
“Era una ragazza intelligente e generosa,
una bella e libera natura: ma cosa avrebbe fatto di sé?
Questa domanda era strana…
La maggior parte delle donne non fa nulla di sé…
L’originalità di Isabel stava invece nel fatto che
dava l’impressione di avere intenzioni tutte sue proprie”
Henry James (1881), Ritratto di Signora
Gli ultimi Rapporti usciti sul gender gap femminile nel nostro paese ci rimandano ancora una volta a una fotografia sconfortante sul piano dell’equità, del potere e del riconoscimento del valore delle differenze sia nel mercato del lavoro, pubblico e privato, che su quello dell’accesso ai luoghi decisionali e alla leadership , con la conseguente perdita di risorse e di capitale umano. Tra le principali difficoltà che investono l’occupazione delle donne continuano a essere rilevanti l’asimmetria dei carichi di cura, oltre alla scarsità dei servizi e a inidonei strumenti di defiscalizzazione; tutte misure incentrate su un impianto di welfare non paritario che le penalizza già all’entrata e successivamente nella carriera e nelle retribuzioni, nonostante i livelli d’istruzione siano superiori a quelli degli uomini. Ne deriva che l’evidente vantaggio formativo non si traduce in contratti equi per le donne che mantengono più a lungo livelli di precarietà e svantaggi rilevanti in termini di realizzazione personale e riconoscimenti sulla base delle aspettative e dell’impegno. Una rivoluzione quindi che ha ampliato l’accesso all’istruzione ma ha lasciato a dinamiche invariate le responsabilità di cura costruite su una socializzazione incentrata sul male breadwinner della società industriale, con esiti che si riverberano proprio sulla soddisfazione della vita come risultato di condizioni oggettive non paritarie, aumento dello stress e peggiore sensazione sul proprio stato di benessere.
Infatti, la percezione di affanno è più frequente tra le donne, già in età giovanile e persiste lungo tutto l’arco della vita come dimostra la Fig. 1 [1].
Fig. 1 – Persone di 15 anni e più per frequenza della sensazione di affanno per mancanza di tempo, sesso e classe di età. Anno 2023 (composizioni percentuali)

Un simile modello, dove continuano a prevalere trasferimenti monetari in assenza di norme importanti come il congedo paritario, lascia sulle loro spalle il principale peso dell’attività familiare, con preoccupanti cambiamenti troppo lenti dei processi, che continuano a basarsi su bias culturali che ne limitano le scelte anche riproduttive[2]. Non può quindi non essere evidente come non solo il sistema familistico non risolva i problemi della sfera privata, sovraccaricando la doppia presenza di vincoli e tensioni, ma penalizza l’intero paese in termini di produttività, creatività e innovazione (Cfr. Fig,2)
Fig. 2 – Durata media del lavoro in un giorno medio settimanale delle coppie di 25-64 anni con entrambi i partner occupati per tipo di lavoro e sesso. Anni 2003 e 2023

Sottolinea il Rapporto Istat 2026:
“ Le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale. La persistente asimmetria nei carichi familiari resta uno dei principali fattori che alimentano i divari di genere: nonostante un lento processo di convergenza, le donne continuano a sostenere la quota maggiore del lavoro domestico e di cura, con differenze marcate per territorio, istruzione e modelli culturali…Accanto a segnali incoraggianti, come l’ampliamento dei percorsi formativi, la riduzione della dispersione scolastica e la tenuta delle reti di partecipazione e solidarietà, persistono criticità strutturali che richiedono interventi mirati e continuativi per sostenere uno sviluppo inclusivo e duraturo” (p.117).
I dati che le statistiche ci forniscono dovrebbero farci riflettere sull’inadeguatezza delle risorse investite nelle politiche sociali a sostegno della genitorialità e sulla sostanzialità delle leggi che rimangono sulla carta, visto che il tasso di fecondità continua a essere bloccato da ormai mezzo secolo al di sotto del tasso di sostituzione e registra una continua discesa, per cui oggi siamo al minimo storico di 1,13 con un conseguente e significativo invecchiamento della popolazione (Cfr Fig. 3), proprio per la consapevolezza degli effetti negativi e le ripercussioni in seguito alla nascita dei figli.[3]
Fig. 3 – Tassi di fecondità per età e titoli di studio

Un altro dato importante, come conseguenza sugli stili di vita e sul modello di famiglia prevalente nel nostro paese su cui leggere i bisogni della popolazione e programmare le policies, è la crescita delle famiglie unipersonali e la riduzione delle coppie con figli (Cfr. Fig.4). Un indicatore significativo delle difficoltà strutturali che incontrano i giovani a programmare il proprio futuro e le donne a fare figli, procrastinando sempre di più l’età del primo parto.
