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	<title>Mauro Magatti - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>Mauro Magatti - Spirito Artigiano</title>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/la-guerra-delle-macchine-e-la-pace-artigiana/">La guerra delle macchine e la pace artigiana</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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		<title>Artigianato e Tecnodiversità: Verso una nuova intelligenza del fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 10:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la tecnologia smette di essere un destino unico e torna a essere materia da interpretare, l’artigianato diventa un laboratorio vivo di tecnodiversità e di nuove forme di intelligenza del fare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 71%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109203" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1.png" width="768" height="768" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/Copertina-30012026-768x768-1-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></div>
					</div>
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<h2 data-start="193" data-end="3238"><span class="font-435549">Nel 2016, il filosofo cinese Yuk Hui ha scritto un saggio importante sulla tecnologia, sollevando una questione fondamentale che risuona con particolare intensità nel nostro tempo: come può ciò che è locale – territorio, tradizioni, identità – confrontarsi costruttivamente con il globale? Per Hui, non si tratta semplicemente di difendere le tradizioni dalla globalizzazione, arroccandosi in una posizione difensiva destinata alla sconfitta. L’idea è più ambiziosa e dinamica: il locale dovrebbe essere capace di prendere il controllo del globale, di trasformarlo attivamente secondo i propri valori, invece di subirlo passivamente come un destino inevitabile.</span></h2>
<p data-start="193" data-end="3238"><br data-start="854" data-end="857" />Questo discorso è strettamente legato alla tecnologia, che rappresenta forse la forma più potente e pervasiva del globale contemporaneo. Hui parte da un’idea già espressa da altri pensatori del Novecento: la tecnologia moderna non è solo uno strumento neutro che usiamo per i nostri scopi, ma è diventata il contesto stesso in cui viviamo, qualcosa che definisce la nostra stessa esistenza, il modo in cui pensiamo, lavoriamo, ci relazioniamo con gli altri e con il mondo.<br data-start="1329" data-end="1332" />Hui però aggiunge due elementi nuovi che modificano radicalmente questa prospettiva e aprono possibilità inedite di pensiero e azione.<br data-start="1466" data-end="1469" />Primo, propone il concetto di “<strong>cosmotecnica</strong>”: l’idea che la tecnologia non sia qualcosa di astratto e universale, del tutto separato dal resto della cultura umana, ma sia sempre legata a un modo specifico di pensare il mondo e a valori morali depositati all’interno di un dato contesto culturale. Ogni civiltà, secondo Hui, ha sviluppato un proprio rapporto peculiare tra ordine cosmico (la visione del mondo) e ordine tecnico (gli strumenti e le pratiche produttive).<br data-start="1937" data-end="1940" />Secondo, Hui sottolinea che esistono tante culture diverse, con pensieri e valori differenti. Di conseguenza, non esiste – o non dovrebbe esistere – una sola tecnologia universale imposta a tutti, ma dovrebbero poter convivere molte tecnologie diverse, quella che lui chiama “<strong>tecnodiversità</strong>”. Questo concetto è rivoluzionario perché mette in discussione l’idea diffusa che esista un’unica via di sviluppo tecnologico, quella occidentale moderna, verso cui tutte le società devono convergere.<br data-start="2431" data-end="2434" />Partendo da queste premesse, anche il concetto di “locale” va oltre il semplice territorio geografico o la nostalgia per il passato. Diventa invece una risposta attiva e propositiva alla tendenza tipica della civiltà industriale moderna a rendere tutto uguale, a cancellare le differenze in nome dell’efficienza e della standardizzazione. <strong>Parlare di tecnodiversità significa riconoscere e valorizzare sistemi tecnologici ed economici che riflettono la pluralità delle forme sociali e culturali</strong>. Pluralità che concretamente si declina nei tratti specifici della creatività, della capacità di sviluppare conoscenze in modo autonomo e originale, nella latitudine a manipolare la tecnologia in rapporto a bisogni, procedure e prodotti che non sono semplicemente quelli standardizzati dell’industria di massa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 data-start="3245" data-end="3297"><span class="font-435549">L’artigianato come laboratorio di tecnodiversità</span></h2>
<p data-start="3299" data-end="5214">L’artigianato è da sempre un campo dove queste caratteristiche si esprimono con particolare evidenza. Quando pensiamo agli artigiani, pensiamo subito a due cose: il legame con il territorio e il lavoro manuale. Il territorio significa tradizione locale, radicamento in un contesto specifico, dimensioni contenute che permettono relazioni dirette. La manualità è dove si esprime la creatività, ciò che garantisce prodotti unici e di qualità, irriproducibili dalla produzione industriale seriale.<br data-start="3793" data-end="3796" />Si tratta indubbiamente di due aspetti qualificanti dell’artigianato tradizionale, che rischiano però di confinare l’artigianato come qualcosa votato solo alla conservazione di tecnologie del passato, una sorta di museo vivente destinato a nicchie sempre più ristrette di mercato. Quello che manca in questa visione ristretta è l’aspetto più dinamico e vitale dell’attività artigiana: quella di non limitarsi ad adottare passivamente una tecnologia data, ma di manipolarla attivamente, adattarla, trasformarla secondo esigenze e sensibilità proprie.<br data-start="4345" data-end="4348" />In un momento di grande trasformazione tecnologica come quello che stiamo vivendo è quanto mai necessario superare l’idea che vede l’artigianato solo come una forma di resistenza nostalgica, un’isola che sopravvive precariamente nel mare dell’industria moderna. <strong>Chiedersi se oggi l’artigianato possa davvero rappresentare una forma concreta di tecnodiversità significa ripensare questo concetto in profondità, aprirlo a forme nuove e meno conosciute, riconoscerne il potenziale innovativo.</strong><br data-start="4837" data-end="4840" />Anche per questo, può essere utile introdurre il termine “artigiania” per cogliere questa capacità trasformativa tipica del mondo artigiano. Capacità che è alla base del successo del made in Italy e che, più che sulla conoscenza formale astratta, si fonda sull’esperienza pratica, la tradizione trasmessa, il rapporto diretto e sensibile con la materia e la realtà concreta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 data-start="3299" data-end="5214"><span class="font-435549">Le sfide del digitale</span></h2>
<p data-start="5248" data-end="6756">I rapidi progressi tecnologici di oggi, associati al processo di digitalizzazione pervasiva dell’economia e della società, pongono nuove sfide all’artigianato e potenzialmente rischiano di accentuare ulteriormente la standardizzazione. Le tecnologie di automazione, come le stampanti 3D sempre più precise ed efficienti, o i sistemi di taglio computerizzati, sembrano ridurre progressivamente lo spazio per l’abilità umana diretta e la sensibilità manuale. Le innovazioni digitali, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale generativa, pongono domande ancora più profonde e inquietanti.<br data-start="5847" data-end="5850" />C’è ancora spazio per un’attività dove l’essere umano, con le sue capacità e conoscenze tacite, mantiene il controllo non solo nella fase di produzione materiale, ma anche negli aspetti tradizionalmente più creativi come l’ideazione e la progettazione? O siamo destinati a diventare semplici esecutori di istruzioni generate da algoritmi?<br data-start="6188" data-end="6191" />Per rispondere a questa domanda cruciale, occorre sviluppare l’intuizione di Hui in rapporto al contesto specifico dell’artigianato, chiedendosi se gli artigiani di oggi siano capaci non solo di usare le nuove tecnologie digitali come strumenti passivi, ma di manipolarle creativamente, piegandole ai propri scopi, mettendo in gioco il proprio modo di fare e le proprie competenze accumulate. In altre parole: è ancora possibile pensare e praticare l’intelligenza artigiana all’interno del sistema tecnologico contemporaneo dominato dal digitale e dall’automazione?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 data-start="6763" data-end="6804"><span class="font-435549">Tre figure di artigiano contemporaneo</span></h2>
<p data-start="6806" data-end="9412">Già nel 2011, l’economista <strong>Stefano Micelli</strong> dell’Università di Venezia ha individuato tre tipi di artigiani che hanno accettato queste sfide mantenendo la propria identità specifica nel rapporto complesso con il mondo industriale e digitale:<strong> l’artigiano traduttore, l’artigiano creativo e l’artigiano adattatore</strong>. Queste tre figure rappresentano altrettanti modi concreti di praticare la tecnodiversità.<br data-start="7207" data-end="7210" />Il primo, l’artigiano traduttore, lavora in quei settori dove servono competenze molto diverse tra loro, sapendo “parlare la lingua” di entrambe e mettendole in comunicazione feconda. È una figura importante, ad esempio, quando bisogna passare da un progetto digitale bidimensionale visualizzato su schermo a un oggetto reale tridimensionale fatto di materia concreta, considerando tutte le caratteristiche specifiche di ogni materiale – il legno si comporta diversamente dal metallo, la ceramica ha esigenze diverse dalla plastica. Questo artigiano è un mediatore culturale tra il mondo digitale e quello fisico.<br data-start="7823" data-end="7826" />L’artigiano creativo, che si trova per esempio nella prototipazione industriale o nel design d’autore, si avvicina maggiormente alla figura dell’artista. La ricerca della bellezza e della qualità non è solo un vezzo estetico fine a se stesso, ma esprime uno stile personale riconoscibile e una conoscenza profonda dei materiali, delle tecniche, delle possibilità espressive. Questo artigiano usa le tecnologie digitali come strumenti al servizio di una visione creativa personale.<br data-start="8306" data-end="8309" />Infine, l’artigiano adattatore modifica i prodotti finiti standardizzati in base a esigenze specifiche di clienti particolari o contesti d’uso speciali. Questa figura include anche i cosiddetti artigiani del software, che personalizzano prodotti o servizi digitali pensati originariamente per il pubblico di massa, rendendoli adatti a bisogni specifici. È la forma forse più nuova e inaspettata di artigianato contemporaneo.<br data-start="8733" data-end="8736" />In tutti questi casi, la competenza fondamentale dell’artigiano si basa ancora sul legame stretto tra occhio e mano, tra percezione e azione: non necessariamente un lavoro fatto interamente a mano in modo tradizionale, ma una conoscenza incorporata che diventa capacità di creare, un sapere teorico che diventa saper fare pratico. Visto così, anche il legame con una tradizione o un territorio non è semplice nostalgia per un passato perduto, ma appropriazione consapevole e selettiva della tecnologia. La tecnologia non è più qualcosa di estraneo e minaccioso che cancella le differenze culturali, ma diventa uno spazio possibile dove affermare la propria identità specifica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 data-start="9419" data-end="9444"><span class="font-435549">Una ricerca sul campo</span></h2>
<p data-start="9446" data-end="10320">Una recente ricerca svolta dalla <strong>Fondazione Poetica</strong> in collaborazione con il <strong>Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano</strong>, per conto di <strong>Confartigianato Nazionale</strong>, ha confermato concretamente questa prospettiva teorica a partire dallo studio approfondito di dieci aziende artigiane. Lo studio è stato condotto in Lombardia, una regione che si distingue per la grande ricchezza e varietà che offre in termini di ambienti produttivi, mestieri tradizionali ancora vitali e significativa apertura alle innovazioni tecnologiche. Le imprese studiate provengono da territori molto diversi: da aree storiche dell’imprenditorialità come Milano, Monza e la Brianza, l’Oltrepò Pavese e le province di Bergamo e Brescia, fino a zone come l’arco alpino, tradizionalmente più conservatrici e meno aperte alle innovazioni.</p>
<p data-start="111" data-end="1819">Le aziende scelte per lo studio sono molto diverse tra loro per storia aziendale, tecnologie utilizzate, materiali lavorati, servizi offerti e prodotti realizzati. L’obiettivo dichiarato non era studiare forme specifiche di artigianato in settori particolari, ma capire se, anche in ambiti produttivi molto differenti tra loro, sia ancora oggi possibile una relazione positiva e feconda tra essere umano e macchina digitale, dove l’uso intensivo di strumenti tecnologici avanzati lasci comunque spazio significativo alla creatività dell’artigiano e alle sue competenze distintive.<br data-start="691" data-end="694" />Alcune di queste imprese hanno decenni o addirittura oltre un secolo di storia alle spalle, lavorano materiali particolari con tecniche raffinate o continuano lunghe tradizioni produttive che si sono progressivamente rinnovate nel tempo senza perdere la propria identità. Altre aziende sono nate da pochissimo tempo, partendo proprio da una nuova tecnologia emergente o da un’idea di prototipo innovativo. Per alcune il digitale è stato principalmente un motore di rinnovamento interno di processi già esistenti, per altre è stato il terreno stesso che ha reso possibile la nascita dell’azienda e la creazione di prodotti prima impensabili.<br data-start="1334" data-end="1337" />Per alcune imprese il design è diventato il campo privilegiato dove far incontrare felicemente estetica e funzionalità, nuovi strumenti tecnologici, creatività progettuale e competenze tecniche del progettista. Per altre aziende il vero protagonista rimane il territorio, inteso sia come storia locale da raccontare e valorizzare, sia come contesto culturale concreto dove tradizioni locali possono aprirsi costruttivamente al globale e all’innovazione tecnologica senza snaturarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 data-start="1826" data-end="1870"><span class="font-435549">Sei tratti della tecnodiversità italiana</span></h2>
