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	<title>piccole imprese - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>piccole imprese - Spirito Artigiano</title>
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		<title>La forza discreta del Made in Italy: artigianato, diplomazia e soft power. Spirito Artigiano intervista Francesco Maria Talò</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’artigianato è una leva del soft power italiano: costruisce reputazione, presidia i territori e porta nel mondo un’idea concreta di Made in Italy. Spirito Artigiano ne parla con l’ambasciatore Francesco Maria Talò*.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110268" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_.jpg" width="830" height="1188" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_.jpg 830w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-210x300.jpg 210w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-715x1024.jpg 715w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-768x1099.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-350x501.jpg 350w" sizes="(max-width: 830px) 100vw, 830px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">C’è una forza gentile che attraversa l’Italia senza fare rumore, ma lasciando un’impronta riconoscibile ovunque: è la trama minuta dell’artigianato, quel sapere diffuso che non si limita a produrre oggetti, ma costruisce identità, racconti, reputazione. È qui che il “marchio Italia” smette di essere uno slogan e diventa sostanza, valore economico e simbolico insieme. In un mondo attraversato da transizioni profonde – tecnologiche, geopolitiche, culturali – il soft power artigiano si rivela una leva strategica, capace di tenere insieme tradizione e innovazione, radici e apertura. Ne parliamo, su Spirito Artigiano, con l’ambasciatore Francesco Maria Talò, Inviato Speciale dell’Italia per il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa (nel corso della sua quarantennale carriera diplomatica ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio Meloni, Rappresentante Permanente presso la NATO ed Ambasciatore in Israele) che invita a leggere questo patrimonio come parte integrante di una visione di sistema, in cui istituzioni, imprese e territori imparano a fare squadra.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ambasciatore, quando parliamo di artigianato italiano parliamo anche di soft power?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Assolutamente sì. Il soft power artigiano è un soft power nazionale. È ciò che consente al marchio Italia di essere ai vertici mondiali. Non è fatto solo dai grandi marchi, ma da una costellazione di piccole e medie imprese artigiane che, pur non essendo sempre riconoscibili singolarmente, sono immediatamente identificabili per il contesto da cui provengono e per l’unicità dei loro prodotti. È un patrimonio che dobbiamo preservare e valorizzare, anche – e soprattutto – in un mondo che cambia rapidamente.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quanto conta, in questa prospettiva, il “fare sistema”?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Conta moltissimo. Gli italiani hanno uno spirito individuale forte, ma non deve diventare individualismo. È proprio quella personalità che rende i nostri prodotti unici, ma deve essere combinata con la capacità di lavorare insieme, superando il particolarismo. Il valore aggiunto del Made in Italy nasce da qui: dalla sintesi tra creatività individuale e azione collettiva.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è il ruolo delle istituzioni e delle associazioni di categoria in questo equilibrio?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Le istituzioni devono contribuire a gestire un dilemma complesso: mantenere l’identità e la ricchezza delle radici, senza rinunciare all’innovazione. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere battaglie di retroguardia che non sono vincenti nel lungo periodo. Le associazioni di categoria, da parte loro, hanno un compito fondamentale: salvaguardare la particolarità delle tradizioni e accompagnarle in un percorso di rinnovamento. È un lavoro delicato, soprattutto nei centri più piccoli, dove l’artigianato è parte integrante del tessuto culturale.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lei ha spesso richiamato l’attenzione sulla trasformazione dei centri storici. Che cosa sta accadendo?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Stiamo assistendo a cambiamenti profondi, legati anche all’iper-turismo. In molti casi la natura degli esercizi commerciali è mutata, e questo ha penalizzato i piccoli artigiani, che sono tra le principali vittime di queste dinamiche. La concorrenza delle catene e di fenomeni speculativi rende la loro sopravvivenza più difficile. Ma dobbiamo renderci conto che il successo di una città non si misura solo dal numero di turisti: dipende dalla sua capacità di restare autentica, diversa dalle altre. E questo passa anche dal mantenimento dell’insediamento artigiano.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quindi l’artigianato non è solo economia, ma anche qualità della vita?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Esattamente. L’artigianato non è solo immagine, è sostanza. Dà lavoro a molte famiglie e contribuisce alla qualità dei centri abitati. Un luogo in cui c’è un artigiano è un luogo migliore, più vivo, più autentico. In questo senso, parliamo anche di sicurezza: senza sicurezza fisica, che vuol dire anche il cosiddetto hard power, non c’è economia, e questo vale anche per le piccole imprese. Come sempre si tratta di superare il dilemma, comprendendo che viviamo in un’epoca che ci ricorda l’esistenza della guerra e di minacce estreme: dobbiamo riconoscere le esigenze della difesa conservando i valori, incluso quello dell’identità rappresentata dall’artigianato, che vogliamo difendere. Possiamo dire che il soft power che non trascura l’hard power che un sistema caratterizzato dallo smart power, un sistema intelligente ed equilibrato.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si inserisce tutto questo nei grandi fenomeni globali, dall’intelligenza artificiale alle migrazioni?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">»L’artigianato non è isolato, si intreccia con tutte le grandi trasformazioni in atto. L’intelligenza artificiale, ad esempio, può essere uno strumento utile per le imprese artigiane, soprattutto per semplificare i processi burocratici. Ma non potrà mai sostituire la capacità umana, la creatività, il saper fare. È qui che sta la nostra forza.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il soft power artigiano può diventare anche uno strumento diplomatico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Lo è già. Quando esportiamo prodotti artigianali, esportiamo un’immagine dell’Italia, che è molto concreta. Pensiamo, ad esempio, alla Settimana della cucina italiana nel mondo: è un’occasione in cui si vede chiaramente quanto sia importante l’alleanza tra grandi e piccoli. L’industria alimentare fa grandi numeri ed è fondamentale, ma accanto ad essa c’è il piccolo produttore che rappresenta l’eccellenza. Non sono alternative, sono complementari. Superare questi falsi dilemmi è essenziale.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In sintesi, qual è la sfida principale per il futuro?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Avere una visione d’insieme. A livello nazionale e locale dobbiamo considerare l’artigianato come parte integrante dell’interesse nazionale. Non è solo un elemento identitario, ma una leva economica, sociale e culturale. Se sapremo fare squadra, preservando le radici e innovando, il soft power artigiano continuerà a essere uno dei pilastri della presenza italiana nel mondo e della qualità della nostra vita.»</p>
<hr />
<p>*L&#8217;ambasciatore Francesco Maria Talò, attuale Inviato Speciale per il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC) e membro del team di International Strategic Network (ISN), è un diplomatico italiano di carriera con una vasta esperienza. Nel corso della sua carriera (1984–2024), ha ricoperto ruoli chiave tra cui consigliere diplomatico della Presidente del Consiglio, Rappresentante Permanente alla NATO e Ambasciatore in Israele.</p>
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		<title>Il soft power viene dalle mani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'unica cosa che l'Italia esporta meglio del resto del mondo è anche quella che sta perdendo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 91%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110308" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia.jpg" width="1454" height="876" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia.jpg 1454w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-300x181.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-1024x617.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-768x463.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-350x211.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1454px) 100vw, 1454px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il soft power viene dalle mani</span></h2>
<p>L&#8217;unica cosa che l&#8217;Italia esporta meglio del resto del mondo è anche quella che sta perdendo.</p>
