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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/la-guerra-delle-macchine-e-la-pace-artigiana/">La guerra delle macchine e la pace artigiana</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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		<title>L’artigianato della pace nei key data di un modello economico e sociale per un mondo in conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:40:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nei dati che raccontano il settore prende forma un’economia che resiste alle logiche più estreme della globalizzazione senza rinunciare alla crescita</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 74%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110175" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920.jpg" width="1260" height="1260" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920.jpg 1260w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/nick115-construction-7705071_1920-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1260px) 100vw, 1260px" /></div>
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<p>In un tempo segnato da tensioni geopolitiche e conflitti armati, l’economia mondiale appare sempre più attraversata da contraddizioni profonde. Da un lato cresce l’“industria della guerra”, dall’altro emergono modelli produttivi che promuovono coesione sociale, lavoro dignitoso e sviluppo sostenibile. In questo contesto assume un forte valore simbolico e concreto il richiamo di Papa Leone XIV che, all’Angelus del 6 gennaio 2026, ha invitato a far sì che «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace», auspicando un mondo in cui «gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle». Questa espressione, potente e suggestiva, richiama un’idea di economia profondamente radicata nella tradizione produttiva italiana: un sistema di imprese artigiane che costruisce, ripara, è diffuso nelle comunità, crea valore condiviso e rafforza i legami tra le persone. In questo senso l’artigianato rappresenta non soltanto un settore produttivo, ma anche un modello culturale e sociale capace di contribuire alla costruzione della pace.</p>
<h3><span class="font-435549">* Un pilastro dell’economia italiana</span></h3>
<p>L’artigianato costituisce una componente essenziale del sistema produttivo italiano. Alla fine del 2025 si contano 1.233.610 imprese artigiane, pari al 21,1% del totale delle imprese italiane. La loro diffusione è capillare: si registrano 2,1 imprese artigiane ogni 100 abitanti e 4,7 ogni 100 famiglie, mentre nel corso dell’anno sono nate 82.489 nuove imprese, in media 317 al giorno. Il contributo occupazionale è altrettanto rilevante. Le imprese artigiane impiegano 2 milioni e 494 mila addetti, pari al 13,4% degli occupati del settore privato non agricolo. Di questi, oltre la metà sono lavoratori dipendenti, mentre quasi altrettanti sono lavoratori indipendenti: titolari, soci e collaboratori familiari. La dimensione media è di 2,5 addetti per impresa, segno di un sistema produttivo basato su piccole unità imprenditoriali fortemente radicate nei territori. Dal punto di vista economico, l’artigianato genera 142,9 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8% del totale nazionale. Numeri che testimoniano come questo settore rappresenti un pilastro non solo economico ma anche sociale del Paese.</p>
<p>Il concetto di “artigianato della pace” evocato dal Pontefice può essere interpretato attraverso alcune caratteristiche strutturali dell’artigianato italiano.</p>
<h3><span class="font-435549">*Un’economia di imprese familiari</span></h3>
<p>Gran parte delle imprese artigiane nasce e si sviluppa in ambito familiare. In Italia le micro e piccole imprese familiari, controllate da persone fisiche o famiglie, rappresentano l’81,6% del totale delle micro e piccole imprese italiane. Questa dimensione rafforza il legame tra lavoro, comunità e responsabilità sociale. L’impresa non è soltanto un luogo di produzione ma uno spazio di relazioni e di trasmissione di competenze tra generazioni.</p>
<p>Un modello distante dalla turbo-globalizzazione &#8211; L’artigianato è generalmente poco coinvolto nei processi più estremi della globalizzazione produttiva, che spesso puntano alla massima riduzione del costo del lavoro attraverso delocalizzazioni e catene globali lunghe. Le imprese artigiane operano invece prevalentemente nei territori, valorizzando competenze e qualità del prodotto locali, intercettando una diffusa domanda di prossimità, caratterizzata da una maggiore sostenibilità. In Italia vi sono 12,3 milioni di consumatori che acquistano prodotti a chilometri zero, pari al 23,5% della popolazione di 14 anni ed oltre.</p>
<h3><span class="font-435549">*La relazione diretta con le persone</span></h3>
<p>L’artigianato vive di relazioni di fiducia con clienti, fornitori e comunità locali. La dimensione di prossimità crea reti sociali e rafforza la coesione territoriale, contribuendo a ridurre le disuguaglianze e a sostenere lo sviluppo delle aree interne e montane. Nelle comuni delle aree interne, connotate da scarsa accessibilità ai servizi essenziali, il peso degli addetti dell’artigianato sale al 22,2%, 7,7 punti percentuali superiore al 14,5% della media.</p>
<p>L’assenza della finanza speculativa &#8211; Le imprese artigiane sono generalmente poco esposte alla finanza speculativa e orientate a una gestione prudente e di lungo periodo, che poggia sull’autofinanziamento, diffuso nell’80,4% delle micro e piccole imprese e dell’artigianato. Per questo sistema imprenditoriale la finanza d’impresa sostiene gli investimenti reali, strettamente legati allo sviluppo dell’impresa e alla qualità del lavoro più che le operazioni finanziarie e straordinarie, estranee al core business.</p>