<p data-start="1872" data-end="2229">L’insieme dei dieci casi analizzati nella ricerca disegna la geografia vivente di una tecnodiversità effettivamente praticata nel contesto italiano. Le esperienze documentate in questo lavoro offrono un terreno fertile per elaborare un’articolazione specificamente italiana di questa prospettiva, che si declina in sei tratti riconoscibili e caratteristici:</p>
<ul data-start="2231" data-end="2767">
<li data-start="2231" data-end="2329">
<p data-start="2233" data-end="2329">L’impresa pensata come comunità di pratiche condivise, non solo come organizzazione gerarchica</p>
</li>
<li data-start="2330" data-end="2418">
<p data-start="2332" data-end="2418">La visione del lavoro come linguaggio progettuale creativo, non solo come esecuzione</p>
</li>
<li data-start="2419" data-end="2498">
<p data-start="2421" data-end="2498">Lo sviluppo di competenze ibride e riflessive, che combinano saperi diversi</p>
</li>
<li data-start="2499" data-end="2588">
<p data-start="2501" data-end="2588">La costruzione di reti con istituti di ricerca, altre imprese e scuole del territorio</p>
</li>
<li data-start="2589" data-end="2676">
<p data-start="2591" data-end="2676">Il mantenimento di un legame vitale col territorio e la tradizione artigiana locale</p>
</li>
<li data-start="2677" data-end="2767">
<p data-start="2679" data-end="2767">La bellezza intesa come criterio veritativo del lavoro ben fatto, non solo decorazione</p>
</li>
</ul>
<p data-start="2769" data-end="3241">Le imprese studiate, pur operando pienamente in un’economia globalizzata e fortemente digitalizzata, sono capaci di rifiutare attivamente la forma unica della tecnologia come dispositivo anonimo di efficienza e controllo. E ciò nella piena consapevolezza che le tecniche non sono mai neutre o puramente strumentali, perché portano sempre con sé una visione del mondo implicita, un modo specifico di abitare la materia e di pensare la relazione tra essere umano e ambiente.</p>
<p data-start="3248" data-end="4304">Questo è l’aspetto cruciale del tema della tecnodiversità applicato al nostro contesto: la modernità industriale tende a universalizzare una sola forma di tecnica – quella cartesiana, puramente strumentale, orientata al dominio e allo sfruttamento – annullando progressivamente la pluralità ricchissima delle tradizioni tecniche che, nelle diverse civiltà, avevano sempre legato la <em data-start="3630" data-end="3638">téchne</em> al <em data-start="3642" data-end="3650">cosmos</em>, cioè all’ordine del mondo e al senso complessivo del vivere umano.<br data-start="3718" data-end="3721" />La sfida del XXI secolo – che interpella in modo diretto e urgente il mondo degli artigiani – non è rifiutare ingenuamente la tecnologia moderna in nome di un impossibile ritorno al passato, ma <strong data-start="3915" data-end="3943">riattivare creativamente</strong> una pluralità di rapporti possibili con essa: rimettere in gioco le differenze culturali, estetiche, spirituali e anche politiche che ogni civiltà e ogni territorio custodiscono. È questa la via della <strong data-start="4145" data-end="4161">cosmotecnica</strong>: unione feconda tra ordine cosmico e ordine tecnico, tra valori condivisi e strumenti materiali, tra <em data-start="4263" data-end="4270">ethos</em> culturale e produzione economica.</p>
<p data-start="4306" data-end="4864">Questa prospettiva traccia una via nuova che apre possibilità interessanti di sviluppo economico sostenibile e, soprattutto, costituisce una proposta attrattiva per i tanti giovani che oggi sono alla ricerca di lavori corrispondenti alle loro aspettative di senso e realizzazione personale, oltreché economicamente sostenibili.<br data-start="4633" data-end="4636" />Un artigianato capace di tecnodiversità può rappresentare un’alternativa concreta a modelli di lavoro alienanti e può contribuire a costruire un futuro dove <strong data-start="4793" data-end="4863">tecnologia e umanità non siano in conflitto, ma in dialogo fecondo</strong>.</p>
<p data-start="4306" data-end="4864"><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
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		<title>Il senso del lavoro nel ricambio generazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 08:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo sospeso del 'biancore', i giovani cercano nuove forme di lavoro e di vita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108551" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508.jpg" width="1894" height="1262" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508.jpg 1894w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-1536x1023.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/09/pexels-ron-lach-10493508-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1894px) 100vw, 1894px" /></div>
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<h2 data-start="430" data-end="493"><span class="font-435549">1. A che punto è il lavoro nella transizione generazionale?</span></h2>
<p data-start="495" data-end="1044">Il lavoro, storicamente, è sempre stato molto più che una semplice attività utile alla sopravvivenza materiale. È stato ed è, al tempo stesso, fonte di reddito, strumento di integrazione sociale, veicolo di riconoscimento, spazio di realizzazione personale e orizzonte di senso.<br data-start="773" data-end="776" />Oggi, nella fase di transizione generazionale che caratterizza le società occidentali, il lavoro si trova in una condizione di tensione profonda: da un lato, resta il principale dispositivo di inclusione e identità; dall’altro, appare impoverito, incerto, frammentato.</p>
<p data-start="1046" data-end="1475">La nuova generazione che si affaccia sul mercato del lavoro si trova davanti a un paesaggio contraddittorio. I numeri raccontano già molto: in Italia, il tasso di attività si aggira intorno al 62%. Il numero di occupati ha superato la soglia storica dei 24 milioni. Ma il tasso di attività italiano rimane ancora inferiore alla media degli altri Paesi europei. Ma, più ancora che la quantità, il problema è la qualità del lavoro.</p>
<p data-start="1477" data-end="1960">Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo svuotamento di contenuto del lavoro: salari stagnanti o bassi, contratti instabili, mansioni ripetitive e poco valorizzanti. La metafora della clessidra ben descrive la situazione che si è venuta a creare: nella parte alta del mercato, i lavori altamente qualificati e ben remunerati; in basso, lavori poveri, precari e mal pagati. Con la parte centrale – quella che storicamente costituiva la “classe media” – in forte riduzione.</p>
<p data-start="1962" data-end="2450">A questo si aggiunge la persistente insoddisfazione. Una recente indagine Gallup mostra che, in Europa, soltanto il 13% dei lavoratori si dichiara ingaggiato, cioè motivato e coinvolto; un 15% si dice attivamente disingaggiato, ovvero apertamente ostile e alienato; il restante 72% vive il lavoro senza entusiasmo né partecipazione. Così, mentre il lavoro rimane indispensabile per la vita individuale e collettiva, esso appare incapace di generare appartenenza, identità e soddisfazione.</p>
<p data-start="2452" data-end="2885">Questa crisi non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma tocca più a fondo la dimensione simbolica. Il lavoro non è più il “grande racconto” che dava forma a un progetto di vita e di società, come nel Novecento. È diventato, per molti, un luogo di sfruttamento, ansia e precarietà. Il rischio di un’economia sempre più caratterizzata dalla rendita e dallo sfruttamento – più che dal lavoro – diventa concreto. Specie in Italia.</p>
<p data-start="2887" data-end="3283">La digitalizzazione accentua questa tendenza. Da una parte, essa apre opportunità di flessibilità, lavoro remoto, nuove professioni; dall’altra, rende più instabili le carriere, più labili le identità lavorative e più fragili i confini tra tempo di vita e tempo di lavoro. L’incertezza, la confusione identitaria e l’ansia diventano componenti importanti dell’esperienza lavorativa contemporanea.</p>
<h2 data-start="3290" data-end="3332"><span class="font-435549">2. Una ricerca sui giovani: tre gruppi</span></h2>
<p data-start="3334" data-end="3554">Per comprendere a fondo la transizione generazionale, occorre guardare alle ricerche che indagano le percezioni e le aspirazioni dei giovani. Uno studio su scala nazionale ancora in corso individua tre gruppi principali.</p>
<p data-start="3556" data-end="4194">Un giovane su cinque si colloca in una posizione relativamente solida, con un buon accesso a opportunità formative e lavorative che permettono loro di inserirsi in circuiti professionali.<br data-start="3743" data-end="3746" />Uno su quattro vive una condizione opposta, caratterizzata da precarietà e scarsità di opportunità. Intrappolato nell’incertezza, questo gruppo tende a isolarsi e a chiudersi.<br data-start="3921" data-end="3924" />C’è infine il gruppo più numeroso (due ragazzi su tre), che si caratterizza per una condizione che l’antropologo David Le Breton ha efficacemente definito di “biancore”: una sospensione identitaria, un vivere senza appigli solidi, segnato dall’ansia e dallo smarrimento.</p>
<p data-start="4196" data-end="4394">Il “biancore” non è semplice apatia, ma esprime un vuoto di riferimenti, una difficoltà a immaginare il futuro. Si traduce in precarietà psicologica, ansia da prestazione, senso di non appartenenza.</p>
<p data-start="4396" data-end="4721">In questo quadro, le aspettative dei giovani raccontano di un rapporto con il lavoro che si sta trasformando in profondità. Non si tratta più solo di guadagnare un reddito sufficiente, ma di avere accesso a un benessere in senso ampio: conciliazione tra turni e vita privata, relazioni significative, equilibrio psico-fisico.</p>
<p data-start="4723" data-end="4812">Le nuove generazioni hanno un sistema valoriale diverso dagli adulti. E più precisamente:</p>
<ul data-start="4814" data-end="5234">
<li data-start="4814" data-end="4939">
<p data-start="4816" data-end="4939"><strong data-start="4816" data-end="4829">Autonomia</strong>: poter decidere, avere margini di libertà e responsabilità, sentirsi parte attiva e non ingranaggi passivi.</p>
</li>
<li data-start="4940" data-end="5057">
<p data-start="4942" data-end="5057"><strong data-start="4942" data-end="4971">Coinvolgimento e comunità</strong>: non essere soli, ma lavorare in ambienti collaborativi, con senso di appartenenza.</p>
</li>
<li data-start="5058" data-end="5131">
<p data-start="5060" data-end="5131"><strong data-start="5060" data-end="5082">Sviluppo personale</strong>: apprendere continuamente, crescere, formarsi.</p>
</li>
<li data-start="5132" data-end="5234">
<p data-start="5134" data-end="5234"><strong data-start="5134" data-end="5143">Senso</strong>: avere la percezione che il proprio lavoro contribuisca a qualcosa di utile, buono, bello.</p>
</li>
</ul>
<p data-start="5236" data-end="5469">Sono questi gli elementi che caratterizzano la sensibilità contemporanea, che unisce pragmatismo e ricerca di autenticità. I giovani non si accontentano di un lavoro “qualunque”: vogliono sentirsi riconosciuti, rispettati, coinvolti.</p>
<h2 data-start="5476" data-end="5505"><span class="font-435549">3. E il lavoro artigiano?</span></h2>
<p data-start="5507" data-end="5799">In questo scenario, la questione del lavoro artigiano assume una nuova rilevanza. Da un lato, esso sembra poter offrire risposte inedite a molte delle domande dei giovani; dall’altro, sono evidenti ambivalenze e difficoltà. Schematicamente, si possono individuare quattro snodi di attenzione.</p>
<p data-start="5801" data-end="6285">Il primo riguarda il nesso tra lavoro manuale e digitale. Il lavoro artigiano custodisce un legame profondo con la concretezza: si lavora con le mani, con i materiali, con i corpi. Questo aspetto rappresenta un antidoto alla virtualizzazione digitale che rende il lavoro astratto e disincarnato. L’artigianato insegna un “saper fare” che è al tempo stesso tecnico e culturale: ogni prodotto porta in sé la traccia di una tradizione, di un apprendimento, di una competenza sedimentata.</p>
<p data-start="6287" data-end="6624">Nello stesso tempo, però, l’artigianato deve dimostrare di non rimanere fermo: deve integrare le tecnologie digitali, dalla progettazione 3D al marketing online, dalla robotica collaborativa alle piattaforme di e-commerce. Il futuro del lavoro artigiano dipende dalla capacità di coniugare manualità e digitale, tradizione e innovazione.</p>
<p data-start="6626" data-end="7370">Il secondo snodo riguarda la relazione tra autonomia e rischio. L’artigiano è, per definizione, autonomo. Decide, organizza, costruisce. Questa autonomia corrisponde a una forte domanda dei giovani di oggi, che non vogliono essere meri esecutori. Tuttavia, essa comporta anche un impegno che non è assicurato: bisogna saper investire, aggiornarsi, affrontare la concorrenza globale. Questa tensione si regge se il mondo artigiano non si presenta come un settore “a fine corsa”, ma un ecosistema vitale in grado di aprire nuove opportunità. Il ruolo delle politiche pubbliche e delle reti di collaborazione qui è evidente. L’artigianato, infatti, non vive isolato: prospera quando entra in relazione con territori, istituzioni, scuole, comunità.</p>
