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	<title>Massimiliano Valerii - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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		<title>Generazioni in attesa: il futuro messo in pausa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 08:45:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Paese dove nascite e imprese calano insieme, si afferma una nuova cultura dell’attesa: meno rischi, più eredità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 90%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-108434" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280.jpg" width="1280" height="851" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-1024x681.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-768x511.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/06/train-2593687_1280-350x233.jpg 350w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">L’accostamento non sembri sacrilego: la generatività è l’elisir che accomuna sia le giovani coppie intenzionate a mettere al mondo un figlio, sia la propensione ad avviare una impresa. Sono due dimensioni esistenziali – la vivacità demografica e la vivacità del tessuto produttivo – in cui oggi si evidenziano rischi preoccupanti per l’Italia.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>La crisi delle nascite – anno dopo anno battiamo nuovi record negativi e da quattro anni siamo precipitati sotto la soglia dei 400.000 nati – è confermata dai primi dati relativi al 2025. Già nei primi tre mesi di quest’anno le nascite sono diminuite del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (e da gennaio la popolazione complessiva si è già ridotta di 13.000 unità). È evidente l’impatto dello tsunami demografico sui tassi di natalità delle imprese. In tutta onestà, bisogna ammettere che si tratta di un processo irreversibile, in assenza di significativi contributi dall’estero. Vediamo perché.</p>
<p>Il 2008 è stato l’anno dopo il quale è iniziata una fase di riduzione ininterrotta delle nascite. Rispetto ad allora, nel 2024 abbiamo registrato 206.000 nati nell’anno in meno (-35,9%). Se si considera che nello stesso arco di tempo le donne in età feconda (statisticamente, per convenzione, la popolazione femminile di 15-49 anni di età) sono diminuite di quasi 2,5 milioni (-17,9%), si comprende che circa due terzi delle nascite mancanti è da attribuire alla forte riduzione delle potenziali madri. Ciò significa che<strong> il processo di denatalità è destinato inesorabilmente a perpetuarsi anche qualora si riuscisse miracolosamente a invertire la traiettoria declinante del tasso di fecondità (oggi al minimo, con 1,18 figli per donna)</strong>. Ciò non vuol dire che sia inutile investire risorse pubbliche nelle misure di sostegno alla genitorialità (sgravi fiscali strutturali e trasferimenti monetari, asili nido pubblici, congedi parentali più generosi, strumenti di conciliazione tra il lavoro e le attività di cura per le donne occupate) e in lungimiranti politiche giovanili (si pensi solo al problema della casa per le giovani coppie), per il semplice motivo che altrimenti ci troveremmo a commentare dati ancora peggiori.</p>
<p>Bisogna però soffermarsi su un effetto nascosto della denatalità, che finora non è stato sottolineato. All’immagine di una piramide demografica rovesciata, con una base (formata dalle coorti più giovani) che si assottiglia progressivamente e un vertice (formato dalle persone nella terza e quarta età) che invece si allarga sempre di più, si sovrappone perfettamente l’immagine di un imbuto dei patrimoni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">Meno nascite significano meno eredi, meno eredi significano eredità più cospicue. </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con quale effetto psicologico su coloro che sanno di essere destinatari di un atto di successione (appartenenti non solo alle famiglie abbienti, ma anche a buona parte della classe media patrimonializzata)? Gli effetti sono due.</p>
<p>Il primo effetto è una <strong>riduzione della propensione all’assunzione del rischio imprenditoriale</strong> (che si somma all’oggettivo prosciugamento del bacino di giovani in cui fermentano gli <em>animal spirits</em> della vocazione imprenditoriale che in passato hanno fatto grande l’Italia). Perché, se è vero che la concentrazione dei patrimoni rappresenta una rete di protezione per i tanti giovani che navigano a vista verso un futuro incerto e periglioso, è altrettanto vero che ciò determina una rottura del nostro modello di sviluppo tradizionale, con riferimento proprio a quel lievito vitale rappresentato dall’attitudine al fare impresa. Già nell’ultimo decennio (tra il 2013 e il 2023) i titolari e i soci d’impresa con meno di 30 anni si sono ridotti rispettivamente del 25,2% e del 40,6% per effetto della transizione demografica e anche a causa di una minore intraprendenza dei potenziali <em>rentier</em>.</p>
<p>Il secondo effetto dell’imbuto dei patrimoni è un inedito disincanto delle giovani generazioni verso il lavoro. Per accorgersene, basta tirare un bilancio dell’effervescente mercato del lavoro dell’ultimo anno, segnato da un numero record di occupati (più di 24 milioni) e dall’eccesso di domanda di lavoro rispetto all’offerta, ma non privo di paradossi. Ebbene, nel 2024 abbiamo registrato 352.000 occupati in più: +508.000 lavoratori dipendenti permanenti e -203.000 a termine, +508.000 a tempo pieno e -156.000 a tempo parziale, a cui sommare 47.000 lavoratori indipendenti in più. Tuttavia, <strong>più dell’80% dell’occupazione creata ha riguardato gli over 50 anni. Tra gli under 35 sono aumentati invece gli inattivi (+152.000). Perché i giovani rimangono ai margini del mercato del lavoro? Perché per loro il lavoro non possiede più l’aura dell’obbligo sociale.