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	<title>Mariella Nocenzi - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>Mariella Nocenzi - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Dalla colonna invisibile all’impresa generativa: donne, sostenibilità e futuro del Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariella Nocenzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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		<category><![CDATA[donne]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema non è la mancanza di talento femminile, ma il suo riconoscimento sociale che è purtroppo ancora parziale, selettivo e diseguale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110431" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada.jpg" width="1400" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada.jpg 1400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-300x214.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-1024x731.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-768x549.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Sa-Panada-350x250.jpg 350w" sizes="(max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></div>
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<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Rendere visibile e riconoscere il contributo delle donne</span></h2>
<p>Il contributo delle donne all’economia e alla società italiana non è marginale né accessorio: è una forma di generatività quotidiana che tiene insieme impresa, cura, territori, innovazione e coesione sociale, ma che troppo spesso è data per scontata, quando non riferita alle stesse donne.</p>
<p>Molto ci può insegnare la ricorrenza che stiamo celebrando in questi giorni: gli ottanta anni dal primo voto delle donne italiane, coincidente con la nascita della Repubblica e la ripresa economica e sociale del nostro Paese dopo la terribile esperienza della Seconda Guerra Mondiale. L’impegno delle donne nelle famiglie, nei posti di lavoro, nelle fila della Resistenza per sostituire o affiancare gli uomini al fronte portò in evidenza attività che le donne avevano sempre svolto e potenziato nel momento in cui il Paese ne aveva bisogno. Il riconoscimento pubblico di quanto svolto squarciò il velo dell’invisibilità sulla condizione femminile “abilitando” le donne ad esercitare un diritto politico e – purtroppo molto – gradualmente diritti civili e sociali spettanti.</p>
<p>A distanza di ottanta anni, le donne non “partecipano” semplicemente all’economia, ma spesso ne sostengono le condizioni di possibilità. Producono lavoro, impresa, cura, reti, apprendimento, continuità nei territori. Tuttavia, una parte decisiva di questo contributo non sempre entra nei bilanci, nelle statistiche economiche tradizionali, nei criteri di merito, nei luoghi decisionali, quindi, nelle rappresentazioni e narrazioni sociali. Come nel 1946, oggi non si tratta di “aggiungere le donne” allo sviluppo del Paese, ma di approfittare per cambiare l’idea stessa di sviluppo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> L’impresa femminile come laboratorio di generatività</span></h2>
<p>L’imprenditoria femminile va letta non solo come dato economico, ma come forma sociale. Le imprese guidate da donne spesso tengono insieme produzione e relazione, autonomia e responsabilità, competenza e prossimità. Nel mondo artigiano questo è particolarmente evidente: l’impresa non è solo unità produttiva, ma luogo di trasmissione di saperi, cura della qualità, radicamento territoriale, innovazione concreta.</p>
<p>Alcuni dati possono accertare le dimensioni del fare imprenditoria da parte delle donne oggi in Italia. Confartigianato rileva che a fine 2025 le imprese femminili erano 1.302.974, pari al 22,3% del tessuto imprenditoriale e che le imprese artigiane guidate da donne erano 218.262; nel 2025 aveva anche sottolineato il primato italiano nell’UE per numero di imprenditrici, professioniste e lavoratrici autonome, pari a 1.522.500. Unioncamere, nel Rapporto 2025, conferma che l’imprenditoria femminile rappresenta circa un’impresa su cinque e collega esplicitamente empowerment femminile, PNRR, mentoring, supporto tecnico-gestionale e conciliazione vita-lavoro. Il controcampo è utile: CNEL-Istat segnala ancora un tasso di occupazione femminile molto più basso di quello maschile – 52,5% contro 70,4% nel 2023 – e mostra che maternità, vulnerabilità lavorativa, part-time involontario e carichi familiari continuano a pesare sulle traiettorie delle donne. Punti di forza e ostacoli alla libera attività d’impresa al femminile ne attestano entrambi il valore aggiunto: la propensione alla generatività non è soltanto naturale, quanto sfidante condizioni di scarsità e iniqua distribuzione delle risorse nelle forme sperimentali, laboratoriali, come in quelle innovative o di recupero di tramandate attività familiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Sostenibilità: non un settore, ma un cambio di paradigma</span></h2>