<p data-start="7372" data-end="8066">Il terzo snodo riguarda la qualità delle relazioni in rapporto ai modelli organizzativi e alla degenerazione paternalistica. Il lavoro artigiano non produce soltanto oggetti, ma anche relazioni. La bottega, il laboratorio, il piccolo studio sono luoghi di trasmissione, di apprendimento reciproco, di dialogo con i clienti. In questo, l’artigianato incarna un modello di lavoro che integra economia e comunità. Tuttavia, ci sono anche le ombre: il coinvolgimento può diventare eccessivo, con orari lunghi e sacrifici personali. Inoltre, i modelli di proprietà e di successione delle imprese artigiane sono spesso fragili. Senza un ricambio generazionale, molti mestieri rischiano di scomparire.</p>
<p data-start="8068" data-end="8652">Infine, lo snodo unicità/territorio. L’artigianato esprime sempre un’unicità: il prodotto porta il segno della persona che l’ha realizzato e del territorio da cui proviene. Questo è un punto di forza, perché risponde al desiderio contemporaneo di autenticità e di legame con l’ambiente. Ma qui si nasconde la tentazione del provincialismo: se non sa dialogare con i mercati globali, l’artigianato resta chiuso in nicchie troppo ristrette. La sfida è costruire filiere che valorizzino il locale in un orizzonte più ampio, promuovendo modelli sostenibili in relazione con il territorio.</p>
<h2 data-start="8659" data-end="8701"><span class="font-435549">4. Conclusione: un bivio generazionale</span></h2>
<p data-start="8703" data-end="9013">La transizione generazionale del lavoro si gioca dunque su un crinale sottile. Da un lato, il rischio che prevalgano sfruttamento, rendita, precarietà, alienazione. Dall’altro, la possibilità di costruire nuove forme di lavoro che uniscano realizzazione personale, senso comunitario, autonomia e sostenibilità.</p>
<p data-start="9015" data-end="9219">Il lavoro artigiano, se reinterpretato e sostenuto, può diventare un laboratorio di futuro. Non come nostalgia del passato, ma come anticipazione di un modo diverso di produrre, di collaborare, di vivere.</p>
<p data-start="9221" data-end="9941">I giovani, con le loro aspettative di benessere ampio, autonomia, apprendimento e senso, chiedono un cambiamento nel modo di lavorare. Un’aspettativa giusta che va ascoltata e accompagnata.<br data-start="9410" data-end="9413" />La sfida è trasformare il lavoro da luogo di ansia e smarrimento a spazio di riconoscimento e creatività. In questo sta il vero nodo della transizione: non basta “dare lavoro”, occorre dare senso al lavoro. Solo così la nuova generazione potrà sentirsi parte di un progetto comune, capace di affrontare le sfide del presente senza cadere nel biancore dell’ansia e della disillusione.<br data-start="9796" data-end="9799" />Una sfida che interpella il mondo artigiano, che può trarre dalla radice profonda della sua tradizione lo spunto per aprire una via di futuro.</p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-5" data-row="script-row-unique-5" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-5"));</script></div></div></div>
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		<title>Dentro la complessità: il tessuto imprenditoriale italiano tra forza e fragilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 08:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[data room]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La polarità tra piccolo e grande rivela una via italiana allo sviluppo che sfida i modelli dominanti senza imitarli, come mostra il Terzo Rapporto Italia Generativa</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 71%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108471" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/COPERTINA-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Al di là della dicotomia piccolo/grande, negli anni Sessanta e Settanta il Censis di Giuseppe De Rita contribuì a interpretare l’evoluzione di un Paese in pieno boom economico che imboccò una strada inattesa: quella del decentramento produttivo e della diffusione delle PMI. Fu la spinta imprenditoriale dal basso a diventare il motore di una crescita economica tumultuosa, ma anche eterodossa rispetto alle principali teorie economiche del tempo.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il grande merito dell’analisi del Censis fu quello di cogliere la dinamica profonda di una società che entrava con entusiasmo e determinazione nella sua stagione matura, mostrando una straordinaria vitalità, originalità e genialità. L’Italia, infatti, è l’unico Paese in cui lo sviluppo economico del secondo dopoguerra non si è accompagnato a una semplice crescita delle imprese esistenti, ma ha portato a un aumento significativo del loro numero.</p>
<p>L’interpretazione offerta dal Censis è stata però spesso contestata da chi sostiene che il problema dell’Italia sia dato proprio dall’eccesso di piccole e medie imprese, considerate un vincolo alla modernizzazione del Paese. Secondo questa prospettiva, la soluzione sarebbe favorire un processo di aggregazione per creare imprese più grandi, capaci di superare i limiti di una struttura produttiva troppo frammentata.</p>
<p>In questo senso, il <a href="https://www.italiagenerativa.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Terzo  Rapporto Italia Generativa</strong></a>  fornisce alcuni elementi di valutazione che possono aiutare la riflessione ad andare oltre questa sterile contrapposizione, ormai superata anche dall’accresciuto fenomeno esemplare delle cosiddette “multinazionali tascabili”: piccole e medie imprese dinamiche che hanno mostrato una capacità competitiva basata non sui costi, ma sulla qualità della produzione e su un decentramento territoriale virtuoso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Nel confronto con il panorama europeo, l’idea che l’Italia sia un Paese fondato esclusivamente su piccole imprese appare solo parzialmente vera.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intanto, questa caratteristica non sembra essere un’esclusiva italiana.</p>
<p>Osservando i dati continentali, fatta eccezione per Paesi con situazioni particolari come Lussemburgo, Svizzera, Irlanda e Olanda, il <strong>quadro dimensionale</strong> delle imprese italiane non si discosta molto da quello di economie comparabili per popolazione e sviluppo. Ad esempio, analizzando il numero di imprese per classi di addetti, emerge che il 94,6% delle imprese italiane sono microimprese con meno di 10 dipendenti, un valore in linea con la media europea (94,2%) e con Paesi come la Francia (96,1%) e la Spagna (94,8%). Solo la Germania presenta una percentuale significativamente inferiore (84%) e una distribuzione più bilanciata tra le varie dimensioni aziendali.</p>
<p>Anche il <strong>numero medio di addetti</strong> per impresa in Italia è simile a quello della Francia (4) e vicino a quello della Spagna (5), che corrisponde alla media europea. In questo caso, la differenza rimane significativa con la Germania, dove il valore sale a 12.</p>
<p>L’Italia si distingue per il <strong>numero totale di imprese</strong>. In questo indicatore, il nostro Paese si colloca al secondo posto in Europa (4,5 milioni), dopo la Francia (5 milioni) e prima di Spagna (3,5 milioni) e (piuttosto distaccata) Germania (3,2 milioni). Allo stesso tempo, l’Italia è prima per numero di imprese nei settori manifatturiero e commerciale.</p>
<p>Per comprendere la specificità italiana, però, occorre guardare in un’altra direzione.</p>
<p>Se si considera il <strong>fatturato netto</strong>, l’Italia si colloca al terzo posto (4,2 milioni di euro), dopo la Germania (marcatamente al vertice del ranking con 10,4 milioni) e la Francia (5,6 milioni), mentre supera la Spagna (3 milioni).</p>
<p>Un altro interessante indicatore è la distribuzione del fatturato netto per classe dimensionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Dai dati emerge che in Italia le grandi imprese (oltre 250 addetti), che rappresentano lo 0,1% del totale delle imprese, generano solo il 38% del fatturato netto. In Francia, nonostante una percentuale simile di grandi imprese (0,1%), questo segmento arriva al 60%; mentre in Spagna, un altro paese simile al nostro, tale valore è del 46%. In Germania, dove la quota di grandi imprese è più alta (0,4%), queste ultime generano il 63% del fatturato.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per quanto riguarda il <strong>valore aggiunto</strong>, l’Italia è terza in Europa con 1,1 milioni di euro, dopo la Germania (2,9 milioni) e la Francia (1,5 milioni).</p>
<p>Più che la sola dimensione delle imprese, il modello italiano sembra dunque essere caratterizzato dai seguenti <strong>elementi chiave</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Maggiore contributo delle microimprese</strong>. In Italia, il contributo delle imprese sotto i 10 addetti (che rappresentano il 94,5% del totale) concorre per un 23% al fatturato netto totale, contro un 16% della medesima fascia dimensionale francese (pari al 96,1%). Allargando la prospettiva e considerando le classi dimensionali, in Italia le imprese con meno di 50 dipendenti contribuiscono per oltre il 40% al fatturato netto, contro il 28% della Francia, il 37% della Spagna e il 23% della Germania. Guardando al fatturato netto per addetto, l’Italia supera Francia e Germania nelle classi 10-19 e 20-49 dipendenti. Anche il valore aggiunto per classe di addetti segnala il 26% delle imprese italiane, contro un 16% di quelle francesi. In sintesi, il valore aggiunto apportato dalle imprese sotto i 50 dipendenti è pari al 45% in Italia e al 32% in Francia e Germania.</li>
<li>L’Italia si distingue per la <strong>forte presenza di medie imprese industriali</strong>. Guardando al fatturato netto per addetto, supera Francia e Germania anche nella classe 50-249 dipendenti. Come dimostra la letteratura economica, lo sviluppo delle medie imprese italiane, che rappresentano gran parte della capacità di export del nostro Paese, è in larga parte il risultato dell’evoluzione dei distretti industriali. Si tratta di un segmento di grande rilevanza economica e strategica che, in presenza di determinate condizioni, ha dimostrato di poter evolvere ulteriormente, come conferma la “metamorfosi del modello emiliano”. I principali elementi che caratterizzano questo particolare sviluppo sono: l’irrobustimento delle dimensioni delle imprese, la spiccata apertura internazionale, il convinto investimento nel fattore umano e nella conoscenza, la capacità di infrastrutturare il contesto con reti fiduciarie e collaborative, oltre che con buone relazioni territoriali, il potenziamento delle specializzazioni di artigianato industriale e tecnologiche, la scelta chiara verso il miglioramento continuo della qualità di prodotti e servizi (innovazione) rispetto alla quantità (volumi), un dialogo convergente e fattivo tra sfera privata e sfera pubblica. In questo “modello”, la vocazione imprenditiva e la ricerca della coesione sociale sono diffuse, la media impresa emergente è in grado di catalizzare e fare da traino a un sistema più ampio di filiera.</li>
<li>La <strong>scarsa presenza di grandi imprese</strong> in Italia è un fenomeno storico. Tradizionalmente, le grandi aziende sono state di proprietà statale e attive in settori strategici come la chimica, la siderurgia e l’energia, che richiedono ingenti investimenti in infrastrutture. Nonostante la privatizzazione degli anni Novanta, questo modello persiste. La globalizzazione ha colpito maggiormente le grandi imprese private italiane rispetto alle PMI. Questo perché molte grandi aziende hanno dato la priorità ai risultati finanziari rispetto a quelli industriali, riducendo la qualità e la quantità degli investimenti. Di conseguenza, il fatturato delle grandi imprese pubbliche italiane è passato da 75 a 150 miliardi di euro tra il 1991 e il 2016, mentre quello delle grandi imprese private è sceso da 55 a 29 miliardi. Questo declino è dovuto anche alla delocalizzazione, con alcune aziende che si sono trasferite all’estero per sfruttare incentivi economici e fiscali, mentre altre sono state acquisite da gruppi stranieri. Anche le imprese estere incontrano difficoltà in Italia, spesso a causa di un contesto giurisprudenziale e burocratico sfavorevole.</li>
</ul>
<p>Il tessuto imprenditoriale italiano costituisce un ecosistema articolato, caratterizzato da <strong>varietà dimensionale</strong> (con la convivenza di micro, piccole, medie e grandi imprese), <strong>pluralità settoriale</strong> (manifatturiero, servizi, agroalimentare) e <strong>radicamento territoriale</strong> (sviluppo distrettuale, realtà urbane e periferiche). Questa particolare configurazione presenta indiscutibili punti di forza, ma allo stesso tempo presenta diverse fragilità strutturali, alcune delle quali già ben note, come l’elevata frammentazione, il passaggio di testimone dall’industria ai servizi (sebbene il settore manifatturiero rimanga solido) e la scarsa propensione a investire, soprattutto da parte delle piccole e microimprese. Queste incertezze sollevano interrogativi sulla morfologia della struttura produttiva e sulla capacità delle imprese di questa fascia di crescere ulteriormente. Le preoccupazioni sono legittime, considerando le forti tensioni geopolitiche e l’instabilità del quadro macroeconomico globale.</p>
<p>Oggi, in particolare, tra le questioni con cui l’Italia si trova a fare i conti ci sono:</p>
<ul>
<li><strong>bassa produttività</strong>. In termini di produttività del lavoro corretta per i salari, l’Italia è al di sotto della media UE (149,4% contro 152,6% EU). La bassa produttività ha conseguenze significative sulla capacità del Paese di crescere e mantenere il livello di vita raggiunto nei decenni passati.</li>