</strong> Anzi, è diventato socialmente accettabile dimettersi al buio, senza un piano B, o rifiutare un impiego ritenuto non gratificante economicamente o non esattamente in linea con le proprie aspirazioni. In altri termini, per loro il lavoro non rappresenta più un valore in sé, bensì solo un tassello dentro un mosaico più ampio: la propria vita. Non solo il lavoro ha perso, ai loro occhi, la forte carica identitaria che invece possedeva per le generazioni precedenti, ma soprattutto hanno interiorizzato la forte svalorizzazione del lavoro in corso da anni. Infatti, sacrificato sull’altare della competitività, in Italia il valore medio in termini reali di salari e retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2008, come ha calcolato recentemente l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">La scintilla vitale della generatività rischia dunque di affievolirsi, sia a causa dei processi strutturali in atto (la radicale denatalità), sia per effetto dei cambiamenti avvenuti nella sfera immateriale (l’immaginario collettivo delle giovani generazioni). </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che si tratti di mettere al mondo un figlio o di avviare un’attività economica individuale, parliamo di scelte esistenziali che oggi possono sembrare un azzardo inaccettabile a coloro che hanno maturato la consapevolezza scoraggiante di non vivere più dentro l’onda lunga dell’accrescimento economico e del miglioramento del posizionamento sociale. Se le cose stanno così, allora è meglio aspettare l’eredità, piuttosto che alzare la saracinesca di una nuova impresa.</p>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2025</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-1" data-row="script-row-unique-1" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-1"));</script></div></div></div>
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		<title>Il lavoro che cambia: i giovani e l&#8217;attrazione verso l&#8217;artigianato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 09:25:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I giovani cercano un lavoro che offra autonomia, creatività e significato, valori sempre più difficili da trovare nei modelli occupazionali tradizionali. È nel mondo dell’artigianato, con la sua forte connessione tra competenze, innovazione e indipendenza, che queste nuove generazioni trovano una risposta concreta alle loro aspirazioni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107542" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg.webp" width="1024" height="1024" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg.webp 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg-300x300.webp 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg-150x150.webp 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg-768x768.webp 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg-350x350.webp 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/09/MaPfLrBqQw6xcdTWtZ88xg-348x348.webp 348w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></div>
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<div class="pt-0">
<p>Se dico “plastica”, cosa ci viene in mente? Ovvio: è l’icona dell’inquinamento degli oceani. Ma c’è stato un tempo, non molto remoto, in cui quella parola aveva tutt’altro significato. Pensiamo al valore altamente simbolico dell’ingresso degli elettrodomestici e degli utensili in plastica nelle case della classe media italiana: significava l’affrancamento dalla scarsità e dall’arretratezza, l’accesso a pieno titolo nella società affluente e opulenta. Infatti, in quel periodo, il nostro Paese poteva vantare indiscussi primati a livello mondiale nell’industria chimica e delle materie plastiche. Oggi, invece, in attesa di un vagheggiato mondo plastic-free, si legifera per ridurre quanto più possibile l’impiego della plastica e l’impatto ambientale: sacchetti per la spesa biodegradabili, bottigliette dell’acqua minerale più leggere, con il tappo che non si stacca dal collo del flacone. È un rovesciamento simbolico e valoriale di cui sono artefici soprattutto le giovani generazioni, ma non solo. Si tratta di un capovolgimento di prospettiva che testimonia quanto siano cambiati l’immaginario collettivo e l’agenda sociale.</p>
<p>Qualcosa di analogo è avvenuto anche nel rapporto degli italiani con il lavoro. Il mercato del lavoro sta vivendo una fase eccezionale sotto molti punti di vista, per certi versi inedita, come confermano le difficoltà sperimentate giornalmente da molte imprese nel reperire la manodopera e le figure professionali di cui hanno bisogno. È uno scenario originale, innanzitutto, sul piano quantitativo: più di 24 milioni di occupati, un record nelle serie storiche delle forze di lavoro. Ma anche sul piano qualitativo, se si considerano le nuove attitudini individuali maturate nei confronti del lavoro.</p>
<p>Il grande cambiamento è stato generato da una molteplicità di fenomeni strutturali di lungo periodo, accelerati e amplificati dalle dinamiche congiunturali. Da una parte, la regressione demografica, con il calo costante e prolungato della natalità e il graduale invecchiamento della popolazione; dall’altra, il mutato rapporto soggettivo con il lavoro. Questi sono i fattori principali che hanno determinato il nuovo contesto, imponendo ai diversi attori di ripensare radicalmente le proprie strategie operative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>In particolare, i giovani – che sono pochi e saranno sempre di meno in futuro – oggi hanno il coltello dalla parte del manico. Proprio nel loro rapporto con il lavoro sta emergendo una forte discontinuità rispetto alle generazioni precedenti. </em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per loro, il lavoro non è più il baricentro esclusivo delle proprie agende personali, a prescindere dalla qualità del lavoro e dai frutti che ne conseguono. No: per loro il lavoro deve essere motivante e ricco di senso. Altrimenti, tanto vale ridurre al minimo l’impegno da dedicare all’impiego. Non è prevalente né un rifiuto del lavoro tout court, né una rassegnata accettazione di un lavoro qualunque. Al contrario, emerge la ricerca di un buon lavoro, che sia appagante non solo sul piano economico, ma anche nella sfera esistenziale. È questo il nuovo orizzonte valoriale da considerare per riconoscere nell’impresa artigiana e nel lavoro artigiano quei fattori che oggi possono fare breccia nell’immaginario giovanile, poiché capaci di rispondere alle nuove aspettative soggettive.</p>
<p>Certamente, per i giovani un buon lavoro deve poggiare su alcuni “fondamentali” solidi: stabilità dell’impiego, un livello retributivo adeguato, un orario di lavoro soddisfacente, in modo da non sacrificare le altre dimensioni della vita che contano (gli affetti, gli impegni familiari, gli interessi personali, lo svago). Inoltre, deve svolgersi in un contesto (dal luogo di lavoro alla rete relazionale) percepito come positivo e rappresentare un’occasione di apprendimento continuo. Deve anche essere coinvolgente, non routinario, aperto alle innovazioni e al contributo creativo, e incorporare convinzioni e passioni consonanti con le proprie.</p>
