenza di regole condivise che rendono il conflitto gestibile, la cooperazione possibile, il futuro prevedibile abbastanza da giustificare un investimento.</p>
<p>Il divario di produttività tra Nord e Sud Italia supera il 20%, anche a parità di settore e dimensione aziendale. (CNEL, 2025) Le ragioni sono note: infrastrutture, istruzione, accesso al credito. Ma sotto queste ragioni ce n’è una più profonda. Tra Nord e Sud il divario nella qualità istituzionale, misurato su componenti come rule of law, efficienza della giustizia e corruzione, è di 0,43 punti su scala normalizzata, dati al 2019. (Osservatorio CPI, Università Cattolica, 2021) Un procedimento civile al Sud dura in media il doppio rispetto al Centro-Nord. (Banca d’Italia, 2022)</p>
<p>Un’impresa che non può contare sulla certezza del contratto paga ogni transazione due volte: una in denaro, una in diffidenza. Questo è il costo della pace mancante. Non è un costo morale. È un costo economico, misurabile, che si accumula silenziosamente per decenni.</p>
<h3 style="text-align: left;"><span class="font-435549">*Il luogo che insegna a competere</span></h3>
<p>Il deficit istituzionale non è solo un problema di efficienza pubblica. È un problema di ecologia economica. Le imprese non crescono nel vuoto. Crescono in contesti. E i contesti si costruiscono, o si erodono, nel tempo.</p>
<p>Ferdinand Tönnies nel 1887 distingueva due forme di convivenza umana. La Gemeinschaft, comunità, fondata su legami profondi, identità condivisa, reciprocità non negoziata. La Gesellschaft, società, fondata su contratti, interessi, relazioni funzionali. (Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) La distinzione non era nostalgia. Era diagnosi. Le società moderne tendono verso la Gesellschaft. Ma le economie che funzionano meglio sono quelle che conservano, dentro la modernità, sacche di Gemeinschaft produttiva.</p>
<p>I distretti artigiani italiani che ancora tengono non sono sopravvissuti alla globalizzazione nonostante la loro dimensione. Sono sopravvissuti grazie a ciò che la dimensione permette: la trasmissione diretta di un modo di fare, di un modo di stare nel mercato, di un modo di giudicare il lavoro altrui. Richard Sennett ha chiamato questa trasmissione intelligenza artigiana: non solo la tecnica, ma la comprensione del perché di quella tecnica, il giudizio incorporato che distingue il fatto bene dal fatto male. (Sennett, The Craftsman, 2008) Questa intelligenza non si trasferisce con un manuale. Si trasferisce in un luogo, attraverso la prossimità, l’esempio, la correzione quotidiana.</p>
<p>Questo trasferimento è possibile solo in condizioni di pace. Non pace come silenzio o assenza di tensione. Pace come fiducia sufficiente a consegnare il proprio sapere a qualcun altro, nella certezza che verrà rispettato e non svenduto. Chi lavora in un distretto che funziona non firma un contratto con il futuro. Stringe un patto implicito con la comunità. Quel patto regge finché le istituzioni, formali e informali, lo garantiscono.</p>
<p>Robert Putnam, studiando per vent’anni le regioni italiane, trovò che il livello di impegno civico collettivo era il predittore più robusto dell’efficienza istituzionale e dello sviluppo economico. Non l’inverso. (Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, 1993) Le regioni civiche producevano meglio non perché fossero più ricche. Erano più ricche perché erano civiche. Perché la pace istituzionale al loro interno abbassava il costo della cooperazione e alzava la qualità di ciò che producevano insieme.</p>
<h3 style="text-align: left;"><span class="font-435549">*Il sistema che si regge sulla fiducia</span></h3>
<p style="text-align: left;">Quello che vale per un distretto vale per un continente.</p>
<p>L’Europa compete nel mondo come sistema. Non come somma di economie nazionali. Un sistema tiene finché le sue parti condividono regole sufficientemente stabili da rendere la cooperazione conveniente. Quando le divergenze interne crescono oltre una certa soglia, il sistema smette di essere tale. Diventa un campo di forze in cui ciascuno ottimizza per sé, erodendo le basi comuni.</p>