<p>L&#8217;angelo del campanile di San Marco è ricoperto d&#8217;oro. La Madonnina del Duomo di Milano è ricoperta d&#8217;oro. La croce della basilica di Lourdes è ricoperta d&#8217;oro. Quell&#8217;oro, battuto a mano una foglia alla volta, usciva da una bottega in Cannaregio: la Mario Berta Battiloro (nella foto), ultima d&#8217;Italia e d&#8217;Europa. Nel Settecento a Venezia c&#8217;erano oltre trecento botteghe come questa. Nel 2025 ha chiuso anche l&#8217;ultima.</p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;intelligenza della mano</span></h2>
<p>Amartya Sen ha definito le capabilities come le libertà reali che le persone hanno di essere e fare ciò che hanno ragione di valorizzare. Non la libertà formale scritta in un diritto, ma la possibilità sostanziale di metterlo in pratica. Tra le capabilities che Sen riconosce come centrali c&#8217;è quella di esercitare un mestiere dignitoso. Un mestiere non è un&#8217;attività economica. È una libertà di essere.</p>
<p>Richard Sennett applica questa cornice al lavoro manuale e mentale insieme. Ne L&#8217;uomo artigiano descrive la craftsmanship come il desiderio di fare bene un lavoro per il fare bene. Il craftsman è chi unisce la mano alla testa, la pratica al pensiero. Making is thinking, fare è pensare. La capacità che ne risulta non si insegna in aula. Si trasmette in bottega, attraverso quello che Sennett chiama joined skill in community: l&#8217;apprendimento per prossimità, esempio, correzione quotidiana. Sennett è stato allievo di Hannah Arendt e ne riprende l&#8217;homo faber, l&#8217;uomo che si fa attraverso le cose che fa.</p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;industria che si ritira</span></h2>
<p>L&#8217;Italia che produce su scala industriale perde terreno da anni. Nel 2024 la produzione industriale è calata del 3,5%, dopo il -2% del 2023. (Istat, febbraio 2025) Ventitré mesi consecutivi di flessione tendenziale, il dato peggiore dal Covid. Mezzi di trasporto -23,6% nel solo dicembre 2024. Metallurgia -14,6%. Tessile-abbigliamento -18,3%. La capacità produttiva utilizzata è scesa sotto il 75% a fine 2024, livello visto solo nel pieno della pandemia.</p>
<p>Stellantis nel 2024 ha quasi dimezzato la produzione di vetture in Italia. L&#8217;Ilva resta una crisi senza orizzonte. Il Sole 24 Ore stima che la manifattura italiana abbia lasciato sul tavolo 42 miliardi di euro di fatturato in un solo anno.</p>
<p>Il punto, per il soft power italiano, è preciso. Quello che esce dall&#8217;Italia e viene riconosciuto nel mondo non è scala industriale. La scala industriale la vincono altri. Quello che esce è la matrice artigiana che pervade il Made in Italy: il distretto, la PMI familiare, il sapere territoriale incorporato nei processi. Anche nelle grandi imprese del lusso italiano, il valore percepito poggia sulla densità di saperi del fare. È quello che ci distingue dalla manifattura tedesca, francese, americana o cinese. Ed è lì, non nei numeri della grande industria, che il soft power si genera davvero.</p>
<h2><span class="font-435549">La bottega che invecchia</span></h2>
<p>Quella matrice si sta restringendo. Tra il 2014 e il 2024 il numero di artigiani in Italia è sceso da 1,77 milioni a 1,37 milioni: meno 22% in dieci anni, quasi 400mila persone che non esercitano più il mestiere. Solo nell&#8217;ultimo anno la riduzione è stata di 72mila unità. Il 2025 ha portato un primo segnale di stabilizzazione, ma la tendenza strutturale rimane.</p>
<p>La bottega italiana invecchia. L&#8217;età media degli imprenditori e dei lavoratori autonomi è 50,1 anni. Trecentomila imprese artigiane sono in condizione di criticità per il ricambio generazionale, il 30% del totale. (Confartigianato, 20° Rapporto Galassia Impresa, novembre 2025) La difficoltà di reperimento del personale, nelle imprese artigiane, supera di undici punti percentuali la media delle imprese.</p>
<p>La Fondazione Cologni mappa da trent&#8217;anni i saperi italiani a rischio di eclissarsi, sul modello della Red List of Endangered Crafts britannica. La fine di un mestiere, ricorda Cologni, non riguarda solo il prodotto. Riguarda la gestualità che lo accompagna, e che con il prodotto si perde.</p>
<p>Nei dati di misurazioni sul comportamento dei lavoratori italiani ho osservato un pattern. La conoscenza dichiarata sul saper fare cresce. Il comportamento osservato cala. Non perché chi lavora abbia smesso di studiare. Perché la trasmissione, quella per prossimità di cui parla Sennett, è la prima cosa che si rompe quando una bottega chiude.</p>
<p>Quando si rompe la joined skill in community, non si chiude un&#8217;azienda. Si restringe la capability collettiva di un Paese.</p>
<h2><span class="font-435549">Quello che il mondo compra</span></h2>
<p>L&#8217;Italia è prima nel Brand Finance Global Soft Power Index 2026 nella categoria Cultura e Patrimonio. Sul podio per il cibo che il mondo vuole e i prodotti che il mondo ama. Il valore non viene dalle dimensioni. Viene dal fatto che il prodotto italiano riconoscibile è ancora figlio di una pratica del fare bene incarnata in persone, luoghi, gesti precisi.</p>
<p>Quel fattore competitivo si genera dove Sen e Sennett si sovrappongono. È libertà sostanziale di esercitare un mestiere, e maestria sviluppata in bottega. Le due cose tengono insieme finché tengono insieme. Si separano quando la bottega chiude prima che qualcuno abbia imparato. La capability allora resta sulla carta. Sulla carta non funziona.</p>
<p>L&#8217;industria italiana è in crisi strutturale. La cultura italiana è patrimonio acquisito ma stratificato nei secoli, non producibile a comando. Quello che resta come vantaggio competitivo presente, agibile oggi, è la matrice artigiana. È l&#8217;unica cosa che ci distingue dagli altri grandi Paesi che pure ci competono sul terreno del bello. E si erode silenziosamente, una bottega per volta.</p>
<p>Gli strumenti di Marino Menegazzo, i martelli di ghisa e le carte pergamino del 1926, sono al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Saranno conservati lì. Saranno mostrati lì. Non saranno usati lì.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>Nella foto, Marino Menegazzo della Mario Berta Battiloro (©Ivan Demenego)</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
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		<title>Il soft power del Made in Italy nel disordine del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel nuovo equilibrio instabile tra potenze, guerre e commercio globale, le piccole imprese non sono ai margini della storia: custodiscono una forma concreta di influenza, fatta di lavoro, conoscenza, creatività e valore artigiano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110255" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg" width="1361" height="1814" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg 1361w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-350x466.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1361px) 100vw, 1361px" /></div>
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E così l’instabilità delle relazioni internazionali si è fatta, e si fa ogni giorno, più forte, come mai prima era accaduto con tale intensità febbrile.<br />
Dinanzi a questo processo mondiale si leva il ritorno degli USA alle teorie e alle pratiche internazionali di potenza, proprie della loro antica storia, costruitasi via via sulla dominazione del commercio mondiale.<br />
Gli USA, infatti, dipendono sempre più dal commercio globale anche come nazione importatrice, rappresentando circa il 13% delle importazioni mondiali totali, mentre sono secondi, dopo la Cina, nelle esportazioni mondiali totali, con circa il 9-10%, contro il 16% cinese.<br />
Il tutto, lo ripeto, mentre nuovi attori internazionali, invece di essere cooptati — come un tempo accadeva — dagli abitanti delle alte vette del potere mondiale, ampliandone in tal modo l’egemonia, perché sempre fermamente eterodiretti, giungono ora, ahimè, a rivestirsi del potere non solo dell’economia, ma in primis degli strumenti e delle tecniche della guerra e delle guerre. E mandano il mondo in frantumi.<br />
Ora che il dominio del magnetismo diviene strumento di lotta tra nazioni e la conquista dello spazio diviene manifestazione evidente del fatto che tale lotta porta con sé sia obiettivi economici sia obiettivi militari, ebbene, ora, e ancor più domani, la necessità di controllare l’ampliarsi dell’area delle nazioni coinvolte nella crescita economica diviene sempre più importante, pena il crescente disordine d’ogni tipo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="69" data-end="251"><span class="font-435549">«Le grandi questioni del presente non riguardano solo le corporation: attraversano anche l’universo delle piccole imprese, dove la creatività umana diventa impresa, lavoro e valore»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sbaglierebbe colui che pensasse che tali enormi questioni — che sono le questioni del presente e del futuro dell’umanità, così come furono quelle del suo passato — interessino soltanto le grandi corporation e non l’universo delle piccole e piccolissime imprese che, in tutto il globo terracqueo, rendono la foresta marshalliana dell’impresa così varia, libera e diversa, con le mille forme e i mille colori della creatività umana. Perché quella imprenditoriale altro non è che la quintessenza della creatività umana nel suo pieno, fattivo e cerebrale dispiegarsi.<br />