<p>In particolare, tra i requisiti del buon lavoro che i giovani cercano, emerge prepotentemente la voglia di autonomia nella gestione dei tempi e degli orari. Questi desideri potrebbero orientare verso il lavoro autonomo e l’avvio di un’impresa, una soluzione largamente apprezzata, sebbene spesso confinata nel perimetro di un sogno proibito, a causa dei rischi connessi all’avventura imprenditoriale, percepiti come troppo alti per essere sopportabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Molti dei pilastri del lavoro ideale indicati dai giovani sono rintracciabili nel lavoro artigiano, che gode di una reputazione molto positiva nel loro immaginario, tanto che un terzo dei giovani che non vi lavorano vorrebbe entrare a farne parte. </em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Del mondo artigiano si apprezzano l’originalità, la creatività, la vena artistica, il grado di autonomia nella gestione delle mansioni e nella realizzazione del prodotto o servizio finale. Tuttavia, lo sguardo giovanile rivolto all’artigianato non è contraddistinto da un’inclinazione nostalgica o da una romantica idealizzazione della “piccola bottega”. Piuttosto, ciò che rende l’artigianato attrattivo ai loro occhi sono i suoi valori intrinseci, coniugati con le esigenze della contemporaneità in cui sono immersi: competenze e saperi, culture e pratiche legate al modello produttivo specifico del mondo artigiano.</p>
<p>Se, nell’attuale fase storico-sociale, il lavoro deve rispondere al severo scrutinio valoriale compiuto dai giovani, allora non è una forzatura affermare che l’impresa artigiana può contare su una posizione di vantaggio rispetto ad altre alternative meno sensibili alla sostenibilità e contraddistinte da un produttivismo &#8220;a prescindere&#8221;.</p>
</div>
<h5><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h5>
</div>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
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		<title>L’importanza del fattore ‘tempo’ per le nuove generazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 06:35:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"La chiave per decifrare i cambiamenti che stanno avvenendo nel rapporto degli italiani – e in particolare dei giovani – con il mondo del lavoro è il fattore tempo: risorsa per definizione preziosa ed esauribile. Secondo una duplice accezione. Il tempo inteso in senso dinamico: se vengono meno le aspettative riposte nel lavoro come mezzo preferenziale per migliorare la propria condizione futura, allora il lavoro perde la sua antica primazia. E il tempo inteso in senso statico: se viene meno la proiezione nel futuro, allora nel momento presente è preferibile sottrarre al lavoro quanto più tempo è possibile"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106744" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232.jpg" width="1300" height="867" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232.jpg 1300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/02/pexels-kampus-production-5935232-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></div>
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<p>I dati consolidati relativi al mercato del lavoro più aggiornati, riferiti al terzo trimestre del 2023, sono tutti eccezionalmente positivi. Gli occupati sono aumentati complessivamente del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+481.000 unità): sono saliti a 23.613.000, stabilendo un record da quando possediamo serie storiche sulle forze di lavoro (il 1977). La creazione di occupazione è stata trainata dai rapporti di lavoro dipendente permanenti (a tempo indeterminato), che hanno registrato una variazione più che proporzionale rispetto all’incremento medio dell’occupazione, con una crescita su base annua pari a +3,1%. Al contrario, i dipendenti a termine sono diminuiti (-2,3%). E i lavoratori indipendenti (artigiani, commercianti, professionisti, imprenditori) sono aumentati dell’1,6%. Inoltre, abbiamo avuto più impieghi a tempo pieno (+2,7%) che part time (-0,7%). Sono diminuiti i disoccupati e gli inattivi, è salito il tasso di occupazione (anche il tasso di occupazione giovanile registra una differenza positiva pari a +0,8%). Pure le retribuzioni medie sono aumentate: +3,3%. E l’input di lavoro misurato in termini di ore lavorate attesta un incremento pari a +1,8%, superiore alla (debole) crescita del Pil (+0,1%). Tutto bene, dunque?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Siamo passati in tempi rapidissimi dalle preoccupazioni suscitate dalla precarietà del lavoro e dagli allarmi per gli elevati tassi di disoccupazione, specie giovanile, a un completo rovesciamento dello scenario</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso è il sistema produttivo a lamentare ogni giorno difficoltà nel reperire la manodopera e le figure professionali di cui ha bisogno.</p>
<p>La ripresa dell’occupazione nell’ultimo biennio è stata decisamente robusta. A causa della pandemia, tra i mesi di gennaio e luglio del 2020 avevamo accusato un crollo di lavoratori che ha sfiorato il milione di unità (-937.000 addetti). E abbiamo dovuto attendere il secondo semestre del 2022 per tornare ai livelli antecedenti all’emergenza sanitaria. Però dal luglio del 2020 al dicembre del 2023 (il dato più recente disponibile) i posti di lavoro sono aumentati complessivamente di oltre 1,6 milioni di unità.</p>