<p>Un’economia che mette al centro la persona e il lavoro &#8211; Molte attività artigiane si basano su lavorazioni ad alta intensità di lavoro e competenze manuali. Il valore del prodotto nasce dall’abilità, dall’esperienza e dalla creatività delle persone. Il lavoro non è una variabile da ottimizzare ma la principale fonte di valore. In tale contesto assume un ruolo fondamentale la formazione: nel 2024 l’artigianato impiega 116 mila apprendisti, pari al 19,8% del totale nazionale.</p>
<h3><span class="font-435549">*L’orientamento alla sostenibilità sociale</span></h3>
<p>L’artigianato rappresenta anche un importante fattore di inclusione. Nel 2025 si contano 218 mila imprese artigiane femminili (17,7% del totale), e 222 mila imprese a conduzione straniera, pari al 18% delle imprese artigiane. Sono 121 mila le imprese artigiane guidate da giovani under 35, pari al 9,8% del totale. L’artigianato si configura come un sistema produttivo capace di offrire opportunità a diverse componenti della società.</p>
<p>Un modello di sviluppo per il futuro &#8211; Il richiamo all’“artigianato della pace” non riguarda solo un modo di produrre ma un modo di vivere che mette al centro la persona, il lavoro e le comunità. In un’economia globale attraversata da forti tensioni e trasformazioni tecnologiche, il modello artigiano offre spunti qualificanti: sviluppo radicato nei territori, valorizzazione delle competenze, equilibrio tra tradizione e innovazione, attenzione alla qualità e alle relazioni umane.</p>
<p>L’artigianato italiano dimostra la possibilità di coniugare crescita economica e coesione sociale. La sua capillarità territoriale sostiene le comunità locali, mantiene viva la cultura del lavoro e dell’imprenditorialità, contribuisce a diffondere opportunità economiche anche nelle aree più fragili del Paese.</p>
<h3><span class="font-435549">*Costruire la pace attraverso il lavoro </span></h3>
<p>L’espressione “artigianato della pace” suggerisce infine una dimensione più profonda: la pace non è un prodotto industriale che si impone dall’alto, ma un processo che si costruisce pazientemente nel tempo, proprio come un lavoro artigiano. Richiede cura, responsabilità e collaborazione tra le persone e tra le istituzioni, su scala mondiale.</p>
<p>In questo senso il lavoro delle imprese artigiane – fatto di competenze, relazioni collaborative e creatività – può essere letto come una metafora concreta di un modello economico capace di generare sviluppo umano e sociale.</p>
<p>In un mondo dominato da conflitti e incertezze, l’artigianato continua dunque a rappresentare non solo un pilastro dell’economia italiana, ma anche un esempio di economia della prossimità, della responsabilità e della pace. Un modello che dimostra come, anche nel sistema produttivo, sia possibile scegliere la strada indicata dal Pontefice: far prevalere l’artigianato della pace sull’industria della guerra.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Fare pace, partendo dal saper fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ermete Realacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Ermete Realacci alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110079" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Realacci-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Pinocchio, metafora dell’uomo che dà forma alla materia»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è esempio più chiaro di questa capacità che Pinocchio, il libro italiano più tradotto al mondo, scritto da Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi. Collodi non era il suo nome, ma il piccolo paese da cui veniva gli diede un soprannome destinato a diventare leggenda. Pinocchio non è solo una fiaba per bambini: è la storia dell’uomo che dà vita alla materia, di Geppetto che plasma il legno con le proprie mani, del percorso di formazione e scoperta che porta alla coscienza e ai valori. Ogni personaggio è una metafora della società contemporanea: il grillo parlante è la coscienza, Lucignolo è la tentazione del facile, Mangiafuoco rappresenta il potere della società, il gatto e la volpe incarnano l’inganno e la scorciatoia. E nel cuore della storia, la pancia dello squalo – dove Pinocchio ritrova Geppetto – è il simbolo della riconciliazione, della forza del legame, della centralità dei valori: l’artigianato come forma di vita, di comunità, di speranza.</p>
<p>Guardando l’Italia, questa metafora si fa concreta: le botteghe artigiane sono pezzi di passato che custodiscono il futuro. Sono artigiani che producono cose che conquistano il mondo, e nello stesso tempo tengono insieme le comunità, creando un tessuto sociale unico, che resiste alle sfide della globalizzazione e dei conflitti internazionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia come Garrincha: fragile e imprevedibile, ma capace di eccellere»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E l’Italia è come Garrincha, il campione brasiliano poverissimo, poliomelitico, con una gamba più corta dell’altra: sfavorito, sottovalutato, eppure capace di magie straordinarie. Garrincha non aveva regole di selezione a suo favore, eppure diventò leggenda, facendo sognare il mondo. Così l’Italia, se rimane fedele alla propria identità, è imbattibile: nonostante guerre, crisi geopolitiche, intelligenza artificiale, possiamo sempre eccellere, partendo dalla qualità, dall’abilità e dalla creatività dei nostri artigiani.</p>
<p>E la sfida contemporanea non manca: ci sono leader come Trump che mostrano come il potere possa tentare di dividere, fare leva sul tornaconto personale, generare conflitti e inganni. Ma gli artigiani italiani ci insegnano una lezione opposta: stare insieme, mantenere la coesione, resistere alla tentazione della scorciatoia, valorizzare la comunità, custodire le proprie radici. Come ha detto Papa Francesco, siamo chiamati a essere creativi come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi e originali per il bene comune.</p>
<p>Anche la contemporaneità passa attraverso mani esperte: pensiamo a grandi creativi che non smettono di lavorare con le mani, perché senza toccare la materia non possono comprendere la forma, l’anima, il ritmo di ciò che costruiscono. È la stessa logica che guida gli artigiani: tradizione e innovazione convivono, ciascun pezzo prodotto porta con sé storia, cultura, identità, comunità.</p>