Oggi l’emersione di quelle economie un tempo identificate con quelle dei “Paesi in via di sviluppo” si riveste di poteri militari e di coalizione autonoma. È un fatto di enorme significato, perché rende evidente il crescente stato di incertezza e il contraddittorio evolversi dell’economia mondiale in un concerto tra Stati sempre più fragile, esposto alla tentazione del dominio tramite la forza e la vera e propria occupazione territoriale, in una misura che s’era vista solo nei periodi precedenti la Prima e la Seconda guerra mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="258" data-end="461"><span class="font-435549">«Il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende: anche le PMI possono competere sui mercati globali, se sanno trasformare produttività, competenze e radicamento in forza internazionale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il commercio internazionale delle piccole e medie imprese rappresenta un ambito di studio centrale nell’economia contemporanea, poiché sfida i modelli classici basati esclusivamente sulle grandi multinazionali. In Italia, e questo ci interessa direttamente, dove le PMI costituiscono circa il 99% del tessuto produttivo, l’analisi dei driver di internazionalizzazione assume una rilevanza strategica.<br />
E questo riferimento alla nostra realtà nazionale consente anche di progredire nella ricerca teorica. Se Krugman, nella sua innovativa New Trade Theory, pubblicata nel 1980, si concentrava sulle economie di scala e sulla varietà dei prodotti, la letteratura più recente ha introdotto l’eterogeneità delle imprese come elemento essenziale per comprendere sia gli andamenti del commercio estero sia — e questo per noi di Spirito Artigiano è assai interessante — il ruolo delle piccole imprese, la loro comprensione e la loro valorizzazione.<br />
Mi riferisco soprattutto alla New-New Trade Theory di Martin Melitz, il quale dimostra che solo le imprese con una produttività superiore a una certa soglia riescono a esportare, e che questo avviene perché l’ingresso nei mercati esteri comporta elevati costi fissi, come le ricerche di mercato, l’adeguamento normativo e la creazione di reti distributive. L’apertura commerciale genera così un processo selettivo: le PMI più efficienti si espandono all’estero, mentre quelle meno produttive rimangono confinate al mercato domestico o escono dal mercato.<br />
Ma, in ogni caso, rimane assodato che anche le PMI sono in grado di raggiungere elevati livelli di produttività e di innovazione, confutando le tesi mainstream che concepiscono le PMI come generazioni transitorie dell’inefficienza dei mercati e della pura casualità.<br />
Del resto, le PMI non seguono un unico sentiero di espansione e la letteratura accademica identifica due approcci principali di crescita attraverso la prevalenza della via dell’esportazione sui mercati esteri.<br />
Il primo si fonda su un modello incrementale, graduale, sviluppato da Johanson e Vahlne, che suggerisce un’internazionalizzazione progressiva. L’impresa inizia con esportazioni verso mercati psicologicamente vicini per ridurre l’incertezza, aumentando l’impegno solo dopo aver accumulato esperienza.<br />
Un’altra via è quella perseguita da imprese che operano a livello internazionale fin dalla fondazione, bypassando le fasi graduali grazie a vantaggi competitivi di nicchia e a una forte visione imprenditoriale globale.<br />
Entrambi gli approcci teorici condividono la convinzione che il successo internazionale delle PMI dipenda da un mix di fattori interni ed esterni: il capitale umano e il management. La propensione all’export è fortemente influenzata dalle competenze linguistiche e dalla visione del management.<br />
Generalmente queste imprese sono inserite in filiere o catene globali del valore, specializzandosi nella fornitura di componenti critici per grandi player internazionali. Tali catene sono così diffuse perché siamo ormai convinti che consentano di superare meglio le principali criticità operative: il limitato accesso al credito, la complessità delle normative doganali e la scarsa conoscenza delle culture aziendali estere.<br />
Ma se il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende — nessuno può più sostenere questa tesi, come si faceva sino a una ventina di anni or sono — per le PMI esso richiede una produttività eccellente e la capacità di superare barriere strutturali. In Italia, la valorizzazione del Made in Italy, l’aggregazione in distretti, la forza dei corpi intermedi associativi rimangono strumenti essenziali per compensare gli eventuali svantaggi dimensionali e competere sui mercati globali.<br />
L’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese rappresenta un definitivo cambio di paradigma nella teoria del commercio estero. Tradizionalmente dominata dall’analisi delle grandi imprese multinazionali, la letteratura economica e manageriale ha dovuto evolversi per spiegare come aziende con risorse limitate possano competere globalmente.<br />
L’eterogeneità delle imprese attive sui mercati globali ormai da decenni falsifica la tesi che solo le aziende più produttive riescano a superare i costi fissi d’ingresso necessari per esportare e valorizza la realtà delle PMI “eccellenti”, che sfruttano il commercio estero per una riallocazione delle risorse capace di aumentare la produttività media del settore industriale e la stessa total factor productivity.<br />
Ormai la teoria della presenza delle piccole imprese nel commercio internazionale enfatizza sia la riduzione dell’incertezza e del rischio attraverso un processo di apprendimento esperienziale, sia l’espansione prima nei mercati “psicologicamente vicini” e poi, progressivamente, in altri spazi di lavoro e di profitto.<br />
Tutto ciò convive con strategie di crescita all’estero diverse, fondate sui vantaggi tecnologici o di nicchia, che offrono una possibilità di competizione globale fin dalla fondazione dell’impresa, “saltando” le fasi di crescita domestica.<br />
Infine, come è universalmente noto, l’internazionalizzazione è spesso un fenomeno collettivo per le imprese. La partecipazione alle catene globali del valore e l’appartenenza a distretti industriali permettono di compensare lo svantaggio dimensionale attraverso economie di specializzazione e condivisione di conoscenze sui mercati esteri.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="468" data-end="634"><span class="font-435549">«Nel disordine del mondo, le piccole imprese artigiane continuano a creare valore economico e intellettuale, contribuendo al commercio, alla coesistenza e alla pace»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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</section>
<p>Insomma, nonostante crisi e conflitti, il mondo continua a essere uno spazio di creazione di valore economico e intellettuale e di innovazione, fondato sul lavoro delle imprese: elemento essenziale per il commercio mondiale, per la coesistenza pacifica e per la pace. Le piccole imprese artigiane non smettono mai di fare la loro parte.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<hr />
<p><strong>Piccola bibliografia di riferimento</strong><br />
Johanson, J., &amp; Vahlne, J. E. (1977). The Internationalization Process of the Firm—A Model of Knowledge Development and Increasing Foreign Market Commitments. Journal of International Business Studies, 8(1), 23-32.<br />
Melitz, M. J. (2003). The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity. Econometrica, 71(6), 1695-1725.<br />
Krugman, P. R., &amp; Obstfeld, M. (2023). Economia internazionale. Vol. 1: Teoria e politica del commercio internazionale. Pearson, Milano.<br />
Oviatt, B. M., &amp; McDougall, P. P. (1994). Toward a Theory of International New Ventures. Journal of International Business Studies, 25(1), 45-64.<br />
Corsi, C., &amp; Migliori, S. (2015). Le PMI italiane: governance, internazionalizzazione e struttura finanziaria. Franco Angeli, Milano.</p>
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<p>
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		<title>L’Italia che conquista senza armi: il soft power della qualità e della bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Roma]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:10:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un tempo segnato da guerre, potenze militari e supremazie tecnologiche, l’Italia può contare su una forma diversa di influenza: cultura, bellezza, artigianalità e qualità della vita. Un capitale da difendere e mettere meglio a valore.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia può mettere in campo risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare influenza internazionale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo, le crisi geopolitiche in atto tornano drammaticamente a rappresentarci un mondo dominato dall’incertezza, in cui la forza e la violenza sembrano prevalere sul dialogo e sulla coesistenza pacifica. A una supremazia tecnologica e militare delle grandi potenze mondiali, l’Italia, e gran parte dell’Europa, oltre a sforzarsi di rispondere adeguando le proprie strutture, può contrapporre risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare una certa influenza a livello internazionale. Disponiamo, infatti, di un capitale valoriale, di un patrimonio storico-ambientale, di uno stile di vita apprezzato e imitato in tutto il mondo: fattori che costituiscono un punto di forza del nostro Paese e si riverberano molto positivamente sull’economia, sulle esportazioni e sulla reputazione italiana.</p>