<p>Restando ad oggi, la sostenibilità consente di rendere visibile ciò che l’economia tradizionale spesso nasconde. Ambiente, lavoro, cura, territorio, salute, formazione, capitale sociale non sono dimensioni laterali: sono condizioni della continuità economica che, finalmente, nella formula “integrata” con un richiamo all’economia che piaceva a Papa Francesco, sono collocate al centro.</p>
<p>Qui le donne sono decisive non perché “naturalmente” più attente alla cura – attenzione a non essenzializzare – ma perché storicamente sono state collocate nei punti di intersezione tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra famiglia e mercato, tra bisogni sociali e risposte quotidiane. Proprio per questo possono portare una visione preziosa, purché tale visione non diventi una nuova delega gratuita.</p>
<p>La sostenibilità non deve chiedere alle donne di farsi carico di un altro pezzo di mondo, ma deve riconoscere, redistribuire e valorizzare ciò che già reggono, facendo emergere la presenza dei danni dell’azione umana su ambiente, società ed economia, ma anche risorse, prassi, obiettivi che sono spesso proprio nelle mani delle donne da tempo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Empowerment: oltre la retorica del “ce la puoi fare”</span></h2>
<p>L’empowerment femminile, però, non può più essere ridotto alla motivazione individuale. Non basta dire alle donne di essere più coraggiose, più ambiziose, più resilienti. La resilienza è bellissima, ma se diventa obbligo permanente comincia ad assomigliare a una “trappola con il fiocco”.</p>
<p>L’empowerment vero è accesso a risorse, credito, formazione, tempo, reti, tecnologie, welfare, leadership, mercati, rappresentanza. In questo punto si può collegare bene il tema della formazione continua, delle competenze digitali, della transizione verde e della capacità delle piccole imprese di essere accompagnate nei passaggi innovativi valorizzando quando già c’è proprio in termini di motivazione e determinazione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Intersezionalità: non tutte le donne partono dallo stesso punto</span></h2>
<p>Ma a questo punto si passa alla fase operativa e bisogna renderla esecutiva e fattibile. Bisogna chiedersi, innanzitutto, quali donne, in quali territori, con quali risorse, con quali vincoli familiari, con quale età, origine, classe sociale, titolo di studio, condizione migratoria, disabilità, accesso alle reti. Si tratta di categorie che identificano ogni donna in modo diverso, essendo presenti le une piuttosto che le altre, non sommandosi semplicemente tra loro. È proprio l’influenza reciproca tra questi caratteri che determina qual è la posizione sociale di ogni donna e quanto è vicina oppure distanza dall’accesso alle risorse che le consentono di poter svolgere la sua attività di impresa: accesso a risorse economiche come i finanziamenti, ma anche quelle relazionali per fare rete o quelle formative per saper indirizzare l’innovazione o, semplicemente, conoscere i propri diritti.</p>
<p>Una giovane donna che avvia un’impresa innovativa in un grande centro urbano non incontra le stesse condizioni di una madre che gestisce un’attività artigiana in un’area interna; una donna straniera che costruisce la propria autonomia economica attraverso una microimpresa può incontrare ostacoli diversi da quelli di una figlia che eredita un laboratorio familiare e deve trasformarlo senza disperderne la storia; un’artigiana attiva in un settore tradizionale può essere innovatrice tanto quanto una startupper, se innova nei materiali, nei processi, nella sostenibilità, nella relazione con il territorio e con le comunità.</p>
<p>L’approccio intersezionale consente di evitare due rischi: trasformare “le donne” in un blocco omogeneo e premiare solo quelle che riescono già a somigliare ai modelli maschili di successo. Invece, una politica generativa deve saper vedere le differenze prima che diventino diseguaglianze irreversibili.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span class="font-435549"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2666.png" alt="♦" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Per concludere: tre condizioni per rendere visibile la colonna</span></h2>