<p>Abbiamo quindi capito che il fenomeno delle «grandi dimissioni», che recentemente aveva occupato il proscenio nel discorso pubblico sul lavoro, era solo un abbaglio, se inteso come fuga dal lavoro <em>tout court</em>. È vero che negli ultimi anni le dimissioni volontarie (si parla di rapporti di lavoro, ovviamente, non di persone) sono aumentate da 1,2 milioni nel 2016 a 2,2 milioni nel 2022, con un incremento evidentemente molto consistente. Più in dettaglio, prima della pandemia, le dimissioni erano state 1.723.753 nel 2019; nel 2020, ovvero nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, si era verificata una flessione (-16,2%) dipendente dal congelamento del mercato del lavoro in quell’anno (si ricordi, ad esempio, il blocco dei licenziamenti per decreto) e dalla sospensione dei progetti individuali da parte di molti; la flessione era stata subito riassorbita nel momento in cui l’impatto della pandemia si era attenuato, con un nuovo balzo del 33,6% nel 2021 rispetto all’anno precedente; successivamente, nel 2022, le dimissioni volontarie sono state 2.200.026 (+13,9% in un anno). Poi, a partire dalla fine del 2022 e nel corso del 2023, non solo la crescita delle dimissioni si è arrestata, ma si registra al contrario una riduzione del fenomeno. Si tratta di una inversione di rotta correlata al contestuale incremento del numero di lavoratori dipendenti permanenti. Questi dati ci fanno capire che una gran parte delle dimissioni volontarie non era motivata da una presunta crisi esistenziale dal sapore vagamente <em>new age</em>, come era stato veicolato mediaticamente con l’espressione «<em>great resignation</em>». Era riferibile, invece, alle decisioni prese da persone, prevalentemente giovani, che interrompevano i rapporti di lavoro prima della scadenza alla ricerca di opportunità lavorative più gratificanti sul piano della retribuzione, dell’orario di lavoro o delle mansioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Insomma, siamo passati, come si è visto, dalle «grandi dimissioni» al boom di occupati. A questo punto, sgombrato il campo dagli equivoci, è più utile parlare, semmai, di «quite quitting», per usare un’altra espressione americana: il rischio di disimpegnarsi dal lavoro</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quello che sta accadendo, in realtà, dipende innanzitutto dal fatto che hanno cominciato a scaricarsi sul mercato del lavoro gli effetti della radicale transizione demografica che il Paese sta vivendo, caratterizzata dal prolungato e intenso processo di denatalità, al punto che oggi le coorti di giovani stanno diventando una relativa rarità. Le proiezioni demografiche al 2050 ci dicono che l’Italia sconterà, fra meno di trent’anni, una riduzione di circa 7,8 milioni di persone in età attiva. Il sistema produttivo lo ha capito, e al momento è impegnato ad attrarre o a trattenere il capitale umano di cui necessita mediante offerte di lavoro più allettanti: è la legge del mercato, bellezza!</p>
<p>Paradossalmente, l’inferiorità numerica delle giovani generazioni si sta capovolgendo in un punto di forza: il peccato originale di essere pochi – si pensi alla ridotta capacità di rappresentare le proprie istanze generazionali e alla scarsa incidenza politica, in quanto nessun leader politico guarderebbe con interesse un bacino di potenziale consenso elettorale talmente esiguo e che si va ulteriormente restringendo nel tempo – si sta traducendo, di fatto, in un aumento del loro potere contrattuale nelle dinamiche di domanda e offerta di lavoro.</p>
<p>Se questo è vero, possiamo attenderci nel prossimo futuro una pressione al rialzo sulle retribuzioni, per la verità gravemente stagnanti in Italia negli ultimi trent’anni, avendo rappresentato un fattore di costo sottoposto a una forte compressione al fine di non compromettere i livelli di competitività del nostro sistema d’impresa. Un prevedibile rialzo del costo del lavoro potrà verosimilmente inficiare gli equilibri di bilancio di quelle imprese che finora erano riuscite a rimanere sulla linea di galleggiamento.</p>
<p>Se, come si è appena visto, la prima linea di frattura rispetto al mercato del lavoro tradizionale dipende dalle tendenze demografiche – a causa soprattutto dell’inversione della piramide demografica, negli ultimi dieci anni registriamo una riduzione di oltre 360.000 occupati con meno di 35 anni –, bisogna ammettere che si è aperta anche una seconda faglia, che riguarda la sfera motivazionale.</p>
<p>Specialmente tra i giovani, si sta consolidando un modo diverso di rapportarsi al lavoro, che si fonda sull’idea che il lavoro non rappresenti più il baricentro dell’esistenza. Nell’attuale ciclo storico-sociale rischia di compromettersi la funzione tradizionalmente assolta dal lavoro come strumento per accrescere la prosperità economica e migliorare il benessere sociale. Conseguentemente, il lavoro rischia un declassamento rispetto alla centralità avuta in passato – e fissata sin dall’articolo 1 della nostra Costituzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">Nella ridefinizione della gerarchia delle proprie priorità, accanto al lavoro prendono sempre più spazio aspetti diversi della vita. A cominciare dal bilanciamento tra gli impegni lavorativi e gli affetti, il tempo libero, le passioni personali. Che si tratti della settimana lavorativa di quattro giorni o del ricorso sistematico allo smart working, le nuove richieste sono tutte tese a liberare tempo dal lavoro</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per comprendere meglio questa svolta, bisogna aggiungere la constatazione che oggi il lavoro non è più una formidabile leva identitaria. «Dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei»: una volta si poteva dire così – si pensi al Cipputi di Altan, con la tuta da metalmeccanico e la chiave inglese stretta in una mano: il suo lavoro definiva la sua stessa identità.</p>
<p>In definitiva, come si sarà capito, la chiave per decifrare i cambiamenti che stanno avvenendo nel rapporto degli italiani – e in particolare dei giovani – con il mondo del lavoro è il fattore tempo: risorsa per definizione preziosa ed esauribile. Secondo una duplice accezione. Il tempo inteso in senso dinamico: se vengono meno le aspettative riposte nel lavoro come mezzo preferenziale per migliorare la propria condizione futura, allora il lavoro perde la sua antica primazia. E il tempo inteso in senso statico: se viene meno la proiezione nel futuro, allora nel momento presente è preferibile sottrarre al lavoro quanto più tempo è possibile.</p>
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<h6 class="p1"><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></h6>
<p><strong>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/amiche-anonime-che-ballano-contro-il-cielo-al-tramonto-5935232/" target="_blank" rel="noopener">Kampus Production</a></strong></p>