<p>Secondo il Soft Power Index 2026, predisposto sulla base di 150.000 interviste realizzate in oltre cento Paesi, l’Italia si colloca al nono posto al mondo, preceduta da Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Canada. Una posizione di tutto rispetto, tenuto conto che il ranking comprende molteplici ambiti, fra cui le dinamiche dell’economia, e noi cresciamo molto poco, la produttività, le relazioni internazionali, l’istruzione e la ricerca scientifica, la governance e le istituzioni pubbliche, il futuro sostenibile. L’Italia è al primo posto in una delle otto macro-categorie considerate, cioè quella della “Cultura e del patrimonio culturale”, e si trova sul podio anche per “il cibo che il mondo vuole”, “i prodotti che il mondo ama”, “un grande Paese da visitare”, “un Paese generoso, amichevole e divertente”. La robustezza del campione e la metodologia con cui è stato realizzato lo studio conferiscono un’elevata attendibilità a questa valutazione del nostro Paese e confermano quanto emerge chiaramente anche dai dati statistici e dai media internazionali.</p>
<p>La radice del nostro successo va ricercata nella stratificazione di culture accumulate storicamente nel nostro Paese, che ha dato continuità alla sua matrice classica antica, eccellendo in tutte le epoche storiche su cui si è fondata la civiltà europea: dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco fino all’epopea risorgimentale. Un’Italia divisa in tanti regni, ducati, principati, repubbliche di terra e di mare, signorie, ha costituito uno straordinario mosaico di diversità tenute insieme dalla presenza millenaria della Chiesa come autorità spirituale, ma anche come istituzione secolare. Quello che abbiamo ritenuto un limite del nostro Paese – essere diventato una nazione unitaria più tardi dei grandi regni europei – oggi si rivela come uno straordinario e inimitabile carattere originale dell’Italia e degli italiani.</p>
<p>Decine di città grandi, medie e piccole sono state capitali di Stati: Roma, Napoli, Torino, ma anche Venezia, Genova e poi Parma, Pisa, Saluzzo, Spoleto, ecc. Da qui nasce un territorio denso di cultura, arte e architettura, modellato sulla fertilità dei terreni da vigneti, ulivi secolari, risaie, frutteti. Un’urbanizzazione del territorio fatta di borghi e castelli, pievi e conventi, mulini ad acqua e canali. Un ambiente rurale vivo e ricco di tradizioni regionali e locali, capaci di rendere la produzione di cibo una tradizione ormai universalmente riconosciuta come frutto di uno specifico stile di vita. L’“arte del mangiare” all’italiana esercita una leadership globale, ma va considerata un complemento dei valori familiari e della pratica di una non comune convivialità.</p>
<p>Città abbellite da cattedrali, palazzi civici e nobiliari, opere d’arte e di ingegneria, archivi ricchi di documenti di una vita intellettuale che non ha eguali per diffusione in Europa. Si potrebbe continuare, ricordando come le prime università d’Europa – La Sapienza, Padova, Bologna, Siena, Perugia – e i collegi religiosi abbiano costituito una delle motivazioni del viaggio in Italia per la formazione delle classi dirigenti europee, in quella stagione che conosciamo come epoca del Grand Tour. O come negli spartiti musicali e nella maggior parte delle opere di Mozart risuoni la lingua italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il soft power dell’Italia è robusto, riconosciuto e influente, ma resta in buona parte spontaneo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi anni abbiamo preso coscienza di questo enorme capitale valoriale accumulato dall’Italia, un patrimonio di cui siamo debitori ai nostri predecessori, ma che resta in buona parte inagito. Abbiamo superato il prevalere di una certa esterofilia che a lungo ci ha portato a sopravvalutare le realtà straniere – il mito americano, la cultura francese, l’industria tedesca – e a criticare sistematicamente quella italiana. Il soft power dell’Italia è quindi robusto, riconosciuto e influente, ma la sua derivazione “spontanea” rischia di attenuarne la portata pratica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, cifra vincente del made in Italy bello e ben fatto»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’interesse per il nostro stile di vita, l’elevata reputazione culturale, l’attrazione esercitata dai nostri prodotti di qualità artigiana sono tutti fattori che rendono più facili e amichevoli le relazioni con il resto del mondo. Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, che rappresenta la cifra vincente del prodotto made in Italy, bello e ben fatto. Certo, oggi disponiamo di grandi gruppi della moda, del design e del lusso, ma il loro fattore competitivo sta nella radice artigiana di ciò che vendono a caro prezzo.</p>
<p>Racconta un produttore marchigiano di scarpe su misura che fu invitato a realizzare le sue scarpe per un mese in uno dei più lussuosi negozi della Ginza, a Tokyo. Dopo quella prova, conclusa con successo, gli si aprì favorevolmente il mercato giapponese. All’Expo Universale di Shanghai del 2010, la sala più frequentata del padiglione italiano era quella popolata da artigiani che lavoravano in diretta, mostrando le loro abilità. Ma anche oggi un’azienda emergente di sneakers di lusso ha attrezzato le sue centinaia di negozi nel mondo con un angolo dedicato alle personalizzazioni e alle riparazioni delle scarpe, ricreando uno spazio da bottega artigiana. Sappiamo creare, suscitiamo desideri e siamo capaci di vendere in modo accattivante, ma purtroppo questa straordinaria sapienza non gode dell’appoggio di un decisivo settore protagonista dell’economia globale e finisce nelle mani dei grandi fondi internazionali.</p>
<p>Un altro campo in cui utilizziamo in modo insufficiente le nostre qualità, anche al fine di sostenere la crescita, è il turismo. Non c’è un metro quadrato dell’Italia inidoneo ad attrarre viaggiatori, eppure i numeri ci dicono che questo avviene solo parzialmente. I flussi di visitatori stranieri sono certamente aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni, passando dai 52,4 milioni di arrivi del 2016 ai 61 milioni del 2025, al ritmo del 2% annuo, mentre il turismo internazionale è cresciuto di circa il 6% annuo. Tuttavia siamo ancora indietro rispetto ai Paesi leader europei, come la Francia, con 102 milioni di arrivi nel 2025, e la Spagna, con 96,8 milioni. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, lo scorso anno siamo stati addirittura superati dalla Turchia, con 62 milioni di viaggiatori internazionali.</p>
<p>Un risultato che si spiega con la forte concentrazione dei flussi sulle destinazioni più note: Roma, Venezia, Firenze, Napoli/Pompei. Il limite di tanta bellezza è considerarla una rendita di posizione, che impigrisce la volontà di valorizzarla, di organizzare la promozione e i servizi, di fidelizzare i viaggiatori invogliandoli a ritornare per esplorare i luoghi meno famosi.</p>
<p>Resta comunque fondamentale salvaguardare i nostri valori, la base solida della nostra influenza culturale, che ci rende potenti anche se disarmati. Non poca cosa, in un’epoca tristemente funestata da guerre e rovine.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Quando la bellezza fa politica estera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Domenico Auricchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia non conquista: seduce, accoglie, convince. Nel paesaggio, nell’artigianato e nell’ospitalità si nasconde una diplomazia quotidiana, capace di trasformare la bellezza in relazione e il viaggio in reputazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 92%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110286" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172.jpg" width="1725" height="1142" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172.jpg 1725w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-1024x678.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-768x508.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-1536x1017.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-aliona-pasha-1687920-3892172-350x232.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1725px) 100vw, 1725px" /></div>
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<p>Questa capacità di attrarre e di essere riconosciuti come un punto di riferimento si può tradurre anche in una forma concreta ed efficace di diplomazia culturale. Se alimentata con continuità, può facilitare il dialogo, rafforzare i legami e diffondere un&#8217;immagine positiva, autorevole e credibile verso chi la esercita.</p>