Fig. 4 – Famiglie per principali tipologie. Medie anni 1994-1995, 2003-2005, 2014-2015, 2024-2025

Inoltre il Rapporto annuale Istat (2026) sulla situazione del paese descrive una crescita contenuta pari allo 0,5 per cento in rallentamento, con il Pil fermo sullo 0,2 per cento: “segnalando persistenti difficoltà del nostro sistema produttivo nel generare uno stimolo rilevante e duraturo alla crescita economica tramite l’innovazione e l’efficientamento dei processi produttivi… un ritardo negli investimenti immateriali, frammentazione del tessuto produttivo e una ridotta capacità di innovazione, anche in relazione alle conoscenze e competenze disponibili nel capitale umano» (p.16)
Culture organizzative, reti relazionali, clima di fiducia e trasparenza possono contribuire al benessere individuale e alla costruzione del bene pubblico, attraverso politiche di inclusione basate sull’equità e il rispetto, oltre a favorire una crescita economica sostenibile secondo gli obiettivi dell’agenda 2030, dove salute e benessere e parità di genere sono strettamente correlati in un approccio multidisciplinare.
E’ infatti importante per capire le conseguenze non esclusivamente in termini di speranze di vita , ancora nettamente favorevoli alle donne, guardare alla morbilità, agli anni vissuti con maggiori ostacoli all’autonomia e alla peggiore percezione della propria salute(Cfr. Fig.5 ). Allargare l’analisi significa, infatti, prendere in considerazione gli aspetti biografici e non solo biologici dei corsi di vita femminili, assieme all’appartenenza geografica che presenta ancora una forbice significativa proprio sula base della spesa per i servizi e gli interventi socioassistenziali[4].
Fig. 5 – Persone di 25 anni e più per presenza di multimorbilità o di limitazioni nelle attività per titolo di studio e sesso. Anno 2025 (valori per 100 persone)

Prendendo in considerazione i contesti e le condizioni esistenziali, compreso la presenza debole e svantaggiata nel mercato del lavoro e la posizione nella famiglia, risulta evidente in che modo pregiudizi e stereotipi discriminatori compongono nell’immaginario collettivo le aspettative di ruolo, naturalmente date per scontate e non imposte da una costruzione sociale androcentrica, che si riflettono sulle traiettorie professionali, sull’empowerment e sulla partecipazione. Tali condizionamenti mettono l’Italia in una posizione gerarchica ampiamente al di sotto della media europea proprio in riferimento all’effetto distonico tra alti livelli d’istruzione, soddisfazione occupazionale e uso scelto del tempo.
Il gradiente sociale del benessere
In un libro recente su La salute delle donne. Il paradosso del genere tra biologia e cultura, Ets (2025), riflettendo sui motivi della mancata applicazione della legge art.3 2018 sulla medicina di genere, ho analizzato i principali fattori responsabili di questo vuoto, partendo dalla formazione professionale e accademica dei medici per arrivare ai metodi della ricerca scientifica e individuavo nella neutralità e oggettività dell’approccio biomedico quell’ingiustizia epistemica che, sia nella sperimentazione dei farmaci sia nella stesura delle linee guida sulla prevenzione e diagnosi delle malattie, non riconosce le differenze di un soggetto, quello femminile, che non può essere compreso solo come Altro, secondo la famosa definizione di de Beauvoir di Secondo sesso, rispetto ad un maschile esteso che ricomprende, proprio nel termine uomo, l’intera umanità.
Una somiglianza ingannevole di due sessi, così simili ma altrettanto diversi, che ha confuso le cause con gli effetti all’interno di un perdurante svantaggio nell’accesso ai diritti, compreso quello dell’articolo 32 della costituzione definito “bene primario”. Il concetto di salute è infatti molto complesso nella sua ampia declinazione di benessere bio-psico-sociale, mentre la sua riduzione a solo assenza di malattia ha messo in luce i limiti di un ascolto che non riconosce il malessere e la sofferenza in quanto non riconducibile, in maniera diretta e univoca a disfunzioni fisiologiche, come ben ci dimostra la diagnosi di fibromialgia e di altre malattie più specificamente “al femminile”.