<p>L’artigianato non è solo produzione: è scuola di vita, passaggio generazionale, legame tra passato e futuro, custodia della bellezza, radice della pace. Ogni burattino, ogni creazione, racconta questa storia. Gli Artigiani di Pace sono qui per ricordarci che l’Italia, se resta fedele a sé stessa, può affrontare ogni sfida. Sono loro che danno vita a ciò che il mondo ama del nostro Paese: la qualità, la creatività, il coraggio, l’umanità.</p>
<p>In ogni bottega italiana, nelle mani che modellano il legno, il metallo, il tessuto, c’è la stessa energia che Collodi mise in Pinocchio, la stessa forza di Garrincha che supera gli ostacoli, la stessa determinazione a</p>
<p>non cedere alle scorciatoie di chi divide e inganna. Ecco perché l’artigianato italiano non è solo economia: è anima, cultura, identità, pace. È l’anima del Made in Italy.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>La forza del Made in Italy, ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Granelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:20:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Marco Granelli alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/la-forza-del-made-in-italy-ogni-giorno/">La forza del Made in Italy, ogni giorno</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110089" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/X.Granelli-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>Gli Artigiani di Pace non si limitano a creare eccellenza: con le loro mani e con la mente trasformano la materia in valore, i gesti in narrazione, il quotidiano in testimonianza di armonia. Ogni oggetto, ogni cucitura, ogni taglio racconta una storia di impegno e di bellezza, ed è anche un messaggio di equilibrio e responsabilità verso chi ci circonda. L’artigiano diventa così custode di un modello sociale e culturale in cui il lavoro è strumento di coesione e strumento di pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Dalla materia nasce valore, ma anche responsabilità: il lavoro diventa coesione e forma concreta di pace</span><span class="font-435549">»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlare di artigianato significa parlare di unicità e cura, di manualità e innovazione. Ogni impresa artigiana è un presidio di vita, un luogo dove la comunità si ritrova e cresce. Nei laboratori si intrecciano tradizione e futuro, memoria e innovazione, e si genera un valore che non si misura solo in numeri, ma nella capacità di arricchire la vita delle persone e dei territori. Qui il Made in Italy diventa più di un marchio: è uno stile di vita, un linguaggio universale di qualità e bellezza riconosciuto in tutto il mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="flex flex-col text-sm pb-25">
<section class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none &#091;--shadow-height:45px&#093; has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) &#091;&amp;:has(&#091;data-writing-block&#093;)&gt;*&#093;:pointer-events-auto scroll-mt-&#091;calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))&#093;" dir="auto" data-turn-id="request-WEB:3fa4c695-237a-4907-976a-fa1a21dc7332-4" data-testid="conversation-turn-10" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant">
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<h2 style="text-align: center;" data-start="398" data-end="549"><span class="font-435549">«Innovare, formare, restare: ogni bottega aperta è un atto di coraggio che rafforza comunità e sviluppo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tempi difficili, quando le sfide globali e le incertezze mettono alla prova energie e risorse, gli artigiani dimostrano resilienza e coraggio. Sono loro che, di fronte alle crisi, scelgono di restare, innovare e formare le nuove generazioni, facendo sì che la tradizione diventi competitività, occupazione e sviluppo sostenibile. Ogni bottega che apre al mattino, ogni gesto di precisione, ogni nuova idea è un atto di coraggio e di pace, perché costruisce comunità e futuro.</p>
<p>Gli Artigiani di Pace incarnano questo spirito: lavorano per creare non solo prodotti, ma armonia sociale e identità culturale. Difendere l’artigianato significa difendere l’Italia stessa: la sua cultura, la sua storia, la capacità di trasformare la creatività in opportunità globale. Ecco perché il Made in Italy, alimentato dalla passione di questi artigiani, non è solo eccellenza: è anima, visione e testimonianza di ciò che un Paese può fare quando il talento incontra la responsabilità.</p>
<p>Ogni giorno, tra laboratori e botteghe, l’Italia si racconta così: con mani esperte, sguardi attenti e cuori che lavorano per un futuro condiviso. Non aspettano il futuro: lo costruiscono. È questo il miracolo discreto degli Artigiani di Pace, custodi dell’anima del Made in Italy.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Dentro le botteghe, dove nasce l’identità del Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Quaranta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’intervento di Federico Quaranta alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026), “Artigianato, anima del Made in Italy”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110099" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta.jpg" width="960" height="640" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Quaranta-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<p>È lì che l’artigianato smette di essere una parola e diventa una scoperta. Prima pesa, quasi come una responsabilità. Un onere. Perché raccontarlo senza conoscerlo davvero significa restare in superficie. È quello che accade quando si guarda da lontano un mondo che sembra marginale, silenzioso.</p>
<p>Poi succede qualcosa. Si entra. Si bussa. Si attraversa una soglia.</p>
