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	<title>piccole imprese - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>piccole imprese - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Italia ed Europa: essere al tavolo, non sul tavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucio Caracciolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
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		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle guerre all’energia, dalle rotte commerciali alle materie prime, la geopolitica entra ormai direttamente nei bilanci delle imprese. In questo estratto del suo intervento a Match Point, l’autore riflette sulla sfida dell’Italia e dell’Europa: non limitarsi a stare “dentro”, ma avere la forza politica e strategica per incidere sulle decisioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110766" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Lucio-Caracciolo.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Lucio-Caracciolo.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Lucio-Caracciolo-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Lucio-Caracciolo-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Lucio-Caracciolo-350x233.jpg 350w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>Il sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale, fondato sul primato americano e su una rete di istituzioni multilaterali, è entrato in una fase di profonda trasformazione. Non siamo tornati semplicemente alla vecchia logica dei blocchi, né viviamo più in un mondo unipolare. Siamo dentro una competizione tra grandi potenze nella quale Stati Uniti e Cina rappresentano i principali poli, mentre altre potenze regionali acquistano peso e capacità di iniziativa.</p>
<p>In questo nuovo quadro, la questione decisiva per l’Europa è se riuscirà a essere soggetto o continuerà a essere soprattutto oggetto delle decisioni altrui. Il rischio, infatti, è che l’Europa non sia più al tavolo dove si decide, ma diventi il tavolo sul quale altri decidono.</p>
<p>È una distinzione tutt’altro che teorica. La guerra, le crisi regionali, il controllo delle rotte commerciali, l&#8217;accesso alle materie prime e all&#8217;energia stanno modificando rapidamente le condizioni nelle quali competono le nostre economie. Quello che fino a ieri poteva apparire come un problema lontano, appartenente alla politica estera, oggi entra direttamente nei bilanci delle imprese.</p>
<p>Basta guardare all’energia e alle catene del valore. Le tensioni in Medio Oriente, l’instabilità delle rotte attraverso il Mar Rosso e il ruolo strategico di passaggi come lo stretto di Hormuz ci ricordano una cosa semplice: nessuna economia è un’isola. Le merci devono viaggiare, l’energia deve arrivare, le materie prime devono essere disponibili e a costi compatibili con quelli dei concorrenti.</p>
<p>L’Europa parte, sotto questo profilo, da una condizione di particolare fragilità. Il costo dell’energia rappresenta un problema strutturale per la competitività industriale europea, soprattutto se confrontato con economie come quella americana e quella cinese. E quando una componente essenziale dei costi di produzione dipende da equilibri geopolitici sui quali non abbiamo pieno controllo, la politica industriale non può più essere separata dalla politica estera e dalla sicurezza.</p>
<p>Qui si apre la questione italiana.</p>
<p>L’Italia non può permettersi il lusso di considerare la geopolitica come qualcosa che accade altrove. La nostra posizione geografica ci colloca al centro del Mediterraneo allargato, mentre la nostra storia, la nostra economia e la nostra sicurezza ci legano strutturalmente all’Europa e all’Alleanza Atlantica. Sono questi i nostri principali riferimenti strategici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Stare “dentro” non significa semplicemente esserci. Significa sapere perché ci siamo e quali interessi intendiamo difendere.»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stare «dentro», dunque, non significa semplicemente esserci. Significa sapere perché ci siamo e quali interessi intendiamo difendere. Significa avere una visione sufficientemente lunga da non confondere la strategia con la gestione dell’emergenza.</p>
<p>È proprio questa capacità strategica che oggi appare più debole a livello europeo. L’Unione fatica a trasformare il proprio peso economico in un corrispondente peso politico e strategico. La frammentazione delle posizioni nazionali rende difficile costruire una politica estera e di difesa realmente comune, mentre il mondo intorno a noi procede con una velocità che non lascia molto spazio all’attesa.</p>
<p>Il problema, allora, non è soltanto decidere se stare «dentro» o «fuori». È capire dentro che cosa vogliamo stare e con quale capacità di incidere sulle decisioni.</p>
<p>Per questo anche il sistema economico deve sviluppare una vera cultura della sicurezza e della strategia geopolitica. Non riguarda soltanto governi, diplomatici e forze armate. Riguarda le imprese, perché le imprese sono ormai immerse in un ambiente nel quale una crisi internazionale può modificare in poche settimane il prezzo dell’energia, la disponibilità di una materia prima, una rotta commerciale, un mercato di sbocco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«La dimensione ridotta non significa essere fuori dalla geopolitica. Al contrario: significa spesso avere meno margini per assorbire uno shock proveniente dall’esterno.»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vale anche per il mondo artigiano e per le piccole imprese. La dimensione ridotta non significa essere fuori dalla geopolitica. Al contrario: significa spesso avere meno margini per assorbire uno shock proveniente dall’esterno.</p>
<p>La grande trasformazione del nostro tempo consiste anche in questo: il confine tra economia e geopolitica si è fatto sempre più sottile. Le decisioni prese nelle capitali delle grandi potenze, nei grandi mercati dell’energia o lungo le principali rotte commerciali finiscono per avere conseguenze molto concrete anche nell’officina, nel laboratorio, nell’impresa familiare.</p>
<p>Per questo dobbiamo tornare a ragionare in termini di interessi, di priorità e di lungo periodo. Senza una cultura strategica, rischiamo di continuare a reagire agli eventi mentre altri li determinano.</p>
<p>E in un mondo nel quale le grandi potenze stanno ridisegnando gli equilibri, questa è forse la vera alternativa: non semplicemente essere dentro o fuori, ma essere tra quelli che decidono oppure tra quelli sui quali si decide.</p>
<p><em>(Estratto dall’intervento di Lucio Caracciolo, Direttore di Limes, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>L’artigianato ha vinto la battaglia culturale. Ora deve cambiare passo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Micelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tecnologia e reputazione non bastano più. Servono nuove competenze, modelli organizzativi, canali di mercato e traiettorie capaci di attrarre giovani e investimenti. In questo estratto del suo intervento a Match Point Confartigianato 2026, Stefano Micelli indica il passaggio necessario per trasformare il riconoscimento conquistato dall’artigianato in nuova crescita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110771" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli.jpg" width="1280" height="853" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Micelli-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<p>Per molto tempo abbiamo guardato all’artigianato come a qualcosa di residuale, destinato a lasciare spazio alle imprese ad alta intensità tecnologica, alle startup, alla grande industria. Oggi quella contrapposizione non ha più senso. I dati economici e, soprattutto, il percepito sociale ci dicono che l’impresa artigiana è tornata a essere riconosciuta per quello che realmente è: un pezzo importante dell’economia, della società e della cultura italiana.</p>
<p>Anche i numeri raccontano una storia positiva. La crescita del Pil pro capite italiano negli ultimi anni, superiore alla media europea, merita attenzione. Ma non dobbiamo fermarci alla celebrazione. Perché proprio mentre riconosciamo i risultati raggiunti, dobbiamo interrogarci su ciò che serve per trasformarli in una traiettoria di sviluppo.</p>
<p>Il primo problema riguarda le persone. <strong>L’impresa artigiana invecchia, insieme al Paese.</strong> Il tema del ricambio generazionale e del trasferimento della proprietà è ormai centrale. I giovani guardano con rispetto al lavoro artigiano, ma questo non significa automaticamente che siano disponibili a investirci il proprio futuro.</p>
<p>C’è poi la difficoltà di trovare competenze. È un problema generale dell’economia italiana, aggravato da una dinamica demografica che ha ridotto drasticamente il numero dei giovani. Ma per alcune figure professionali, penso per esempio agli attrezzisti, la difficoltà di reperimento raggiunge livelli molto elevati.</p>
<p>Infine c’è il rapporto con il credito. Anche quando un’impresa artigiana cresce, aumenta il fatturato, mantiene i margini e dimostra capacità di stare sul mercato, non sempre trova nel sistema bancario un interlocutore disposto a sostenerne lo sviluppo. L’autofinanziamento continua a essere largamente prevalente.</p>
<p>Di fronte a tutto questo, la mia convinzione è che dobbiamo fare un passo ulteriore. E qui mi permetto anche un’autocritica.</p>
<p>Per anni abbiamo pensato che la tecnologia digitale sarebbe stata, da sola, il fattore capace di modernizzare l’impresa artigiana. Abbiamo immaginato che l’introduzione delle nuove tecnologie avrebbe automaticamente prodotto un salto di competitività, migliorando la produzione, la gestione, la commercializzazione.</p>
<p><strong>Oggi credo che siamo stati troppo ottimisti.</strong></p>
<p>La tecnologia è fondamentale, ma non basta. Quello che è mancato, soprattutto nelle piccole imprese, è stato un investimento altrettanto forte sul piano del management e dell’organizzazione. Le grandi imprese hanno accompagnato le trasformazioni tecnologiche con una trasformazione dei propri modelli organizzativi. Ora questa sfida riguarda anche l’impresa artigiana.</p>
<p>Che cosa significa, concretamente?</p>
<p>Significa innanzitutto ripensare il modo di stare sul mercato. Prendiamo la distribuzione. Molte imprese che producono qualità si stanno accorgendo dei limiti del canale tradizionale. Un negozio può non avere interesse a raccontare la storia di un prodotto, il suo valore culturale, la sua unicità. Può perfino diventare un ostacolo alla relazione che l’impresa vuole costruire con il proprio cliente.</p>
<p>Per questo dobbiamo immaginare nuovi canali distributivi, digitali e non. Alcune imprese lo stanno già facendo. Una realtà della Brianza, per esempio, ha scelto di abbandonare il sistema tradizionale degli agenti e di investire in persone capaci di raccontare direttamente la storia e l’identità dell’azienda. Il risultato è stato straordinario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Molte imprese artigiane hanno una storia da raccontare e devono trovare il modo di farlo direttamente al mercato.»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non significa che tutte le imprese possano moltiplicare il proprio fatturato allo stesso modo. Significa però che <strong>molte imprese artigiane hanno una storia da raccontare e devono trovare il modo di farlo direttamente al mercato</strong>.</p>
<p>C’è poi un altro terreno ancora poco esplorato: il rapporto fra artigianato e turismo.</p>
<p>Pensiamo a territori come Montappone. C’è una domanda crescente di persone che vogliono sapere come nasce un cappello, chi lo produce, quali competenze ci sono dietro. Vogliono entrare nei luoghi della produzione, conoscere le persone, vedere i processi.</p>