<p>Per questo, valorizzare l’impresa delle donne non significa soltanto aumentare il numero delle imprenditrici, ma costruire condizioni differenziate di riconoscimento, sostegno e crescita. Le politiche per l’empowerment femminile non possono limitarsi a incoraggiare le donne a “fare di più”: devono rimuovere gli ostacoli che impediscono a molte di loro di trasformare competenze, cura e visione in autonomia economica, innovazione sociale e futuro condiviso.</p>
<p>Tre condizioni si rilevano imprescindibili:</p>
<ol>
<li>riconoscere il valore economico e sociale della cura, senza scaricarlo sulle donne;</li>
<li>costruire ecosistemi territoriali per l’impresa femminile: credito, formazione, welfare, reti, mentoring, innovazione;</li>
<li>misurare l’impatto di genere e generazionale delle politiche, perché ciò che non si misura resta spesso invisibile, e ciò che resta invisibile raramente diventa priorità.</li>
</ol>
<p>L’Italia generativa non sarà quella che chiederà alle donne di sostenere ancora una volta, in silenzio, ciò che manca. Sarà quella capace di riconoscere che talento, cura e visione non sono risorse private da consumare, ma beni comuni da sostenere. Rendere visibile la colonna non significa celebrarla per un giorno: significa cambiare l’architettura dell’edificio.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong><br />
<strong>Nella foto, Martina e Valentina Meloni con Laura Achenza di Sa Panada, impresa associata a Confartigianato,  fotografate da Gianmichele Manca</strong></p>
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		<title>Non ci può essere un futuro sostenibile senza i giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariella Nocenzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 06:25:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla visione pionieristica di Brundtland alla passione incendiaria di Greta Thunberg: un viaggio attraverso tre decenni di lotta per uno sviluppo sostenibile, tra progressi scientifici e sfide generazionali, in una società che cerca ancora la strada verso l'equilibrio tra le esigenze del presente e i diritti del futuro</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106766" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-markus-spiske-2559749.jpg" width="1000" height="667" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-markus-spiske-2559749.jpg 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-markus-spiske-2559749-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-markus-spiske-2559749-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-markus-spiske-2559749-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>Dalla prima definizione di “sviluppo sostenibile” di Gro Harlem Brundtland nel 1987 &#8220;<em>Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” </em>(UN – World Commission on Environment and Development, 1987)&#8221;  al monito dell’attivista <strong>Greta Thumberg</strong> ai rappresentanti degli Stati membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite del settembre 2019 &#8220;<em>(…) Per più di 30 anni la scienza è stata di una chiarezza cristallina. Con che coraggio osate continuare a girarvi dall’altra parte e venire qui assicurando che state facendo abbastanza, quando la politica e le soluzioni necessarie non sono ancora nemmeno all’orizzonte. Dite che “ci ascoltate” e che comprendete l’urgenza (…). Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi (…) Il mondo si sta svegliando. E il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no&#8221; </em>(UN, General Assembly, 2019) i problemi ambientali, economici e sociali indotti da un modello di sviluppo non sostenibile si sono acuiti, al pari della consapevolezza pubblica e della conoscenza scientifica. Ma queste ultime non hanno favorito una significativa riduzione di processi e comportamenti alla base della crisi sistemica della società contemporanea.</p>
<p>Studiosi fra i più importanti e di varie discipline si sono interrogati sul da farsi e hanno proposto ricette che, nella migliore delle ipotesi, sono confluite in Agende programmatiche di sviluppo come quella del Millennio e quella dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030, quando non sono state oggetto di tesi scientifiche opposte e dell’indifferenza di decisori politici ed economici.</p>