<p>E lì cambia tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="156" data-end="279"><span class="font-435549">«È lì che l’onere si trasforma in onore: si comprende che l’identità di un Paese nasce da ciò che è irripetibile»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dentro le botteghe, nei laboratori, nelle officine, l’artigianato diventa esperienza. Sono gli sguardi, prima ancora delle parole. Sono le mani. Mani che custodiscono, che trasformano, che tengono insieme tempo e materia. È in quel momento che l’onere si trasforma in onore. Un onore grande, perché si comprende una verità semplice: l’identità di un Paese non si costruisce su ciò che è replicabile, ma su ciò che è irripetibile.</p>
<p>L’Italia, in fondo, è tutta qui. Non in ciò che può essere standardizzato, abbassato di costo, prodotto ovunque. Ma in ciò che porta un’impronta. In ciò che conserva un’anima. In ciò che, anche quando nasce dentro un processo industriale, ha bisogno di essere raccontato come unico, fatto a mano, perché è lì che risiede il suo valore più profondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="281" data-end="396"><span class="font-435549">“L’artigianato è l’architrave invisibile del Paese: non sempre lo si vede, ma tutto il resto vi si appoggia.”</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’artigianato è l’architrave invisibile del Paese. Non sempre lo si vede, ma tutto il resto vi si appoggia. È struttura e insieme anima. Senza questa trama sottile fatta di botteghe, laboratori, imprese diffuse, il Paese perderebbe la sua voce più autentica.</p>
<p>E dentro questa struttura vive una forza decisiva: la capacità di tenere insieme. Tenere insieme passato e futuro, tradizione e innovazione, tecnica e immaginazione. Non come opposti, ma come dialogo continuo. È questa l’intelligenza artigiana: una forma di conoscenza che non separa, ma integra.</p>
<p>Per questo l’artigiano è, profondamente, un artigiano di pace. Perché costruisce connessioni dove altri vedono fratture. Perché lavora sulla continuità, non sulla rottura. Perché ogni gesto è un equilibrio tra ciò che è stato e ciò che deve ancora essere.</p>
<p>Ci sono contesti in cui tutto questo appare con maggiore evidenza. Luoghi complessi, segnati, dove nulla può essere rifatto in serie. Dove ogni intervento richiede rispetto, sensibilità, competenza. In questi luoghi l’artigianato diventa qualcosa di più: non è solo lavoro, è ricostruzione. Non si rimettono in piedi solo spazi, ma relazioni. Non si restaurano solo forme, ma fiducia.</p>
<p>È lì che si comprende fino in fondo che l’artigianato genera vita.</p>
<p>E spesso accade lontano dai grandi centri, nei territori più fragili, meno raccontati. Proprio lì si custodisce una parte essenziale dell’identità collettiva. Lì dove la memoria è pratica quotidiana e il futuro non può essere imposto, ma costruito con pazienza.</p>
<p>In un tempo dominato da numeri, algoritmi, velocità, questa dimensione chiede uno sguardo diverso. Chiede di riconoscere che il valore non è solo economico. L’artigianato è anche valore sociale, culturale, identitario. È un presidio. Dove c’è un artigiano, c’è vita.</p>
<p>E dentro questa vita c’è un passaggio delicato: quello tra generazioni. Tra chi sa e chi deve imparare. Non è mai una trasmissione meccanica, ma un equilibrio tra fedeltà e cambiamento. Una tradizione che si rinnova proprio perché, in parte, viene reinterpretata, persino tradita per restare viva.</p>
<p>È qui che si gioca il futuro. Nel rendere questo mondo attrattivo, desiderabile. Nel riconoscere che il saper fare non è un ripiego, ma una scelta alta, capace di dare forma a un progetto di vita.</p>
<p>Perché l’artigianato non è nostalgia. È futuro che ha memoria. È innovazione che non perde l’anima. È intelligenza che non teme la tecnologia, perché sa che il proprio valore sta nella sensibilità, nel giudizio, nella capacità di dare forma all’unicità.</p>
<p>Il made in Italy nasce qui. Non è un’etichetta, è un modo di stare al mondo. È la capacità di trasformare la materia in esperienza, in bellezza, in significato. È una sapienza che si conquista ogni giorno, nel lavoro, nella cura, nella responsabilità.</p>
<p>Ma tutto questo non è garantito. Richiede consapevolezza, visione, scelte. Richiede di riconoscere che ciò che rende unico un Paese è ciò che non può essere imitato.</p>
<p>E allora la sfida è una sola: accorgersene fino in fondo. Perché difendere l’artigianato non è un gesto conservativo. È un atto generativo.</p>
<p>Ogni volta che una mano lavora con cura, costruisce qualcosa che va oltre l’oggetto. Costruisce legami. Costruisce identità. Costruisce futuro.</p>
<p>E, in silenzio, costruisce la cosa più preziosa di tutte: tiene insieme il Paese. Costruisce pace.</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il gesto che crea: storie di bellezza e sapienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Germozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla tavola rotonda ‘Testimonianze di Imprese’, con designer e maestri artigiani, alla Giornata della Cultura Artigiana (19 marzo 2026). Hanno partecipato: Giulio IACCHETTI - Industrial designer; Erika LIBERATI - Ceramiche d’Arte Liberati; Roberto GALBIATI Arredamenti Galbiati Natale &#038; Figli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110113" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Dalla-redazione-Dalla-tavola-rotonda-%E2%80%98Testimonianze-di-Imprese.jpg" width="1920" height="1280" alt=""></div>
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<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Sul palco del nostro racconto salgono figure di mani, occhi che osservano, gesti che trasformano. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Voci che parlano di ceramica, di legno, di oggetti che respirano, che raccontano, che vivono. </span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Qui non ci sono nomi, solo storie intrecciate, voci di chi ha scelto di fare dell’arte del fare il proprio mondo, la propria ragione di essere.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Come si coniuga un sapere antico con le sfide della modernità?» chiede una voce. La risposta arriva calma e ferma: «Bisogna conoscere da dove si viene per capire dove si sta andando. La tradizione è la radice, ma il presente ci chiama alla contemporaneità. La sapienza antica deve dialogare con la tecnologia, mantenendo l’anima romantica del nostro lavoro». Non c’è contrapposizione: la tecnologia non sostituisce la mano dell’artigiano, la memoria della materia; la amplifica, la rende visibile, la moltiplica. L’innovazione non è un nemico, ma un alleato. Come un grande calciatore che dribbla con leggerezza tra gli ostacoli, ogni gesto diventa un’espressione di gioia e libertà, un pallone che vola tra tradizione e futuro. Si parla di giovani, di scelte difficili.</p>