<p>In Francia è stata recentemente realizzata una guida che permette di individuare le aziende manifatturiere visitabili lungo i percorsi turistici. È una modalità che potremmo sperimentare anche in Italia. Perché il turismo non deve significare soltanto visitare monumenti e città d’arte: <strong>può diventare anche un modo per conoscere la manifattura, i territori e le persone che li rendono riconoscibili</strong>.</p>
<p>Il terzo grande tema è naturalmente quello della tecnologia, e in particolare dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" dir="auto" style="text-align: center;" data-start="271" data-end="378"><span class="font-435549">«Il vero tema è capire come integrare l’intelligenza artificiale dentro un nuovo modo di fare impresa.»</span></h2>
<blockquote data-start="380" data-end="531" data-is-last-node="" data-is-only-node="">
<p dir="auto" data-start="382" data-end="531" data-is-last-node=""></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche qui, però, dobbiamo evitare un equivoco. L’intelligenza artificiale non serve semplicemente a fare più velocemente quello che facevamo prima. Il vero tema è capire <strong>come integrarla dentro un nuovo modo di fare impresa</strong>.</p>
<p>Chi ha iniziato a sperimentare concretamente queste tecnologie lo ha già capito: il problema non è soltanto tecnologico. La tecnologia è potente. La difficoltà è organizzativa e gestionale. Occorre capire quali funzioni cambiano, come si integrano tra loro, quali nuove competenze servono e soprattutto quale valore aggiunto vogliamo produrre.</p>
<p>Prendiamo ancora una volta un’impresa che produce calzature. Oggi l’intelligenza artificiale può aiutare a progettare un nuovo prodotto, visualizzare modelli, sperimentare soluzioni. Ma se quel valore aggiunto viene semplicemente trasferito al grande marchio che acquista la produzione, l’impresa artigiana rischia di sostenere il costo dell’innovazione lasciando ad altri il beneficio.</p>
<p>Il salto di qualità avviene quando la tecnologia entra dentro una <strong>traiettoria imprenditoriale diversa</strong>: quando permette di costruire un prodotto originale, un brand premium, una relazione diretta con il mercato, una capacità autonoma di sviluppo.</p>
<p>È qui che la tecnologia cambia davvero significato.</p>
<p>E questo punto è decisivo anche per i giovani. Un ragazzo di venti o venticinque anni non cerca soltanto un posto di lavoro. Cerca una traiettoria. Vuole capire dove può arrivare, che cosa può imparare, quale spazio può conquistare dentro un progetto imprenditoriale.</p>
<p>Se gli diciamo semplicemente “qui puoi disegnare scarpe”, forse non basta. Se gli diciamo “qui puoi contribuire a costruire un prodotto, un marchio, un’impresa che può crescere”, allora la prospettiva cambia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<h2 class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" dir="auto" style="text-align: center;" data-start="382" data-end="531"><span class="font-435549">«La stessa traiettoria che cercano i giovani è quella che deve vedere la banca, che devono vedere le istituzioni, che deve vedere il territorio.»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
</div>
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<div class="z-0 flex min-h-&#091;46px&#093; justify-start">La stessa traiettoria che cercano i giovani è quella che deve vedere la banca, che devono vedere le istituzioni, che deve vedere il territorio.</div>
</div>
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</div>
</div>
<p>È questo il passaggio che abbiamo davanti: trasformare la paura in opportunità, l’innovazione in attività economica, la crescita in valore.</p>
<p>Perché l’artigianato non è soltanto una parte dell’economia italiana. È anche un modo di tenere insieme il Paese. Ogni territorio porta con sé storie, competenze, produzioni, identità. Ed è proprio questa pluralità che alimenta una parte importante della forza internazionale del Made in Italy.</p>
<p>In questi anni le esportazioni italiane sono cresciute enormemente e l’artigianato contribuisce in misura significativa a questa capacità competitiva. Continuare a crescere sui mercati internazionali significa anche rinnovare il soft power del nostro Paese.</p>
<p>Ma c’è qualcosa di ancora più importante.</p>
<p><strong>L’artigianato ha anche a che fare con la qualità della democrazia.</strong> Dove esistono imprese radicate nei territori, comunità professionali, persone che costruiscono valore attraverso il proprio lavoro e la propria autonomia, esiste una società civile più forte.</p>
<p>Per questo la sfida che abbiamo davanti non è soltanto economica. È tecnologica, manageriale, culturale e sociale.</p>
<p>La battaglia per restituire dignità e centralità all’artigianato l’abbiamo in gran parte vinta. Adesso dobbiamo costruire il modello che permetta a questa nuova consapevolezza di diventare sviluppo.</p>
<p><strong>Non basta avere una grande storia. Dobbiamo essere capaci di costruirci sopra il futuro.</strong></p>
<p><em>(Estratto dell’intervento di Stefano Micelli, Docente Università Ca’ Foscari Venezia, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La scommessa italiana: ritrovare la via della crescita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Buttiglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da venticinque anni l’Italia cresce meno dei suoi principali partner. In questo estratto del suo intervento a Match Point Confartigianato 2026, Luigi Buttiglione indica i nodi da sciogliere per invertire la rotta: produttività, demografia, energia, credito e capacità delle piccole imprese di usare davvero le nuove tecnologie.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 84%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110784" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione.jpg" width="1440" height="959" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione.jpg 1440w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione-768x511.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/Buttiglione-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1440px) 100vw, 1440px" /></div>
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<p>Dietro questi numeri c’è una domanda che non possiamo più rinviare: perché l’Italia fa così fatica a crescere?</p>
<p>La risposta non sta in un unico fattore. Ci sono problemi strutturali che si sono accumulati nel tempo e che oggi si rafforzano a vicenda. Produttività, demografia, energia, capitale e accesso al credito sono pezzi dello stesso problema.</p>
<p>E, dentro questo quadro, c’è un protagonista che non possiamo permetterci di trascurare: il sistema delle piccole e medie imprese.</p>
<h2><span class="font-435549">Il problema non è soltanto creare lavoro.</span></h2>
<p>Per molto tempo abbiamo guardato soprattutto alla capacità dell’economia italiana di creare occupazione. È certamente un dato importante, ma non è qui che si trova il principale ostacolo alla crescita.</p>
<p>Il problema è soprattutto la produttività del lavoro, che in Italia è rimasta sostanzialmente ferma e in alcuni periodi è addirittura diminuita.</p>
<p>Questo riguarda tanto il settore pubblico quanto quello privato.</p>
<p>Nella pubblica amministrazione pesano la burocrazia, la lentezza dei procedimenti, la corruzione e una certezza del diritto ancora insufficiente rispetto ai principali partner europei. Ma anche il settore privato ha le sue debolezze: investiamo troppo poco in ricerca e sviluppo e abbiamo un numero insufficiente di laureati e di competenze avanzate. A questo si aggiunge la continua perdita di giovani qualificati che scelgono di lavorare all’estero.</p>
<p>Il risultato è che l’Italia ha faticato a sfruttare pienamente le grandi trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni, da Internet fino all’intelligenza artificiale.</p>
<p>Ed è proprio l’IA a rappresentare oggi una delle grandi scommesse.</p>
<p>Non basta investire in tecnologia. Il vero punto è riuscire a utilizzarla.</p>
<p>La quota di lavoratori italiani che utilizza strumenti di intelligenza artificiale rimane tra le più basse in Europa e, in molti casi, manca ancora una spinta adeguata da parte delle imprese.</p>
<p>È un paradosso: proprio mentre l’IA può diventare uno dei principali strumenti per aumentare la produttività, siamo ancora in ritardo nella sua diffusione.</p>
<p>Per il sistema produttivo italiano questo è particolarmente importante. Non tutte le imprese devono diventare aziende tecnologiche. Devono però riuscire a utilizzare le tecnologie disponibili per lavorare meglio, produrre meglio, ridurre i costi, organizzarsi meglio e raggiungere nuovi mercati.</p>
<p>Qui entra in gioco quella che potremmo chiamare <strong>Intelligenza Umana</strong>.</p>
<p>L’intelligenza artificiale può moltiplicare le capacità delle persone, ma non può sostituire ciò che rende un’impresa capace di adattarsi, innovare e assumersi responsabilità. Servono competenze, formazione, cultura del merito e capacità di apprendere.</p>
<p>La tecnologia senza persone preparate rischia di rimanere soltanto un investimento.</p>
<h2><span class="font-435549">Una popolazione che invecchia.</span></h2>
<p>Il secondo grande vincolo è demografico.</p>
<p>L’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi tra le economie avanzate. Da decenni la fertilità è molto al di sotto del livello necessario a garantire la sostituzione della popolazione e i flussi migratori non sono stati sufficienti a compensare questa dinamica.</p>
<p>Il risultato è un Paese che invecchia rapidamente.</p>
<p>Questo non è soltanto un problema sociale. È un problema economico.</p>
<p>Meno persone in età lavorativa significa meno lavoratori disponibili, maggiore pressione sulla spesa sociale e minori possibilità di crescita.</p>
<p>Il tema riguarda in modo particolare la partecipazione femminile al lavoro, che è ancora troppo bassa nonostante i progressi degli ultimi anni. Sostenere la maternità e, nello stesso tempo, favorire la permanenza e l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non sono obiettivi contraddittori. Sono due facce della stessa politica di crescita.</p>
<p>Ma anche l’immigrazione deve essere affrontata con maggiore pragmatismo.</p>
<p>Un sistema produttivo che ha bisogno di lavoratori e un Paese che continua a invecchiare non possono permettersi di considerare i flussi migratori soltanto come un problema da contenere. Devono essere gestiti, programmati e collegati alle esigenze reali dell’economia.</p>
<h2><span class="font-435549">L’energia pesa sulla competitività.</span></h2>
<p>C’è poi il tema dell’energia.</p>
<p>L’Italia continua a pagare un prezzo elevato per la propria dipendenza energetica. La struttura della produzione e la forte dipendenza dal gas naturale rendono il costo dell’energia elettrica un fattore di svantaggio competitivo rispetto a molti concorrenti.</p>
<p>Per le imprese energivore il problema è evidente, ma non riguarda soltanto loro. Anche una piccola impresa, un laboratorio artigiano, un esercizio commerciale subiscono direttamente il costo dell’energia.</p>
<p>Per questo non basta intervenire ogni volta che arriva una crisi con misure temporanee di sostegno.</p>
<p>Serve una strategia.</p>
<p>Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili, migliorare le infrastrutture e affrontare senza pregiudizi anche il tema del nucleare. Ma serve soprattutto una politica energetica che tenga conto delle caratteristiche del nostro sistema produttivo.</p>
<p>Le piccole imprese non possono essere considerate semplicemente utenti finali di una politica energetica pensata altrove. Devono essere parte della strategia.</p>
<h2><span class="font-435549">Il credito non è uguale per tutti.</span></h2>
<p>Un altro elemento riguarda il rapporto tra imprese e sistema finanziario.</p>
<p>Nel complesso, l’accesso al credito bancario dell’economia italiana si è avvicinato ai livelli dell’Area Euro. Ma questo dato medio rischia di nascondere una realtà molto diversa per le imprese più piccole.</p>