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		<title>Il ritorno dei territori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 05:50:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'artigianato è essenziale per l'economia e il tessuto sociale locale, promuove la coesione e migliora la qualità della vita. Al di là del puro produttivismo, coniuga quantità e qualità nelle produzioni, offrendo lavoro gratificante e preservando la prossimità relazionale. Più che un mestiere, l'artigianato è uno stile di vita e un'espressione dello spirito. Finita la turbo globalizzazione, ritorna il protagonismo dei territori con al centro i  valori delle piccole imprese</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-lxmt-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 50%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106437" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143.jpg" width="1191" height="1786" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143.jpg 1191w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143-683x1024.jpg 683w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143-768x1152.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143-1024x1536.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-tima-miroshnichenko-6263143-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1191px) 100vw, 1191px" /></div>
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<p>È sorprendente leggere in questi giorni sulle colonne del “Financial Times” – che non è propriamente una gazzetta di provincia, bensì il giornale di riferimento del capitalismo e della finanza occidentali – la teorizzazione di un “post-neoliberal world”. Al fine di ridurre la nostra vulnerabilità nei rapporti con i quadranti geopolitici più instabili e inaffidabili, non ci si limita a sostenere la prassi del re-shoring – ossia il rimpatrio delle produzioni – o a ventilare strategie di friend-shoring – come dire: confiniamo le catene globali del valore entro un perimetro definito unicamente dagli Stati “amici”. Su quelle pagine si possono leggere persino affermazioni perentorie, del tenore della seguente: “All economics is local”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">&#8220;Il vento nuovo soffia dopo un lungo periodo in cui i nostri territori sembravano consegnati a un destino di irrilevanza politica&#8221;</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il vento nuovo soffia dopo un lungo periodo in cui i nostri territori sembravano consegnati a un destino di irrilevanza politica. Quale che sia la valutazione che si può pronunciare su ciascuna delle misure di rilevanza localistica varate negli ultimi tempi (l’abolizione delle Province, l’accorpamento delle Camere di commercio, la residualità delle Comunità montane, fino al dimezzamento del numero dei parlamentari, che ha fatto sì che molti territori italiani oggi non possano esprimere neanche un solo rappresentante alla Camera o al Senato), non c’è dubbio che il filo rosso che le lega è il ridimensionamento della capacità di influenza delle forze del territorio. In fondo, se finora l’obiettivo prioritario era consistito nell’agganciare i flussi della globalizzazione per trarne il massimo dei vantaggi, i territori finivano per perdere valore in sé: dovevano svolgere la funzione di trampolini di lancio per consentire alle imprese di andare per il mondo a conquistare nicchie di mercato. Ma adesso le valutazioni sembrano cambiare segno. Non è un caso che sia ricomparsa nell’agenda politica l’ipotesi della devoluzione dei poteri dal centro alla periferia, attraverso un disegno di riforma costituzionale diretto a rafforzare le competenze degli enti più prossimi alle comunità locali: le Regioni. La proposta di riforma in nome dell’“autonomia differenziata” è una delle soluzioni possibili, ma ciò che conta è il fatto che sia stata sollecitata da una domanda che torna ad essere particolarmente avvertita: è la poliarchia territoriale la forma di governance istituzionale migliore per il policentrismo italiano?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;Il 95,2% degli italiani è convinto che la pluralità delle identità territoriali, espresse anche dagli artigianati locali, è una pregevole caratteristica del nostro Paese&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Italia è certamente il Paese dei tanti territori. E per gli italiani le peculiarità di ciascun contesto locale sono declinazioni della stessa italianità: le diversità territoriali sono differenze che arricchiscono, non una minaccia all’unità nazionale. Analogamente, l’artigianato è indubbiamente parte della storia e delle tradizioni dei territori. Secondo una recente indagine realizzata dal Censis per Confartigianato, il 95,2% degli italiani è convinto (molto o abbastanza) che la pluralità delle identità territoriali, espresse anche dagli artigianati locali, è una pregevole caratteristica del nostro Paese, un vero e proprio patrimonio (si noti che questa convinzione è condivisa trasversalmente nelle diverse circoscrizioni geografiche, dal Nord al Sud). È altrettanto indubitabile (complessivamente è l’opinione del 92,5% degli italiani) che le piccole e le piccolissime imprese sono una risorsa viva per i territori italiani. Più nello specifico, il 91,5% dei nostri connazionali ritiene che le imprese artigiane siano importanti per le economie territoriali. Si tratta di una ricchezza che contribuisce pure al successo delle eccellenze del made in Italy: ma anche le imprese artigiane che operano sui mercati globali restano profondamente radicate nelle comunità locali originarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">&#8220;Il ruolo giocato dall’artigianato nei territori è confermato dalle statistiche ufficiali&#8221;</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quelle elencate non sono solo consapevolezze molto diffuse nell’opinione pubblica. Il ruolo giocato dall’artigianato nei territori è confermato dalle statistiche ufficiali. Innanzitutto, le imprese artigiane sono fortemente integrate nelle filiere della manifattura. Per l’esattezza, rappresentano il 59,9% del totale delle imprese del settore manifatturiero. In alcuni comparti la percentuale è ancora più alta rispetto al dato medio: si arriva all’80,7% nella gioielleria, al 78,5% nell’industria del legno, al 66,6% nel comparto delle riparazioni, manutenzioni e installazioni di macchine e apparecchiature, al 64,8% nella fabbricazione di mobili, al 64,8% anche nelle industrie alimentari. Inoltre, nei Sistemi locali del lavoro ad alta specializzazione produttiva, dove gli indici economici e occupazionali sono migliori, la presenza delle imprese artigiane è superiore al dato medio nazionale. Ciò accade, ad esempio, in sette Sistemi locali del lavoro del made in Italy su dieci, dove tre imprese attive su dieci sono appunto imprese artigiane.</p>
