
La salute ha assunto un significato e una dimensione più ampia negli ultimi anni. Salute non è solo assenza della malattia ma è il risultato di un insieme complesso e interconnesso di fattori economici, sociali, culturali e ambientali.
Negli ultimi decenni, i profondi cambiamenti della società hanno modificato in modo significativo il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci prendiamo cura del nostro benessere, generando nuove opportunità ma anche nuove sfide per i sistemi sanitari e per i cittadini.
L’invecchiamento della popolazione, generato dall’allungamento della vita media e dal calo della natalità, insieme all’aumento delle cronicità – secondo Istat, oltre la metà degli ultrasessantacinquenni presenta almeno tre patologie croniche – mettono sotto pressione le risorse economiche e organizzative, rendendo necessario ripensare i modelli di cura e assistenza.
Gli effetti dell’aumento della quota di popolazione anziana non ha “solo” effetti sulla piramide demografica del Paese e sulla tenuta dell’attuale modello di welfare, in cui la spesa sanitaria e socio-assistenziale sono una parte rilevante del bilancio pubblico insieme alla spesa pensionistica ma anche sulla società. Qualità della vita e autosufficienza diventano elementi fondamentali per mantenere un buono stato di salute. La popolazione non autosufficiente in Italia è stimata in circa 4 milioni di persone; almeno il 40% degli over-75 vive da solo. Longevità, cronicità, non autosufficienza e solitudine diventano così dimensioni diverse di uno stesso bisogno di cura.
Gli italiani, anche grazie a un’ampia disponibilità di innovazione terapeutica e tecnologica vivono sempre più a lungo. La speranza di vita alla nascita, 83,7 anni nel 2025, ha finalmente raggiunto e superato i livelli prepandemia, seppur con un netto gradiente nord-sud sfavorevole ai secondi. Allo stesso tempo, però, si ridefinisce il profilo sociale e sanitario della popolazione: l’età media è salita a 47,1 anni e l’indice di vecchiaia, che misura il numero di persone con almeno 65 anni ogni 100 bambini e ragazzi fino a 14 anni, ha raggiunto quota 216,3. Quasi un quarto dei residenti ha almeno 65 anni. Nel 2050 un italiano su tre sarà over-65 e la popolazione con più di 85 anni raddoppierà, dal 3,8% al 7,2%.
La solitudine, in particolare, è uno degli indicatori più disarmanti di questa trasformazione e nuova domanda di bisogni di salute. In Italia il 14% delle persone dichiara di non avere nessuno a cui chiedere aiuto e il 12% nessuno a cui raccontare aspetti personali, rispetto a una media UE pari al 6,1%. Sono numeri che non appartengono soltanto alla sfera sociale: aumentano il rischio di depressione, peggioramento delle condizioni croniche, perdita di autonomia e ricorso improprio ai servizi sanitari. Un anziano fragile e solo non ha bisogno soltanto di una prestazione medica, ma di una rete di supporto coordinata e vicina nella comunità che possa supportarlo anche presso il proprio domicilio. Umanizzazione delle cure e attenzione ai bisogni della persona e non solo del paziente diventa essenziale.
La presenza di una rete rete diventa cruciale nella cosiddetta sanità di prossimità. Dove prossimità non significa semplicemente fornire una prestazione più vicina ai luoghi di vita e lavoro delle persone. Significa costruire e mantenere un ecosistema proattivo capace di tenere insieme prevenzione, presa in carico, riabilitazione e supporto alle attività quotidiane. In altri termini, un sistema che non si limiti a reagire al singolo evento ma sia in grado di mantenere le migliori condizioni di salute della persona sull’intero percorso della vita.
La riforma dell’assistenza territoriale avviata con il DM 77/2022 e gli investimenti della Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), arrivati a scadenza il 30 giugno scorso, hanno posto le basi infrastrutturali di questo cambiamento, puntando sulla realizzazione di strutture di cura intermedie, sul potenziamento dell’assistenza domiciliare e sulla digitalizzazione, dalla telemedicina agli strumenti di supporto alla presa in carico. Tuttavia, perché queste innovazioni organizzative possano tradursi in un effettivo miglioramento della qualità dell’assistenza, è indispensabile garantirne il funzionamento concreto.
Nel caso delle strutture di cura intermedie, come le Case e gli Ospedali della Comunità, l’innovazione è effettivamente tale quando una qualsiasi struttura sanitaria è popolata da professionisti, integrata con i servizi sociali e riconoscibile dai cittadini. Ma gli obiettivi del Piano si limitano a valutarne la costruzione e l’installazione, non la loro operatività.