<p>La contrazione dei prestiti ha colpito in misura maggiore le aziende con meno di venti addetti e i tassi applicati ai nuovi finanziamenti rimangono significativamente più elevati rispetto a quelli riservati alle imprese di maggiori dimensioni.</p>
<p>È un problema strutturale.</p>
<p>La piccola impresa ha bisogno di una banca che sappia valutarne non soltanto i bilanci, ma anche il progetto, il territorio, le competenze e la capacità dell’imprenditore.</p>
<p>La dimensione delle banche è importante per la loro efficienza e solidità, ma non dovrebbe cancellare la prossimità.</p>
<p>Allo stesso tempo, bisogna sviluppare canali finanziari alternativi al credito bancario. Private equity e venture capital possono contribuire al rafforzamento patrimoniale delle imprese e alla loro crescita.</p>
<p>Naturalmente non sono strumenti che possono sostituire la banca per ogni piccola impresa. Ma un&#8217;economia moderna non può dipendere da un solo canale di finanziamento.</p>
<h2><span class="font-435549">Si può fare.</span></h2>
<p>Di fronte a questo quadro è facile concludere che i problemi siano troppi e troppo grandi.</p>
<p>Non credo sia così.</p>
<p>Ma bisogna smettere di cercare una soluzione unica.</p>
<p>La prima priorità è aumentare la produttività. E questo significa agire contemporaneamente sulla qualità della pubblica amministrazione, sulla certezza del diritto, sulla formazione, sulla ricerca e sulla capacità delle imprese di adottare le nuove tecnologie.</p>
<p>L’intelligenza artificiale può rappresentare un’occasione straordinaria, soprattutto se riusciremo a portarla dentro i processi quotidiani delle imprese. Per una piccola azienda può voler dire automatizzare una parte del lavoro amministrativo, migliorare la gestione, analizzare i dati, assistere il cliente, progettare più rapidamente.</p>
<p>Non è necessario essere sulla frontiera della tecnologia per beneficiarne.</p>
<p>A volte è sufficiente riuscire a usarla bene.</p>
<p>La seconda priorità è affrontare il problema demografico, aumentando la partecipazione al lavoro, sostenendo le famiglie e gestendo in maniera più razionale i flussi migratori.</p>
<p>La terza riguarda l’energia: più indipendenza, più investimenti, più diversificazione delle fonti e una strategia di lungo periodo.</p>
<p>La quarta è il finanziamento della crescita: banche solide, ma anche strumenti finanziari capaci di accompagnare le imprese nel rafforzamento patrimoniale e nei processi di crescita.</p>
<p>Sono interventi diversi, ma hanno un punto in comune.</p>
<h2><span class="font-435549">L’Italia deve tornare a investire sulla propria capacità di produrre.</span></h2>
<p>E questo significa guardare anche alle migliaia di imprese piccole e piccolissime che costituiscono la parte più diffusa del nostro sistema produttivo.</p>
<p>Non possiamo chiedere loro semplicemente di adattarsi a un mondo che cambia.</p>
<p>Dobbiamo metterle nelle condizioni di cambiare a loro volta.</p>
<p>Perché la grande sfida della produttività italiana non si giocherà soltanto nei grandi gruppi, nei laboratori di ricerca o nelle imprese tecnologiche.</p>
<p>Si giocherà anche nei laboratori artigiani, nelle officine, negli studi professionali, nei negozi, nelle piccole aziende manifatturiere.</p>
<p>È lì che la tecnologia dovrà incontrare il lavoro.</p>
<p>È lì che l’intelligenza artificiale dovrà incontrare l’intelligenza umana.</p>
<p>Ed è lì, in ultima analisi, che si misurerà la capacità dell’Italia di tornare a crescere.</p>
<p><em>(Estratto dall’intervento di Luigi Buttiglione, Economista, fondatore e AD di LB MACRO, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La competitività si costruisce dal basso: più produttività, meno ostacoli per le piccole imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valeria De Bonis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conti pubblici solidi e crescita non sono obiettivi alternativi. In questo estratto del suo intervento a Match Point Confartigianato 2026, Valeria De Bonis indica nelle micro e piccole imprese il banco di prova delle politiche per la produttività: meno complessità, più diffusione dell’innovazione, investimenti selettivi e un mercato europeo davvero accessibile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 84%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110806" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese.jpg" width="1440" height="959" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese.jpg 1440w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese-768x511.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/10.-De-Bonis-La-competitivita-si-costruisce-dal-basso-piu-produttivita-meno-ostacoli-per-le-piccole-imprese-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1440px) 100vw, 1440px" /></div>
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<p>Il tema della competitività è tornato al centro del dibattito europeo dopo anni nei quali l’attenzione era stata concentrata soprattutto sulla stabilità macroeconomica e sulla disciplina fiscale. I rapporti Draghi e Letta e, più recentemente, la Bussola per la competitività europea sono il segnale di questo cambiamento di prospettiva. Non è difficile capire perché. Lo shock energetico, l’aumento dei costi dell’energia, la trasformazione tecnologica e il nuovo scenario geopolitico hanno modificato profondamente il quadro nel quale si muovono le imprese. In Europa l’energia continua a costare molto più che negli Stati Uniti e in Cina. E sul terreno dell’innovazione il problema europeo non riguarda soltanto la capacità di produrre nuove tecnologie, ma anche quella di diffonderle e utilizzarle nel tessuto produttivo.</p>
<p>In Italia questo secondo aspetto è particolarmente importante.</p>
<p>Il nostro problema non è necessariamente quello di essere sempre sulla frontiera tecnologica. È riuscire a fare arrivare l’innovazione dentro le imprese, comprese quelle più piccole. Perché una tecnologia produce crescita solo quando viene effettivamente adottata, utilizzata e integrata nei processi produttivi.</p>
<h2><span class="font-435549">Stabilità e crescita non sono nemiche</span></h2>
<p>Negli ultimi vent’anni il divario nel livello del PIL tra Europa e Stati Uniti è più che raddoppiato. Una parte rilevante di questo divario è spiegata dalla produttività. Recuperare terreno richiede investimenti: infrastrutture, energia, reti digitali, innovazione, capitale umano, sicurezza. E molti di questi investimenti hanno necessariamente una componente pubblica. È qui che entra in gioco il tema delle regole di bilancio.</p>
<p>Per troppo tempo stabilità delle finanze pubbliche e crescita sono state raccontate quasi come obiettivi alternativi. In realtà non lo sono.</p>
<p>La stabilità fiscale è una condizione della competitività. Un sistema con finanze pubbliche solide è più credibile, riduce il costo del credito e ha maggiore capacità di reagire quando arriva una crisi. Ma la stabilità non può essere interpretata come semplice riduzione del deficit. Possiamo anche avere conti pubblici formalmente in ordine, ma se l’economia non cresce quella stabilità rischia di essere fragile. Del resto, uno degli indicatori fondamentali della sostenibilità della finanza pubblica è il rapporto tra debito e PIL. Se il denominatore non cresce, il problema rimane.</p>
<p>Le nuove regole europee rappresentano, da questo punto di vista, un primo cambiamento significativo. Il passaggio da una logica prevalentemente annuale a una prospettiva di medio periodo introduce un&#8217;idea importante: il risanamento dei conti deve essere accompagnato da riforme e investimenti capaci di sostenere la crescita. È una consapevolezza ancora parziale, ma importante: anche la crescita del PIL contribuisce alla sostenibilità delle finanze pubbliche.</p>
<h2><span class="font-435549">Quando le risorse sono poche, bisogna scegliere</span></h2>
<p>Per un Paese come l’Italia, che ha un debito elevato, il percorso di aggiustamento dei conti rimane necessario. Ma proprio perché i margini di bilancio sono limitati, diventa ancora più importante scegliere dove indirizzare le risorse. La prima domanda dovrebbe essere quindi: quali investimenti pubblici possono aumentare davvero la capacità di crescita dell’economia? Servono valutazioni prima di spendere, per capire quali interventi hanno maggiori possibilità di produrre effetti positivi, ma anche dopo, per verificare ciò che è stato effettivamente realizzato. Non basta spendere. Bisogna capire se quella spesa ha prodotto il risultato atteso.</p>
<p>E bisogna farlo partendo dai bisogni reali delle imprese.</p>
<p>Per il sistema produttivo italiano, ad esempio, la produttività non passa necessariamente da grandi investimenti per collocarsi sulla frontiera tecnologica mondiale. Passa spesso dalla capacità di diffondere tecnologie già disponibili. È un passaggio decisivo, soprattutto per le micro e piccole imprese. Ma la tecnologia, da sola, non basta. Servono persone capaci di utilizzarla. La difficoltà di reperire lavoratori con competenze adeguate è già oggi uno dei fattori che possono frenare la crescita. E nel caso dell’artigianato c’è un ulteriore elemento da non perdere di vista: l’innovazione deve accompagnarsi alla trasmissione dei saperi.</p>
<p>Molte filiere italiane hanno costruito la propria forza proprio sulla diffusione di competenze tecniche elevate, spesso sedimentate attraverso generazioni. Innovare non significa quindi cancellare ciò che esiste, ma mettere in relazione nuove competenze e conoscenze produttive che rappresentano una parte importante del nostro patrimonio economico.</p>
<h2><span class="font-435549">Non servono sempre nuovi incentivi</span></h2>
<p>C’è poi un altro tema che riguarda direttamente le politiche pubbliche: il contesto nel quale le imprese operano. Quando i costi di sistema sono più elevati rispetto a quelli dei concorrenti, la competitività ne risente. E qui non è detto che la risposta debba essere sempre un nuovo incentivo. Anzi, in molti casi il problema è rendere realmente accessibili quelli che già esistono.</p>
<p>Negli ultimi anni il sistema degli incentivi alle imprese si è stratificato fino a diventare molto complesso. Troppe misure, regole che cambiano, procedure difficili e tempi incerti finiscono per favorire le imprese più strutturate, cioè proprio quelle che hanno meno bisogno di essere accompagnate. Per una piccola impresa la qualità di una politica pubblica si misura anche dalla sua semplicità. Regole stabili, procedure comprensibili e tempi certi possono valere quanto, e talvolta più, di un nuovo incentivo.</p>
<h2><span class="font-435549">La lezione del PNRR</span></h2>
<p>Il PNRR rappresenta, sotto questo profilo, un interessante banco di prova.</p>
<p>Gli investimenti hanno prodotto un impulso significativo alla domanda, ma la loro importanza non si misura soltanto nella quantità di risorse mobilitate. Conta anche la capacità di migliorare il contesto nel quale le imprese operano e di rafforzare la capacità progettuale, attuativa e di monitoraggio della pubblica amministrazione. Da questo punto di vista, alcuni risultati sono incoraggianti.</p>
<p>L’analisi degli appalti ha mostrato che le procedure PNRR, anche grazie a una maggiore standardizzazione e semplificazione, hanno ridotto i tempi degli affidamenti rispetto alle procedure ordinarie. La durata si è ridotta di circa un quinto, pari a 32 giorni, rispetto a procedure che in Italia superano mediamente i 150 giorni. Anche la partecipazione delle microimprese è risultata superiore: nelle gare PNRR è stata del 13% più alta rispetto alle procedure ordinarie. Sono risultati importanti, soprattutto se riusciremo a farli diventare una caratteristica stabile del sistema e non soltanto un effetto temporaneo legato all&#8217;urgenza del PNRR. Perché il vero problema comincia quando quella spinta straordinaria verrà meno.</p>