<p>Un’analisi condotta sui paesi OCSE mostra che la coesione sociale ha una correlazione forte e positiva con la crescita inclusiva: un punto in più nell’indice aggregato di coesione corrisponde a quasi mezzo punto in più nell’Inclusive Development Index del World Economic Forum. (CaixaBank Research, 2019) Le economie coese crescono in modo più sostenibile perché distribuiscono meglio i costi degli shock e mantengono la fiducia nelle istituzioni che regolano il mercato.</p>
<p>La pace, intesa come equilibrio istituzionale tra attori con interessi diversi, non è il risultato della prosperità condivisa. Ne è la condizione. Si costruisce prima, nei momenti in cui non sembra necessaria, e si consuma rapidamente quando le tensioni salgono e le regole cedono. Un’Europa che perde coesione interna non diventa semplicemente meno equa. Diventa meno competitiva.</p>
<h3><span class="font-435549">*Quello che si costruisce lentamente si perde velocemente</span></h3>
<p>La produttività italiana ha perso terreno per trent’anni. Le cause sono strutturali. Ma tra le cause strutturali c’è anche questa: un paese che ha faticato a costruire pace istituzionale su larga scala ha pagato questo deficit in ogni transazione, in ogni investimento rimandato, in ogni talento che ha scelto di andare altrove.</p>
<p>Il lavoro artigiano insegna che la qualità non è un risultato finale. È un processo continuo di osservazione, correzione, trasmissione. Lo stesso vale per la coesione. Non si dichiara. Si costruisce, ogni giorno, nelle istituzioni che funzionano, nei contratti che vengono rispettati, nei luoghi dove il sapere passa di mano in mano e con esso passa anche un modo di stare nel mondo.</p>
<p>Un’economia che dura è un’economia in cui questo passaggio è possibile. Non perché qualcuno lo abbia deciso. Perché la pace istituzionale che lo rende possibile è stata costruita, custodita e trasmessa. Come si fa con ogni cosa che vale.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Milano Cortina 2026, la ‘nazionale’ delle piccole imprese in campo per l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:17:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre gli atleti scalano il medagliere, i territori olimpici mostrano un’altra forza italiana: un’economia diffusa fatta di artigianato, turismo e piccole imprese che sostiene la filiera dei Giochi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 74%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109952" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80.jpg" width="1008" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80.jpg 1008w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80-300x298.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80-768x762.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/coni-cnx105482-1200px-1600-1000-80-350x347.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1008px) 100vw, 1008px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">Per l’Italia la maggiore risalita di posizioni nel medagliere, superate Germania, Francia, Giappone e Cina</span></h3>
<p>Il risultato sportivo diventa anche una metafora del dinamismo del sistema del Paese: l’Italia, che a Milano Cortina 2026 sale al quarto posto nel medagliere, è la nazione con la maggiore risalita rispetto a Pechino 2022, superando paesi più grandi come Germania, Francia, Giappone e Cina. In chiave economica, tra il 2021 e il 2026, nonostante l’elevata incertezza determinata dalle tensioni geopolitiche, l’Italia cumula una crescita del PIL del 7,8%, facendo meglio di Francia (+7,2%) e Germania (+1,8%).</p>
<h3><span class="font-435549">L’economia dei territori olimpici al settimo posto in Europa</span></h3>