<p>Come Presidente del Touring Club Italiano, sento ogni giorno la responsabilità di custodire e promuovere questa attitudine peculiare, che rende l&#8217;Italia non soltanto una meta turistica desiderabile, ma un vero modello culturale e sociale di riferimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Fin dalla sua nascita, nel 1894, il Touring si è adoperato per &#8220;far conoscere l&#8217;Italia agli italiani»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fin dalla sua nascita, nel 1894, il Touring si è adoperato per &#8220;far conoscere l&#8217;Italia agli italiani&#8221;. I nostri fondatori avevano intuito che conoscere un territorio significa già valorizzarlo: raccontare una pieve nascosta tra le colline in una guida, tracciare con precisione i percorsi su un atlante o dotare le strade di sistemi segnaletici significava, e significa ancora, trasformare il patrimonio in un bene condiviso, attrattivo e accessibile. Oggi questa missione si rinnova attraverso una produzione editoriale aggiornata nello stile e nei contenuti, con progetti come Bandiere Arancioni, che certifica i borghi dell&#8217;entroterra (oggi 300) e li promuove come rete nazionale, e con iniziative di partecipazione civica alla valorizzazione del Paese. Quando le donne e gli uomini di “Aperti per Voi”, il nostro progetto di volontariato culturale presente in oltre 80 siti, tra cui il Palazzo del Quirinale, accolgono visitatori da ogni parte del mondo in luoghi altrimenti poco accessibili, esercitano questo soft power nella sua espressione più autentica. Offrono bellezza e contribuiscono a costruire relazioni, generando gratitudine verso il nostro Paese e verso chi lo abita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’artigiano italiano non è un semplice esecutore, ma un interprete del bello e del ben fatto»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche con l&#8217;artigianato si esprime bene questa influenza culturale. L&#8217;artigiano italiano non è un semplice esecutore, ma un interprete unico del bello e del ben fatto. In ogni oggetto, in ogni tessuto e in ogni sapore della tradizione si riconosce un frammento vivo della nostra storia e una testimonianza del nostro presente. Il saper fare e il saper generare bellezza sono ciò che ci distingue nel mondo e che ha creato il valore del made in Italy.</p>
<p>È anche questo che rende l&#8217;Italia così attrattiva: l&#8217;idea di un Paese in cui qualità della vita, cultura materiale e cura estetica sono strettamente legate. Il nostro potere si fonda proprio su questa capacità di proporre uno stile peculiare, centrato sul buon vivere e sulle relazioni.</p>
<p>Non dimenticherei poi, per tornare al turismo in senso più stretto, il valore dell&#8217;ospitalità, che non è solo una virtù sociale ma una vera espressione culturale. Non consiste soltanto nell&#8217;accogliere, ma nel far sentire chi arriva parte di un&#8217;esperienza autentica, fatta di attenzione, calore umano e competenza professionale. È nei gesti quotidiani, nella qualità del servizio e nella spontaneità con cui sappiamo aprirci agli altri che si manifesta una parte essenziale dell&#8217;identità italiana, così apprezzata all&#8217;estero.</p>
<p>Non si può però parlare di attrattività senza tutela. Il paesaggio italiano è la scena in cui si esprime questo nostro potere, ma è una scena fragile che richiede cura continua. L&#8217;autorevolezza internazionale dell&#8217;Italia dipende anche dalla capacità di conservare la sua bellezza nel tempo. Da sempre il Touring Club si batte per un turismo consapevole e rispettoso, capace di generare valore per i territori senza consumare ciò che li rende unici. Un Paese che protegge i propri borghi, difende le coste e tutela il patrimonio culturale trasmette forza, non debolezza. La bellezza, infatti, è il risultato di cura quotidiana e di responsabilità condivisa. Questa è una delle lezioni che l&#8217;Italia può offrire al mondo: saper rigenerare il passato per trasformarlo in un&#8217;idea di futuro desiderabile.</p>
<p>Il soft power italiano, così come lo intende il Touring, non è garantito una volta per tutte: è un capitale che va coltivato con costanza, attraverso investimenti in cultura, formazione e accoglienza. La bellezza, da sola, non basta: deve essere accompagnata da una visione etica e da una capacità di racconto sintonizzata sul presente. Ogni volta che restauriamo un&#8217;opera, che tramandiamo una tecnica a un giovane o che accogliamo un viaggiatore con competenza e passione, consolidiamo il posto dell&#8217;Italia nel mondo.</p>
<p>La nostra missione è testimoniare questa forza di attrazione e contribuire ad alimentarla.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Dalla cucina al Galateo. Il mondo vive all’italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Cambi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche nella diplomazia del bello e nel buono si riconosce il nostro stile che da millenni è un soft power.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110299" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg" width="1920" height="2560" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg 1920w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1536x2048.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
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<p>È la spiegazione del perché l’Italia, che come Stato è recentissima e come territorio vale più o meno lo 0,4% delle terre emerse, per millenni ha imposto il proprio concetto di bello e di buono: ha dominato l’architettura, il gusto estetico, ha imposto regole di comportamento, ha plasmato i gusti gastronomici, ha fatto della sua musica la colonna sonora dell’Occidente, del proprio Credo il riferimento dell’umanità, della propria scienza un valore universale.</p>
<p>A molti sfugge che da Galileo in poi la fisica mondiale ha parlato italiano e prima ancora con Fibonacci, siamo sempre dalle parti di Pisa, ha imparato a far di conto in maniera assai più sofisticata di quanto già non facessero gli arabi. Moltissimi volutamente ignorano che ciò è stato vero in architettura, in musica e che la scienza economica come combinazione di fattori trova in San Bernardino da Siena il primo divulgatore e in Francesco Datini la prima applicazione “aziendale”, per non dire delle “scienze” bancarie che nascono tra Firenze e piazza del Campo. Prima ancora il latino è stato la lingua universale perché era la lingua del diritto.</p>
<p>I tanti cianciatori del diritto internazionale violato però ignorano che a San Ginesio, siamo nel Maceratese, con Alberico Gentili, che si trasferirà poi alla corte d’Inghilterra, nasce a metà del ’500, dalla fusione tra civil law — diritto romano — e common law — diritto anglosassone — la prima regolamentazione degli affari e delle potenze transfrontaliere.</p>
<p>Roma centro della cristianità è elemento che troppo spesso, in una società contemporanea divenuta agnostica per pigrizia mentale, si tende a trascurare. L’Italia ha, con 61 siti, il maggior numero di luoghi dichiarati patrimonio Unesco ed è forse l’unico Paese al mondo dove i manufatti si leggono come un romanzo di almeno seimila pagine, tanti quanti sono gli anni in cui si dipanano le testimonianze presenti nei nostri territori senza soluzione di continuità.</p>
<p>Vien fatto di pensare a Sant’Antioco, quest’isola nell’isola di Sardegna, dove le superfetazioni non s’interrompono dalla prima fondazione nuragica, siamo nel 1300 a.C., poi sovrapposta dalla Sulky fenicia, nono secolo a.C., e poi via via romana, dei Vandali, bizantina, fino ai Savoia e a noi.</p>
<p>Ecco, l’Italia è questo ed è contemporaneamente radice antichissima e continuo assorbimento di altre culture, anche gastronomiche e agricole: essere un pontile in mezzo al Mediterraneo offre vantaggi!</p>
<p>Torniamo a Marsilio Ficino. Perché a Firenze? Oh bella, perché Cosimo de’ Medici aveva ben presente cosa era accaduto ad Odoacre, che arriva a Roma con l’intenzione di saccheggiarla e poi se ne fa re. Era la diplomazia del bello. Prestare soldi ai monarchi di mezzo mondo significava non solo correre il rischio dell’insolvenza, ma piuttosto dell’assedio. Così il Medici ricorre alla cultura, alla storia, alla filosofia antica e affida all’Accademia neoplatonica della villa di Careggi il compito di dominare il mondo con le idee e con la kalokagathia di derivazione greca, che però gli etruschi avevano reso domestica in terre di Toscana.</p>
<p>Oggi si dice too big to fail — troppo grande per fallire — il Medici pensò too good to fail o meglio ancora too beautiful to be conquered: troppo bello, e buono, per essere conquistato.</p>
<p>Quando le suffragette cominciano le lotte, giuste, per la parità delle donne arrivano con 2500 anni di ritardo rispetto a Sethra, nome etrusco femminile, qui citato di fantasia, che se ne sta col marito a Cerveteri a bere vino, immortalata nel “sarcofago degli sposi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’idea di Cosimo è dominare il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’idea di Cosimo, che diventa studio per Marsilio, è di dominare da Firenze, che è ricchissima — il fiorino si può dire fosse il dollaro di allora — il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello. La manifattura — lo insegna il Datini — produce valore che la finanza, la banca, amplifica.</p>
<p>Così i setaioli di Bologna, che grazie al telaio a cilindro diventano imbattibili; così il pannolana dei da Varano, che rende la signoria di Camerino ricca nonostante gli angusti confini; così Firenze, che ha il suo impero fatto d’arte, di lana tinta in modo esclusivo ma comprata ovunque, in ispecie in Abruzzo, di orafi, di preziosissimi artigiani della carta e del colore, della ceramica e del ferro. E lo stesso i Gonzaga, gli Sforza apprendono la diplomazia del bello. Che contagerà sommamente Federico da Montefeltro. Smesse le armi con cui ha guadagnato enorme fortuna, fa di Urbino il secondo pilastro del Rinascimento.</p>
<p>Da qui il soft power dell’Italia invade l’Europa nonostante il declinare dell’Italia come potenza assoluta. Se Roma aveva irradiato il mondo d’allora — ma i Cesari erano stati attenti a salvaguardare le identità dei popoli quanto bastava a evitare rivolte — con ingegneria, forza militare e diritto, l’Italia del Rinascimento, non confinando però questo periodo nei canoni degli storici, ma pigliando almeno tre secoli, dal primo ’300 a quasi tutto il ’600, conquista il mondo con il buono e il bello.</p>