<p>Se non ci sarà più lo stesso impulso alla domanda, bisognerà lavorare ancora di più sulla capacità produttiva del Paese.</p>
<h2><span class="font-435549">L’energia non può essere soltanto un’emergenza</span></h2>
<p>Lo stesso ragionamento vale per l’energia. Di fronte a uno shock, è necessario sostenere le imprese. Ma il sostegno durante la crisi non può sostituire una politica strutturale. L’obiettivo deve essere ridurre la dipendenza dalle fonti fossili importate, migliorare gli approvvigionamenti e la capacità di stoccaggio e accelerare la transizione verso tecnologie più pulite. È una questione che riguarda direttamente la competitività delle imprese. E, ancora una volta, non può essere affrontata soltanto a livello nazionale. Difesa, sicurezza economica, grandi infrastrutture, reti energetiche e digitali sono ormai beni pubblici europei. Producono effetti che superano i confini dei singoli Stati e richiedono quindi una capacità di investimento che spesso va oltre le possibilità di un singolo bilancio nazionale.</p>
<p>C’è poi un’altra grande opportunità che non richiede necessariamente nuove risorse pubbliche: completare davvero il mercato unico. Formalmente esiste, ma rimangono molte barriere regolatorie, amministrative e fiscali. Per le micro e piccole imprese europee, un mercato realmente integrato rappresenterebbe un&#8217;enorme possibilità di crescita. Anche per questo la rimozione delle barriere può essere, in alcuni casi, più efficace di un nuovo incentivo.</p>
<h2><span class="font-435549">Tornare alle esigenze delle imprese</span></h2>
<p>Alla fine, il punto è forse più semplice di quanto sembri. Non dobbiamo scegliere tra sostenibilità delle finanze pubbliche e competitività. Dobbiamo costruire politiche capaci di tenere insieme le due cose. Per farlo servono conti pubblici sostenibili, ma anche crescita. Servono investimenti, ma soprattutto investimenti valutati e scelti con attenzione. Servono innovazione e nuove competenze, senza perdere i saperi che hanno costruito le nostre filiere produttive. E serve una pubblica amministrazione capace di accompagnare, anziché aggiungere complessità.</p>
<p>Per le piccole imprese la competitività non è un concetto astratto. È la possibilità di produrre a costi sostenibili, trovare persone con le competenze necessarie, accedere alle tecnologie, partecipare al mercato e programmare il futuro senza dover continuamente rincorrere regole che cambiano. È da queste condizioni concrete che dovrebbe partire una politica della produttività. Perché la competitività di un Paese non si costruisce soltanto sulla frontiera della tecnologia o nei grandi gruppi industriali. Si costruisce anche, e in larga misura, nelle migliaia di piccole imprese che ogni giorno tengono in piedi il tessuto produttivo.</p>
<p>Ed è lì che le regole di bilancio, gli investimenti pubblici e le politiche europee devono riuscire a produrre un risultato concreto: creare le condizioni perché quelle imprese possano crescere, innovare e continuare a essere parte della forza economica del Paese.</p>
<p><em>(Estratto dall’intervento di Valeria De Bonis, membro dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Professoressa ordinaria di Scienza delle Finanze nell’Università di Roma Sapienza, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese).</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Verso l’anno elettorale: il dibattito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:05:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul palco del Match Point Confartigianato 2026, Alessandra Ghisleri, Alessandro De Angelis, Claudio Cerasa e Nazario Pagano, moderati da Michele Renzulli, si confrontano su un Paese diviso quasi a metà, sulla governabilità e sul futuro dell’Europa. Sullo sfondo, una domanda che pesa più dei sondaggi: come restituire a cittadini e imprese la possibilità di programmare il futuro?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 84%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110816" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito.jpg" width="1520" height="1013" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito.jpg 1520w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/11.-La-redazione-Verso-lanno-elettorale-il-dibattito-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1520px) 100vw, 1520px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">L’anno che porta alle elezioni si annuncia come un passaggio politico destinato a dire molto dell’Italia, ma anche dell’Europa e del rapporto, sempre più fragile, tra cittadini e politica. Vogliamo riportare sulle pagine di <em>Spirito Artigiano</em> il senso della discussione che ha chiuso il Match Point Confartigianato 2026. Un confronto che, partendo dalla fotografia del Paese restituita dal sondaggio di Alessandra Ghisleri, ha finito per allargare lo sguardo: dalla legge elettorale agli equilibri tra le coalizioni, dalla stabilità dei governi alla crisi dell’Europa, fino alla domanda fondamentale che attraversa il Paese reale: come tornare a progettare il futuro?</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul palco, insieme alla presidente di Euromedia Research <strong>Alessandra Ghisleri</strong>, il vicedirettore de <em>La Stampa</em> <strong>Alessandro De Angelis</strong>, il direttore de <em>Il Foglio</em> <strong>Claudio Cerasa</strong> e il presidente della I Commissione Affari Costituzionali della Camera <strong>Nazario Pagano</strong>. A moderare il confronto <strong>Michele Renzulli</strong>, caporedattore della redazione economia del Tg1 Rai.</p>
<p>Il punto di partenza è una fotografia elettorale tutt’altro che definitiva. Il sondaggio presentato da Ghisleri racconta un Paese sostanzialmente diviso a metà: 43% al Campo Largo e 42,3% al Centrodestra. Una differenza minima, appena sette decimi, che però può diventare enorme quando entra in gioco il nuovo meccanismo elettorale. È proprio qui che la discussione si accende.</p>
<p>Pagano difende la scelta di un sistema maggioritario, spiegandola innanzitutto con una parola: <strong>governabilità</strong>. La stabilità, nella sua lettura, non è soltanto una questione istituzionale. È una condizione necessaria per dare credibilità al Paese, dentro e fuori dai suoi confini, e soprattutto per consentire a cittadini e imprese di sapere chi governa e con quale mandato.</p>
<p>La nuova legge, spiega, nasce anche dalla volontà di evitare il ritorno a una stagione di governi fragili e maggioranze costruite giorno per giorno. L&#8217;obiettivo dichiarato è semplificare il quadro politico, ridurre la frammentazione e impedire che partiti piccoli, decisivi in una situazione di sostanziale pareggio, possano trasformare pochi punti percentuali in un potere di condizionamento sproporzionato.</p>
<p>Ma proprio sulla legge elettorale arriva la prima vera stoccata del confronto.</p>
<p>De Angelis non mette in discussione che le regole siano importanti. Mette in discussione il momento nel quale vengono cambiate. La sua tesi è netta: quando una legge elettorale viene modificata alla vigilia del voto, è difficile non leggere nella scelta anche una logica di convenienza politica. E la storia italiana, ricorda con una certa ironia, non sembra premiare particolarmente chi prova a cambiare le regole pensando di aver trovato il modo per vincere.</p>
<p>Cerasa raccoglie la provocazione e la porta su un terreno più generale. Il problema, sostiene, non è cambiare una legge elettorale. Il problema è farlo ogni volta a ridosso delle elezioni. Le regole, secondo il direttore de <em>Il Foglio</em>, dovrebbero essere definite all&#8217;inizio di una legislatura, non quando la legislatura sta arrivando al traguardo.</p>
<p>Ma la questione più interessante, per Cerasa, è un&#8217;altra. Una legge che impone alle forze politiche di dichiarare con chi intendono governare rende molto più difficile quella che definisce, con una certa ironia, la strategia del “stare insieme senza dirlo troppo”. E così il problema del candidato premier diventa improvvisamente un problema politico.</p>
<p>Da una parte il Centrodestra ha una leadership evidente. Dall&#8217;altra il Campo Largo si trova alle prese con una domanda apparentemente semplice: chi guiderà la coalizione? Primarie sì o no? Schlein? Conte? Un nome terzo? Un candidato di mediazione? La discussione, osserva De Angelis, rischia di diventare quasi surreale mentre fuori dalla politica italiana cambiano gli equilibri del mondo.</p>
<p>È uno dei momenti nei quali il dibattito smette di essere soltanto italiano.</p>
<p>Perché dietro la competizione elettorale c&#8217;è un&#8217;Europa che sta attraversando una fase di profonda trasformazione. De Angelis interpreta il voto tedesco e la crescita delle forze populiste come uno degli effetti della fine di un ciclo storico. L&#8217;Europa di Maastricht, quella costruita negli anni Novanta attorno ai parametri economici e dentro l&#8217;ottimismo della globalizzazione, non è più sufficiente a spiegare il mondo nel quale viviamo.</p>
<p>La globalizzazione, osserva, non è più quella stagione nella quale sembrava possibile acquistare ciò che serviva dove costava meno, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze geopolitiche. Oggi il prezzo dell&#8217;energia, le catene del valore, le materie prime, le guerre e le dipendenze strategiche sono diventati parte integrante della vita economica.</p>
<p>È qui che emerge una delle parole chiave del confronto: <strong>protezione</strong>.</p>
<p>Le persone chiedono sicurezza non soltanto di fronte alla criminalità o alle guerre, ma anche davanti alla precarietà economica, alla trasformazione del lavoro, alla perdita di competitività delle imprese, alla paura di non riuscire più a controllare il proprio futuro.</p>
<p>Per <strong>De Angelis</strong>, l&#8217;errore delle forze europeiste sarebbe quello di difendere semplicemente l&#8217;Europa così com&#8217;è. L&#8217;Europa, sostiene, deve cambiare per tornare a rispondere a questo bisogno di protezione. Non basta evocare i valori europei se, contemporaneamente, una parte del mondo produttivo sente di essere stata lasciata sola di fronte alla trasformazione industriale e tecnologica.</p>
<p>Cerasa, da una prospettiva diversa, arriva a una conclusione che in parte converge: l&#8217;Italia non può più limitarsi a stare dentro il treno europeo. Deve provare a diventare uno dei soggetti che ne determinano la direzione.</p>
<p>La metafora è efficace. L&#8217;Italia, negli ultimi anni, è stata un vagone che viaggiava nella direzione giusta. Ma il nuovo scenario europeo, segnato dalla crisi delle leadership tradizionali e dalla crescita delle forze anti-europeiste, richiede qualcosa di più. Richiede un Paese capace di assumere un ruolo da protagonista.</p>
<p>Per farlo, secondo <strong>Cerasa</strong>, occorre affrontare le vulnerabilità dell&#8217;Europa: le dipendenze energetiche, quelle dalle materie prime, la fragilità delle catene produttive. E soprattutto occorre superare una concezione dell&#8217;ambientalismo che, quando diventa ideologica e scollegata dalla realtà industriale, rischia di mettere le imprese europee in una posizione di svantaggio.</p>
<p>Il confronto torna così, quasi naturalmente, al tema da cui era partito: l&#8217;economia.</p>
<p><strong>Ghisleri</strong> invita a non confondere stabilità e immobilismo. La stabilità è importante perché permette di programmare. Ma se non produce cambiamento, rischia di diventare immobilismo e quindi di aggravare proprio i problemi che dovrebbe risolvere.</p>
<p>È un passaggio particolarmente significativo per il mondo delle imprese. Perché programmare significa decidere se investire, assumere, innovare, cambiare un macchinario, aprire un&#8217;attività, affrontare una nuova sfida tecnologica. Significa avere una ragionevole certezza su quello che potrà accadere domani.</p>