<p>Molte sono le ragioni di questa <em>empasse</em> per la quale non si riescono a trovare soluzioni concrete ad una crisi che minaccia la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta, oltre a quella di tante altre specie animali e vegetali sul pianeta. Fra queste, quella connessa al ruolo delle nuove generazioni profila molti elementi di interesse ad uno sguardo sociologico. Costituisce, infatti, fin dalla prima definizione della Commissione Brundtland, la componente strategica del nuovo paradigma associato all’applicazione di un nuovo modello di sviluppo: non si sarebbe dovuto più pensare alla crescita della società del presente, ma calibrare l’azione umana anche in considerazione dei suoi effetti sul futuro. Una radicale rivoluzione rispetto al modello del <em>hic et nunc, </em>del “prestissimo” come tempo della modernità che aveva caratterizzato una produzione industriale, un uso degli spazi urbani e incolti e una organizzazione dei tempi di vita decisamente diversa da quella dei secoli precedenti.</p>
<p>La definizione di sviluppo in termini “sostenibili” imponeva, però, anche una concreta rappresentazione della proiezione verso il futuro in quella generazionale, delineata come quella entità in grado di attestare i propri bisogni e di avere il connesso diritto di poterli realizzare. L’avvicendamento fra generazioni, con tutto il carico delle trasformazioni che le più giovani portavano nella società, era già stato evidente nella portata rivoluzionaria dei movimenti della fine degli Anni Sessanta, mai così dirompenti rispetto a quanto le generazioni precedenti avevano fatto, dalla crescita economica alla Guerra in Vietnam. Il riconoscimento dei diritti delle generazioni future e l’affermarsi di principi di equità e giustizia intergenerazionale da parte della Commissione delle Nazioni Unite costituiscono in tal senso un <em>imprimatur </em>di questi valori in una società che si stava trasformando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">Come mai, quindi, una giovane attivista, non a caso proveniente dalla stessa cultura “eco-friendly” nordeuropea della Presidente Brundtland, arriva dopo più di trent’anni a ricordare ai “potenti” del Pianeta che le nuove generazioni hanno un diritto riconosciuto solo formalmente a richiedere uno sviluppo davvero vicino ai bisogni loro e dei giovani del futuro?</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al netto di tutte le difficoltà che un nuovo stato si affermi su quello presente che si è ben consolidato, la novità di un modello di sviluppo sostenibile costituisce un radicale cambiamento della società e dello stesso modo di concepire il cambiamento, forse paragonabile solo alle grandi rivoluzioni della storia segnate dall’avvento della stampa, del modello galileiano o della stessa modernità. A cambiare, infatti, non è solo la concezione del tempo, accogliendo la dimensione futura, ma la centralità dell’azione umana rispetto a quella delle altre specie che passa ad una condizione di interdipendenza, senza trascurare che alla crescita della modernità si sostituisce un processo di sviluppo, non più lineare, fatto di molte opzioni, che possono vedere anche regressioni e che, soprattutto, vede integrarsi obiettivi economici, politici, sociali, dimensioni locali e globali, nazionali e internazionali, riferimenti passati, presenti e futuri. Si potrebbe definire un sistema complesso – e non complicato – (Morin, 1992) nel quale gran parte dei concetti, dei processi e dei metodi consolidati nei decenni sono diventati progressivamente inservibili. A partire da quello di <em>generazione</em>, un tempo collegato ad un gruppo di persone composto da coloro che erano nati in un certo lasso di tempo e accomunato da fasi della vita scandite puntualmente (Cavalli, 2007), ed oggi riconosciuto nei nati di periodi in una successione più breve perché caratterizzanti dall’avvento di qualche innovazione radicale –il mondo dopo l’11 Settembre, i social media, la crisi economica, la pandemia etc.</p>