<p>La geografia delle sedi dei Giochi – che hanno interessato sei province tra Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige – coincide con territori ad alta densità di imprese a vocazione artigiana e di saper fare manifatturiero, dove l’intreccio tra turismo, produzione e servizi costituisce un rilevante ecosistema economico, di assoluto rilievo, oltre che sul piano nazionale, anche nel contesto europeo. La somma del <strong>PIL</strong> generato dai territori olimpici di Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige supera quello di Svezia e Ungheria messe insieme. Nella classifica ibrida con i paesi europei, le tre regioni olimpiche si collocano al settimo posto dietro alla Germania, la Francia, la Spagna, le restanti regioni italiane, i Paesi Bassi e la Polonia. Su questo fronte va ricordato che l’Italia detiene il <strong>primato europeo</strong> dell’<strong>economia della montagna</strong> con un PIL prodotto nei territori montani che ammonta al 44,6% del totale nazionale, una quota più che doppia rispetto al 21,1% registrato dalla media UE (Confartigianato, 2025).</p>
<h3><span class="font-435549">Il distretto olimpico imperniato sulle piccole imprese</span></h3>
<p>Nelle sei province che hanno ospitato i giochi olimpici operano 127mila <strong>imprese artigiane</strong>, pari al 10,2% del totale nazionale. Di queste circa 20mila sono attive nei settori direttamente collegati alla <strong>domanda turistica</strong>, con 48mila addetti che rappresentano quasi il 10% dell’occupazione nazionale di questi comparti. Si tratta di un tessuto produttivo che intercetta rilevanti <strong>flussi turistici</strong>: nel 2023 le sei province hanno registrato 97 milioni di presenze, il 21,8% del totale italiano, con una quota di turisti stranieri superiore al 63%. Gli otto comuni sede delle gare concentrano da soli 19 milioni di presenze, quasi il 20% del totale delle province coinvolte, confermando la rilevanza internazionale di queste destinazioni e il potenziale effetto vetrina dei Giochi per l’economia locale (Confartigianato, 2025a).</p>
<p>In questo contesto, il <strong>sistema delle piccole imprese ad elevata vocazione artigiana</strong> diventa un attore rilevante della macchina olimpica. Dall’ospitalità alla ristorazione, dalle costruzioni ai servizi alla persona, fino alle produzioni manifatturiere legate allo sport e allo sci, le imprese artigiane partecipano in modo diffuso alla filiera dell’evento. Inoltre, è lo stesso mondo della <strong>sport economy</strong> italiana a dimostrare quanto il baricentro produttivo su cui ruota l’evento olimpico sia nelle mani delle piccole imprese: nel perimetro dei settori della produzione e servizi per lo sport elaborato dall’Ufficio Studi di Confartigianato operano 25mila <strong>micro e piccole imprese</strong> che danno lavoro a 56mila addetti, pari a oltre il 79% dell’occupazione complessiva del cluster. All’interno di questo perimetro, le <strong>imprese artigiane</strong> costituiscono il 45,5% della manifattura di prodotti per lo sport, confermando come le competenze specialistiche, la flessibilità produttiva e la personalizzazione siano fattori chiave di competitività.</p>
<p>La <strong>produzione di articoli per l’attività sportiva</strong> ha manifestato una elevata resilienza nella crisi della manifattura colpita dalle conseguenze negative della guerra in Ucraina.  Il comparto degli articoli sportivi nel 2024 ha aumentato la produzione del 6,9% e nel 2025 di un ulteriore 5,7%, a fronte di una flessione della produzione manifatturiera registrata nel biennio e delineando un <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/bookmark/5839c0b3-287d-48f0-9132-978dd2f772e0?lang=en&amp;createdAt=2026-02-26T12:18:34Z">profilo dell’offerta di prodotti per lo sport del settore migliore</a> di quello di Francia e Germania.</p>