<p>Ed è proprio qui che il sondaggio restituisce un dato difficilmente eludibile: <strong>l&#8217;economia è la prima preoccupazione degli italiani</strong>, indicata dal 40,5% degli intervistati. Tra i lavoratori autonomi la percentuale sale al 50,8%.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Prima ancora delle grandi categorie politiche vengono i problemi della vita quotidiana. Il 49,4% indica l&#8217;inflazione e l&#8217;aumento dei prezzi come il principale problema del Paese. Seguono le liste d&#8217;attesa nella sanità e la pressione fiscale. La sicurezza arriva dopo, ma resta una preoccupazione forte.</p>
<p>È una fotografia che dice qualcosa di importante alla politica: gli elettori non sembrano aspettare soltanto una nuova promessa. Chiedono soprattutto la possibilità di tornare a costruire.</p>
<p>Ghisleri insiste su questo punto attraverso un&#8217;immagine concreta. L&#8217;Italia viene spesso descritta come un Paese ricco perché sui conti correnti degli italiani ci sono oltre 1.400 miliardi di euro. Ma dietro quel numero aggregato c&#8217;è una realtà molto diversa: la grande maggioranza dei conti dispone di somme relativamente contenute. La ricchezza complessiva, insomma, non coincide necessariamente con la sicurezza delle persone.</p>
<p>Ed è forse questa la chiave per leggere anche il voto che verrà.</p>
<p>L&#8217;elettore, osserva Ghisleri, è sempre meno legato ai partiti tradizionali e sempre più orientato verso i leader. Quando la fiducia nelle organizzazioni politiche si riduce, la scelta si personalizza. E diventa rapidamente reversibile. Il consenso può crescere e crollare con una velocità impressionante.</p>
<p>Anche per questo, secondo la sondaggista, un nuovo grande partito di centro non avrebbe davanti a sé uno spazio elettorale vuoto da conquistare. Quello spazio esiste, ma è già abitato da sensibilità diverse: una parte di Forza Italia, una parte della Lega, settori del PD e del Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Azione e altre forze. Per costruire una proposta realmente competitiva servirebbero non soltanto un leader, ma soprattutto una missione politica riconoscibile.</p>
<p>E nel frattempo incombe la questione delle promesse elettorali.</p>
<p>Il rischio, avverte Ghisleri, è quello di una nuova stagione di promesse iperboliche. Ma l&#8217;elettore italiano, dopo anni di annunci e risultati spesso inferiori alle aspettative, potrebbe essere meno disposto a crederci.</p>
<p>È una considerazione che assume un peso particolare quando si parla di artigiani, autonomi e piccoli imprenditori. Chi vive di lavoro indipendente, ricorda Pagano, conosce una forma molto concreta della responsabilità economica: se non lavora, non guadagna. Non esiste uno stipendio che arrivi comunque alla fine del mese.</p>
<p>È probabilmente per questo che, nel confronto, economia e lavoro finiscono per essere inseparabili dalla questione della sicurezza. La sicurezza non è soltanto quella delle strade. È anche la sicurezza di poter continuare a lavorare, investire, mantenere un&#8217;impresa, immaginare un futuro per i propri figli.</p>
<p>Ed è qui che arriva uno dei passaggi più forti dell&#8217;intero dibattito.</p>
<p>Ghisleri racconta la vicenda dell&#8217;industria automobilistica tedesca e delle analisi sull&#8217;impatto della transizione verso l&#8217;elettrico che, a suo dire, non furono sufficientemente ascoltate. De Angelis porta il discorso ancora più lontano, fino alla desertificazione industriale della Germania dell&#8217;Est.</p>
<p>Il punto non è soltanto capire perché alcune aree abbiano perso industrie e posti di lavoro. È capire cosa accade alle persone quando perdono il lavoro.</p>
<p>La perdita di un&#8217;occupazione, osserva De Angelis, non significa perdere soltanto un reddito. Significa perdere una parte della propria capacità di decidere sul futuro. È in questa frattura, più che nelle categorie astratte della politica, che può nascere la rabbia sociale.</p>
<p>E quindi anche il sovranismo, in questa lettura, non nasce soltanto da un&#8217;ideologia. Può nascere dalla sensazione di aver perso il controllo sulla propria vita.</p>
<p>È un tema che riguarda direttamente l&#8217;Italia e il suo sistema produttivo. Perché il futuro dell&#8217;impresa, soprattutto di quella piccola, non si gioca soltanto sulle tasse o sul costo del lavoro. Si gioca sulla possibilità di affrontare contemporaneamente trasformazione tecnologica, energia, mercati, competenze e competizione internazionale.</p>
<p>In questo scenario, la presenza dei corpi intermedi assume un significato particolare.</p>
<p>Il sondaggio di Ghisleri racconta che il 58% degli italiani considera essenziale o fondamentale la presenza di un&#8217;organizzazione come Confartigianato. Il dato sale al 59% tra i lavoratori autonomi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110811 size-large aligncenter" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14-1024x813.jpg" alt="" width="840" height="667" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14-1024x813.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14-300x238.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14-768x610.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14-350x278.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/09/GHISLERI-Slide-speech-Confartigianato-002_Pagina_14.jpg 1360w" sizes="auto, (max-width: 840px) 100vw, 840px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è soltanto un dato di consenso. È, soprattutto, un&#8217;indicazione sul bisogno di rappresentanza che emerge da una società nella quale il rapporto diretto tra cittadino e politica è diventato più fragile.</p>
<p>Il dibattito finale del Match Point si chiude dunque senza una previsione certa sul vincitore delle prossime elezioni. E forse è proprio questo il punto.</p>
<p>A un anno dal voto, il quadro politico può ancora cambiare molte volte. Possono cambiare le coalizioni, i leader, le percentuali e perfino le regole del gioco. Ma alcune domande sono già sul tavolo e non potranno essere aggirate con la sola comunicazione elettorale.</p>
<p>Come tornare a crescere? Come aumentare la produttività? Come proteggere il lavoro senza chiudersi al cambiamento? Come rendere l&#8217;energia più competitiva? Come affrontare la trasformazione tecnologica e l&#8217;intelligenza artificiale? Come governare i flussi migratori? E soprattutto come restituire a cittadini e imprese quella possibilità di programmare il futuro che oggi sembra essere una delle risorse più scarse?</p>
<p>Il vero anno elettorale, in fondo, comincia da qui.</p>
<p>Non dalla domanda su chi vincerà, ma da quella, molto più difficile, su <strong>che cosa intenda fare chi vincerà</strong>.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La sanità che verrà: più territorio, più relazione, più infermieri. Spirito artigiano intervista Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle Case di Comunità all’assistenza domiciliare, la sanità di prossimità si gioca nella capacità di costruire reti vere e non nuovi “silos”. Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, racconta il ruolo degli infermieri in un Servizio sanitario chiamato a prendersi cura delle persone nei luoghi della vita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110576" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli.jpg" width="1044" height="1016" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli.jpg 1044w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-300x292.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-1024x997.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-768x747.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-350x341.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1044px) 100vw, 1044px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">C’è una sanità che si misura con i numeri e una che si costruisce, ogni giorno, nelle case, nei quartieri e nelle comunità. È su questo secondo fronte che si gioca la sfida decisiva del Servizio sanitario nazionale: trasformare la prossimità da slogan a realtà, senza perdere di vista il valore della relazione umana. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, traccia la rotta di un sistema chiamato a rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla crescita della cronicità e alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica. Al centro del cambiamento, gli infermieri, sempre più protagonisti di una sanità che punta a prendersi cura delle persone nei luoghi in cui vivono.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente Mangiacavalli, per molti anni la sanità è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso l’ospedale. Oggi, invece, il dibattito si sta spostando sulla prossimità e sulla medicina del territorio. È davvero un cambio di paradigma o rischia di rimanere soltanto uno slogan?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il passaggio alla sanità territoriale rappresenta un cambio di paradigma fondamentale che l’infermieristica italiana persegue da decenni. Per evitare che rimanga uno slogan, non basta costruire strutture. Le Case di Comunità devono diventare hub e garantire percorsi di presa in carico. Non possiamo considerarli “condomini” dove i servizi coabitano senza parlarsi. Il rischio maggiore è passare da un sistema di “silos” ospedalieri a due blocchi separati ospedale e territorio dove il cittadino debba ancora fare da raccordo. La sfida è realizzare una rete funzionalmente integrata, specialmente nelle aree interne che rappresentano oltre metà dei comuni italiani, dove la prossimità si costruisce con servizi mobili e proattivi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e, allo stesso tempo, uno di quelli che deve fare i conti con una crescente fragilità sociale e demografica. In questo scenario, quale ruolo sono chiamati a svolgere gli infermieri nel costruire una sanità che non si limiti a curare la malattia, ma accompagni le persone lungo tutto il percorso di vita?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Gli infermieri sono l’unica figura professionale presente in ogni tappa del percorso di vita: dal momento della nascita fino agli ultimi istanti. Questo significa che possono intercettare bisogni, prevenire complicanze, educare all’autocura, accompagnare le famiglie e garantire continuità assistenziale. In una società che invecchia e in cui aumentano le cronicità, il loro contributo è decisivo per evitare ricoveri impropri e per mantenere le persone il più possibile nel proprio contesto di vita.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La riforma territoriale prevede Case e Ospedali di Comunità, centrali operative, assistenza domiciliare. Qual è il nodo principale perché tutto questo funzioni davvero?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il nodo è l’integrazione. Le strutture da sole non bastano se non sono collegate tra loro e con i medici di medicina generale, i servizi sociali, i distretti e gli ospedali. Serve una regia unica, percorsi chiari, responsabilità definite e professionisti messi nelle condizioni di lavorare in équipe. La presa in carico non può essere episodica: deve essere continua, personalizzata e misurabile.»</p>