<p>«Oggi i ragazzi devono scoprire cosa accende il loro cuore», dice una voce. «Provare, sbagliare, tornare indietro, cambiare strada. Solo così si impara davvero». Si impara facendo, condividendo, trasmettendo una sapienza fatta di tempo, di gesti ripetuti, di mani che modellano e occhi che osservano. Il design entra nel racconto come ponte tra due mondi: uno verticale e profondo, l’altro orizzontale e curioso. L’artigiano conosce ogni fibra della materia; il designer raccoglie idee, le osserva, le fa vivere. Da questo incontro nascono oggetti che portano la memoria, la storia, e il desiderio del futuro.</p>
<p>«Guardate Geppetto», dice qualcuno. «Un burattinaio che estrae Pinocchio dal legno destinato al fuoco. Trasforma ciò che sembrava destinato a sparire in qualcosa di straordinario. Dare valore, bellezza e vita a ciò che sembrava insignificante: ecco il lavoro artigiano».</p>
<p>Non manca la riflessione sul mondo: sull’intelligenza artificiale, sulle regole, sulle leggi. L’artigiano vive in un ecosistema da curare, dove credito, infrastrutture, formazione, innovazione e cultura si incontrano. Senza cura, il sottobosco artigiano – le micro e piccole imprese, le botteghe custodi dell’anima del Paese – rischia di scomparire. Eppure, nonostante crisi, guerre, inefficienze, ogni laboratorio continua a respirare. Ogni gesto quotidiano diventa eroico: costruzione di bellezza, armonia, senso. L’orgoglio di essere artigiano è anche responsabilità verso la comunità, verso i giovani che raccoglieranno il testimone. «Ci vuole narrazione», si dice. «Raccontare ai ragazzi il valore del fare, la gioia di creare. L’artigiano non è serie B: è scuola di vita, di libertà, di intelligenza vivente».</p>
<p>In queste mani, in queste botteghe che resistono, l’Italia ritrova sé stessa: un Paese che nasce dal nulla e costruisce tutto, che trasforma materiali poveri in opere straordinarie, che trasforma gesti quotidiani in capolavori di umanità. Mentre il mondo corre verso l’istantaneo e il digitale, l’artigiano ricorda che l’essenza dell’uomo passa per le mani, il gesto creativo, la passione. Il futuro non si inventa solo: si costruisce pezzo dopo pezzo, con cura, rispetto e amore. Custodire la tradizione significa tenere in mano la speranza, la bellezza, la dignità di un Paese intero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em> </em><span class="font-435549"><em>Essere artigiano oggi è atto di orgoglio, di resistenza, di libertà. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È un gesto di pace. </em></span></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>È l’anima del Made in Italy che continua a vivere, creare, insegnare ed emozionare.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>La società longeva e il valore che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 06:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Sapelli interpreta il libro di Bandini e Manfredi come uno strumento per leggere il cambiamento in corso nel capitalismo contemporaneo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 36%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110191" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg" width="400" height="644" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044.jpg 400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-186x300.jpg 186w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/21507044-350x564.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></div>
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<p data-start="235" data-end="667">Il libro di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, <em data-start="282" data-end="302">La società longeva</em>, costituisce una significativa proposta interpretativa di uno dei fenomeni più importanti del cambiamento di passo nella storia del capitalismo mondiale, in cui siamo immersi e su cui gran parte degli osservatori e degli studiosi, anche i più qualificati e dotati di una sensibilità e di una cultura interdisciplinare, sono spesso disarmati nell’interpretazione.</p>
<p data-start="669" data-end="1183">Si usa il termine di “invecchiamento”, oppure di “crisi demografica”, secondo una giusta visione del fenomeno dal punto di vista mono-disciplinare, ma ancora imperfetta nella capacità euristica, se ci si ferma, appunto, al puro dato demografico. Una interpretazione weberiana del fenomeno, ossia dotata di una capacità “comprendente” e che comprenda quindi il “moto all’azione dei soggetti” che l’aumento delle popolazioni in età avanzata produce, è quello che fa la differenza.<br data-start="1147" data-end="1150" />La differenza di questo lavoro.</p>
<p data-start="1185" data-end="1573">Il declino costante e mondiale delle nascite implica una diversa società che va formandosi. E quindi una diversa collocazione sociale degli attori e dei loro posizionamenti sociali, dei loro valori, dei loro “moventi”, del loro disporsi nella intricata foresta dei rapporti sociali, che, prima di essere tali, sono fondati sulle società naturali: sulla più potente di esse, la famiglia.</p>