<p>In relazione all’evento olimpico, assume un particolare significato il comparto dei <strong>prodotti per lo sci</strong>, uno dei simboli della filiera del made in Italy sportivo (Confartigianato, 2026). Nel 2025 l’Italia ha esportato 371 milioni di euro di articoli per lo sci, risultando il secondo esportatore dell’Unione europea con una quota del 16%, alle spalle della sola Austria. Ancora più significativo è il primato nelle calzature da sci, con 222 milioni di euro di export e una quota del 27,3% del totale UE, che colloca il nostro Paese al primo posto in Europa. Crescono anche le esportazioni di sci, attacchi e relative attrezzature, che nel 2025 segnano un aumento a doppia cifra (+11,4%), a dimostrazione della vitalità tecnologica e produttiva del settore. A questo segmento produttivo contribuiscono le 2mila imprese attive nelle confezioni di abbigliamento sportivo e nella fabbricazione di articoli sportivi che contano oltre 14mila addetti, concentrati per il 63,1% in micro e piccole imprese con meno di 50 addetti. È una struttura produttiva che riflette il modello italiano: specializzazione, qualità, integrazione tra tradizione manifatturiera e innovazione. Il made in Italy dello sci partecipa alle catene del valore globali, e l’evento di Milano Cortina 2026 ne rafforza la visibilità e l’attrattività, nonostante le incertezze geopolitiche e le tensioni generate dalle politiche protezionistiche.</p>
<p>L’effetto dei Giochi, tuttavia, non si esaurisce nella manifattura sportiva. Un impatto più ampio interessa l’intero sistema territoriale: turismo, servizi, costruzioni, manutenzioni, logistica, comunicazione. Le imprese artigiane, per loro natura radicate nei territori, intercettano questa domanda prevalentemente legata alle infrastrutture, cogliendo le opportunità di crescita che combinano investimenti, lavoro e valorizzazione delle competenze locali. In questo senso, Milano Cortina 2026 rappresenta una piattaforma di sviluppo che unisce economia reale e immagine del Paese, mettendo in vetrina non solo le performance sportive, ma anche la capacità produttiva italiana. Il sistema delle imprese diventa determinante per la messa a terra di 3,5 miliardi di investimenti per <strong>infrastrutture in opere pubbliche</strong> che si sommano a 1,9 miliardi di euro di <strong>spese organizzative</strong> programmati per l’evento di Milano Cortina 2026. Va ricordato che le opere vanno terminate, oltre che utilizzate e manutenute anche dopo il termine dei Giochi, tutte operazioni non sempre scontate.</p>
<p>Milano Cortina 2026 mostra che i grandi eventi non si vincono solo con la partecipazione del pubblico e le medaglie, ma anche con una rete diffusa di imprese che progettano, producono, investono, innovano e creano lavoro. È lì, nella “nazionale” dell’economia reale, che si gioca una parte decisiva della competitività del Paese.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>© <strong><a class="ig-tags-link" href="https://www.coni.it/it/archivio-foto.html?view=tags&amp;igtags=Foto%20Simone%20Ferraro%20e%20Giuseppe%20Giugliano/CONI">Foto Simone Ferraro e Giuseppe Giugliano/CONI</a></strong></p>
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<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Confartigianato (2026), <a href="https://bit.ly/4amAZIp">Made in Italy di prodotti per lo sci per 371 milioni di euro nel 2025</a><br />
Confartigianato (2023), <a href="https://bit.ly/3ENqdvG">Imprese, MPI e made in Italy dello sport</a><br />
Confartigianato (2025), <a href="https://www.confartigianato.it/2025/07/economia-della-montagna-66-occupazione-in-3-anni-pesano-recessione-in-germania-e-crisi-dazi/">Economia della montagna: +6,6% occupazione in 3 anni, pesano recessione in Germania e crisi dazi</a><br />
Confartigianato (2025a), <a href="https://ufficiostudi.confartigianato.it/wp-content/uploads/2025/11/Confartigianato_20%C2%B0_Rapporto_annuale_25112025_QRCODE.pdf#PAGE=40">Box &#8211; Verso Milano Cortina 2026 nel 20° Rapporto annuale, Galassia impresa, l&#8217;espansione dell’universo produttivo italiano, 25 novembre 2025</a><br />
Confartigianato (2025b), <a href="https://bit.ly/4plTSB6">I territori al centro del 20° Rapporto annuale, 1° dicembre</a><br />
Ministero della Salute (2025), Relazione ‘<a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/2025-08/Relazione%20NSG_31_07_2025_per_portale_copertine%20%281%29.pdf">Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia – Metodologia e risultati dell’anno 2023</a>’</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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