<p><strong>Si parla molto di infermiere di famiglia e di comunità. È una figura già pronta a rispondere ai bisogni del territorio o c’è ancora bisogno di investire su formazione e riconoscimento?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«È una figura strategica, ma va resa pienamente operativa. L’infermiere di famiglia e di comunità non è un “ruolo in più”, è il professionista che può leggere i bisogni della popolazione, intercettare precocemente le fragilità, sostenere l’aderenza terapeutica e fare educazione sanitaria. Per questo servono formazione specifica, dotazioni adeguate, autonomia organizzativa e un riconoscimento chiaro all’interno dei team territoriali.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’innovazione tecnologica, dalla telemedicina all’intelligenza artificiale, può aiutare a rendere più vicina la sanità. Ma c’è il rischio che la tecnologia allontani il professionista dal paziente?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La tecnologia è un alleato, non un sostituto della relazione. Se usata bene, può ridurre le distanze, facilitare il monitoraggio dei pazienti cronici, migliorare la tempestività degli interventi e liberare tempo per l’ascolto. Il rischio c’è solo quando la tecnologia viene pensata come fine e non come strumento. La cura resta un atto umano, fatto di competenza, presenza e responsabilità.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Uno dei problemi più sentiti è la carenza di personale infermieristico. Quanto pesa oggi e quali sono le priorità per rendere la professione più attrattiva?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Pesa moltissimo. La carenza di infermieri è un problema strutturale che incide sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta del sistema. Per rendere la professione più attrattiva bisogna agire su più fronti: salari adeguati, condizioni di lavoro sostenibili, possibilità di crescita professionale, valorizzazione delle competenze avanzate e conciliazione tra vita e lavoro. I giovani scelgono professioni che offrano senso, ma anche prospettive concrete.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Molti cittadini chiedono più assistenza a casa, soprattutto per anziani e persone fragili. L’assistenza domiciliare può davvero diventare il perno del nuovo modello di sanità?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, se viene considerata una componente centrale e non residuale. L’assistenza domiciliare permette di portare la cura dove la persona vive, riducendo accessi impropri in ospedale e migliorando la qualità della vita. Ma per funzionare servono organizzazione, continuità, strumenti digitali, collaborazione tra professionisti e un forte raccordo con i servizi sociali. A casa non si porta solo una prestazione: si porta un progetto di cura.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C’è anche il tema delle aree interne e dei piccoli comuni, dove la distanza dai servizi è spesso un ostacolo enorme. Come si garantisce lì il diritto alla salute?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Con modelli flessibili e prossimi. Nelle aree interne non si può pensare di replicare semplicemente il modello urbano. Servono équipe mobili, teleassistenza, punti di riferimento territoriali, integrazione con il volontariato e con le reti locali. La prossimità, in questi contesti, significa capacità di andare incontro alle persone, non aspettare che siano loro a raggiungere il servizio.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come cambia il rapporto tra infermieri, medici e altri professionisti in questo nuovo modello?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il lavoro di squadra diventa essenziale. Nessuno può rispondere da solo alla complessità dei bisogni attuali. Serve una collaborazione reale, basata sul riconoscimento reciproco delle competenze e su obiettivi condivisi. Quando l’équipe funziona, il cittadino percepisce un servizio più semplice, più rapido e più umano.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che messaggio vuole lasciare ai giovani che stanno pensando di intraprendere questa professione?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Che quella infermieristica è una professione di grande valore, che unisce competenza scientifica, responsabilità e vicinanza alle persone. È una scelta impegnativa, ma capace di dare molto in termini di crescita personale e professionale. Oggi più che mai il Paese ha bisogno di infermieri preparati, motivati e protagonisti del cambiamento.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Guardando al futuro, quale deve essere la priorità assoluta per il Servizio sanitario nazionale?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La priorità è costruire un sistema davvero orientato alla persona, capace di prevenire, accompagnare e prendersi cura in modo continuo. Questo significa investire sul territorio, sulle professioni sanitarie, sull’integrazione tra ospedale e comunità e su una governance che sappia leggere i bisogni reali. Se riusciremo a fare questo, la sanità non sarà solo un luogo dove si cura la malattia, ma una rete che sostiene la vita.»</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>La salute passa anche da 406mila PMI della filiera e un milione di occupati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:42:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[data room]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con una popolazione sempre più anziana e una domanda di cure in crescita, la sanità italiana trova nelle piccole imprese della salute una rete capillare di servizi, lavoro qualificato e prossimità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 58%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110530" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721.jpg" width="1203" height="1805" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721.jpg 1203w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-682x1024.jpg 682w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-768x1152.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-1024x1536.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1203px) 100vw, 1203px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">Spesa sanitaria pubblica e privata</span></h3>
<p>Il <a href="https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/dfp_2026/1.DFP_2026_FILE-UNICO.pdf#page=87">Documento di Finanza Pubblica 2026</a> conferma che, nonostante il progressivo invecchiamento della popolazione, la <strong>spesa sanitaria pubblica</strong> che nel 2026 vale 148,5 miliardi di euro, si mantiene stabile al 6,4% del PIL lungo l’orizzonte di previsione. Tale dinamica sottolinea come l’incremento della domanda sanitaria non sia accompagnato da un corrispondente aumento del peso sull’economia della spesa pubblica sanitaria, con un crescente spazio della spesa privata.</p>
<p>Un <a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/03/Focus-3_2026_Sanita.pdf">recente focus dell’Ufficio parlamentare di bilancio</a> evidenzia che nel 2024 la componente pubblica rappresenta il 73,1% della spesa sanitaria complessiva, quasi sette punti percentuali al di sotto della media dell&#8217;Unione europea (80%). Parallelamente cresce il peso della <strong>spesa privata</strong>: la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie (<em>out of the pocket</em>) raggiunge il 23,6% del totale della spesa sanitaria, un livello superiore di quasi nove punti rispetto al 14,9% della media europea. Si tratta di un divario che segnala come una parte crescente dei bisogni sanitari venga soddisfatta attraverso risorse proprie delle famiglie, un fenomeno che rischia di ampliare le differenze nell’accesso alle cure legate al reddito.</p>
<h3><span class="font-435549">Sanità integrativa</span></h3>
<p>Alla crescita della spesa diretta si accompagna la progressiva diffusione della <strong>sanità integrativa</strong>. Tra il 2013 e il 2023 gli iscritti ai fondi sanitari privati sono quasi triplicati, passando da 5,8 a 16,3 milioni. Lo sviluppo di questi strumenti è sostenuto anche dal sistema fiscale: nel 2023 le detrazioni per le spese sanitarie determinano minori entrate per 4,6 miliardi di euro, cui si aggiungono 1,5 miliardi di minori entrate tributarie e contributive riconducibili alle agevolazioni previste per la sanità integrativa. La crescente presenza del secondo pilastro sanitario rappresenta quindi una risposta all’aumento della domanda di prestazioni, ma anche un elemento di trasformazione dell&#8217;intero sistema di finanziamento dell&#8217;assistenza.</p>
<h3><span class="font-435549">Difficoltà di accesso ai servizi sanitari pubblici</span></h3>
<p>La maggiore partecipazione della spesa privata è collegata anche alle <strong>difficoltà di accesso ai servizi sanitari pubblici</strong>. I dati della nuova piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa <a href="https://www.agenas.gov.it/images/Nota_Stampa_PNLA.pdf">pubblicati da Agenas</a>, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, relativi a 65 milioni di prenotazioni evidenziano un miglioramento del rispetto dei tempi massimi di attesa, ma persistono significative criticità territoriali. Per le prime visite la quota di prestazioni erogate nei tempi previsti sale dal 76,1% al 78,7%, mentre per gli esami diagnostici raggiunge l’84,7%. Le persistenti liste di attesa spingono una quota crescente di cittadini verso prestazioni erogate dal settore privato, alimentando la spesa diretta delle famiglie e la domanda di coperture assicurative e integrative.</p>
<p>I tratti evolutivi della domanda di salute e la natura mista del sistema sanitario pubblico, fondato sulla collaborazione tra pubblico e privato attraverso accreditamenti e convenzioni, stanno modificando anche la struttura produttiva della sanità italiana.</p>
<h3><span class="font-435549">La filiera delle imprese della sanità</span></h3>
<p>La <strong>filiera</strong> della sanità, che comprende i servizi di assistenza sociale per anziani e disabili <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> genera complessivamente un valore aggiunto di quasi tre punti e mezzo di PIL, configurandosi come uno dei principali comparti dell&#8217;economia italiana. La forte presenza di micro e piccole imprese rappresenta un elemento distintivo del modello sanitario nazionale: queste imprese assicurano prossimità territoriale, continuità dell&#8217;assistenza, elevata specializzazione professionale e una capillare diffusione dei servizi, contribuendo a integrare l&#8217;offerta pubblica e a rispondere alla domanda di cure di una popolazione sempre più anziana.</p>
<p>Secondo i più recenti dati disponibili, nell’intera filiera sanitaria – che va dalla produzione e commercializzazione di prodotti farmaceutici e dispositivi medici ai servizi di assistenza sanitaria, ospedalieri e degli studi medici e odontoiatrici, comprendendo l’offerta di servizi di assistenza sociale &#8211; operano 407 mila imprese, delle quali 394 mila, pari a circa il 97%, hanno meno di dieci addetti. Nel complesso la filiera genera un fatturato di 196,8 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 73 miliardi di euro (pari al 3,4% del PIL) e un milione e 400 mila occupati. Il sistema delle 406 mila micro, piccole e medie imprese (MPMI) produce oltre la metà del fatturato della filiera (114,1 miliardi di euro pari al 58,0%) e circa i due terzi del valore aggiunto (45,9 miliardi di euro pari al 62,9% della filiera) con l’apporto di 992 mila addetti, pari al 70,9% dell’occupazione dell’intera filiera. Nel dettaglio settoriale del sistema delle MPMI della salute e assistenza, nella produzione farmaci e dispositivi si contano 60 mila addetti (6% dell’occupazione delle MPMI della filiera), nel commercio – farmacie ed esercizi specializzati nella vendita di articoli medicali e ortopedici – 153 mila addetti (15,4%),  nei servizi ospedalieri 32 mila addetti (3,2%), negli studi medici e odontoiatrici 315 mila addetti (31,8%), negli altri servizi sanitari 189 mila addetti (19,1%) mentre nei servizi di assistenza sociale operano i restanti 243 mila addetti (24,5%).</p>
<p>Le trasformazioni in corso delineano un sistema sanitario sempre più fondato sulla complementarità tra pubblico e privato. La sostenibilità del servizio sanitario nazionale richiede il rafforzamento dell’offerta pubblica, il contenimento delle liste di attesa e una elevata qualità dell’offerta in convenzione dei servizi sanitari del sistema privato. In questo quadro diventa strategico valorizzare il contributo delle imprese della salute, caratterizzato da una solida presenza di micro, piccole e medie imprese che garantiscono servizi di prossimità, occupazione qualificata e rappresentano un presidio essenziale di prossimità per famiglie e comunità locali.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<hr />