<p data-start="1575" data-end="2370">È la famiglia che muta con la società longeva, perché produce quella modificazione. È il rapporto tra le generazioni che cambia e non solo in senso demografico, ma politico-sociale, ossia definendo in forme profondamente diverse dal passato prossimo e remoto il disporsi dell’azione sociale dei soggetti. Dove? Ma nel lavoro, perbacco… in primis e prima ancora nel nucleo “naturale”, appunto, ossia nella famiglia e nelle “società seconde” che con essa accompagnano la vita delle persone, a cominciare dalle agenzie di socializzazione secondaria: le scuole e le agenzie dove si crea il plusvalore, ossia tanto i luoghi produttivi quanto quelli in cui si crea la rendita: gli uffici o le “case”, ormai, che processano dati, calcoli, progetti della società tecnologica che avanza impetuosamente.</p>
<p data-start="2372" data-end="3669">Perché questo è un altro dei valori epistemologici di questo lavoro. Inserisce l’avvento della società longeva nelle grandi ondate di Kondratiev del cambiamento tecnologico paradigmatico del capitalismo digitale, ad alto consumo energetico e a basso consumo cognitivo naturale, per sostituirlo con quello che deriva tecnologicamente dal processamento dei dati nella prosumption generalizzata in cui il capitalismo moderno immerge i suoi attori, estraendone non più il tempo di lavoro, perché quelle ore sono ormai infinite o finite quanto la stessa vita degli attori. Nel lavorare a casa, che vuol dire lavorare sempre e mai solo per se stessi, si definisce la nuova società. Tempi di lavoro che inseriscono le stesse coorti generazionali in un diverso rapporto rispetto ai lavori e soprattutto rispetto a sé medesime. Così gli anziani divengono inevitabilmente adattabili alle nuove tecnologie ed è questa ricchezza cognitiva eclatante che questo libro ci spiega. Ci spiega perché questo processo è un fatto positivo, dall’incommensurabile potenziale di salvezza. In primo luogo per quelle generazioni “vecchie”, che si rivelano invece più giovani che mai, se si sanno collocare nella disponibilità, in loro presente, di contribuire alla creazione di valore sociale e di comprensione del mondo.</p>
<p data-start="3671" data-end="5015">Quando ero un giovane pieno di grandi speranze, Franco Momigliano, l’indimenticabile Maestro, mi portò con sé in un viaggio in Giappone. Si era negli anni settanta del secolo scorso. Visitammo le fabbriche e gli uffici dove — ci era stato detto — si creavano i famosi computer tascabili: alla ricerca di essi e degli attori di quei processi era diretto il nostro viaggio olivettiano. Quello che ci sorprese fu visitare luoghi di lavoro (fabbriche, ma dire solo fabbriche sarebbe riduttivo…) in cui, accanto a coloro che lavoravano a ritmi infernali con una sorveglianza ferrea, sedevano spesso, dinanzi a luminose finestre, decine di anziani che prendevano appunti e che spesso giravano per gli stabilimenti e ai quali si rivolgevano i lavoratori e soprattutto i capi reparto. Dopo insistenze e bevute fuori dall’orario di lavoro, io riuscii a parlare con un anziano e un caporeparto — “Tu parli anche con i sassi”, diceva il Maestro. Ne vennero fuori racconti, nel nostro scarsissimo inglese che ci univa, grazie a un mondo di segni e di risate che allargavano il cuore, e venne fuori che quegli anziani erano lì per essere consultati dai lavoratori e dai capi e che dispensavano consigli ogni volta che a essi ci si rivolgeva con un cerimoniale di inchini, saluti e salamelecchi di cui noi ci divertivamo in albergo a riprodurre le movenze.</p>
<p data-start="5017" data-end="5312">Era uno straordinario modello di interazione sociale e cognitiva tra generazioni, di cui così si impossessavano quelle giovani, e ci si passava il testimone e ci si rispettava sempre di più, non disperdendo nulla dell’immenso capitale sociale che le generazioni accumulano nel loro succedersi.</p>
<p data-start="5314" data-end="5785">Il libro ci offre commoventi esempi di dedizione alla vita e al dolore delle generazioni che soffrono dell’avanzare dell’età. Le interviste contenute nel libro con coloro che svolgono quel raro compito benevolo di cura e di sorveglianza amorosa, che consente il riprodursi non tanto della società astrattamente intesa, ma del segreto valore sociale fondato sull’amore che consente a essa — la società — di riprodursi, sono certamente la cosa più bella di queste pagine.</p>
<p data-start="5787" data-end="5916">Ce la si farà anche questa volta, se l’intelligenza sociale, di cui è testimonianza questo libro, diverrà azione trasformativa.</p>
<p data-start="5918" data-end="6043">Lo spirito artigiano, del resto, è quello che più potentemente può soffiare beneficamente… noi artigiani ne siamo convinti.</p>
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<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Milano Cortina 2026: legacy produttiva e sistema Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Germozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:16:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinque cerchi, una strategia: Milano Cortina 2026 come leva di diplomazia economica e acceleratore di sviluppo, dove sport, infrastrutture e filiere produttive diventano racconto e motore della proiezione internazionale del Sistema Italia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109912" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina.jpg" width="1200" height="800" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina.jpg 1200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/Marrara-Legay-Olimpiadi-Milano-Cortina-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
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<p>I <strong>Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali</strong> costituiscono un potente <strong>moltiplicatore di investimenti e innovazione</strong>. Secondo le stime di <strong>Banca Ifis</strong>, Milano Cortina 2026 potrebbe generare un valore complessivo di circa <strong>5,3 miliardi di euro</strong>, tra spesa turistica e valore delle infrastrutture sportive e civili realizzate o riqualificate. Si tratta di un impatto che combina dimensione economica, infrastrutturale e sociale, configurando l’evento come <strong>acceleratore di sviluppo</strong> per i territori coinvolti e per il <strong>Sistema Paese</strong>. A ciò si aggiunge un <strong>effetto reputazionale di lungo periodo</strong>, capace di rafforzare l’attrattività internazionale delle nostre imprese e dei nostri distretti produttivi.</p>