<p>Una delle protagoniste di questa dominanza è senza dubbio Caterina de’ Medici, che porta alla corte francese tutto: dalle posate al gelato, dalle stoffe alle musiche, dai profumi alla moda. Si può dire che lo stile francese non ci sarebbe se non ci fossero state le due regine Medici: prima Caterina e poi Maria.</p>
<p>Limitandoci alla sola gastronomia, si può dire che fin da Mastro Martino da Como, che peraltro ripiglia l’anonimo toscano del ’300, e in qualche misura dal Regimen Sanitatis della Scuola Salernitana, le corti europee mangiano all’italiana. Oddio, è un menù frastagliato e composito, che ha mille contaminazioni: basti dire del sorbetto, che piglia l’antico costume romano della neve col miele e vi sovrammette in Sicilia l’agrume alla maniera araba.</p>
<p>Ma certo il gelato è la crema fiorentina inventata dall’architetto Bernardo Buontalenti e il gelato diventa simbolo di Parigi col mitico caffè Procope, aperto dal palermitano Francesco Procopio Cutò. Quando gli inglesi si vantano di aver inventato il panino grazie al conte di Sandwich, John Montagu, dimenticano che fu Leonardo da Vinci — a cui moltissimo si deve delle invenzioni degli utensili di cucina: il macinino, la macchina per tirare la sfoglia, le fruste per montare le uova — a servire per primo alla corte di Ludovico il Moro un panino “invertito”, due fette di carne con in mezzo il pane. Sarà poi Gabriele D’Annunzio a battezzare mondialmente il tramezzino.</p>
<p>Egualmente si potrebbe dire che la tanto decantata besciamella, attribuita al conte Louis de Béchamel, ai francesi l’hanno insegnata i cuochi di Caterina venuti da Firenze, dove almeno da tre secoli prima si faceva la salsa colla o salsa bianca. Così la salsa di pomodoro, che poi diventerà ketchup, la inventa Antonio Latini, marchigiano, scalco del viceré di Napoli. E che dire del pan di Spagna, che di spagnolo non ha nulla perché fu creato dal genovese Giobatta Cabona. Lo stesso vale per l’insalata russa o la zuppa inglese: tutte preparazioni italianissime, anche se di origine incerta e rivendicata da più regioni, a conferma della molteplicità del nostro menù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"> «Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta nell’unione di cultura, tecnica e capacità artigiana»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta ancora una volta nel fondamento codificato da Marsilio Ficino: l’anima che dà forma alla materia, l’unione di cultura, osservazione dei prodotti, tecnica e capacità di realizzazione artigiana.</p>
<p>Partiamo dalla distillazione. Si dirà: ma i frati che facevano la Chartreuse ben sapevano distillare, e così gli alchimisti. Verissimo. A parte che senza la diffusione di cultura che i benedettini intraprendono in tutta Europa a partire dal 700 d.C. forse non avremmo né agricoltura, né scrittura, né cucina come la conosciamo oggi, ma è l’italiano Michele Savonarola, il nonno di Girolamo che farà la rivoluzione pauperista a Firenze, che per primo codifica sul finire del ’300, da gran medico patavino qual è, la distillazione dell’acquavite con il suo trattato De Conficienda Aqua Vitae.</p>
<p>Forse sulla scorta dei medici della scuola salernitana, un altro gran dottore e diplomatico, Pantaleone da Confienza, vercellese, con il suo Summa lacticiniorum per primo intuisce la “fermentazione lattica” quattro secoli prima di Pasteur, osservando le muffe dei formaggi erborinati.</p>
<p>Stando ancora nei formaggi, sono i benedettini cistercensi dell’abbazia di Chiaravalle che creano i formaggi grana per “stivare” il latte in eccesso, e dalla stessa esigenza, ma almeno 1300 anni prima, visto che ce lo racconta Columella, nasce la pasta filata: il caseus manu pressum è l’antenato della mozzarella e della provola, che è il pezzo di formaggio di prova che si butta in acqua fredda dopo la lavorazione e serve a vedere se la filatura della cagliata è ben fatta.</p>
<p>Ancora due medici marchigiani, Andrea Bacci, alla fine del ’500 e notissimo per aver codificato le cure termali con il suo De naturali vinorum historia, e il fabrianese Francesco Scacchi, siamo nella prima metà del ’600 col suo De salubri potu dissertatio, codificano il vino spumante e, nel caso dello Scacchi, si può proprio parlare della messa a punto di un metodo di rifermentazione in bottiglia almeno mezzo secolo prima del benedettino dom Pérignon.</p>
<p>Questa capacità di produrre e poi di esportare il gusto diventa massima se si pensa alla pizza, al caffè all’italiana, alla pasta, alla serie infinita di pasticci, a conservazioni come lo scapece, che sono dilagate nel mondo diventando addirittura piatti globali.</p>
<p>Andando in Francia si sente dire à l’italienne quando si tratta di rigore stilistico in architettura, di armonia formale nella moda e in musica, di sapore fresco, immediato, mediterraneo in cucina. Questo canone “estetico” viene riconosciuto in tutto il mondo. Ma vi è anche un ulteriore passaggio che sostanzia il soft power italiano rispetto al cibo: è il come stare a tavola, come servire la tavola, come arredare la tavola.</p>
<p>Solo un cenno che però ci rimanda a due condizioni essenziali per l’esercizio del soft power italiano. La prima la determina Marco Polo, che tornando dal suo viaggio riportò la porcellana; la seconda fu l’ostinazione dei Medici per il bello e la loro determinazione all’impresa. Quando nel Milione Marco Polo parla della porcellana, in Europa si trascola: tutti la vogliono e attorno a questa materia, che pare scheggia di luna, fioriscono leggende e un mercato d’importazione profittevole assai.</p>
<p>A metà del Cinquecento torna in scena Bernardo Buontalenti, che col Fontana costruisce il primo forno da porcellana, che consente a Francesco Maria de’ Medici di produrre dal 1575 al 1597 la porcellana Medici, che però aveva un difetto: era pasta morbida, si rompeva facilmente. Si dovrà attendere il 1710, quando a Meissen producono la prima porcellana dura, ma subito dopo, ancora in Toscana, il marchese Carlo Ginori fonda nel 1737 la manifattura di Doccia, che sarà la prima in Europa a intraprendere la produzione industriale di servizi da tavola in porcellana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Ancora una volta: ingegno, gusto e abilità artigiana determinano il potere italiano del fare»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora una volta: ingegno, gusto, abilità artigiana determinano il “potere” italiano del fare.</p>
<p>E poi c’è il servizio all’italiana. Debutta, siamo già col Regno d’Italia fatto, quando si capisce che per ottimizzare il lavoro di cucina, non incomodare gli ospiti e massimizzare l’attenzione per loro, si deve smettere col servizio alla francese, a buffet, o con il troppo ingombrante servizio alla russa, con il guéridon, il carrellino. Egualmente il servizio all’inglese, con il commensale che si serve dal piatto, è giudicato inopportuno: ed ecco che si afferma, e oggi è il più praticato nel mondo, il servizio all’italiana. I piatti si preparano in cucina e poi il cameriere li serve ospite per ospite. Il massimo è il servizio all’italiana con la cloche, cioè col piatto coperto.</p>
<p>Nelle corti di metà Ottocento questo dimostrare attenzione all’ospite diventa un comandamento assoluto. Che deriva ancora una volta da un potere persuasivo degli italiani. Si può dire che comincia questa “primazia” con un fortunato manuale: Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione. Avrà 60 edizioni in mezzo secolo e traduzioni in tutte le lingue europee. Scritto tra il 1513 e il 1524, di fatto descrive la vita alla corte di Federico da Montefeltro e traccia il profilo sia del gentiluomo rinascimentale sia della donna a corte, basandosi su un principio: la sprezzatura, e cioè mostrarsi naturalmente colti, gentili e prestanti, nascondendo ogni difficoltà o sacrificio per compiacere così il Signore della sua benevolenza.</p>
<p>Ma una sessantina d’anni più tardi ecco comparire un libro rivoluzionario: il Galateo ovvero de’ costumi, che esce nel 1558, otto anni dopo la morte del suo autore, monsignor Giovanni della Casa. Il Galateo è il precetto per le nuove classi emergenti: per la borghesia, per quella nobiltà di censo che imita la corte ma se ne rende indipendente. Diventa in tutta Europa il modello di comportamento delle élite d’intelletto, d’impresa e di commercio: se ne contano 60 traduzioni e per tre secoli viene ristampato a ripetizione, fino al punto che la parola italiana Galateo diventa sinonimo in tutta Europa di buone maniere, tanto da sovrapporsi al cosiddetto bon ton grazie a un concetto universale: il rispetto.</p>
<p>Forse proprio questo è il fondamento del soft power all’italiana.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Più di un milione di occupati nell’artigianato alla base del soft power dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dazi, guerre ed energia ridisegnano il mondo, ma l’Italia gioca la sua partita con territori, botteghe e piccole imprese: il soft power artigiano diventa reputazione, export e competitività</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 91%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110324" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly.png" width="1408" height="768" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly.png 1408w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-300x164.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-1024x559.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-768x419.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-350x191.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1408px) 100vw, 1408px" /></div>