<li><strong>Bassi salari</strong>: questo dato ha una triplice spiegazione. In primo luogo, il forte carico fiscale che pesa sul lavoro: in Italia, gli oneri sociali a carico del datore di lavoro raggiungono il 27,6% delle retribuzioni, mentre la media EU è pari al 21,8% (in Francia sono il 28,3% e in Germania il 19,4%). Questo comprime le disponibilità economiche per sostenere gli stipendi. In secondo luogo, la tendenza a una redistribuzione delle risorse dal lavoro al capitale, che si registra in Italia come in altri Paesi. Infine, la sopracitata bassa produttività, che da un lato comporta l’impossibilità di distribuire ricchezze e dall’altro persiste proprio in ragione dei bassi salari, che costituiscono un’alternativa all’investimento in nuove tecnologie e nuovi modelli organizzativi.</li>
<li><strong>Vulnerabilità di un modello centrato sulle medie imprese altamente competitive</strong>: la forte instabilità geopolitica rischia di mettere a repentaglio i risultati ottenuti. Tanto più che la virtuosità della parte esportatrice del modello economico italiano non è allineata con il forte indebitamento pubblico e la più generale scarsa produttività del Paese. È come se ci fossero due Italie che hanno ben poco a che fare l’una con l’altra, dove la prima in larga parte sostiene la seconda.</li>
</ul>
<p>La recente <strong>riduzione dei tassi di interesse</strong> ha fornito un impulso positivo all’economia, ma la redditività delle imprese ha mostrato segni di peggioramento. Il credito erogato è rimasto stabile rispetto allo scorso anno (+0,9%), con una lieve crescita in termini di importi (+2,4%), nonostante gli aumentati costi di finanziamento. La capacità delle imprese di rimborsare i debiti è rimasta mediamente buona, e il tasso di deterioramento dei prestiti bancari si è confermato contenuto. Tuttavia, il tasso di default medio delle società di capitali è stimato in leggero incremento sull’anno precedente (+2,9%) a fine 2024. Questo scenario evidenzia una fragilità strutturale che ostacola gli investimenti e le strategie di lungo periodo.</p>
<p>Il <strong>sistema finanziario italiano</strong> è stato oggetto di molte analisi, in particolare per quanto riguarda il modello “banco-centrico”. Anche in relazione ai processi di verticalizzazione in atto, il tema dell’accesso alle risorse finanziarie merita attenzione, considerando le caratteristiche intrinseche dell’imprenditoria italiana. Anche i dati relativi alle imprese sociali del nostro Paese mostrano un quadro finanziario fragile: il 68% dichiara di avere un orizzonte di sostenibilità finanziaria di soli 12 mesi, il 16% circa una sostenibilità inferiore ai 3 mesi, e solo il 7% circa afferma di avere una prospettiva superiore ai 24 mesi.</p>
<p>La polarità tra piccole e grandi imprese racconta molto di più di quanto si pensi. Essa evidenzia la tensione di fondo tra standardizzazione e scalabilità da un lato, e varianza e innovazione dall’altro; o tra globalizzazione da un lato e radicamento locale dall’altro.</p>
<p>Il modello italiano si caratterizza per la forte presenza di un’élite con matrice industrialista, impegnata a valorizzare le competenze locali. Questa élite anima un’imprenditorialità vigorosa e un’economia intermedia operante secondo logiche di filiera, lascito di una lunga storia di creative produzioni artigianali.</p>
<p>La gestione di questa tensione non è mai stata facile per il nostro Paese, che ha dimostrato di non essere adatto alle grandi imprese. E non lo è tutt’oggi.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-7" data-row="script-row-unique-7" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-7"));</script></div></div></div>
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		<title>Un sapere che guarda al futuro: neghentropia, tecnodiversità, artigiania</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 05:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’epoca della complessità e della frammentazione, l’impresa artigiana offre un modello alternativo di sviluppo fondato su relazioni umane, tecnologie interpretate culturalmente e valorizzazione della memoria operativa dei territori</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 53%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108392" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968.jpg" width="1200" height="1652" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968.jpg 1200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968-218x300.jpg 218w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968-744x1024.jpg 744w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968-768x1057.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968-1116x1536.jpg 1116w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/05/pexels-michael-burrows-7147968-350x482.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
					</div>
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<h3><em><span class="font-435549">Abbiamo chiesto al professor Mauro Magatti di tracciare un ritratto dell’artigianato contemporaneo e delle sue possibili traiettorie evolutive, con l’obiettivo di offrire una cornice interpretativa utile alla futura proposta di riforma della legge di settore promossa da Confartigianato. Comprendere come il comparto sia cambiato negli ultimi decenni – nei modelli organizzativi, nei valori che esprime, nel rapporto con i territori e con l’innovazione – è condizione necessaria per costruire un impianto normativo coerente con la realtà attuale e capace di sostenerne lo sviluppo nel tempo.</span></em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">1. Produzione artigiana e innovazione sociale</span></h2>
<p>La produzione artigiana rappresenta un&#8217;attività economica che fonde armoniosamente arte, tecnica e innovazione, privilegiando l&#8217;eccellenza qualitativa e l&#8217;unicità rispetto alla standardizzazione industriale di massa. Si fonda su un saper fare integrato che intreccia tradizione, manualità e innovazione per creare manufatti unici di elevato valore. A differenza della produzione industriale seriale, l&#8217;artigianato si distingue per la sua originalità, personalizzazione e il profondo valore artistico infuso in ogni creazione. Le sue caratteristiche distintive includono:</p>
<ul>
<li><strong>Unicità e originalità</strong>. Ogni manufatto è un&#8217;opera singolare, espressione del genio creativo e della maestria professionale dell&#8217;artigiano. La selezione rigorosa di materie prime pregiate, spesso con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale, si accompagna a una meticolosa dedizione ai dettagli e all&#8217;eccellenza del processo produttivo, esaltando il valore del lavoro manuale e della competenza tecnica. Questo rende ogni prodotto irripetibile ma perfettamente funzionale.</li>
<li><strong>Connessione con la tradizione</strong>. L&#8217;artigiano attinge a un patrimonio di saperi antichi, reinterpretandoli con sensibilità contemporanea. I manufatti diventano così espressione autentica di un territorio, di una storia e di un&#8217;eredità culturale distintiva.</li>
<li><strong>Personalizzazione</strong>. La produzione avviene in serie limitate o pezzi unici, con ogni oggetto che porta l&#8217;impronta inconfondibile del suo creatore, narrando una storia peculiare e trasmettendo un patrimonio culturale e artistico. Il cliente diventa co-protagonista del processo creativo, ottenendo un prodotto genuinamente su misura.</li>
<li><strong>Innovazione nei materiali e nelle tecniche</strong>. Pur onorando i metodi tradizionali, l&#8217;artigiano contemporaneo esplora costantemente nuovi materiali, tecnologie e forme espressive.</li>
</ul>
<p>In questa prospettiva, la produzione artigiana si rivela un potente catalizzatore di innovazione sociale che non si limita alla creazione di oggetti, ma genera valore condiviso per la comunità, stimola partecipazione attiva e contribuisce a costruire un&#8217;economia locale resiliente, dando vita a prodotti dall&#8217;identità forte e dalla qualità duratura nel tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">2. Modello italiano e intelligenza artigiana</span></h2>
<p>Con queste sue peculiarità distintive, la produzione artigiana costituisce l&#8217;elemento caratterizzante del modello italiano – creativo, umanistico e profondamente radicato nei territori – che ha elevato la qualità relazionale e la ricerca della bellezza a tratti identitari fondamentali. Un ecosistema produttivo che ha prosperato grazie alla sua capacità di sviluppare una specificità propria, mantenendo un legame vitale con il territorio all&#8217;interno di una visione ecosistemica che ha saputo trarre vantaggio da una straordinaria biodiversità culturale e ambientale.</p>
<p>Al cuore di questo modello si colloca l&#8217;<strong>intelligenza artigiana</strong>, una forma distintiva di intelligenza pratica, radicata nel fare concreto, nell&#8217;esperienza diretta e nella straordinaria capacità di risolvere problemi attraverso la manualità raffinata, la creatività intuitiva e un profondo saper fare. Questa intelligenza si affina nel tempo, attraverso l&#8217;esercizio costante, l&#8217;osservazione attenta, la cura meticolosa del dettaglio e una conoscenza profonda dei materiali e dei processi. Tale forma di intelligenza, sebbene emblematica degli artigiani, innerva poi anche gli altri ambiti della vita sociale dove è essenziale un armonioso equilibrio tra mente, mano e cuore. Questa intelligenza non rappresenta semplicemente una competenza tecnica, ma incarna una forma di pensiero incarnato, dove il gesto si trasforma in espressione tangibile di conoscenza. Un saper fare incarnato che si forma attraverso l’interazione con strumenti tecnici (technè) e si conserva e trasmette grazie all’esternalizzazione della memoria (individuale e collettiva) nei supporti tecnici (scrittura, immagini, oggetti, media digitali, ecc.), nei luoghi (laborarori, scuole professionali, associazioni, ecc.) e nelle biografie personali e imprenditoriali.</p>
<p><strong>L’intelligenza artigiana integra e complementa l&#8217;intelligenza astratta o teorica, evidenziando come la conoscenza autentica non si limiti alla dimensione concettuale, ma abbraccia esperienze vissute, sensibilità affinata e relazioni profonde con il mondo materiale.</strong></p>
<p>Oggi, tuttavia, questo patrimonio economico, culturale e cognitivo rischia di subire conseguenze negative  dall&#8217;interazione tra il crescente caos geopolitico, la digitalizzazione pervasiva, il preoccupante declino demografico e la progressiva erosione del dinamismo imprenditoriale italiano.</p>
<p>Per rivitalizzare questo modello – rendendolo nuovamente attrattivo per le nuove generazioni che sempre più frequentemente abbandonano il paese o esitano a intraprendere attività tradizionalmente considerate più rischiose – è necessario valorizzare gli elementi distintivi dell&#8217;intelligenza artigiana, evitando di indulgere nella retorica della &#8220;buona differenza&#8221;, ma impegnandosi attivamente nel rafforzare i fattori catalizzatori di quella metamorfosi oggi indispensabile. La traiettoria evolutiva può essere tracciata seguendo tre direttrici strategiche fondamentali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">3. Imprese neghentropiche</span></h2>
<p>La <strong>neghentropia rappresenta un concetto multidimensionale che integra fisica, biologia e teoria dell&#8217;informazione, offrendo una chiave interpretativa per analizzare i processi ordinativi nei sistemi viventi e sociali. In ambito biologico, i sistemi viventi mantengono un elevato grado di organizzazione interna dissipando entropia nell&#8217;ambiente circostante attraverso processi come il metabolismo</strong>. Nello specifico, la neghentropia sociale identifica quei processi generativi che creano ordine e diversità nell&#8217;ecosistema sociale, contrapponendosi all&#8217;entropia (ossia ai processi disorganizzativi caratterizzati dalla tendenza alla frammentazione e alla dedifferenziazione). Questa tematica assume particolare rilevanza nell&#8217;attuale contesto, considerato l&#8217;impatto omologante delle tecnologie digitali. La neghentropia sociale valorizza la capacità della società di generare complessità e individualità distintive, resistendo alle forze che spingono verso l&#8217;automatizzazione standardizzata e l&#8217;appiattimento culturale.</p>
<p>Questo concetto diventa cruciale per contrastare i processi di omologazione e promuovere comunità autenticamente creative in un&#8217;epoca dominata dal capitalismo cognitivo e dalla crescente automazione sociale. La neghentropia implica la costruzione di un equilibrio più sofisticato e armonioso tra innovazione tecnologica e valori umani fondamentali.</p>
<p>Si definiscono <strong>&#8220;imprese neghentropiche&#8221; quei modelli imprenditoriali evoluti, consapevoli che la prosperità autentica e duratura dipende dalla sistematica riduzione degli effetti entropici nei processi economici, attraverso strategie organizzative innovative, valorizzazione della biodiversità imprenditoriale e sviluppo di relazioni responsabili con l&#8217;ambiente sociale e naturale</strong>. Il tradizionale modello delle piccole e medie imprese italiane – che trova nelle imprese artigiane il proprio fulcro vitale – profondamente radicato nel territorio, evolve oggi verso un paradigma pienamente sostenibile che reinterpreta la tradizione con spirito innovativo, riconoscendo che una crescita economica genuinamente duratura necessita di un costante rinnovamento delle condizioni sociali e ambientali.</p>