<p>C’è da aggiungere, per converso, che le imprese artigiane riescono a radicarsi pure nelle zone del Paese caratterizzate da un tessuto imprenditoriale povero e fragile. Nei territori lontani dai grandi assi logistici, come ad esempio l’ossatura appenninica, che sono quindi più ostili all’insediamento delle attività produttive – e dai quali, infatti, la grande industria si tiene lontana –, le attività artigiane rappresentano di fatto un baluardo al rischio di desertificazione e di degrado, evitando con la loro presenza che quei contesti finiscano per avvitarsi dentro una irreversibile spirale di anomia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;L&#8217;artigianato contribuisce a rendere i territori dei “pieni” significanti&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>In definitiva, l’artigianato è un motore fondamentale per la creazione di valore economico e sociale nei territori, e allo stesso tempo costituisce un presidio insostituibile per la coesione e la qualità della vita a livello locale. Contribuisce, insomma, a rendere i territori dei “pieni” significanti, in grado di partecipare alla competizione globale non sulla base di un feroce produttivismo dalle ormai evidenti diseconomie esistenziali e ambientali, ma sulla scorta di una capacità rara di tenere insieme virtuosamente le quantità e la qualità delle produzioni, offrendo forme di lavoro gratificanti – non alienanti –, salvaguardando la prossimità e la relazionalità. Perché l’artigianato è uno stile di vita, prima di tutto: un luogo dello spirito.</p>
<p>Con una certa meraviglia, constatiamo che anche nelle grandi aree metropolitane sta avvenendo la riscoperta del valore della prossimità. Secondo l’indagine citata, l’81,5% degli italiani dichiara che negli ultimi anni ha prestato maggiore attenzione alle attività presenti nelle vicinanze (negozianti, artigiani, esercizi pubblici). E il 94,1% giudica importante per la propria qualità della vita la possibilità di rivolgersi ad artigiani di fiducia presenti nella propria zona di residenza. Questi sentimenti sono confermati dai segnali di un risveglio delle attività artigiane proprio nelle grandi città. Negli ultimi dieci anni, tra il 2021 e il 2022, mentre a livello medio nazionale, per effetto delle tendenze demografiche, si è registrata una variazione negativa del numero di imprese artigiane attive (-1,1%), sono invece aumentate a Napoli (+2,6%), Genova (+1,3%), Torino (+1,1%), Palermo (+1,1%), Milano (+0,4%), con la sola eccezione di Roma (-3,4%). Nello stesso arco di tempo, si osserva un incremento dell’occupazione artigiana nei maggiori agglomerati urbani: +2,7% a Palermo, +2,5% a Genova, +2,4% a Torino, +1,9% a Milano, +0,7% a Napoli.</p>
<p>Nella fase di transizione che stiamo vivendo, l’impresa artigiana viene percepita al tempo stesso come una soluzione praticabile di fronte a una delle sfide più impegnative della nostra epoca: ne viene infatti riconosciuta la forte propensione alla sostenibilità, al punto che per il 91,8% degli italiani uno sviluppo locale rispettoso dell’ambiente passa anche per la valorizzazione del lavoro artigiano. Le prime quattro qualità associate all’artigianato nell’immaginario collettivo? Il talento (per il 39,0% degli italiani), la tradizione (37,4%), la qualità (34,8%) e la creatività (32,8%). Non sono questi, in verità, i valori per cui l’Italia è famosa e apprezzata nel mondo?</p>
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<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-professionale-produzione-accessorio-6263143/" target="_blank" rel="noopener">Tima Miroshnichenko</a></h5>
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		<title>La polifonia degli stili alimentari italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2023 05:50:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre all'aspetto economico, il cibo italiano rappresenta un valore sociale, rispondendo a diverse esigenze dei consumatori e contribuendo al loro benessere psicofisico. La filiera alimentare incarna anche l'identità italiana e svolge un ruolo di ambasciatrice del made in Italy nel mondo. "Che cos’è allora la filiera alimentare oggi per il nostro Paese? È la sintesi di tradizione e contemporaneità" parola di Massimiliano Valerii, Direttore generale del Censis</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-182497-bg row-container" id="row-unique-9"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-105911" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pasta-g0414533c9_1280.jpg" width="853" height="840" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pasta-g0414533c9_1280.jpg 853w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pasta-g0414533c9_1280-300x295.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pasta-g0414533c9_1280-768x756.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pasta-g0414533c9_1280-350x345.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 853px) 100vw, 853px" /></div>
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<p>Se poi si allarga lo sguardo all’intera filiera del cibo italiano, dai campi alla tavola (considerando quindi nell’insieme i diversi attori della filiera: l’agricoltura, la produzione di macchinari, l’industria di trasformazione, la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti, la ristorazione e gli altri servizi collegati) si raggiunge la ragguardevole cifra di 607 miliardi di euro di fatturato nell’ultimo anno, con 1,3 milioni di imprese e 3,6 milioni di addetti. Nell’ultimo decennio il fatturato della filiera è cresciuto del 12,0% in termini reali, gli addetti sono aumentati del 10,8%. Sono grandezze tali da poter considerare la filiera alimentare italiana un patrimonio nazionale, e la sua tutela e valorizzazione una questione senza dubbio di interesse nazionale.</p>