<p><strong>Questo per dire che la stessa definizione di “sviluppo sostenibile” sembra richiedere una risignificazione dei termini di cui si serviva e che il cambiamento che richiedeva nel 1987 oggi può avvenire solo se considerato per quello che è diventato oggi</strong>. Lo dimostra la stessa Greta Thunberg quando protesta per il mancato riconoscimento dei diritti delle nuove generazioni. Queste ultime non sono solo costituite da futuri cittadini che oggi non ancora hanno diritto di voto e sembrano contare solo per i loro consumi &#8211; per i quali possono essere un ghiotto target da influenzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Si tratta di giovani nati in un contesto sequenzialmente trasformato da tutti gli ultimi radicali cambiamenti dovuti alle crisi economiche, geopolitiche, pandemiche; dalla crescente interdipendenza dei tempi e degli spazi favorita dai social media e dagli spostamenti aerei low-cost; da un sempre più alto livello di istruzione e informazione, ma in una società complessa perché caratterizzata dall’incertezza della scienza e, più generalmente, dalla messa in discussione dell’autorità del sapere</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, da cittadine e cittadini (la declinazione di genere attesta la crescente attenzione per la diversità sociale) che conosce ed è consapevole che uno sviluppo altro è necessario, che questo richiede le regole della sostenibilità, ma deve misurarsi con tanti ostacoli alla sua effettiva realizzazione.</p>
<p>La loro sfida è forse ancora più ardua di quelle sperimentate dalle precedenti generazioni di giovani. Oggi i/le giovani devono confrontarsi con un mondo di adulti che decide pur essendo la causa della condizione per la quale stanno  protestando; parlano un linguaggio diverso e arrivano fino a espressioni (come il lancio di zuppe sulle opere d’arte) che sono patentemente devianti pur di farsi sentire; ma, soprattutto, non sono adeguatamente riconosciuti fra etichette diverse per definire chi sono e quali siano i loro bisogni, al loro ruolo strategico per costruire il mondo che sarà. Perché lo sviluppo del Pianeta sia sostenibile questo deve essere costruito oggi a partire dai bisogni di chi ci sarà domani: sostenibilità è riconoscere un ruolo effettivo alle nuove generazioni.</p>
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<h6 class="p1"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h6>
<p><strong>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/strada-paesaggio-persone-blu-2559749/" target="_blank" rel="noopener">Markus Spiske</a></strong></p>
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		<title>Il cambiamento sociale letto attraverso le generazioni  (che cambiano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariella Nocenzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 04:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da sempre portatrici di trasformazioni dei bisogni e dei valori di quelle precedenti, le cosiddette nuove generazioni oggi attestano priorità e tendenze in discontinuità con il passato, a partire dalla loro visione del futuro. Una lettura intersezionale può aiutare a conoscerle meglio nelle specificità dei territori</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-prif-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106337" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822.jpg" width="1508" height="1005" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822.jpg 1508w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/10/pexels-cottonbro-studio-6217822-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1508px) 100vw, 1508px" /></div>
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<p>Lo stesso potrebbe dirsi per il trasferimento dentro un piccolo computer di una partita di calcio o di tennis che un tempo era possibile giocare solo in un campo sportivo, mentre oggi lo si può fare ormai comodamente seduti attraverso schermi, visori tridimensionali e joystick che si sostituiscono ad una palla e una racchetta.</p>
<p>Fruizione e produzione di musica, così come le attività ludiche digitali, sono solo due dei numerosissimi cambiamenti cui si assiste nella società contemporanea e che vengono riconosciuti come segno dello scorrere del tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>I cambiamenti connessi ai generazionali</h3>
<p>Non si può parlare di cambiamento della società, in effetti, senza riferirsi al succedersi delle generazioni, categoria utilizzata dalle scienze sociali per identificare quell’insieme di persone che condividono lo stesso periodo di tempo nel quale vivono e che sono esposte agli stessi eventi che lo caratterizzano. Una generazione raggruppa, cioè, tutti quegli individui segnati dagli stessi eventi, che, quindi condivide un comune sistema di valori che ne guida le azioni e la visione del futuro.</p>
<p>Se le persone che sono riferite ad una generazione possono pure dirsi simili per questi aspetti, l’affacciarsi di una generazione successiva costituita dai loro figli presuppone l’affermarsi di nuovi bisogni e, quindi, di nuove modalità per soddisfarli che orienteranno i loro comportamenti diversamente da quanto appreso dalle generazioni precedenti.</p>