<p>Questo modello evoluto genera valore sociale e culturale preservando competenze preziose e tradizioni secolari, creando occupazione qualificata a livello locale, promuovendo un&#8217;economia fondata sull&#8217;eccellenza qualitativa e coltivando relazioni di fiducia autentica tra produttore e cliente, nonché all&#8217;interno del tessuto aziendale. Il ruolo neghentropico si esprime anche nel contrasto ai processi di polarizzazione sociale tipici delle societa contemporanee: l’attenzione alle questioni locali, il collegamento con gli istituto tecnici, la creazione di posti di lavoro con livelli di competenza differenziati sono tutto fattori importanti a questo riguardo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">4. Promozione della tecnodiversità</span></h2>
<p><strong>La tecnodiversità identifica la capacità non solo di adottare passivamente una tecnologia, ma di personalizzarla e trasformarla creativamente in base a una cosmologia culturale specifica</strong> (lingua, tradizione, sensibilità, peculiarità produttive, visione della qualità, concezione antropologica, modello organizzativo) che segna una differenza sostanziale. Le piccole e medie imprese italiane esprimono magistralmente questa attitudine manipolativa e trasformativa, creando contesti lavorativi unici che conferiscono loro un decisivo vantaggio competitivo sui mercati globali.</p>
<p>La tecnodiversità rappresenta la ricchezza delle *cosmotecniche*, ovvero le modalità distintive attraverso cui le diverse culture vivono, interpretano e integrano la tecnologia, trascendendo la mera dimensione tecnico-strumentale. Nel panorama globalizzato contemporaneo, la tecnodiversità affronta una crisi profonda, minacciata dalla standardizzazione tecnologica imposta dai modelli industriali occidentali dominanti, che tendono a uniformare la logica tecnologica su scala planetaria.</p>
<p>Recuperare e valorizzare la tecnodiversità significa promuovere uno sviluppo tecnologico plurale e differenziato, profondamente radicato nelle culture e tradizioni locali, dove l&#8217;innovazione tecnologica stabilisce un dialogo fecondo con ambienti, filosofie e visioni del mondo diversificate. La tecnodiversità si nutre di saperi locali, tradizioni ancestrali, risorse scientifiche e condizioni sociali specifiche che orientano l&#8217;innovazione in direzioni uniche. Il pluralismo culturale costituisce dunque una ricchezza inestimabile da salvaguardare e rigenerare costantemente.</p>
<p>La tecnodiversità supera sia il cosmopolitismo astratto che la standardizzazione globalizzata, dinamiche che frequentemente distruggono culture ed ecosistemi locali, generando conflitti e fratture sociali. Promuovere la tecnodiversità significa investire in modo integrato e lungimirante nel saper fare, nel saper vivere e nel saper pensare locali, valorizzando pratiche e conoscenze che contrastano efficacemente il riduzionismo tecnologico dominante.</p>
<p><strong>La creatività artigiana incarna perfettamente la tecnodiversità poiché combina armoniosamente tradizione e innovazione</strong>, contrappone la personalizzazione alla standardizzazione massificata, sostiene un rapporto etico e consapevole con la tecnologia e valorizza il patrimonio di sapere locale. L&#8217;uso critico e creativo delle tecnologie digitali emergenti (come fablab, taglio laser, stampa 3D) nella produzione artigiana rappresenta un esempio concreto e illuminante di tecnodiversità, capace di rinnovare profondamente senza cancellare l&#8217;identità culturale.</p>
<p>Da questa prospettiva, la tecnodiversità fonda e rigenera ciò che costituisce le radici profonde del made in Italy. Al punto che si può affermare che, senza questa componente artigiana vitale, lo stesso modello italiano perderebbe la sua essenza più autentica e distintiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">5. Artigiania: Uno stile di vita</span></h2>
<p>L&#8217;artigiania può essere definita come <strong>l&#8217;essenza e l&#8217;anima culturale dell&#8217;artigianato, un ethos complesso che abbraccia saperi, tecniche e tradizioni non semplicemente come mestiere, ma come prezioso patrimonio culturale e identitario</strong>. Rappresenta un approccio alla produzione fondato su creatività autentica, maestria manuale e raffinata cura del dettaglio, che si contrappone consapevolmente alla standardizzazione industriale massificata.</p>
<p>L&#8217;artigiania incarna una vera filosofia di vita in cui la passione profonda per il lavoro manuale si fonde armoniosamente con scelte etiche deliberate e un impegno costante per l&#8217;eccellenza qualitativa, la rigenerazione dinamica della tradizione, la sostenibilità sociale e ambientale, l&#8217;umanizzazione dei processi produttivi e dei loro esiti. Rappresenta una modalità distintiva di concepire l&#8217;attività lavorativa come espressione personale autentica che esalta i valori dell&#8217;autenticità e della manualità sapiente, offrendo un&#8217;alternativa significativa al mondo digitalizzato e standardizzato. L&#8217;artigiano contemporaneo integra sapientemente strumenti tecnologici avanzati per arricchire le proprie creazioni, preservando sempre il &#8220;tocco umano&#8221; come elemento distintivo e irrinunciabile.</p>
<p>L&#8217;artigianato si trasforma così in un percorso di profonda realizzazione personale e professionale, un impegno sociale e culturale che narra storie autentiche, comunica emozioni genuine e trasmette valori profondi, contribuendo attivamente a preservare un patrimonio culturale inestimabile e a costruire un futuro realmente sostenibile.</p>
<p>In sintesi, vivere l&#8217;artigianato come filosofia esistenziale – ossia come artigiania – significa creare con passione autentica, responsabilità consapevole e profondo rispetto per le radici culturali, trasformando il lavoro manuale in un modo d&#8217;essere integrale e in una modalità significativa di contribuire positivamente al mondo contemporaneo.​​​​​​​​​​​​​​​​</p>
<h5><span class="s1" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">© </span><span class="s2" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">2025</span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;"> </span><span class="s2" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">Spirito Artigiano</span><span class="s1" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Cambio di paradigma. Il contributo dell’uomo artigiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 10:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uomo artigiano come motore di un cambio di paradigma: nuove visioni per una società sostenibile e collaborativa</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107701" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti.jpg" width="832" height="1248" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti.jpg 832w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti-683x1024.jpg 683w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti-768x1152.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Magatti-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 832px) 100vw, 832px" /></div>
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<div class="flex-shrink-0 flex flex-col relative items-end">
<div class="pt-0">
<div class="gizmo-bot-avatar flex h-8 w-8 items-center justify-center overflow-hidden rounded-full">
<p>Il concetto di cambio di paradigma è una espressione mutuata dal linguaggio di Thomas Kuhn, usata per descrivere il mutamento dirompente che avviene quando una scoperta scientifica rivoluziona tutta la conoscenza che si dava per assodata fino a quel momento. Riprendere questo concetto e riportarlo al centro del dibattito, non in termini scientifici, ma sociali, economici e politici, mi sembra essenziale perché un cambio di paradigma è esattamente ciò che stiamo vivendo. Senza riflettere su questo aspetto e sulla gravità e profondità del mutamento in corso, penso sia difficile poter riflettere sul futuro della nostra società e sulle risposte da cercare, che siano adeguate e all’altezza.</p>
<p>Il termine &#8220;paradigma&#8221; ha una forza espressiva molto radicale. Deriva dal greco e indica qualcosa di esemplare, a cui fare riferimento per comprendere l’orizzonte in cui si vive. Il paradigma è dunque ciò su cui si costruisce un modello sociale, filosofico, economico, politico. È il punto da cui si formano le identità e da cui le cose prendono forma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em> Quindi, pensare che viviamo un cambio di paradigma significa immaginare di vivere in un momento di svolta totale della storia, un momento in cui tutto cambia.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa succede quando un’epoca finisce e una nuova non inizia? Prendendo a prestito da M. Heidegger un’espressione, in questo momento noi ci troviamo su un sentiero che si perde nella complessa e intricata selva della contemporaneità. È questo il tempo in cui ci troviamo a vivere: un tempo che ci interroga e ci chiama, a cui dobbiamo dare una risposta per provare a dare vita, a generare, un nuovo fondamento, un nuovo paradigma all’interno del quale tornare a riconoscerci e che sia in grado di dare un senso alle nostre azioni.</p>
<p>Come tutti sanno, il 2008 ha segnato un momento di definitiva rottura: un’implosione del sistema che ha portato tutti, anche i più convinti assertori del neoliberismo, a interrogarsi su cosa si potesse fare per uscire dalla crisi e immaginare un futuro che, fino a quel momento, sembrava destinato a una sorta di perenne crescita, destinata a garantire a tutto il mondo, attraverso un sistema fondato su crescenti consumi e debiti, una situazione di perenne pace e prosperità globale.</p>
<p>Questo schema da sogno aveva comunque mostrato i suoi primi scricchiolii a partire dall’11 settembre 2001, una svolta dalla quale, in un certo senso, non siamo mai usciti. L’11 settembre ha spostato i nostri occhi da un orizzonte in cui pensavamo che tutto il mondo facesse a gara per assomigliare all’Occidente, per essere esattamente come noi. Invece ci siamo ritrovati a fare i conti con una violenza a cui non eravamo più abituati. E, quando ci siamo voltati per cercare nella nostra sacca delle risposte qualcosa con cui fronteggiare questa situazione, l’abbiamo trovata vuota.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>La grande crisi globale in cui ci troviamo immersi è il portato di lungo periodo di queste due rotture. La domanda sull’identità è tornata molto attuale. Ed è una domanda potentissima: come ci pensiamo? Chi crediamo di essere? Chi siamo?</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quella dell’identità è una questione fondamentale. Un uomo che perde la memoria di sé, ovvero di chi è, non può fare altro che vagabondare, senza sapere dove andare. Finisce appunto su sentieri che si perdono nella selva. Ma cosa succede quando è anche il mondo attorno a noi a cambiare e quindi non abbiamo più strumenti da pescare nel passato per preparare la strada verso il futuro? Questa è la situazione in cui ci troviamo.</p>
<p>Non è del tutto vero che non avremmo strumenti da prendere dal passato per pensare il futuro, ma è vero che negli ultimi decenni l’idea di un modello economico che predicava espansione infinita ci ha fatto credere che l’unico orizzonte possibile di riconoscimento, di identità, di possibilità d’esistenza fosse al suo interno. E in questo ha avuto gioco facile, perché le altre cornici di senso e riconoscimento sono progressivamente venute a mancare, fino quasi a scomparire.</p>
<p>La religione perlopiù sbiadisce e si polarizza. Da un lato il fondamentalismo laicista ha avuto la meglio; dall’altro, il fondamentalismo religioso, come reazione a una società da cui ci si sente esclusi e in cui non ci si riconosce, tende ad avanzare. Ma senza un orizzonte metafisico in cui proiettare l’eccedenza di energia, di potenza, che risiede in ciascuno di noi, come si può avere un’esistenza formata, capace di dispiegarsi e di rinnovarsi? Tacitare la dimensione spirituale significa reprimere una parte fondamentale della persona e della sua capacità di aprirsi al mondo.</p>
<p>Allo stesso modo, la politica perde sempre più la capacità di svolgere il proprio ruolo storico, ovvero amministrare il potere facendosi portatrice di una visione concreta e possibile del futuro di una comunità. In un mondo sempre più interconnesso, in cui i centri di decisione sono sempre più diffusi e spesso non coincidono affatto con i governi, in cui le decisioni si accavallano e si influenzano reciprocamente con una velocità sempre più vorticosa, il ruolo della politica diventa meno chiaro; in balìa di chi promette di mettere un freno alla velocità del mondo, di chi pensa di potersi riparare dietro pareti di carta mentre fuori imperversa l’uragano.</p>
<p>La natura rifiuta il vuoto, dice un antico detto. E allora, il vuoto lasciato da queste due cornici di riferimento che per secoli hanno accompagnato lo sviluppo dell’uomo è stato occupato dalla tecnoscienza e da una parossistica forma di individualismo; perché in un mondo svuotato di senso e prospettiva – ovvero Dio e comunità – resta soltanto l’individuo con il suo solitario egoismo. E poiché l’economia è veramente la traduzione materiale dell’evoluzione culturale della società, individualismo radicale e tecnoscienza hanno trovato nel neoliberismo la dottrina che li univa e un modello da imporre, che definisco finanziario-consumerista. “Finanziario”, per la centralità del processo di finanziarizzazione, cioè degli effetti della deregolamentazione e della ingegnerizzazione finanziaria che hanno reso possibile la massiccia estensione delle possibilità di accesso al credito e dunque all’indebitamento. “Consumerista”, per la centralità del consumo come base del benessere e dell&#8217;identità, oltre che della crescita economica. Precisamente il modello che ormai da diversi anni è in crisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Da questa crisi emerge allora la necessità di creare un nuovo tipo di modello, che sia allo stesso tempo sociale, economico e politico: un nuovo scambio sociale che definisco sostenibile-contributivo.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scambi sociali sono uno dei modi con cui si possono analizzare gli assetti socioeconomici avanzati, perché esistono scambi tra interessi economici, interessi sociali e interessi politici. Con il cambiamento epocale che stiamo vivendo dobbiamo interrogarci sulla storia da cui proveniamo e sul nuovo orizzonte in cui vorremo andare a collocarci.</p>