Nel proliferare degli studi ultraspecialistici si è tralasciato lo sguardo multifocale del dato fenomenologico e contemporaneamente è cresciuto il processo di “biomedicalizzazione”, prevalentemente organicistico, rivolto alla genomica e alla diffusione di tecnologie per la diagnostica sempre più sofisticate e pervasive, Il passaggio dallo sguardo clinico e farmacologico a quello molecolare ancora di più ha espulso il mondo vitale quotidiano a favore di un asettico sapere tecnico-procedurale, decontestualizzando i corpi dalla loro costruzione sociale, con una chiusura verso quegli aspetti critici derivanti da un approccio più comprensivo e multidisciplinare.
Di recente il Rapporto sui determinanti sociali per l’equità in salute ha ben illustrato le diverse componenti che intervengono sulla nostra salute contribuendo ad una diversa ermeneutica della malattia e della cura, così come gli studi di genere hanno fatto in altri settori disciplinari (Cfr. Fig 6)

Un cambio di prospettiva che necessita di nuovi strumenti diagnostici a partire dall’anamnesi per fornire chiavi interpretative idonee a spiegare, da un angolo visuale diverso, il paradosso del genere tra biologia e cultura che incide e in che modo sulla salute delle donne. Un tentativo che impone di superare quel rimosso che ancora compromette il dialogo in ambito socio-sanitario, restringendo l’interazione medico-paziente ai determinanti biomedici e trascurando ciò che richiede invece la comprensione degli aspetti esistenziali ben evidenziati dalla medicina narrativa.
Si tratta di gettare una luce su ciò che rimane in filigrana, nel cono d’ombra che la spiegazione medica non riesce ad affrontare se non mettendo al centro la persona, dove il soggetto non è più un evento confondente dell’osservazione oggettiva del corpo malato, ma è ricompreso nella sua esistenza quotidiana. Con le parole di Gadamer nel testo Dove si nasconde la salute (1994): non possiamo essere curati solo scientificamente; non si può sostituire la relazione di cura con una téchné fredda volta solo a mettere a nudo le immagini interne del nostro corpo e la malattia non è soltanto un evento clinico-biologico ma anche un avvenimento biografico e sociale.
Se la scienza medica tende a comprimere la salute entro valori standard, procedure e protocolli codificati, le difficoltà di reintrodurre quello che per lungo tempo è stato escluso sono evidenti in quanto abbiamo bisogno di una revisione critica per un passaggio traslazionale dalla ricerca al letto del/la paziente. Uscire da uno sguardo riduttivo ci consente di intraprendere nuove strade come ben ci illustra Oliver Sacks sottolineando nei suoi scritti la necessità di utilizzare “ non solo una descrizione, ma anche una meditazione sulla natura della salute e della malattia […] una meditazione sull’unità di mente e corpo”.
In questa cornice la salute delle donne è ben rappresentata dall’espressione coniata dall’antropologa Gayle Rubin, nella sua accezione olistica, di sex gender system cioè quell’insieme di «processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra uomini e donne, differenziandoli l’uno dall’altro: creando appunto “il genere”».
Un simile concetto è senz’altro una chiave interpretativa importante per leggere le conseguenze culturali e sociali sulla salute delle donne, aspetti rilevanti tuttora non ancora sufficientemente presi in considerazione da un approccio centrato sulla biomedicina.
In conclusione, se riteniamo che ci sia stata un’ingiustizia epistemica a sfavore delle donne sia nel campo della medicina assistenziale che nella ricerca scientifica dobbiamo intervenire per eliminare questo svantaggio, per farlo si devono comprendere i meccanismi sistemici delle discriminazioni e agire in tutti gli ambiti economici, sociali, culturali dove si fondano storicamente le radici dell’invisibilità delle donne, anche nella costruzione delle nostre conoscenze. Solo acquisendo questa consapevolezza, che stiamo curando le donne come fossero uomini, possiamo spiegare il perché della lentezza con cui si applicano i risultati delle ricerche. Le evidenze parlano di meccanismi molecolari, genetici, cellulari molto diversi e di altrettante variazioni determinate dal sistema sesso-genere nei sintomi, nei percorsi diagnostici e nelle individuazioni e riposta alle terapie. La letteratura medica fornisce da tempo molti esempi sull’incidenza e progressione delle malattie, oltre a dati preoccupanti relativi all’efficacia e tossicità dei farmaci, dove permane “la cronica sottorappresentanza” femminile. Se il sesso e il genere sono variabili fondamentali per interpretare i risultati degli studi e la loro generalizzazione, tali indagini non solo minano l’eticità della ricerca clinica ma anche la corretta interpretazione dei determinanti biologici e sociali.