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<p>In Italia questa forza ha un tratto distintivo: nasce nei territori e prende forma nelle imprese, soprattutto nelle micro e piccole realtà artigiane. Il <em>soft power </em>si fonda su un capitale immateriale distintivo, capace di generare attrazione, fiducia e reputazione internazionale. Esso combina cultura, saper fare manifatturiero, estetica, qualità della vita e relazioni sociali, alimentando una proiezione verso l’esterno dell’Italia caratterizzata da autenticità e identità territoriale. La forza del modello italiano risiede nella diffusa presenza nel territorio di micro e piccole imprese e di imprese artigiane e nella loro capacità di integrare tradizione e innovazione nella produzione di beni e servizi ad alto contenuto di significati come il bello, il ben fatto e la sostenibilità. In un contesto dominato dalle crisi di natura geopolitica, il <em>soft power </em>italiano diventa una risorsa strategica che sostiene l’economia nelle fasi di rallentamento, rafforzando la resilienza delle imprese e valorizzando l’economia di prossimità. Inoltre, rappresenta un vantaggio competitivo nei mercati internazionali che sostiene i flussi dell’export, del turismo, consolidando l’influenza culturale del nostro Paese.</p>
<p>Il <em>soft power </em>dell’Italia si fonda su un articolato <strong>sistema di imprese ad alta vocazione artigiana</strong> che generano relazioni attraverso una produzione di beni e servizi di qualità che sono alla base della produzione culturale e dell’attrazione dei flussi turistici.</p>
<p>Nel perimetro dei <strong>settori maggiormente rilevanti per il <em>soft power </em></strong>vi sono un milione 75 mila imprese attive rilevate in Istat (2026) che danno lavoro a 4 milioni 809 mila addetti, di cui i tre quarti (73,6%) sono occupati in micro e piccole imprese. Le 385mila imprese artigiane danno lavoro a un milione 97mila addetti, pari al 22,8% del totale. Il sistema delle imprese che alimentano prodotti e servizi che rappresentano il magnete del <em>soft power </em>sono il 25,5% dell’occupazione del totale delle imprese italiane. Più alta la concentrazione nei settori del <em>soft power </em>nell’artigianato che rappresentano il 42,3% dell’occupazione delle imprese artigiane italiane. L’artigianato intensifica il legame tra prodotto e territorio, rafforza la qualità percepita dei prodotti e dei servizi e costruisce relazioni di fiducia con i consumatori. In un contesto globale segnato da standardizzazione e competizione sui costi, il <em>soft power </em>a valore artigiano rappresenta una forma di competitività alternativa, fondata su identità e valore.</p>
<p>Nel <strong>confronto internazionale</strong> (Eurostat, 2026) l’Italia è al secondo posto in Ue per numero di imprese del <em>soft power</em>, collocandosi dietro ad un milione 162mila imprese della Francia ma sopravanzando le 782mila imprese della Spagna e le 710mila della Germania.</p>
<p>La più elevata <strong>presenza di artigianato del <em>soft power </em>nel territorio</strong> si riscontra in Lombardia con 194mila occupati (40,1% dell’artigianato lombardo), seguita da Veneto con 139mila occupati (44,7% dell&#8217;artigianato veneto), Toscana con 115mila occupati (50% dell&#8217;artigianato toscano) ed Emilia-Romagna con 107mila occupati (39,7% dell&#8217;artigianato emiliano-romagnolo). La top ten provinciale è costituita da Milano con 43mila occupati nelle imprese artigiane del <em>soft power</em> (36,1% dell&#8217;artigianato della provincia), davanti a Torino con 39mila occupati (38,1%), Brescia con 35mila occupati (43,2%), Roma con 35mila occupati (40,3%), Vicenza con 31mila occupati (48,7%), Firenze con 29mila occupati (49,8%), Padova sempre con 29mila occupati (45,1%), Prato con 27mila occupati (76,1%), Bergamo, anch’essa con 27mila occupati (39,5%) e Treviso con 26mila occupati (45,9%).</p>
<p>Nel <strong>dettaglio settoriale</strong> il 37,2% degli occupati del totale delle imprese attive nei settori del <em>soft power </em>proviene dal <strong>turismo, accoglienza e valorizzazione del territorio</strong>, seguito dal 35,7% del <strong>manifatturiero ad alta intensità di design e della cultura materiale</strong>, che comprende moda, gioielleria, oreficeria, strumenti musicali, articoli sportivi, legno e arredo, carta ed editoria, prodotti in metallo, ceramica e vetro; in questi settori l’artigianato pesa per il 30,4% del totale contribuendo in modo decisivo alla qualità e all’autenticità dell’offerta. Inoltre, una quota rilevante del perimetro in esame, pari al 10,0%, si registra per <strong>agroalimentare di qualità e della tradizione</strong>, un cluster dove le imprese artigiane determinano il 30,5% degli occupati. L’8,8% degli occupati del perimetro si registra per i <strong>servizi alla persona e qualità della vita</strong>, per quasi i due terzi (64,6%) determinato dall’artigianato, a cui si aggiunge il 6,6% di occupati nella <strong>produzione culturale e creativa</strong>, in cui sono comprese le attività editoriali, la produzione cinematografica, video e programmi TV, le attività di programmazione e trasmissione, altre attività professionali, scientifiche e tecniche, in primis il design (Confartigianato 2026). Il restante 1,6% del perimetro si riferisce ad attività relative a <strong>patrimonio culturale e intrattenimento</strong>.</p>
<p>Nel complesso, questi settori delineano un ecosistema del <em>soft power </em>che integra produzione materiale e contenuti culturali, con una forte carattere identitario. La diffusione sul territorio delinea una <strong>biodiversità</strong> dei sistemi di imprese che amplifica i fattori di attrazione del <em>soft power</em>. Il valore economico della produzione si intreccia con nuovi significati: i prodotti e i servizi raccontano un territorio, una tradizione, una competenza, generando emozioni. È proprio questa combinazione – manifattura di qualità, cultura e stile di vita – a rendere l’Italia un riferimento globale nei modelli di consumo ad alto valore simbolico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-110321 size-full" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2.jpg" alt="" width="877" height="482" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2.jpg 877w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-300x165.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-768x422.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-350x192.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 877px) 100vw, 877px" /></p>
<p><em> <strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></em></p>
<hr />
<p><strong>Riferimenti </strong></p>
<p>Nye J. (2005), Soft Power: The Means to Success in World Politics</p>
<p>Confartigianato (2026), <a href="https://bit.ly/4mEgEUM">Alta vocazione artigiana, fattore chiave della leadership europea del Design. Il report di Confartigianato</a>, 21 aprile</p>
<p>Eurostat (2026), Structural business statistics, anno 2024</p>
<p>Istat (2026), Imprese, struttura, anno 2024, IstatData</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>Per un’idea pacifica, paziente e sostenibile di soft power</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:45:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Prosecco a una bicicletta artigianale, il soft power italiano non vive solo nei grandi simboli, ma nei gesti concreti di chi trasforma bellezza, competenza e cura in un modello di vita desiderabile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 65%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110313" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg" width="1500" height="2000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg 1500w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-14" data-row="script-row-unique-14" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-14"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-15"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>L’immagine più chiara di una via italiana possibile al soft power me l’ha fornita un episodio accaduto qualche giorno in un luogo e in un’occasione emblematici. Eravamo sulle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio UNESCO, per la Nova Eroica Prosecco Hills, la tappa trevigiana della gara-evento nata in Toscana e ormai diffusa in tutti i continenti, che solo a Susegana, stazione di partenza della tappa, ha raccolto più di 1200 appassionati da tutto il mondo. Confartigianato, partner di Eroica, partecipa con la sua ciclofficina mobile, una cargo bike pedalata da un meccanico formato nei nostri corsi di Milano insieme all’Accademia della Bicicletta, che offre assistenza lungo il percorso portando il saper fare artigiano dove serve. Ad esempio a Kevin, un ciclista canadese che abbiamo assistito lungo il percorso e con cui abbiamo continuato a pedalare, chiacchierando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="145" data-end="211">«Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice»</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Kevin è un grande amante del ciclismo e un grande amante dell’Italia, che nel ciclismo mantiene, non senza difficoltà, una solida reputazione, che tantissimo deve agli artigiani. È tornato per l’ennesima volta in Italia, insieme al suo amico Donald, banchiere in pensione, e pedala sulla sua nuova bicicletta artigianale realizzata su misura in Toscana, in una bottega dove già il suo amico aveva realizzato la sua bici sartoriale, con il cambio prodotto a Vicenza, e alla quale ha voluto aggiungere una coppia di ruote in legno realizzate da una bottega vicino Como. Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice.</p>