<p>Tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni ’70, il mondo occidentale è stato dominato da quello scambio che in letteratura si definisce fordista-welfarista, ovvero economie di scala ed efficientizzazione della produzione, rese possibili da mercati interni in espansione. Questo è stato ottenuto permettendo a quote crescenti di popolazione di accedere al circuito del consumo mediante salari stabili e tendenzialmente in crescita. Lo Stato estraeva risorse attraverso le tasse, redistribuiva in termini di servizi di welfare e creava consenso.</p>
<p>Questo modello è crollato già tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.</p>
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<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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		<title>Alla ricerca della felicità: nuove culture giovanili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 09:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove generazioni stanno ridefinendo il concetto di felicità, spostando l'attenzione dal benessere materiale alle relazioni e alla sostenibilità. Tra ricerca di armonia personale e collettiva, l'emergere di nuovi valori post-individualistici offre uno sguardo sulle culture giovanili e sul loro ruolo nella trasformazione sociale</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107535" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725.webp" width="1500" height="1500" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725.webp 1500w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-300x300.webp 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-1024x1024.webp 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-150x150.webp 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-768x768.webp 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-350x350.webp 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/pexels-thirdman-7656725-348x348.webp 348w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></div>
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<p>Alla fine degli anni &#8217;60, la ricerca dello psicologo <strong>Abraham Maslow</strong> mise in evidenza l’evoluzione delle sensibilità culturali che nascevano nel momento in cui le società avanzate accedevano a un livello di benessere materiale diffuso. Al vertice della piramide dei bisogni, lo psicologo americano aveva posto la dimensione post-materialista. Erano quelli gli anni in cui cominciava a diventare chiaro che i beni materiali in quanto tali – quelli che erano stati al centro della società dei consumi negli anni &#8217;50 e &#8217;60 – non bastavano più. E che, in particolare, le nuove generazioni guardavano con interesse a nuove dimensioni esistenziali. In particolare alla questione dell&#8217;autorealizzazione, destinata a divenire il cardine su cui si è poi sviluppata la modernità liquida.</p>
<p>A cinquant’anni di distanza non disponiamo di una sintesi così chiara come quella di allora. Tuttavia, ci sono degli indicatori che si possono utilizzare per dire che il passaggio di cui stiamo parlando in questa fase storica non riguarda più tanto la dimensione materiale, ma quella relazionale.</p>
<p>È possibile infatti osservare che ciò che sta affiorando è la domanda di beni post-individualistici.<br />
Una prima indicazione viene da una ricerca internazionale svolta nel 2023 da <strong>BCW</strong> su un campione di 36.000 persone in 30 Paesi. La ricerca ha preso in esame i valori universali di base, misurandone poi la correlazione nel determinare i comportamenti. Dalla ricerca emerge la distanza tra i valori dei governi e quelli dei loro cittadini. Secondo il rapporto, i primi tre valori globali sono benevolenza (che ci motiva a promuovere il benessere delle persone con cui siamo in contatto frequente); universalismo sociale (che ci motiva a promuovere la comprensione, l&#8217;apprezzamento, la tolleranza e la protezione di tutte le persone nella società); e sicurezza (che ci motiva a promuovere la sicurezza e la stabilità personale e sociale). Ma, sorprendentemente, la stessa ricerca rivela che solo un quarto delle persone intervistate in tutto il mondo (25%) afferma di essere fortemente d&#8217;accordo sul fatto che le politiche e i programmi dei propri governi siano in linea con questi valori.</p>
<p>Uno studio proposto da <strong>Eumetra</strong> evidenzia altri risultati interessanti.<br />
Detto che la cultura contemporanea è disomogenea e vede convivere sensibilità e atteggiamenti molto diversi, la ricerca mette in luce il superamento della classica contrapposizione tra benessere personale e bene comune.<br />
Secondo lo studio, oggi la posizione classica, centrata sulla dimensione egocentrica, non è più prevalente. Ad affermarsi è invece la ricerca di una nuova armonia mirante a creare un’integrazione positiva tra il benessere personale e la centratura sugli altri. I gruppi che ricercano tale armonia sono la maggioranza relativa e vengono stimati nel quadro della ricerca intorno al 35% della popolazione italiana. Ciò vuol dire che nella cultura contemporanea esiste ormai una base significativa di persone che si rendono conto che non c’è una netta contrapposizione tra interesse individuale e benessere collettivo, tra l’attenzione al proprio interesse e il riconoscimento dei bisogni altrui. Siamo cioè in una fase di transizione dall’egocentrismo al benessere armonico, che in alcuni casi arriva fino alla disponibilità al sacrificio. Non stiamo dicendo che nella società contemporanea abbiamo risolto quello che è da sempre un problema di fondo della vita sociale. Più semplicemente si nota che c’è un’evoluzione, tanto più interessante in quanto è positivamente associata alla possibilità di ingaggiarsi nella vita professionale e sociale.</p>
<p>A conferma di queste indicazioni ci sono le tante ricerche che negli ultimi anni hanno mostrato che la sostenibilità si afferma sempre di più come un valore di riferimento, soprattutto tra le nuove generazioni. Il tema ovviamente rimane controverso, soprattutto per i costi che la transizione comporta. Ma questo non deve far perdere di vista il punto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>soprattutto i giovani pensano che il cambiamento climatico debba essere una priorità e che la giustizia ambientale riguardi la salvaguardia del pianeta e la salute delle persone. Essi sono consapevoli degli effetti differenti del climate change sulle diverse generazioni e sono più propensi a impegnarsi attivamente una volta che riconoscono la correlazione fra i due fenomeni.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una ricerca svolta da <strong>First Insight</strong> nel settore della moda dice che la Gen Z chiede un cambiamento e vuole che siano i grandi marchi ad aprire la strada. Come consumatori desiderosi di valore, gli Zoomer sono alla ricerca di significati che vadano oltre i propri acquisti personali e la propria vita lavorativa. La Generazione Z, come i Millennial, è maggiormente incline a prendere decisioni di acquisto in base a questi valori. Tre consumatori su quattro della Generazione Z preferiscono i marchi sostenibili e sono persino disposti a spendere un ulteriore 10% in più per prodotti ecologici.</p>
<p>Un ultimo dato che può essere portato a sostegno di quanto stiamo affermando viene dalla ricerca internazionale che misura il livello di felicità nei vari Paesi. Sappiamo che questa ricerca è controversa: usare il termine &#8220;felicità&#8221; è rischioso. Forse sarebbe più prudente usare l’espressione &#8220;soddisfazione&#8221;. Ma, al di là dei dubbi metodologici, è pur vero che si tratta di una ricerca ormai consolidata a livello internazionale, capace di mettere in luce alcuni elementi sistematicamente dimenticati dal pensiero mainstream.</p>
<p>In primo luogo, la felicità ha a che fare con l’attivazione personale, cioè con l’ingaggio. E su questo non dovrebbero esserci dubbi. Nella misura in cui il processo di emersione dell’io libera il desiderio di altro, è solo quando riusciamo a metterci in relazione con qualcosa che va al di là di noi stessi che ci sentiamo nel pieno flusso della vita. Come confermato dagli studi di Mihaly Csikszentmihalyi, le persone sentono piacere e coinvolgimento quando sono completamente assorbite da un’attività che richiede un equilibrio tra abilità e sfida. La <em>flow experience</em> è descritta come uno stato di concentrazione ottimale, in cui un individuo si immerge completamente in un’attività, perdendo la percezione di sé stesso e del tempo circostante. Per riuscire a sviluppare quel senso di soddisfazione che è alla base della felicità, le esperienze di consumo si rivelano inadeguate, soprattutto per quella parte della popolazione che ha livelli di educazione ed esperienze professionali di maggiore qualità.</p>
<p>La seconda conclusione è che questa attivazione esprime tutte le sue potenzialità quando si lega al perseguimento di un obiettivo dotato di senso, per di più condiviso con altri. Per chiarire questo punto: l’ingaggio avviene anche quando si gioca d’azzardo, una piaga sociale che in Italia fattura 150 miliardi di euro. Ma il gioco d’azzardo non genera senso né legame. Al contrario, esso viene praticato tendenzialmente in solitudine e aumenta l’esclusione. Molto diverso è quando affrontiamo un problema, risolviamo una situazione difficile o realizziamo qualcosa di bello insieme ad altri. Quando cioè generiamo un senso che riguarda noi e anche gli altri. Anche in questo caso la felicità aumenta, ma il suo impatto sociale è ben diverso. D’altro canto, la psicologia sperimentale ha dimostrato che la personalità che ottiene maggiori livelli di soddisfazione è quella che viene chiamata “otherish”, capace di creare un mélange positivo tra l’attenzione a beneficiare gli altri e il perseguimento di obiettivi propri (<strong>Grant</strong>, 2013:157). La soddisfazione ha a che fare con la capacità di fare la differenza, cioè di segnare il proprio passaggio nel mondo con una traccia riconosciuta da altri.</p>
<p>Infine, la felicità non è legata solo alla volontà del soggetto, ma dipende dalle condizioni del contesto: dall’ecosistema culturale e istituzionale. Se esistono regole che vengono rispettate, sanzioni contro chi le trasgredisce, fiducia nel rapporto con le istituzioni. Tutte condizioni che rendono più plausibili i primi due elementi della felicità. Questo aspetto è, tra l’altro, la ragione che spiega perché, nelle ricerche citate, alcuni Paesi del nord Europa (Finlandia, Svezia, Danimarca) risultano in cima alla classifica internazionale.<br />
In sostanza, queste ricerche ci dicono che la soddisfazione post-individualista e post-materialista costituisce una tappa ulteriore dello sviluppo umano. Una tappa che rimane ancora da realizzare, ma che cominciamo a intravedere.<br />
Tutto ciò dà conto di una cultura relazionale emergente che, pur senza essere maggioranza, costituisce una componente molto rilevante delle nuove culture giovanili.</p>
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<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
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		<title>Papa Francesco: illuminare il futuro con l&#8217;arte dell&#8217;Intelligenza Artigiana nel mondo digitale. Spunti di riflessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 06:35:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che papa Francesco ha voluto dire agli artigiani è che a salvarci non sarà la tecnica, ma l’intelligenza e lo spirito. Nella loro integralità. Intelligenza e spirito artigiani</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/papa-francesco-illuminare-il-futuro-con-larte-dellintelligenza-artigiana-nel-mondo-digitale-spunti-di-riflessione/">Papa Francesco: illuminare il futuro con l’arte dell’Intelligenza Artigiana nel mondo digitale. Spunti di riflessione</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 88%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106910" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k.jpeg" width="1100" height="733" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k.jpeg 1100w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k-300x200.jpeg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k-1024x682.jpeg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k-768x512.jpeg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/03/53520557638_d313305a6d_k-350x233.jpeg 350w" sizes="auto, (max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /></div>
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<p>Papa Francesco è uno dei pochi leader capaci di andare sempre al punto. Senza giri di parole o inutili retoriche.</p>
<p>E così è stato anche nel recente incontro con gli artigiani che lo hanno raggiunto a Roma da tutta Italia.</p>
<p>Parlare di artigianato, secondo il Papa, non ha a che fare con il passato ma con il futuro: poiché a tema vi è la questione dell’umano al tempo della digitalizzazione.</p>
<p>È chiaro infatti che siamo alle soglie di una grande trasformazione. Che può essere per il meglio o per il peggio. Le vie del futuro non sono tracciate.</p>
<p>Qual è il punto sollevato dal Pontefice?</p>