<p>Ma oltre alla contabilità economica, emerge con tutta la sua forza il valore sociale della filiera alimentare, che non è soltanto un colosso produttivo che genera valore economico e occupazione; né è soltanto un campione dell’export nazionale, capace di conquistare, come un alfiere del made in Italy, i mercati globali. La filiera incorpora, infatti, anche un prezioso valore sociale, perché i suoi prodotti rispondono a una molteplicità di bisogni – di tipo materiale e di tipo immateriale – dei consumatori. E così contribuisce al benessere psicofisico e alla qualità della vita degli italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549"><em>Se ci guardiamo indietro, possiamo constatare come in passato la produzione alimentare abbia svolto un ruolo storico determinante per il nostro Paese</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se ci guardiamo indietro, possiamo constatare come in passato la produzione alimentare abbia svolto un ruolo storico determinante per il nostro Paese. Ha accompagnato la corsa al benessere di massa di un ceto medio che si stava allargando sempre più, segnando la fine della scarsità e il raggiungimento dell’abbondanza, garantendo un’alimentazione nutriente e sicura per tutti, contribuendo (insieme alla diffusione delle norme igienico-sanitarie, ai progressi della medicina, alla sperimentazione di farmaci efficaci) all’innalzamento dei livelli di salute e all’allungamento dell’aspettativa di vita.</p>
<p>Un capitale reputazionale costruito nel tempo, dunque: un legame con gli italiani antico, profondo e duraturo, capace però di rigenerarsi nel tempo. Perché oggi la produzione alimentare garantisce la disponibilità di cibi che rispondono alla crescente articolazione soggettiva degli stili di vita e dei valori di una società che non è più la società semplice di ieri.</p>
<p>Si tratta innanzitutto di un volume rilevante della domanda interna: in Italia la spesa alimentare è pari al 16,6% della spesa per consumi complessiva delle famiglie: un dato superiore a quello che si registra in Germania (13,4%), in Francia (15,7%) e nella media dei Paesi europei (16,1%). E parliamo di un mosaico articolato della domanda. Certo, la dieta degli italiani è la versione nostrana della dieta mediterranea – non ci siamo fatti colonizzare da ondate omologanti provenienti dall’estero –, ma all’insegna della pluralità degli stili alimentari, della segmentazione soggettiva delle preferenze, della libertà di scelta del consumatore – fino a contemplare quel 7% di italiani che si dichiarano vegetariani e il 4% di vegani. Una composizione della domanda sfaccettata e pluralista, dunque, che disegna una mappa molto variegata, se poi aggiungiamo anche il segmento dei salutisti, ovvero coloro che, invece di sperimentare gastronomie nuove, pietanze e cucine differenti, invece di privilegiare il piacere della tavola e la ricerca della convivialità, sono attenti soprattutto agli impatti sulla salute di ciò che mangiano, e dunque nelle loro scelte si fanno guidare da questa regola. C’è chi segue una specifica dieta prescritta da un nutrizionista; c’è chi sospende, per un periodo limitato di tempo o in modo permanente, l’assunzione di qualche alimento, di propria iniziativa o su indicazione di un medico, perché risultato intollerante. E si pensi poi agli alimenti “plus”, addizionati di principi nutritivi (cereali arricchiti con le vitamine, latte con più calcio, yogurt con omega 3), e a quelli “senza” (senza zucchero, sale, lattosio, glutine). Si pensi ai prodotti biologici e a quelli a “km 0”, acquistati direttamente dalle aziende produttrici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><em><span class="font-435549">Alla polifonia degli stili alimentari corrispondono criteri soggettivi di acquisto all’insegna, ancora una volta, della personalizzazione</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla polifonia degli stili alimentari corrispondono criteri soggettivi di acquisto all’insegna, ancora una volta, della personalizzazione. È il capitolo dell’accessibilità economica: l’articolazione dei prezzi dei prodotti alimentari consente infatti ai diversi gruppi sociali – ai diversi portafogli – l’approvvigionamento dei cibi, che continuano ad affluire puntualmente nei carrelli della spesa, nelle dispense e sulle tavole degli italiani. Pure nelle fasi di crisi, come nell’attuale congiuntura di alta inflazione, che causa l’erosione del potere d’acquisto dei ceti meno abbienti, la gamma differenziata dei prezzi favorisce l’inclusione, attraverso i consumi alimentari, dei gruppi sociali più vulnerabili, costituendo un sostegno di fatto al reddito reale delle famiglie di fronte alla fiammata inflattiva – in definitiva, si potrebbe parlare di una sorta di “welfare dei consumi”.</p>
<p>Va sottolineato, infine, il valore identitario incorporato dalla filiera del cibo, secondo un’accezione non meramente funzionalista dell’alimentazione. Siamo sempre più quello che mangiamo, potremmo dire. In una fase storica in cui le tradizionali leve di identità e appartenenza (ideologiche, politiche, religiose) hanno meno presa che nel passato, il cibo è diventato uno dei principali veicoli di espressione identitaria. Attraverso le scelte alimentari, milioni di italiani esprimono il modo in cui desiderano essere visti e riconosciuti dagli altri, e come vorrebbero che fosse il mondo. Sulla produzione alimentare si trasferisce allora anche un carico di aspettative che richiamano valori etici, immateriali, simbolici, con un’attenzione crescente per gli impatti non soltanto sulla salute, ma anche sull’ambiente. La reputazione sociale di un’azienda alimentare o di un prodotto è oggi esposta a uno scrutinio severo dei cittadini, che hanno accesso a una infinità di informazioni (a cominciare dalle etichette, che si pretendono trasparenti, con informazioni chiare e complete).</p>
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<h2><em><span class="font-435549">Che cos’è allora la filiera alimentare oggi per il nostro Paese? È la sintesi di tradizione e contemporaneità</span></em></h2>
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<p>Che cos’è allora la filiera alimentare oggi per il nostro Paese? È la sintesi di tradizione e contemporaneità. Tiene insieme una memoria enogastronomica forte e riconoscibile, la qualità delle materie prime e le eccellenze delle produzioni tipiche locali, il forte radicamento territoriale delle produzioni – espressione della straordinaria biodiversità dei territori italiani –, marchi prestigiosi e ritenuti affidabili, una ristorazione di successo, la capacità di portare l’italianità nel mondo (se si pensa al suo ruolo come ambasciatore all’estero del made in Italy e dello stile di vita italiano). La filiera alimentare ha fatto dell’italianità un valore indiscusso. E il cibo (di qualità, sicuro, salutare, che piace, accessibile economicamente) è la bandiera dello stile di vita italiano: un patrimonio identitario di cui essere orgogliosi, che ricade a pieno titolo nel perimetro dell’interesse nazionale.</p>