L’obiettivo, dunque, è quello di allargare la prospettiva sull’importanza della medicina di genere anche alle ragioni che hanno costruito i fondamenti di un’epistemologia centrata sul neutro maschile e alle difficoltà di superarla. Il problema infatti è il posto della donna e la sua collocazione come “secondo sesso”, per cui solo un approccio multidisciplinare può de-costruire l’errore di metodo che ne ha favorito la rimozione come fattore insignificante e compromesso l’attendibilità dei dati. Se i fondamenti ontologici sono condizionati dalle rappresentazioni dominanti e se l’inclusione delle donne nei protocolli di ricerca ne ha allargato i confini, la contaminazione tra saperi è, pertanto, imprescindibile, per superare le difficoltà non solo economiche e organizzative ma anche culturali per la piena realizzazione delle finalità della legge con il riconoscimento del soggetto donna e delle sue differenze e migliorare così la strada verso l’equità in salute.
Finora la maggior parte della produzione letteraria ha tenuto separato i molteplici piani dell’analisi e, quindi, le diverse conoscenze mentre invece devono convergere per affrontare adeguatamente, in un’ottica che integra la complessità, tutte le implicazioni che la trasversalità degli ambiti coinvolti necessita. Da qui il bisogno di individuare un percorso possibile in grado di esplicitare le variabili in gioco, mettendo a confronto l’area medica con quella umanistica, gli studi di genere con una nuova accezione di salute.
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[1] “Le difficoltà nella gestione del tempo sono particolarmente accentuate tra i 25 e i 44 anni; dopo i 65 anni, invece, il fenomeno diventa marginale. La mancanza di tempo è avvertita soprattutto dalle persone con titolo di studio elevato, in tutte le classi di età, sia tra gli occupati sia tra i non occupati.I livelli più alti si registrano tra le lavoratrici laureate: tra le 25-44enni più di una su quattro (26,1 per cento) ha questa percezione, a fronte del 21,8 per cento delle occupate con al più la licenza media(Rapporto Istat 2026 p.158)
[2] “ Comprendere come gli stereotipi di genere si riflettano nell’organizzazione della vita quotidiana, influenzando la distribuzione del tempo e delle responsabilità, è essenziale per interpretare la persistenza degli squilibri tra uomini e donne e per promuovere politiche volte a rimuovere gli ostacoli alla parità di genere” (Rapporto Istat 2026 p.157)
[3] Scrive l’Istat (2026): “È la sfera economico-lavorativa il principale freno alle intenzioni. Per quasi 2,8 milioni di persone, cioè oltre quattro su dieci tra coloro che non intendono diventare genitori o avere altri figli, il peso delle difficoltà economiche o la mancanza di certezze lavorative impediscono che il desiderio diventi intenzione” (p.70)
[4] “La disponibilità di servizi e interventi socioassistenziali, al pari delle risorse impiegate sul territorio, evidenzia storicamente profonde disuguaglianze. Nel 202320, la spesa media dei Comuni per abitante (135 euro a livello nazionale) passa da appena 76 euro al Sud a 177 euro al Nord-est, variando dal minimo di 46 euro pro capite in Calabria al massimo di 576 euro nella Provincia autonoma di Bolzano/Bozen” (Rapporto Istat 2026 p.109)
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Rita Biancheri è stata docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Patologia chirurgica, medica, molecolare e dell’area critica dell’Università di Pisa e attualmente, oltre all’ insegnamento curriculare di Sociologia della salute, tiene un corso ADE presso la Scuola di Medicina su Genere e salute. E’ stata presidente del Comitato pari opportunità del suo Ateneo e ha fondato nel 2007 la rete degli Organismi di Parità delle Università Italiane (Counipar). I suoi principali interessi di ricerca riguardano la prospettiva di genere in salute, la famiglia, il lavoro e i processi di invecchiamento femminili; su queste tematiche è membro di comitati scientifici e di collane editoriali, ha pubblicato numerosi volumi e saggi in riviste. Ha inoltre coordinato progetti di ricerca nazionali e internazionali (TRIGGER Transforming Institutions by Gendering contents and Gaining Equality in Reserach) riguardanti la salute, la medicina narrativa e la qualità della vita con un approccio multidisciplinare. La sua ultima pubblicazione: La salute delle donne. Il paradosso del genere tra biologia e cultura, Pisa, Ets 2025