<p>A partire dalla rivoluzione industriale &#8211; e ancora di più oggi con la digitalizzazione &#8211; si sono moltiplicati gli apparati tecnici e istituzionali che, per dirla con Bruno Latour, tendono a diventare veri e propri attanti, cioè “soggettività non umane” capaci di agentività autonoma. In questo nuovo contesto &#8211; soprattutto con l’apparizione combinata dell’ “intelligenza artificiale generativa” e del metaverso &#8211; sono le capacità intellettive, realizzative e spirituali delle singole persone, dei gruppi e delle stesse imprese a essere messe in discussione. L’AI spinge ancora più avanti la tendenza verso la riduzione della ragione a calcolo: la “governamentalità algoritmica” può comprimere gli spazi di giudizio e di azione autonoma delle persone in carne e ossa; il metaverso introduce un vero e proprio salto di livello nella capacità di realizzare nuove esperienze immersive, con un potenziale di dominio dell’immaginario infinitamente più grande rispetto ai media che hanno caratterizzato il secolo scorso (radio, cinema, Tv).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Non si tratta, evidentemente, di essere pro o contro la tecnologia. Non esiste un essere umano non tecnico. Ciò che si vuole ricordare è la natura ambivalente &#8211; cioè di pharmakon (veleno curativo) &#8211; della tecnica, che mentre abilita disabilita, mentre guarisce ammala, mentre salva uccide. Una ambivalenza strutturale, che non può essere risolta ma solo contenuta nei suoi esiti più problematici.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mondo nel quale stiamo entrando &#8211; sempre più veloce, grande e stimolante &#8211; abitua il cervello a spostarsi continuamente da uno stimolo a un altro. “Scrollare” diventa il nuovo stile di rapporto con la realtà, alla ricerca di uno stimolo più intenso. Stimoli che restano però frammentari e che non sono in grado di riconnettere percezioni, memorie, anticipazioni, ovvero di sostenere processi capaci di generare senso e creatività. Inoltre, si pone la questione del know-how: chi sa, la macchina o l’uomo? Esattamente la stessa questione (su scala ben maggiore) che affiorò nel momento della nascita della fabbrica: quando gli operai &#8211; che fino a poco tempo fa erano artigiani &#8211; cercarono (invano) di rivendicare &#8211; contro la nascente figura dell’ufficio tecnico &#8211; la conoscenza del mestiere e delle macchine. Da qui il grande tema dell’alienazione sollevato da Marx e che arriva fino ai giorni nostri.</p>
<p>Gli studi rilevano che il forte incremento dei disturbi dell’attenzione sono il prodotto della disabitudine (o della mancanza di allenamento) alla deep attention, con una diffusa incapacità di “auto-stimolazione” per mantenere l’attenzione. Così la hyper attention (un&#8217;attenzione continuamente sollecitata e frammentata) diviene una vera e propria “cura” per lo stesso veleno che rappresenta, ossia quello della disattenzione. Come se la somma di tanti brevi istanti e picchi d’attenzione sconnessi tra loro potesse colmare l’assenza di un unico, lungo sforzo. Ma come si può imparare la qualità del lavoro artigiano in queste condizioni?</p>
<p>L’organizzazione socio-tecnica contemporanea indebolisce la connessione tra le ritenzioni primarie (le esperienze immediate), quelle secondarie (i filtri e le aspettative che si depositano e condizionano le ritenzioni primarie successive) e quelle terziarie, incarnate in artefatti che spazializzano e frammentano il pensiero, e che sono sempre più imprescindibili per i processi di costruzione del sé e delle collettività. Né tanto meno si preoccupa di rigenerare luoghi e situazioni in cui la capacità umana del saper fare &#8211; condizione anche del saper pensare &#8211; sia coltivata e sviluppata.</p>
<p>In questo scenario occorrono strategie chiare per salvaguardare la capacità di fare, di creare e di pensare. Tutte componenti essenziali della libertà personale. Che non è solo un preziosissimo bene individuale. Ma anche un bene collettivo di cui non possiamo fare a meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>I tanti problemi che ci troviamo ad affrontare &#8211; dalla crisi climatica al disordine geopolitico, dal crollo del desiderio dei giovani ai fondamentalismi religiosi &#8211; ci dicono che, nonostante tutta la nostra potenza tecnologica, la realtà continua a sfuggirci</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E che la massa di dati che siamo oggi capaci di raccogliere e elaborare non riesce a cogliere ciò di cui è effettivamente fatta la vita sociale. «Lo spirito umano potrà dominare le proprie realizzazioni?» si chiedeva già nel secolo scorso Paul Valéry. Lo stato preoccupante in cui versano le società avanzate &#8211; con la polarizzazione delle posizioni, la diffusione dell’hate speech, il crollo verticale dell’esperienza religiosa, la crisi della rappresentanza politica, la fragilità dei giovani &#8211; dimostra quanto sia pertinente la domanda.</p>
<p>Non si tratta di discutere sui benefici o malefici del nuovo ambiente digitalizzato. Quel che sappiamo già è che accanto alle nuove opportunità &#8211; per esempio, lo sviluppo di quello che Temple Grandin chiama visual thinking &#8211; si affiancheranno nuovi problemi &#8211; come la perdita della capacità di attenzione, lo sviluppo di vere competenze professionali personali, la difficoltà di stabilizzare i significati e il senso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Per contrastare gli esiti più problematici della trasformazione in corso, è necessario sviluppare e sostenere, come insegnava Marshall McLuhan, veri e propri “controambienti” in grado di sollecitare le capacità intellettive, realizzative e spirituali trascurate nell’ambiente mainstream</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è in questa cornice di senso che va ricollocata l’impresa artigiana del XXI secolo: un “controambiente” che, senza disdegnare la tecnologia, è tuttavia capace di coltivare le capacità umane &#8211; personali e di gruppo &#8211; come risorsa essenziale per dare vita a un&#8217;economia capace di accrescere la vita senza distruggere il mondo.</p>
<p>Senza un&#8217;educazione a “caricare” quei contenuti complessi che alimentano il “sapere umano” &#8211; processo che non si realizza nell’astrazione ma solo nella concretezza del fare creativo &#8211; il cervello non può imparare a gestire la complessità della vita nelle sue più svariate forme. Apprendimento che è peraltro essenziale per evitare la moltiplicazione degli effetti di non senso e l’ingresso in una “epoca del non-sapere”.</p>
<p>Senza un’educazione a sentire la realtà circostante e a nutrirsi dell’estasi della vita e dell’universo, diventa impossibile non solo assumere una postura realistica rispetto alla nostra condizione umana, ma anche diventare capaci di esercitare creatività ed empatia.</p>
<p>Sta agli uomini dare al mondo sociale tecnologicamente sempre più avanzato una forma adeguata. Nel quadro di una nuova visione della vita sociale che può emergere dall’alleanza dei tanti che, nonostante tutto, rimangono ancora capaci di fare e di pensare. “Se avessimo più spirito e se questo avesse più spazio e più potere effettivo nelle cose di questo mondo, il mondo avrebbe più possibilità di risanarsi, e più prontamente”, scriveva Paul Valéry.</p>
<p>Quello che papa Francesco ha voluto dire agli artigiani è che a salvarci non sarà la tecnica, ma l’intelligenza e lo spirito. Nella loro integralità. Intelligenza e spirito artigiani.</p>
<p>È questa l’ispirazione che ho tratto dalla lettura del bellissimo discorso di Papa Francesco: un’ispirazione che vorrò sempre portare con me.</p>
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<h6 class="p1"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h6>
<h5><span class="s1" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">© Foto Vatican Media</span></h5>
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		<title>Il futuro sospeso: riflessioni sulla condizione giovanile e il destino dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 06:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è un destino già scritto, quello dell'Italia, congelata dall'inverno demografico. Il divario tra la condizione precaria dei giovani, che sono però pronti al cambiamento, e un'Italia statica e timorosa del futuro, necessita di soluzioni innovative per affrontare le sfide della digitalizzazione e sostenibilità, garantendo così un futuro prospero sia per il Paese che per le nuove generazioni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light" style="max-width:50%; margin-left:auto; margin-right:auto;"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 97%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106805" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024.png" width="720" height="720" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024.png 720w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/Copertina-SA-24032024-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></div>
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<p>Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è molto focalizzato sulla questione demografica. Il problema è noto da tempo, ma oggi gli indicatori sono diventati talmente preoccupanti da rendere impossibile tacerli. L’immagine di “inverno demografico” restituisce però solo in parte le dinamiche involutive della popolazione italiana. Come è stato correttamente sottolineato, l’inverno fa parte di un ciclo vitale a cui fa seguito la primavera, mentre la situazione italiana rimanda a una dinamica involutiva, più simile a una “glaciazione demografica”. Il numero dei giovani continua, infatti, a calare sia in percentuale che in numeri assoluti e le previsioni per il futuro non sono rosee: gli studi indicano che nel 2030, al netto dei flussi migratori, i giovani tra i 20 e i 34 anni saranno 580.000 in meno rispetto ad oggi.</p>
<p>Bene, dunque, parlare di demografia ma con la consapevolezza che, quando lo si fa, si prenda atto che stiamo parlando dei giovani, delle loro difficili condizioni di crescita e, indirettamente, ma non secondariamente, di cosa potrebbe servire per invertire la rotta e aiutarli a pensare nuovamente all’Italia come un luogo in cui investire tempo, intelligenza e capacità. In cui costruire legami durevoli, di famiglia e di territorio. In cui immaginare di mettere al mondo dei figli. Dei giovani, purtroppo, in Italia si parla ancora troppo poco e, quando lo si fa, difficilmente seguono azioni trasformative dell’esistente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Contrastare le tendenze demografiche significa, invece, rimettere al centro dell’agenda del Paese le giovani generazioni ed impostare politiche che siano rivolte prioritariamente e coerentemente alle nuove generazioni. Perché è solo ripartendo da loro, con decisione, che il Paese potrà darsi un futuro</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il confronto  tra posizionamento dell’Italia e quello degli altri Paesi europei mette in evidenza una serie di oggettivi svantaggi. Sono pochi gli indicatori che vedono l’Italia in posizione di avanguardia. Tra le rare note positive, vanno segnalate una certa propensione all’autoimprenditorialità (anche se, purtroppo, frustrata da fattori strutturali) e, con maggiore evidenza, la minore esposizione nei confronti di alcune delle patologie che colpiscono con più frequenza i ragazzi europei. Si tratta, quest’ultimo, di un dato non privo di interesse che sembra segnalarci, da un lato, una tenuta dei contesti sociali di riferimento, e, dall’altro, la persistenza di risorse giovanili che potrebbero essere mobilitate e attivate costruttivamente.</p>
<p>La positività di queste due note non appare però sufficiente a modificare il giudizio complessivo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>l’Italia resta un Paese bloccato nei suoi dinamismi e in ritardo rispetto a processi di modernizzazione che altrove hanno già dimostrato di funzionare, generando impatti positivi a livello demografico, economico e sociale per le generazioni presenti e aprendo nuove opportunità per quelle future</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando si parla di giovani si parla di lavoro</strong>. A questo riguardo i dati  sono particolarmente preoccupanti. Innanzitutto, il nostro Paese si colloca al penultimo posto per quota di giovani occupati a tre anni di distanza dal conseguimento del titolo di studio, e ciò vale tanto per i laureati quanto per i diplomati. Relativamente al numero di NEET – giovani che non studiano, non sono in formazione e non lavorano – l’Italia è al secondo posto in Europa, con punte particolarmente significative al Sud. Come in Sicilia, dove oltre il 40% delle giovani donne e il 35% dei giovani uomini non risulta inserito né in percorsi formativi, né professionali. Anche in tema di disoccupazione giovanile il nostro Paese si trova nella parte più bassa del ranking. Rilevante è poi anche la questione salariale, che in Italia registra ormai da molti anni una crescita molto inferiore a quella dei principali partner, con uno schiacciamento delle retribuzioni medie rispetto ad altri contesti europei, difficoltà di stabilizzazione dei contratti e diffusione del part-time involontario. Tutte dinamiche che incidono in modo particolare sui giovani che finiscono per rimanere bloccati nella trappola di una marginalità peraltro non sempre avvertita come problematica per la capacità contenitiva e di supporto dei contesti locali e famigliari. Le poche note favorevoli sono lo sviluppo dell’economia circolare e una certa propensione per il lavoro autonomo rispetto a quello dipendente dei giovani italiani. Un dato, peraltro, ridimensionato dagli indicatori sull’intenzione ed effettiva attivazione imprenditoriale che riconfermano ormai da anni per il nostro Paese un tendenziale basso dinamismo.</p>