Un discorso simile vale per l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2025 sono stati presi in carico 1.625.785 assistiti over-65, pari all’11,3% della popolazione anziana, a fronte di un obiettivo del 10%. Le stime attuali assumono però che circa il 60% degli assistiti. Se tale previsione si rivelasse troppo ottimistica, le risorse allocate potrebbero risultare inadeguate, si tratterebbe di offrire una intensità assistenziale insufficiente, pur a fronte di una discreta copertura. Il futuro dell’assistenza domiciliare dovrà quindi essere valutato non solo sul numero di persone raggiunte, ma sulla capacità di modulare gli interventi, integrare competenze diverse e garantire la copertura del reale fabbisogno di salute nel tempo.
In questo quadro, il processo di digitalizzazione del sistema sanitario che, insieme alle infrastrutture di prossimità, costituisce il cuore della Missione 6 del PNRR, può garantire una maggiore continuità assistenziale, tempestività della presa in carico e personalizzazione delle cure. La diffusione dei servizi di telemedicina, nelle sue diverse forme di teleassistenza, telemonitoraggio e teleconsulto, così come del Fascicolo Sanitario Elettronico, possono aiutare a seguire a distanza i pazienti cronici, ridurre gli spostamenti, oltre a facilitare il coordinamento tra professionisti, ottimizzando l’appropriatezza prescrittiva.
Nel caso della telemedicina, il target europeo – almeno 300.000 persone assistite sfruttando strumenti di telemedicina – è stato raggiunto, dato che a dicembre 2025, gli assistiti in telemedicina sono 566.321 (+171% sull’obiettivo di partenza) – anche se la percentuale varia notevolmente in base alla Regione e alla tipologia di servizio.
Una situazione sovrapponibile si registra con la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico, uno degli strumenti più rilevanti per il rafforzamento dell’infrastruttura digitale del SSN, in grado di consentire al cittadino-paziente un accesso più semplice, trasparente e tempestivo alle proprie informazioni sanitarie. Sempre a dicembre 2025, circa il 95% MMG/PLS italiani aveva alimentato il FSE negli ultimi 90 giorni, una percentuale superiore all’85% condiviso a livello europeo. Tuttavia, appena 1 cittadino su 4 dichiara di aver utilizzato lo strumento, con percentuali inferiori al 10% in tutte le Regioni del Mezzogiorno, esclusa la Campania.
In aggiunta, perché questa trasformazione produca effetti reali servono persone, competenze e relazioni professionali.
La carenza di personale sanitario, in particolare di infermieri, di alcune specializzazioni mediche a partire dai medici di medicina generale, resta uno dei principali ostacoli alla piena attuazione della sanità territoriale e delle altre riforme del PNRR. Le nuove infrastrutture e le piattaforme digitali, infatti, possono funzionare solo se accompagnate dalla presenza di équipe multiprofessionali, dalla definizione di responsabilità chiare e dalla promozione di competenze organizzative adeguate.
Da ultimo, il nostro Servizio Sanitario Nazionale è un valido alleato dei cittadini – l’indagine “PaRIS” ne sottolinea alcuni punti di forza, come il fatto che il 67% degli italiani con patologie croniche riceve supporto adeguato nella gestione della propria salute (4 punti in più della media OCSE), ma persistono criticita significative: la frammentazione dei servizi e le difficoltà di superare il modello di separazione tra ospedale e territorio, alla base delle riforme di cui sopra, ma anche le disuguaglianze regionali nell’accesso alle cure, la difficoltà nel garantire una reale presa in carico multidisciplinare, tra le altre.
Allo stesso tempo però, il sistema sanitario attuale è profondamente diverso da quello di cinquant’anni fa: la prossimità non può limitarsi a una riqualificazione degli spazi, così come la digitalizzazione non può essere ridotta a un intervento tecnologico sull’esistente. Il rischio principale è digitalizzare modelli organizzativi del passato, senza intervenire sui processi, sui ruoli professionali e sull’organizzazione dei servizi. Un rischio che il nostro SSN non può correre.
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Elaborazioni THEA su dati AGENAS, Istat, Ministero della Salute, OCSE, Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Per approfondire i temi trattati si rimanda a: TEHA (2025), “XX Rapporto Meridiano Sanità”.
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Membro del Consiglio di Amministrazione, Partner e Responsabile della Practice Health & Life Sciences di TEHA Group. Esperto di consulenza strategica, pianificazione aziendale, executive coaching, comunicazione d’impresa e operazioni di M&A. Laureata in Economia aziendale (Bachelor of Business Administration - BBA, Marketing) presso l’Università Bocconi.