<p>La <strong>legacy</strong> è il punto centrale. Non si tratta solo di visibilità mediatica, ma della capacità di trasformare l’evento in un <strong>motore di crescita</strong> per le imprese – artigiane e industriali – e per l’intero ecosistema economico. Ogni infrastruttura, ogni allestimento, ogni soluzione tecnologica porta con sé il contributo di <strong>competenze diffuse</strong> che esprimono <strong>qualità manifatturiera, design, innovazione e sostenibilità</strong>. È in questa trama di <strong>saperi e professionalità</strong> che si misura il <strong>valore aggiunto del modello italiano</strong>.</p>
<p>In questo quadro, le opere realizzate non costituiscono soltanto il supporto logistico dei Giochi, ma un’<strong>eredità strutturale</strong> destinata a rafforzare competitività e accessibilità dei territori. I grandi eventi diventano così <strong>laboratori di innovazione</strong>, nei quali sport, industria e creatività progettuale si incontrano, generando <strong>sinergie</strong> che possono continuare a produrre effetti ben oltre la durata dell’evento.</p>
<p>Milano Cortina 2026 può rappresentare un modello: un evento capace di lasciare in eredità non solo impianti, ma <strong>competenze, relazioni e una rinnovata consapevolezza del valore delle nostre filiere produttive</strong>. È questa la sfida: trasformare i <strong>cinque cerchi</strong> in una leva di <strong>crescita, innovazione e proiezione internazionale del Sistema Italia</strong>.</p>
<p><strong>(Di Silvia Marrara, Consigliera &#8211; Capo Ufficio XII – Diplomazia sportiva &#8211; Direzione Generale per la Crescita e le promozione delle Esportazioni (DGCE) &#8211; Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale).</strong></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>© <strong><a class="ig-tags-link" href="https://milanocortina2026.coni.it/en/media-item/gallery.html?view=tags&amp;igtags=Foto%20Simone%20Ferraro/CONI">Foto Simone Ferraro/CONI</a></strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div>
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		<title>Art4Sport, la forza delle famiglie: “Dopo il perché, bisogna chiedersi: adesso cosa facciamo?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:12:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stories]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[stories]]></category>
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		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Teresa Grandis e Ruggero Vio, genitori di Bebe Vio, campionessa paralimpica, mondiale ed europea di fioretto, parlano dalla piccola cittadina di Mogliano Veneto, Treviso. Da  16 anni, dalla nascita della loro associazione Art4Sport Onlus la loro casa è l’Italia intera, e la loro famiglia si allarga ogni giorno, con le storie di tutti i bambini amputati che entrano nella loro vita.</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/art4sport-la-forza-delle-famiglie-dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo/">Art4Sport, la forza delle famiglie: “Dopo il perché, bisogna chiedersi: adesso cosa facciamo?”</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109910" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo.jpg" width="1600" height="1067" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo.jpg 1600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/02/Conf.-Veneto-Art4Sport-la-forza-delle-famiglie-Dopo-il-perche-bisogna-chiedersi-adesso-cosa-facciamo-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></div>
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Nelle parole di <strong>Teresa Grandis</strong> e <strong>Ruggero Vio</strong>, presidente e vicepresidente di <strong>Art4Sport Onlus</strong>, c’è l’attesa per le <strong>Paralimpiadi Milano Cortina 2026</strong>, ma soprattutto c’è un’idea precisa di comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">«Sedici anni fa quasi nessuno parlava di sport paralimpico»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La loro storia nasce con la figlia Bebe Vio, ma oggi – raccontano – “è supportata da Bebe ed è importante per tutti noi”. Sedici anni fa quasi nessuno parlava di sport paralimpico. L’intuizione fu semplice e rivoluzionaria: non bastava fornire protesi o carrozzine, bisognava costruire un percorso. Dare strumenti, sì, ma anche prospettiva.</p>
<p>“Nel mondo paralimpico ci si mette ancora più cuore”, spiegano. “La differenza è che l’atleta paralimpico, per arrivare lì, ha fatto un percorso enorme: ha scelto di guardare avanti, di non piangersi addosso”.</p>
<p>È una scelta che non riguarda solo i ragazzi. Riguarda le famiglie. “L’ospedale ti salva la vita. Ma poi? La rete è indispensabile”. In questi anni Art4Sport ha cambiato perfino lo statuto: oggi i ragazzi seguiti sono 51, “ma per noi sono tutti figli nostri”. Quando incontrano un nuovo ragazzo – spesso arrabbiato, spaesato – Teresa e Ruggero rivivono quello che hanno attraversato loro. “Anche noi per settimane ci siamo chiesti: perché è successo? A un certo punto devi smettere di chiedertelo. La domanda diventa: adesso cosa facciamo?”.</p>
<p>Nel gruppo si distinguono – con un termine che usano loro – i “solari”, quelli che hanno superato la fase del rancore e aiutano gli altri a costruire una vita piena. “La forza sono le famiglie che si contagiano tra loro. Il gruppo ti insegna a non vergognarti. Quando siamo insieme, tutti fanno tutto. Non c’è imbarazzo nel togliere una protesi. A volte basta l’esempio”.</p>
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<h2><span class="font-435549">«Lo sport paralimpico deve cambiare la percezione della disabilità: possiamo fare tutto. E possiamo farlo bene»</span></h2>