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Rispetto al perimetro individuato dell’Ufficio parlamentare di bilancio nel focus ‘Pubblico e privato in sanità: il finanziamento, la produzione e le imprese’ di marzo 2026, la filiera esaminata in questo articolo include anche il settore dell’assistenza sociale non residenziale (Ateco 2007 88), in cui il 47,1% dell’occupazione è determinata dai  servizi di assistenza sociale non residenziale per anziani e disabili (88.1), un ulteriore 32,9% nelle altre attività di assistenza sociale non residenziale (88.99) che comprendono, tra l&#8217;altro, i servizi sociali e di aiuto ai profughi ed immigrati, le attività finalizzate all&#8217;adozione e alla prevenzione di maltrattamenti a danno di minori e donne, le attività dei consultori matrimoniali e familiari, assistenza alle vittime di calamità, profughi, immigrati, le strutture di accoglienza diurna per senzatetto ed altri gruppi socialmente svantaggiati e le attività di raccolta di fondi finalizzate ad opere di assistenza sociale, a cui si aggiunge il restante 19,9% dei servizi di asili nido e di assistenza diurna per minori disabili (88.91).</em></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>Artigiane del futuro: come le donne stanno riscrivendo l’impresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Rogato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le imprese guidate da donne non chiedono solo spazio: portano nel mercato una nuova idea di crescita, più sostenibile, collaborativa e radicata nei territori</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110443" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527.jpg" width="1152" height="768" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/ok_HX4A1527-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1152px) 100vw, 1152px" /></div>
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<p>Per molti anni il dibattito sull’imprenditoria femminile si è concentrato soprattutto sugli ostacoli: accesso al credito, conciliazione tra vita professionale e familiare, stereotipi culturali e limitata presenza nei ruoli decisionali. Temi importanti, che meritano attenzione e politiche adeguate.</p>
<p>Eppure oggi emerge una domanda diversa e altrettanto interessante. Quale contributo stanno portando alla trasformazione del modo stesso di fare impresa? La questione non riguarda soltanto la loro presenza nell’economia, ma la capacità di introdurre approcci che stanno diventando sempre più rilevanti per affrontare le sfide del nostro tempo.</p>
<p>Le aziende operano oggi in un contesto caratterizzato da transizioni profonde: digitale, ambientale, demografica e geopolitica. Governare questa complessità richiede competenze che fino a pochi anni fa venivano considerate accessorie e che oggi rappresentano invece un vantaggio competitivo. Capacità di ascolto, costruzione di relazioni, gestione del consenso, lettura dei cambiamenti sociali, attenzione agli impatti delle decisioni e visione di lungo periodo sono diventate competenze strategiche per la resilienza delle organizzazioni. Benché non si tratti di caratteristiche ad appannaggio esclusivo delle donne, molte sono le imprenditrici e artigiane che hanno sviluppato queste competenze attraverso percorsi professionali e personali che hanno richiesto mediazione, adattamento e costruzione di alleanze.</p>
<p>Un segnale arriva anche dalle nuove generazioni. Entro il 2030 Millennial e Generazione Z rappresenteranno circa il 74% della forza lavoro globale. Non cercano soltanto opportunità di carriera, ma organizzazioni capaci di generare impatto positivo, investire nelle persone e operare in modo coerente con determinati valori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> La sostenibilità come cultura d’impresa</span></h2>
<p>In questo scenario, la sostenibilità non può più essere considerata una semplice questione di compliance. Le imprese più solide sono quelle che riescono a integrarla nelle proprie strategie, innovando prodotti e servizi, gestendo i rischi e costruendo relazioni durature con i propri stakeholder.</p>
<p>Molte imprenditrici stanno interpretando questa trasformazione con efficacia, adottando una visione dell’impresa capace di tenere insieme risultati economici, benessere delle persone e impatto sul territorio. La competitività del futuro dipenderà sempre più dalla capacità di creare valore condiviso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> L’artigianato come laboratorio del futuro</span></h2>
<p>Questa evoluzione appare particolarmente evidente nel mondo dell’artigianato e delle piccole imprese.</p>
<p>Molto prima che si iniziasse a parlare di ESG, economia circolare o filiere responsabili, molte realtà artigiane avevano già costruito il proprio modello di sviluppo sulla qualità delle relazioni, sul radicamento territoriale e sulla valorizzazione delle persone.</p>
<p>Le imprenditrici stanno contribuendo a rafforzare questa vocazione. Produzioni attente all’impatto ambientale, recupero dei saperi locali, inclusione lavorativa e innovazione sociale diventano sempre più spesso elementi distintivi del fare impresa.</p>
<p>Nel mondo artigiano la fiducia non è un concetto astratto, ma un vero capitale competitivo. È ciò che consente di costruire relazioni durature con clienti, fornitori e comunità locali.</p>
<p>Non sorprende che quasi l’11% delle imprese femminili italiane sia guidato da under 35, una percentuale superiore a quella registrata nel resto del sistema imprenditoriale. È il segnale di una generazione che vede nell’impresa non soltanto uno strumento economico, ma anche un veicolo di innovazione e trasformazione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Una leadership che genera futuro</span></h2>
<p>Anche il concetto di leadership sta cambiando. Il modello del leader che controlla e decide dall’alto lascia progressivamente spazio a forme più collaborative, capaci di coinvolgere persone, costruire alleanze e orientare il cambiamento.</p>
<p>A livello globale le donne occupano poco più del 35% delle posizioni manageriali. La sfida della rappresentanza resta quindi aperta. Ma la questione non riguarda soltanto il numero di donne ai vertici. Riguarda il valore di approcci che mettono al centro collaborazione, ascolto, responsabilità e capacità di costruire visioni condivise.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Costruire il futuro, non solo occuparlo</span></h2>
<p>La crescita dell’imprenditoria femminile rappresenta certamente una questione di equità e pari opportunità. Il tema, però, non è soltanto chi prende posto ai tavoli decisionali, ma quali idee, competenze e visioni entrano in quei tavoli e quale idea di futuro contribuiscono a costruire.</p>
<p>Le artigiane del futuro stanno già indicando una direzione in cui competitività, sostenibilità e responsabilità non si contrappongono, ma si rafforzano reciprocamente. Una direzione che può aiutare non solo a costruire imprese più inclusive, ma anche organizzazioni più solide, innovative e capaci di generare valore nel lungo periodo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong><br />
<strong>Nella foto, Giorgia Pontetti, ingegnere elettronico e fondatrice di Ferrari Farm, impresa associata a Confartigianato specializzata in colture idroponiche innovative. Foto di Ivan Demenego</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div>
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		<title>Il volto femminile della sostenibilità possibile: Spirito Artigiano intervista Maria Alessandra Gallone, presidente ISPRA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle piccole imprese ai territori, la sfida ambientale si misura nella capacità di trasformare vincoli e cambiamenti in nuove forme di responsabilità. Nell’intervista a Spirito Artigiano, Maria Alessandra Gallone indica la strada di una sostenibilità possibile, fondata su conoscenza, lavoro e capitale umano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110448" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-16" data-row="script-row-unique-16" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-16"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-17"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h3><span class="font-435549">C’è una parola che attraversa il nostro tempo con la forza di una necessità e il peso di una sfida: sostenibilità. Ma dietro le grandi strategie europee, dietro i piani energetici e le transizioni annunciate, esiste un’Italia che ogni giorno prova a tenere insieme ambiente, lavoro e futuro. È l’Italia delle botteghe, delle piccole imprese, dell’artigianato manifatturiero che continua a rappresentare l’ossatura produttiva del Paese. In questo scenario si inserisce la riflessione di Maria Alessandra Gallone*, presidente di ISPRA, che in questa intervista a Spirito Artigiano disegna il profilo di una sostenibilità concreta, lontana dagli slogan e capace di parlare ai territori. Una transizione “possibile”, che non lasci indietro nessuno e che rimetta al centro le persone, il capitale umano, le donne e il valore della cura. Perché — spiega — tutela ambientale e sviluppo economico non sono avversari, ma parti della stessa responsabilità collettiva.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente Gallone, oggi la transizione ecologica rischia spesso di essere raccontata come un percorso pensato per le grandi imprese. Come si evita che le piccole realtà artigiane e manifatturiere vivano invece la sfida ambientale come un peso burocratico o economico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La transizione ecologica funzionerà davvero solo se sarà una transizione abitabile anche per le piccole imprese, per gli artigiani, per chi ogni mattina apre una bottega o una piccola azienda e tiene vivo il tessuto produttivo dei territori. Se viene percepita come un insieme di obblighi e costi rischia di generare paura e resistenza. Se invece diventa un’opportunità concreta di innovazione, risparmio energetico e competitività, allora cambia tutto. Io credo molto in una sostenibilità che non sia ideologica ma possibile. Dobbiamo accompagnare le imprese, non giudicarle. E accompagnarle significa semplificare, creare strumenti chiari, incentivi accessibili e fiducia. L’Italia ha un patrimonio straordinario di manifattura, artigianato e cultura del fare bene. Proprio questo modello produttivo può diventare uno dei più sostenibili al mondo».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lei guida un istituto strategico per il futuro ambientale del Paese. Che ruolo può avere ISPRA nell’accompagnare concretamente le piccole e medie imprese verso modelli più sostenibili?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«ISPRA è una grande infrastruttura tecnico-scientifica al servizio delle decisioni, dei territori e delle imprese. Il nostro compito è produrre dati certificati, indipendenti e trasparenti. Ma oggi c’è anche un’altra missione fondamentale: rendere la conoscenza accessibile. Le piccole e medie imprese spesso non hanno strutture dedicate alla sostenibilità o alla compliance ambientale. Per questo ISPRA può svolgere una funzione importante di accompagnamento e orientamento, aiutando le imprese a comprendere cambiamenti normativi, opportunità tecnologiche e vantaggi competitivi della sostenibilità. Io immagino un’Istituzione sempre più vicina ai territori e capace di dialogare con il mondo produttivo senza perdere il rigore scientifico».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel dibattito pubblico si parla molto di sostenibilità, ma meno di sostenibilità “possibile”. Quanto conta costruire una transizione che tenga insieme tutela ambientale, lavoro e competitività?