<p>La capacità di generare questa felicità, fatta di simboli, stili di vita, suggestioni, brand, è una parte di quello che viene normalmente definito soft power, Il soft power è la capacità di influenzare senza coercizione, non con eserciti o sanzioni (suona familiare?), ma attraverso l&#8217;attrazione culturale, i valori, il modello di vita. Il concetto è del politologo americano Joseph Nye, recentemente scomparso, che lo distingue dall&#8217;hard power militare ed economico: funziona quando gli altri vogliono quello che vuoi tu, quando il tuo modo di stare al mondo diventa desiderabile.</p>
<p>Per l&#8217;Italia la questione è strutturale. È una potenza media senza materie prime significative, con un peso militare modesto e un debito pubblico cronico. Non può competere sul piano della forza né su quello delle risorse. Eppure esercita un&#8217;influenza culturale sproporzionata rispetto al suo peso geopolitico: nel cibo, nel design, nella moda, nell&#8217;artigianato, nel paesaggio, nella lingua e persino nel modo di abitare il tempo, in cui la lentezza, la cura del dettaglio e la convivialità sono valore e non ornamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="216" data-end="278">“Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito.”</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema italiano è che questo patrimonio viene spesso vissuto come rendita identitaria anziché come strategia consapevole. Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito: quando un artigiano che ripara una bici su una cargo bike elettrica tra i vigneti UNESCO trasmette, a un ciclista olandese o britannico, qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe comprare. Quella scena vale più di un padiglione all&#8217;Expo perché è autentica, non costruita per essere guardata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo.</p>
<p>Un esempio preclaro di questo spreco riguarda gli italici, ossia quegli 80 milioni di persone nel mondo (molti più degli abitanti del nostro Paese), di origine italiana, a cui si sommano persone come Kevin, che dell’Italia sono amanti. Secondo uno studio Ambrosetti-NIAF, l’associazione degli italo americani, le comunità italiane all’estero generano nei paesi in cui sono insediate un valore economico stimato superiore ai 2.500 miliardi di euro e rappresentano un canale potenziale di reputazione, influenza culturale e relazioni economiche per il sistema-Paese. Eppure l’Italia valorizza ancora poco questa diaspora: la rete degli Istituti Italiani di Cultura resta molto più ridotta rispetto a quelle di altri grandi attori della diplomazia culturale, circa 2,5 volte inferiore a quella francese e britannica e oltre sei volte inferiore alla rete degli Istituti Confucio cinesi. Solo di recente, la riorganizzazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha riorganizzato le proprie strutture di promozione del sistema Italia proprio attorno a questo concetto di soft power e i risultati già cominciano a intravedersi.</p>
<p>In un sistema globale così violento e frammentato, la possibilità di incarnare un modello di vita alternativo a quello esclusivamente fondato sulle ragioni della forza, della scala, della standardizzazione cieca può e deve essere più di una suggestione da pubblicità. Non è semplice, perché significa passare appunto dalla rendita identitaria, o dalla riproposizione di elementi culturali “naturali”, alla consapevolezza agita del loro significato e potenziale, rivendicando politiche per difenderlo e farlo crescere quel modello e quello stile di vita, necessariamente a scapito di altri. Nella pratica significa privilegiare le imprese, come quelle artigiane e in generale le imprese diffuse e innervate nel territorio, che il modello di soft power italiano lo hanno costruito nei decenni, molto prima che fosse coniata la definizione, a scapito di totem economici come la scalabilità e la massima razionalità tecnologica e organizzativa.</p>
<p>Potremmo dire che, se il capitalismo avanzato ci spinge verso Dubai (o scegliete voi quale altro simbolo di economia turbocompressa), noi dobbiamo difendere quel borgo in Toscana o nel Prosecco dove si vive secondo regole diverse, renderlo innovativo e competitivo e accessibile, proprio riaffermandone l’alternativa radicale.</p>
<p>C’è molto da lavorare dunque, ma c’è anche spazio per l’ottimismo, il futuro può appartenere alla nostra pazienza contro la loro forza.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>© Foto di Paolo Martelli</strong></p>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Fare pace, partendo dal saper fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ermete Realacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Ermete Realacci alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110079" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Pinocchio, metafora dell’uomo che dà forma alla materia»</span></h2>
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<p>Non c’è esempio più chiaro di questa capacità che Pinocchio, il libro italiano più tradotto al mondo, scritto da Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi. Collodi non era il suo nome, ma il piccolo paese da cui veniva gli diede un soprannome destinato a diventare leggenda. Pinocchio non è solo una fiaba per bambini: è la storia dell’uomo che dà vita alla materia, di Geppetto che plasma il legno con le proprie mani, del percorso di formazione e scoperta che porta alla coscienza e ai valori. Ogni personaggio è una metafora della società contemporanea: il grillo parlante è la coscienza, Lucignolo è la tentazione del facile, Mangiafuoco rappresenta il potere della società, il gatto e la volpe incarnano l’inganno e la scorciatoia. E nel cuore della storia, la pancia dello squalo – dove Pinocchio ritrova Geppetto – è il simbolo della riconciliazione, della forza del legame, della centralità dei valori: l’artigianato come forma di vita, di comunità, di speranza.</p>
<p>Guardando l’Italia, questa metafora si fa concreta: le botteghe artigiane sono pezzi di passato che custodiscono il futuro. Sono artigiani che producono cose che conquistano il mondo, e nello stesso tempo tengono insieme le comunità, creando un tessuto sociale unico, che resiste alle sfide della globalizzazione e dei conflitti internazionali.</p>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia come Garrincha: fragile e imprevedibile, ma capace di eccellere»</span></h2>
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<p>E l’Italia è come Garrincha, il campione brasiliano poverissimo, poliomelitico, con una gamba più corta dell’altra: sfavorito, sottovalutato, eppure capace di magie straordinarie. Garrincha non aveva regole di selezione a suo favore, eppure diventò leggenda, facendo sognare il mondo. Così l’Italia, se rimane fedele alla propria identità, è imbattibile: nonostante guerre, crisi geopolitiche, intelligenza artificiale, possiamo sempre eccellere, partendo dalla qualità, dall’abilità e dalla creatività dei nostri artigiani.</p>
<p>E la sfida contemporanea non manca: ci sono leader come Trump che mostrano come il potere possa tentare di dividere, fare leva sul tornaconto personale, generare conflitti e inganni. Ma gli artigiani italiani ci insegnano una lezione opposta: stare insieme, mantenere la coesione, resistere alla tentazione della scorciatoia, valorizzare la comunità, custodire le proprie radici. Come ha detto Papa Francesco, siamo chiamati a essere creativi come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi e originali per il bene comune.</p>
<p>Anche la contemporaneità passa attraverso mani esperte: pensiamo a grandi creativi che non smettono di lavorare con le mani, perché senza toccare la materia non possono comprendere la forma, l’anima, il ritmo di ciò che costruiscono. È la stessa logica che guida gli artigiani: tradizione e innovazione convivono, ciascun pezzo prodotto porta con sé storia, cultura, identità, comunità.</p>
<p>L’artigianato non è solo produzione: è scuola di vita, passaggio generazionale, legame tra passato e futuro, custodia della bellezza, radice della pace. Ogni burattino, ogni creazione, racconta questa storia. Gli Artigiani di Pace sono qui per ricordarci che l’Italia, se resta fedele a sé stessa, può affrontare ogni sfida. Sono loro che danno vita a ciò che il mondo ama del nostro Paese: la qualità, la creatività, il coraggio, l’umanità.</p>
<p>In ogni bottega italiana, nelle mani che modellano il legno, il metallo, il tessuto, c’è la stessa energia che Collodi mise in Pinocchio, la stessa forza di Garrincha che supera gli ostacoli, la stessa determinazione a</p>
<p>non cedere alle scorciatoie di chi divide e inganna. Ecco perché l’artigianato italiano non è solo economia: è anima, cultura, identità, pace. È l’anima del Made in Italy.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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