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<p>La scoperta della portata culturale del movimento paralimpico per Ruggero e Teresa arriva a Londra 2012. Uno stadio olimpico da 90mila persone pieno per le gare : “lì abbiamo toccato con mano la straordinaria capacità di questo mondo di portare messaggi fortissimi. Lo sport paralimpico deve cambiare la percezione della disabilità: possiamo fare tutto. E possiamo farlo bene”.</p>
<p>Lo sport diventa obiettivo, disciplina, contatto con la società. “Nella vita di chiunque è importante avere un obiettivo”. Ma Teresa Grandis è netta anche su un punto: “Io rompo le scatole a tutti: studiate, andate avanti. Non pensate solo di poter essere atleti”. Perché se è vero che l’Olimpiade è “la cosa più bella del mondo”, è altrettanto vero che, finita la carriera, il rischio è il buio. Nel paralimpico, spiegano, tutto si moltiplica per dieci.</p>
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<h2><span class="font-435549">«Dal progetto nasce anche la Bebe Vio Academy: persone con e senza disabilità si allenano insieme»</span></h2>
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<p>Da qui nasce anche la Bebe Vio Academy, attiva tra Milano, Roma e il territorio veneziano: una palestra dove persone con e senza disabilità si allenano insieme “nella maniera più naturale possibile”. Inclusione quotidiana, non slogan. Le competizioni agonistiche restano distinte – “le categorie sono diverse” – ma l’allenamento condiviso diventa scuola di normalità reciproca.</p>
<p>Il prossimo appuntamento per Ruggero e Teresa sarà a Roma l’8 Giugno con <em><strong>WEmbrace Games</strong>, </em>una sorta di  giochi senza frontiere, dove ragazzi con e senza disabilità gareggiano insieme. “Il mondo paralimpico crea dipendenza: affascina”, sorridono, perché mostra “la bellezza di tutte le forme possibili”.</p>
<p>In fondo, la loro missione è semplice e radicale: “Noi abbracciamo”. Vanno negli ospedali a incontrare le famiglie appena travolte da un evento che sembra incomprensibile. “Quello di cui hanno bisogno i genitori è vedere che c’è un domani. La vita non si ferma lì.</p>
<p>Un messaggio che, in vista delle <strong>Paralimpiadi Milano Cortina 2026</strong>, parla anche al tessuto produttivo e sociale dei territori: costruire reti, generare fiducia, trasformare una fragilità in progetto. Proprio come fanno le famiglie di Art4Sport.</p>
<p>Teresa e Ruggero ricordano che dopo il “perché” c’è sempre un’altra domanda. E la risposta, spesso, è un verbo concreto: fare.</p>
<p><strong>(Di Anna de Roberto &#8211; Ufficio stampa Confartigianato Veneto)</strong></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Terzo Rapporto Italia Generativa: un’occasione per ripensare politiche e sviluppo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Germozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 08:30:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un’indagine per leggere i blocchi dello sviluppo e attivare le risorse nascoste nel tessuto sociale, economico e imprenditoriale del Paese.</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/terzo-rapporto-italia-generativa-unoccasione-per-ripensare-politiche-e-sviluppo/">Terzo Rapporto Italia Generativa: un’occasione per ripensare politiche e sviluppo</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 58%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108235" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920.png" width="1280" height="1500" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920.png 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920-256x300.png 256w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920-874x1024.png 874w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920-768x900.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/03/stairs-5051779_1920-350x410.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<p class="" data-start="207" data-end="459">Martedì 8 aprile 2025, alle ore 11.00, presso la Sala Longhi di Unioncamere (Piazza Sallustio 21, Roma), sarà presentato il <strong data-start="331" data-end="364">3° Rapporto Italia Generativa</strong>, curato dal Centro di Ricerca ARC dell’Università Cattolica in collaborazione con Unioncamere.</p>
<p class="" data-start="461" data-end="810">Il rapporto offre un’analisi approfondita delle dinamiche sociali ed economiche del Paese, proponendo un “cruscotto” di indicatori per leggere con chiarezza ostacoli e potenzialità. Obiettivo: individuare le condizioni che permettono a persone, territori e istituzioni di generare valore e benessere durevole, in un equilibrio tra presente e futuro.</p>
<p class="" data-start="812" data-end="1161">Tra i temi affrontati: i ritardi dell’Italia rispetto all’Europa, i vincoli strutturali che frenano lo sviluppo, le pratiche generative già in atto e le politiche possibili per rafforzarle. Uno strumento pensato non solo per i decisori pubblici, ma anche per chi, nel mondo sociale e imprenditoriale, agisce come promotore di innovazione e coesione.</p>
<p class="" data-start="1163" data-end="1372">All’incontro, moderato da Michele Silenzi (<em data-start="1206" data-end="1217">Il Foglio</em>), interverranno <strong data-start="1234" data-end="1251">Mauro Magatti</strong>, <strong data-start="1253" data-end="1271">Carlo Borgomeo</strong>, <strong data-start="1273" data-end="1292">Marcella Mallen</strong> e <strong data-start="1295" data-end="1319">Massimiliano Valerii</strong>, con l’intento di trasformare l’analisi in proposta.</p>
<p class="" data-start="1374" data-end="1740"><em data-start="1374" data-end="1402">Spirito Artigiano Magazine</em>, attento ai processi che mettono al centro le persone, i legami comunitari e la costruzione condivisa del futuro, invita i lettori a partecipare. Un’occasione per confrontarsi su come rendere più capaci i nostri sistemi, valorizzando l’apporto di chi ogni giorno contribuisce, in silenzio, alla generazione di senso, coesione e crescita.</p>
<p data-start="1374" data-end="1740"><strong>Per iscriverti clicca <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfvsTfIFqtLZi9vM7M0qtnkvcn3Fot235EDMtn596bDKxJecw/viewform">QUI</a></strong></p>
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