<p>Questi dati vanno inseriti in uno scenario in grande trasformazione che vede i giovani italiani orientarsi nel mondo del lavoro sulla base di nuovi criteri che vanno presi in considerazione nel ripensare la transizione scuola-lavoro e, più ampiamente, la relazione giovani-lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Ad esempio, nella ricerca di una occupazione, quasi l’80% dei rispondenti considera in qualche misura importante l’impegno sociale delle imprese</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rispetto ai loro coetanei europei, i giovani italiani appaiono più inclini a considerare l’impresa come un attore sempre più responsabile sia sul piano sociale che ambientale. Si tratta di un cambiamento significativo che investe l’idea di cosa sia oggi “valore” (cioè, ciò che vale, che conta) e di come sia possibile crearlo senza pregiudicare il futuro per le generazioni presenti e future. Parliamo di un nuovo mind-set che, criticamente, persegue il definitivo superamento di modelli produttivi estrattivi a favore di approcci ecosostenibili e dunque di più lungo periodo. È attorno a questa ricerca &#8211; che ricombina la custodia delle radici italiane con l’innovazione &#8211; che è oggi possibile intercettare alcune tra le esperienze più promettenti a livello di intrapresa giovanile, nel capo del turismo responsabile o dell’agricoltura multifunzionale e sostenibile.</p>
<p>La conclusione è che esiste in questo momento una sconnessione tra la condizione giovanile &#8211; bloccata e infragilita ma al tempo stesso portatrice  di istanze profonde  di cambiamento &#8211; e il paese nel suo insieme &#8211; sclerotizzato e timoroso di guardare al futuro. Di fronte alle sfide impegnative del tempo che viviamo &#8211; digitalizzazione e sostenibilità &#8211; solo la ricerca di una soluzione a questa contraddizione potrà permettere all’Italia di continuare a essere protagonista del futuro. E alle nuove generazioni di continuare a immaginare e realizzare il loro avvenire.</p>
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<h6 class="p1"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h6>
<p><strong>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/due-uomini-in-piedi-accanto-al-muro-dipinto-1399550/" target="_blank" rel="noopener">Saroj Gajurel</a></strong></p>
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		<title>Made in Italy. Una storia antica che continua ad avere valore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Italia, un tempo tra i primi 7 Paesi industrializzati ma marginalizzata durante la globalizzazione, ora affronta un bivio: o il declino, aggravato da deficit demografici e finanziari, o il rilancio, sfruttando sostenibilità e digitalizzazione legati dai valori 'comunitari' della piccola impresa, per interpretare il futuro in un Paese unico come il nostro, in un mondo in costante cambiamento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-lxmt-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106428" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971.jpg" width="1845" height="1037" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971.jpg 1845w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971-300x169.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971-1024x576.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971-768x432.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971-1536x863.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-kelly-19062971-350x197.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1845px) 100vw, 1845px" /></div>
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<p>L’Italia – che è stata molto marginale nei processi della stagione della globalizzazione espansiva perdendo gran parte dello smalto che l’aveva portata tra i primi 7 Paesi industrializzati – si trova ora davanti a un nuovo bivio: da un lato il definitivo declino. Uscire passo dopo passo dal novero dei Paesi più avanzati trascinata verso il basso dai due grandi deficit strutturali che ereditiamo dagli ultimi trent’anni: quello demografico e quello finanziario.</p>
<p>Oppure – ed è questa l’opzione che deve essere perseguire con l’ottimismo della volontà ma anche con l’intelligenza visionaria – saper cogliere nella nuova stagione che sta per nascere l’occasione per il rilancio del nostro paese. Obiettivo raggiungibile a condizione di sapere interpretare gli elementi costitutivi del prossimo futuro – e cioè sostenibilità e digitalizzazione – sulla base del codice che ci caratterizza.<br />
Tema non facile che per un Paese così particolare come l’Italia si ripropone ogni volta in cui cambiano i grandi cicli storici.</p>
<p>Il tema del Made in Italy – tornato alla ribalta anche per la decisione del governo Meloni di fare un riferimento esplicito alla questione nella nuova compagine ministeriale – ha in realtà a che fare con questa biforcazione.</p>
<p>Vorrei qui sottolineare due aspetti che trovo qualificanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;L&#8217;Italia sa tenere polifonicamente unite la “sapienza dei luoghi” (il genius loci) e la sapienza delle pratiche&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo riguarda il rapporto tra universale e particolare. Se c’è un tratto che caratterizza il nostro Paese – e che si traduce poi in fattore di competitività economica – è la sua capacità di mettere a sintesi l’esperienza particolare, con la pluralità e l’alterità delle stesse esperienze. Capacità che gli permette di tenere polifonicamente unite la “sapienza dei luoghi” (il genius loci) e la sapienza delle pratiche. E di rendere entrambe una “forza” universale e universalizzante (che cioè si traduce in tradizione e tensione etica) così da rigenerare continuamente il presente. L’Italia è ricchissima di esempi di questa “universalità incarnata”. Lo sanno i turisti stranieri, che trovano qui qualcosa di unico, che non incontrano altrove. Nell’arte, nell’urbanistica, fino alle tradizioni culinarie, spesso sviluppate a partire da situazioni di penuria, ma capaci di realizzare stupefacente valore. Una delle caratteristiche del genio italico è infatti proprio la capacità di rovesciare il limite in risorsa, lo scacco in stimolo, attingendo da forze che eccedono la situazione, per superarne i limiti in modo generativo. In questo modo, il nostro modello mantiene virtù che altrove mancano: la vocazione all’apertura e all’accoglienza, la valorizzazione dei rapporti umani, il gusto estetico, la capacità di coniugare il particolare e la comunità locale con l’universale. La forza economica dell’Italia attinge a questo patrimonio culturale le energie vitali che la spingono avanti.</p>
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<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">&#8220;Tuttavia il modello italiano ha anche generato virus che ne hanno minato la sopravvivenza: una certa resistenza al cambiamento e all’innovazione; il familismo amorale; corporativismi, localismi e campanilismi regressivi&#8221;</span></em></h2>
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<p>Tuttavia il “modello italiano”, da molto tempo subalterno rispetto a quelli vincenti di matrice anglosassone o nordica, ha anche generato virus che ne hanno minato la sopravvivenza: una certa resistenza al cambiamento e all’innovazione; il familismo amorale, in cui a prevalere sono le relazioni parentali e non le competenze; corporativismi, localismi e campanilismi regressivi. Da qui consegue una prima considerazione: il made in Italy è un modello molto raffinato che si basa fondamentalmente sulla condivisione di una cultura e su un adeguato livello formativo (civile e professionale), due elementi necessari per far brillare le caratteristiche distintive che lo rendono interessante e competitivo. Al contrario, quando si culla della propria particolarità e si chiude nel particolarismo tale modello fallisce. Ed è il gioco difficile tra la cura della propria particolarità e la capacità di essere all’altezza dei tempi che si ripropone in questo passaggio storico.</p>
<p>Di sicuro, il modello italiano riesce a esprimersi quando riesce ad accedere in modo adeguato al codice tecnologico che caratterizza una determinata epoca. È oggi siamo nel pieno della trans kind digitale destinata a cambiare in profondità il nostro modo di produrre, di vivere, di pensare. Per accedere al futuro è dunque necessario un investimento massivo nelle nuove tecnologie, accompagnato – però – da un impegno persino maggiore nella formazione. Pratica e non solo teorica. Tema che tocca il mondo della scuola e dell’università ma che interessa anche il mondo delle imprese: come far transitare un modello produttivo che rimane predigitals nella nuova cornice tecnologica senza perdere quella maestria “artigiana” che lo caratterizza?</p>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;Oggi si deve lavorare per ricreare le precondizioni sociali culturali istituzionali ambientali che rendono possibile la stessa crescita&#8221;</em></span></h2>
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<p>Il secondo aspetto ha invece a che fare col mutamento della logica stessa che sottende la crescita economica. In questa nuova fase – instabile e turbolenta – è chiaro che la crescita economica non si da più “a prescindere” come nella fase della globalizzazione espansiva. Oggi si deve lavorare per ricreare le precondizioni sociali culturali istituzionali ambientali che rendono possibile la stessa crescita. È il tema della sostenibilità intesa nella sua accezione più ampia.</p>
<p>Anche in questo caso il modo italiano ha alcune predisposizioni che teoricamente lo possono avvantaggiare. Che il profitto economico possa essere un valore condiviso e di relazione, vincolato al territorio e alla sua rigenerazione è qualcosa che fa da sempre parte della nostra storia economica. Dall’epoca dei monasteri medievali, primi nuclei produttivi “di territorio”, fino all’impresa di comunità di Olivetti, passando per il fitto tessuto del mondo artigiano e le esperienze di welfare aziendale targati Marzotto o Falck. Tutti casi in cui è difficile tracciare un confine netto tra il valore prodotto per l’impresa e quello che va a beneficio dei territori. Perché la nostra – italiana e mediterranea in senso lato – è una storia fatta da città e Comuni, e poi da imprese familiari e territori, e infine da aziende (grandi e piccole) e distretti. La via italiana al fare business ha questo di peculiare: il legame, a volte difficile ma sempre vivo, tra fabbrica e attori del territorio. Un’osmosi ad alta intensità di scambi, di relazioni, in cui efficienza ed efficacia sociale non sono mai (troppo) divaricate.</p>
<p>Separare il profitto delle società dal benessere delle comunità – cioè dividere shareholder e stakeholder – ha radici culturali che affondano altrove. È un’operazione che replica sul piano imprenditoriale e sociale il dualismo irrinunciabile tra città di Dio e città dell’uomo che ispira la riforma Calvinista e che si innesta sui territori a confessione protestante. Ma che è estraneo alla cultura cattolica che permea la penisola.<br />
Se business is business, ed è addirittura criterio per essere “prescelti” dall’alto, quel che resta all’impresa in termini di responsabilità sociale è relegato a un “secondo tempo”, quello della filantropia, una sorta di restituzione ex post di parte del valore prodotto e interamente, legittimamente goduto dallo shareholder. è anche per queste ascendenze culturali che il mondo anglosassone vive la competizione come valore preminente tra le imprese e nelle imprese e questo genera grandi istituzioni di charity.</p>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Il modello italiano – caratterizzato dalla piccola impresa e soprattutto dalla presenza artigiana – lega nella sua stessa struttura produttiva l’impresa col territorio</em></span></h2>
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<p>In sintesi e andando per generalizzazioni (e inevitabili approssimazioni): l’idea di fare business separa efficienza ed efficacia sociale, perseguendo un modello di business che assume l’efficienza come valore a oltranza, mitigato dalla “riparazione filantropica”. Il modello italiano invece – caratterizzato dalla piccola impresa e soprattutto dalla presenza artigiana – lega nella sua stessa struttura produttiva l’impresa col territorio. Tra il singolo produttore e il contesto non c’è soluzione di continuità. L’uno e l’altro vivono e cadono insieme. Anche se, è bene ricordare, questo legame va continuamente rigenerato, non può essere dato per scontato. E tantomeno in una fase come quella che stiamo vivendo con i drammatici passaggi che la caratterizzano.</p>
<p>Quando si parla di Made in Italy oggi è dunque necessario condividere un percorso che recuperi nei fatti il valore della “comunità ecologica”, del nostro essere comunità (piuttosto che del nostro avere una comunità). Che ricerchi e valorizzi poliarchie che facciano di nuovo respirare la democrazia e irrobustiscano l’economia nella giustizia. Provando a immaginare e realizzare percorsi imprenditoriali che immettano nel sistema elementi e alternative a intensità diversa, cioè ingredienti partecipativi, distribuiti su tutta la catena del valore. Ma dire questo significa avere in mente un’idea diversa dal modello che verticalizza, standardizza, individualizza. Magari in nome della sostenibilità ambientale, che rischia di diventare un nuovo cavallo di Troia per imporre modelli radicalmente diversi.</p>
<p>Non ce lo si può nascondere. Parlare di Made in Italy significa avere il coraggio di combattere una battaglia contro i nemici interni e i detrattori esterni. A cominciare da ricreare un nuovo legame tra sviluppo locale e risparmio privato, riducendo l’impatto della catene del valore finanziario che rispondono a criteri di altra natura.</p>
<p>Una sfida bellissima che l’Italia può e deve vincere.</p>
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<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/punto-di-riferimento-collina-italia-agricoltura-19062971/" target="_blank" rel="noopener">Kelly</a></h5>
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