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Conta moltissimo. È il punto centrale. Una transizione che non tiene insieme ambiente, lavoro e competitività rischia di essere socialmente fragile e quindi anche ambientalmente inefficace. La sostenibilità non può essere un lusso per pochi o una teoria da convegno. Deve entrare nella vita reale delle persone e delle imprese. Per questo parlo spesso di un nuovo umanesimo della sostenibilità: mettere la persona al centro. Le realtà artigiane italiane hanno una forza enorme: sanno innovare mantenendo identità, tradizione e qualità. Possono diventare un modello europeo di economia sostenibile ad alto valore umano».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Questo numero di Spirito Artigiano è dedicato al tema dell’impresa femminile e al contributo delle donne come forza economica e sociale. Ritiene che oggi le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più rispetto agli uomini quando assumono ruoli apicali?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Penso che, purtroppo, in molti contesti le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più. Non sempre in modo esplicito, ma spesso attraverso aspettative implicite molto più severe. Alle donne viene chiesto di essere competenti ma anche rassicuranti, determinate ma non troppo, autorevoli ma sempre misurate. Però credo anche che qualcosa stia cambiando profondamente. Sempre più donne stanno arrivando in ruoli apicali portando una leadership diversa: più inclusiva, più orientata alla costruzione delle relazioni e alla visione di lungo periodo. La vera forza non coincide con la durezza. È riuscire a mantenere competenza, umanità e capacità di ascolto anche nei ruoli di maggiore responsabilità».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che impronta vuole dare alla sua presidenza di ISPRA?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Vorrei lasciare un’ISPRA ancora più autorevole scientificamente, ma anche più aperta, moderna e riconoscibile come presidio di fiducia pubblica. Viviamo un tempo in cui ambiente, energia, innovazione tecnologica e geopolitica sono profondamente interconnessi. In questo scenario gli istituti tecnico-scientifici devono aiutare il Paese a leggere la complessità. Vorrei un’Istituzione capace di parlare ai giovani, alle imprese e ai territori. E c’è un tema a cui tengo moltissimo: il capitale umano. Le persone che lavorano in ISPRA rappresentano una ricchezza straordinaria di competenze e passione. Investire sui giovani ricercatori e sulle nuove professionalità sarà decisivo per il futuro del Paese».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Secondo lei, il protagonismo delle donne può rappresentare anche un cambio di paradigma nel modo di concepire sviluppo, impresa e rapporto con il territorio?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, credo di sì. Non perché le donne siano migliori, ma perché storicamente hanno sviluppato una particolare capacità di tenere insieme dimensioni diverse: cura, visione, pragmatismo, relazione. La sostenibilità, in fondo, è proprio questo: imparare a pensare non solo all’immediato ma anche alle conseguenze, alle generazioni future, agli equilibri tra economia, ambiente e società. Per molti anni il modello di sviluppo dominante è stato fondato soprattutto sulla competizione e sulla velocità. Oggi comprendiamo che servono anche altri valori: responsabilità, ascolto, capacità di costruire comunità. La parola cura non deve più essere considerata una parola debole. La cura è una forma alta di responsabilità. E forse la vera rivoluzione culturale sarà proprio questa: comprendere che sviluppo e sensibilità non sono in contraddizione. Possono, anzi devono, camminare insieme».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>*Maria Alessandra Gallone, laureata in Lingue e esperta di amministrazione locale e istituzioni scolastiche, ha alle spalle una carriera politica nazionale che l&#8217;ha vista Senatrice della Repubblica per due legislature. Durante i suoi mandati parlamentari si è specializzata all&#8217;interno delle commissioni Giustizia, Ambiente, Territorio e Istruzione. Forte di questa esperienza istituzionale, nel febbraio 2026 è stata nominata Presidente dell&#8217;ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-17" data-row="script-row-unique-17" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-17"));</script></div></div></div>
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		<title>Se la bottega non chiude, spesso è grazie a lei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Mellone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai laboratori ai negozi di prossimità, l’impresa femminile diventa uno degli argini più concreti alla crisi della trasmissione generazionale nell’artigianato</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 57%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110390" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna.jpg" width="1383" height="1920" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna.jpg 1383w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-216x300.jpg 216w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-738x1024.jpg 738w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-768x1066.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-1106x1536.jpg 1106w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-350x486.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1383px) 100vw, 1383px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-18" data-row="script-row-unique-18" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-18"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-19"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<p class="isSelectedEnd">Partiamo dai numeri, perché qui i numeri raccontano una storia precisa. L’artigianato italiano vive un paradosso. Il motore del “fare italiano” espande i fatturati e contrae i talenti: nell’ultimo decennio quasi un quarto delle imprese artigiane ha cessato l’attività. Parliamo di 400mila imprese. E il dato più insidioso non è quello che è già accaduto, ma quello che sta per accadere. Secondo l’Ufficio studi di Confartigianato, oltre 303mila imprese artigiane — quasi un terzo di quelle attive — sono a rischio per mancanza di ricambio generazionale, un tema che anche di recente ho personalmente affrontato in un confronto con la vostra associazione. Sullo sfondo, resta quella “glaciazione demografica” che tra il 2025 e il 2050 toglierà all’Italia quasi sette milioni di persone in età da lavoro: parliamo di un quinto del totale.</p>
<p class="isSelectedEnd">Ho cominciato questo articolo con numeri e cifre perché da qui bisogna partire. Calo demografico. Virtualizzazione delle competenze. Tiktokizzazione dei Millennials e della Gen Z. È la crisi della trasmissione generazionale: il sapere che non passa di mano, l’italianità che si arresta. Il mese scorso nel mio quartiere ha chiuso una famosa panetteria perché il proprietario se n’è andato e i figli non hanno voluto continuare un’attività redditizia che aveva reso quel piccolo negozio un punto di riferimento per migliaia e migliaia di persone a Roma, ragazzi compresi, influencer compresi. I dati sui centri storici sono allarmanti, e se non si hanno i dati è sufficiente confrontare una fotografia delle strade principali delle città di trent’anni fa e di oggi: le grandi catene hanno ingoiato i negozi a gestione familiare, l’impersonale ha sostituito il personale, per non parlare della proliferazione di una gastronomia globalizzata che poco alla volta sostituisce il made in Italy del gusto proprio nel periodo in cui la cucina italiana diventa patrimonio immateriale dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Una bottega che chiude non lascia soltanto una saracinesca abbassata: porta via un mestiere, una competenza, un presidio di prossimità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p class="isSelectedEnd">Una bottega che chiude non lascia soltanto una saracinesca abbassata; porta via un mestiere, una competenza, un presidio di prossimità. Nei piccoli comuni significa restare senza un idraulico, un falegname, un elettricista, un ferramenta, un droghiere. Nelle città significa quartieri che perdono identità.</p>
<p class="isSelectedEnd">Dentro questo quadro, però, c’è un dato che va in controtendenza. E ha un volto femminile.</p>
<p class="isSelectedEnd">Le imprese artigiane guidate da donne in Italia sono 218.262, il 17,7% del comparto, in crescita costante negli ultimi cinque anni. Più in generale, le imprese a conduzione femminile sono 1.302.974, il 22,3% del totale, e l’Italia è il primo Paese europeo per numero di imprenditrici. Soprattutto: tra il 2021 e il 2025 l’occupazione indipendente femminile è cresciuta del 9,8%, contro una media europea del 6,6%. Mentre il tessuto artigiano arretra, la sua componente femminile tiene e avanza.</p>
<p class="isSelectedEnd">Non è una coincidenza, ed è qui il punto. Dove l’artigianato rischia di spegnersi per assenza di eredi, sono spesso le donne a raccoglierne il testimone — o a fondare qualcosa di nuovo sulle stesse competenze. Le incidenze più alte si registrano nei territori dove il mestiere è cultura: in Abruzzo il 22,7% delle imprese artigiane è guidato da donne, a Prato si arriva al 26%, oltre un quarto. I numeri dicono una cosa semplice. La trasmissione che la via familiare classica non garantisce più passa, sempre più spesso, attraverso lo spirito imprenditoriale femminile, per una ragione economica e organizzativa. L’impresa artigiana femminile innova perché deve: innesta il digitale sul manuale, l’e-commerce sulla bottega, nuovi servizi sul mestiere tradizionale. Tiene insieme produzione e relazione, capitale umano e territorio. E, statistiche alla mano, mostra una resilienza occupazionale superiore alla media proprio nelle fasi in cui la componente maschile arretra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Sostenere l’imprenditoria femminile non è una concessione simbolica: è una strategia industriale per non perdere un pezzo di economia reale»</span></h2>
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<p class="isSelectedEnd">Questo cambia la natura del discorso. Sostenere l’imprenditoria femminile non è un capitolo di welfare né una concessione simbolica da 8 marzo: è una strategia industriale per non perdere un pezzo di economia reale. Se quasi un terzo dell’artigianato è a rischio per ricambio mancato, e se la sola area in crescita strutturale è quella femminile, la conclusione si scrive da sola. Salvare l’artigianato italiano significa, in buona parte, mettere le donne nelle condizioni di farlo.</p>
<p class="isSelectedEnd">Quali condizioni? Quelle che i dati segnalano come freni: un accesso al credito ancora più difficile per le imprenditrici, una conciliazione tra impresa e cura che grava quasi sempre su un solo paio di spalle, una rete di servizi insufficiente proprio dove la determinazione è più alta. Non servono medaglie. Servono strumenti e politiche che trattino l’impresa femminile per ciò che è diventata: una componente strutturale del sistema produttivo.</p>
<p>Resta, alla fine, l’immagine di una nazione che si salva senza fare rumore. Mentre si discute di grandi piani e di giganti digitali, una parte del futuro dell’Italia si decide nei laboratori dove una donna sceglie di restare, di assumere, di tramandare un mestiere o di reinventarlo. È un’energia silenziosa. Ma è una delle poche, oggi, che stia davvero tenendo in piedi un pezzo di Paese.</p>
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<p data-start="31" data-end="119"><strong data-start="31" data-end="119">Nella foto, Lara Gallegati di Biciclette SOMEC, impresa associata a Confartigianato </strong><strong>(©Ivan Demenego)</strong></p>
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