<p>Quello del cambiamento, pertanto, rappresenta uno dei concetti allo stesso tempo più essenziali e impegnativi nell’osservazione della società. Quest’ultima, innegabilmente, ha nel cambiamento il suo stato naturale, se si pensa che per registrare una trasformazione di bisogni o di modalità per soddisfarli non c’è certo bisogno dell’avvento di una nuova generazione: il progresso tecnologico o le modifiche del contesto sociale, fossero solo quelle ambientali, generano sempre qualche forma di modificazione alla condizione precedente. Ma se si pensa anche a tutte le forme che il cambiamento assume per arrivare ad una sua definizione ci si può riferire al <em>tempo</em> in cui queste avvengono (nella storia, per la loro durata), allo <em>spazio</em> che interessano (fisico o virtuale, locale o globale) alle loro cause (umane e non) ed anche ai loro effetti (di breve, medio o lungo termine).</p>
<p>Insomma, per chi è familiare con studi e analisi sociologiche il cambiamento rappresenta un oggetto costantemente sotto osservazione che, di recente, però, ha acquisito una inedita centralità, riflessa nelle grandi trasformazioni cui stiamo assistendo. Si tratta di cambiamenti radicali come quelli indotti dalla digitalizzazione, irreversibili come quelli prodotti sull’ambiente, in atto e non prevedibili come le transizioni ecologiche e sociali.</p>
<p>L’estrema variabilità di queste forme di cambiamento richiede, dunque, chiavi di lettura più consolidate quali possono essere appunto le generazioni che segnano il passaggio nel tempo degli eventi che influiscono su chi li ha vissuti, determinando il mantenimento di caratteristiche proprie di quel momento storico, culturale e sociale. Ciò può essere evidente solo a posteriori, cioè quando l’influenza sulla società è terminata e, inoltre, induce una sorta di forma di conflitto con la generazione precedente, qualità che contribuisce a caratterizzarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Le generazioni Maturist, Baby boomers, X, Y</h3>
<p>Una delle rappresentazioni di sintesi più efficaci di queste trasformazioni intergenerazionali è costituita dalle note <em>Generation Chart</em>, autentici quadri comparativi fra tutte le generazioni ad oggi viventi, delineate per alcuni dei tratti che più le distinguono dalle generazioni precedenti e successive: attitudini, mode, mezzi per comunicare. E così, passare dalla generazione dei <em>Maturist </em>(nati prima del 1945) (slide 19) a quella dei <em>baby boomers </em>(i nati fra il 1945 e il 1960), fino a quelle successive degli <em>X </em>(i nati fra il 1961 e il 1980) e degli <em>Y</em> (i nati fra il 1980 e il 1995) consente di fare un viaggio fra le più significative trasformazioni raffigurandole attraverso chi le ha vissute e, molto spesso, anche indotte.</p>
<p>Il “cambiamento del cambiamento” cui si è fatto cenno, però, non poteva non riguardare anche le generazioni, le quali si sono trasformate dentro una società che cambiava. Si pensi, ad esempio, come si sia trasformato il passaggio alla vita adulta, una fase da sempre decisiva nella storia delle organizzazioni umane perché registrava quasi l’effettiva entrata di un individui nella società. Ne sia prova il mancato riconoscimento giuridico, economico e anche civile di bambini e adolescenti come raffigurato nelle opere artistiche classiche nelle quali i soggetti in quella fase della vita venivano rappresentati spesso con fattezze adulte.</p>
<p>Fino a qualche decennio fa, si diveniva adulti con il conseguimento di almeno cinque obiettivi, ossia il completamento degli studi, l’acquisizione di un posto di lavoro stabile, il raggiungimento dell’indipendenza lavorativa, l’aver contratto matrimonio e aver generato figli.</p>
<p>Sia da soli che integrati agli altri, questi obiettivi si sono progressivamente dissociati dall’acquisizione della condizione adulta. Molte di queste e simili tappe si sono anticipate o posticipate nel ciclo di vita – fra tutte, il trovare lavoro, lo stabilirsi in una vita di coppia e il generare figli – perché è aumentata la libertà di scelta fra le varie opzioni di vita presso le generazioni più giovani che si sono svincolate dall’autorità dell’esperienza dei “più maturi”. Più che associate alla <em>naturale</em> età anagrafica, le modalità di vita adulta godono di un riconoscimento <em>culturale</em>, dato dalla società e sempre più condizionato dall’incidenza di altri fattori, ad esempio il genere.</p>
<p>Certamente, il contesto culturale resta significativo per registrare il cambiamento sia perché favorisce le trasformazioni incarnate dai gruppi sociali più rappresentativi, sia perché è plasmato dalle novità portate da bisogni, attitudini, comportamenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>La generazione Z</h3>
<p>La lettura del cambiamento della società contemporanea attraverso la lente di una delle ultime generazioni, quella <em>Z</em> (i nati fra il 1995 e il 2010) ne è un esempio. Nati in un contesto culturale dominato dalla condizione di crisi (economica, politica, ambientale, culturale), ma anche dall’evoluzione tecnologica, sono coloro che aprono il Nuovo Millennio con un numero complessivo inferiore a chi era nato nei decenni immediatamente precedenti, preannunciando l’<em>inverno demografico.</em></p>
<p>Nel mondo che trovano la parità di genere è legge, gli strumenti tecnologici sono ormai digitali, le barriere spaziali e temporali abbattute. I loro media preferiti sono a base di immagini Snapchat, Samsung Gear VR e comunicano attraverso immagini e video di cui sempre più spesso cono originali creatori. Non è strano, quindi, che per loro tecnologia potrà contribuire a costruire un domani migliore, specie se limiterà i danni all’ecosistema prodotti dalle generazioni precedenti e abolirà differenze di cui non conoscono la motivazione (genere. disabilità ecc.). Valori come la giustizia intergenerazionale, la sostenibilità, la qualità della vita e la libera scelta della propria identità – essendo ormai divenuta fluida, secondo noti studiosi &#8211; rappresentano i valor di riferimento che rendono le tradizionali interpretazioni ormai inservibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Interpretare il cambiamento. La prevalenza della generazione G</h3>
<p>Piuttosto che categorie e concetti, una visione del cambiamento per leggerlo nella società contemporanea potrebbe essere più efficace alla sua interpretazione. Prendendo spunto proprio dai valori dominanti del superamento delle categorie e delle classificazioni, la visione <em>intersezionale</em> potrebbe consentire di guardare ad ogni individuo a partire dall’interazione fra tutti i fattori che di volta in volta caratterizzano la sua identità: genere, classe, sessualità, “razza”, background culturale, età, disabilità ecc. Oggi, infatti, non è possibile guardare all’età di un individuo senza considerare il suo genere, l’etnia, la classe, il livello di istruzione, il capitale sociale.</p>
<p>In ogni persona o gruppo sociale, pertanto, si potranno riconoscere i tratti dominanti, ma anche come questi si costruiscono integrandosi con gli altri e così spiegando realmente come è la società, come si generano i vari fenomeni (violenza, razzismo, sessismo ecc.).</p>
<p>Dal momento che ogni fenomeno sociale è collegato al contesto culturale in cui avviene, grande rilevanza hanno il tempo e lo spazio in cui avvengono, le specificità del territorio, l’unicità delle esperienze. La visione intersezionale può consentire di guardare meglio questa realtà, quella più reale e magari scoprire che nel frattempo le generazioni stesse sono cambiate e, indipendentemente dall’età e grazie al peso che anche gli altri fattori esercitano, a prevalere oggi sono gruppi e individui della <em>Generazione C</em>: quella, cioè, di chi è connesso alla rete attraverso un device personale e che si può utilizzare senza più digit. La gran parte di chi vive sul pianeta in questo terzo decennio del Terzo Millennio, senza trascurare tutta la ricchezza della diversità dei territori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alcune letture per approfondire</strong></p>
<ul>
<li><strong>Noi siamo tempesta</strong> &#8211; 2019, Salani editor. Di Michela Murgia</li>
<li><strong>Iperconnessi</strong>. <em>Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti</em> &#8211; 2018. Einaudi.<br />
Di Jean M. Twenge</li>
<li><strong>Non è un paese per giovani</strong>. <em>L&#8217;anomalia italiana: una generazione senza voce</em> &#8211; 2009. Marsilio. Di Elisabetta Ambrosi, Alessandro Rosina</li>
</ul>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-5" data-row="script-row-unique-5" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-5"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-6"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/moda-amici-scuola-in-piedi-6217822/" target="_blank" rel="noopener">cottonbro studio</a></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-6" data-row="script-row-unique-6" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-6"));</script></div></div></div>
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