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		<title>Donne, impresa e cambiamento sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2023 06:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non basta correggere in femminile i sostantivi «sindaca» e «ministra». La strada verso la parità di genere in Italia è ancora lunga</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-11"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 67%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-105308" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/02/Copertina-SA-18022023.jpg" width="720" height="720" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/02/Copertina-SA-18022023.jpg 720w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/02/Copertina-SA-18022023-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/02/Copertina-SA-18022023-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></div>
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<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549"><em>«Vedi, cara, se tu avessi sposato quell’uomo, ora saresti la moglie di uno spazzino». E la donna, senza scomporsi, replicò: «Ma no, tesoro, ti sbagli. Se lo avessi sposato, ora quell’uomo sarebbe il primo ministro britannico».</em></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo episodio, piuttosto divertente, ci ricorda la tradizionale subordinazione sociale delle donne, evidentemente. E ci fa sovvenire alla mente il detto popolare secondo cui «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna». Il senso della massima, che tutti conoscono, è solo apparentemente risarcitorio, perché contiene pur sempre la parola «dietro» – «dietro un grande uomo…» – a riaffermare sempre e comunque il ruolo retrostante della donna rispetto all’uomo. Ma ha ancora senso parlare di parità di genere nell’Italia del 2023?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549">Ha ancora senso parlare di parità di genere nell’Italia del 2023?</span></em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proviamo a immaginare una donna che si guarda allo specchio e scopre quanto è cambiata dall’inizio del terzo millennio. Vive più a lungo: l’aspettativa di vita alla nascita sfiora gli 85 anni, più degli 80 anni degli uomini. Dal 2000 ha guadagnato due anni e mezzo di vita in più (e se non ci fosse stata la pandemia, con i suoi lutti e gli effetti statistici sulla mortalità, gli anni in più rispetto al 2000 sarebbero stati tre e mezzo). Ha uno stile di vita più salutare: le fumatrici sono scese al 15%, le sportive sono salite al 20%. È più istruita: le laureate furono 89 mila nel 2000, sono state poco meno di 212 mila l’ultimo anno, il 57% di tutti gli addottorati. Si sposa di meno: i matrimoni sono crollati del 66% rispetto al 2000. E quelle che fanno questa scelta (97 mila nozze celebrate nell’ultimo anno) lo fanno più in là con l’età. Il numero delle spose con almeno quarant’anni è più che raddoppiato nel giro di vent’anni: erano meno del 6% del totale, sono diventate il 34%. Sempre meno con il rito religioso, però: gli sposalizi in chiesa sono uno su tre, prima erano tre su quattro. Mentre sono aumentati i matrimoni misti, con un coniuge straniero: dal 7% del totale al 19%. E quelli contratti in separazione dei beni: dal 50% al 71%. Ci si lascia più frequentemente, le relazioni sono diventate fluide e reversibili. Separazioni e divorzi sono schizzati in alto: +34% nei due decenni. Ma non sono di certo i legami affettivi a estinguersi nelle statistiche. Si sta insieme se i sentimenti sono autentici, non per necessità come una volta. Cenerentola non ha più bisogno del Principe azzurro. E se in assoluto nascono meno figli (-26% in vent’anni), sono triplicati quelli concepiti fuori dal matrimonio: nemmeno il 9% dei nati nel 2000, il 40% oggi. Adesso si diventa madre per la prima volta mediamente a 31,4 anni: non è poco. Fanno più figli le donne sopra i quarant’anni di quelle sotto i venti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em><span class="font-435549">Un primo bilancio, dunque: più indipendenza per le donne e un maggiore riconoscimento sociale. Ma a quale prezzo? Si sono spostati in avanti alcuni passaggi chiave dell’esistenza.</span></em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si può amare e allo stesso tempo lavorare, fare carriera, raggiungere traguardi ambiziosi, ricoprire incarichi prestigiosi e ottenere la giusta gratificazione, magari con un lauto profitto? Sì, ma per le donne vale un po’ meno. Perché se amano un figlio piccolo da accudire o un genitore anziano di cui prendersi cura, dovranno sacrificare parte dei loro sogni di realizzazione professionale.</p>
<p>Il tasso di attività femminile in Italia è fermo al 55,4%, molto più basso del 73,6% riferito agli uomini. È aumentato di oltre 6 punti negli ultimi vent’anni, i progressi si vedono. Ma ci separa un abisso dall’80,8% delle svedesi, dal 74,6% delle tedesche, dal 70,0% delle francesi, dal 69,7% delle spagnole. Siamo semplicemente all’ultimo posto in Europa, insieme alla Romania. E il tasso di occupazione delle donne si riduce sistematicamente in base al numero dei figli: dal 61,7% se hanno un figlio al 55,6% se i figli sono due, al 41,8% con tre o più figli. Nel Sud, poi, le donne che lavorano sono solo un terzo del totale, meno di quanto il Paese intero registrava negli anni ’70, mezzo secolo fa. In più, il 31,6% delle italiane occupate ha un impiego part-time (tra i maschi il dato si ferma al 9,1%), quindi retribuzioni ridotte. I redditi complessivi di una donna sono mediamente inferiori di un quarto rispetto a quelli di un uomo a causa delle carriere intermittenti. E se la quota degli occupati indipendenti (cioè lavoratori autonomi, professionisti, imprenditori) è pari al 26% tra gli uomini, tra le donne la percentuale scende al 16%. C’è da sottolineare, tuttavia, un dato positivo in controtendenza: le titolari donne di imprese artigiane iscritte alle camere di commercio (circa 184 mila nel 2022) sono aumentate dell’1,7% negli ultimi dieci anni, a fronte di una riduzione (-9,7%) nello stesso periodo di tempo del numero complessivo delle imprese attive.</p>
<p>Si deve ancora parlare, allora, di parità di genere nell’Italia del 2023? «Ai sensi di legge» le offerte di lavoro sono rivolte a candidati «ambosessi» (ma l’Accademia della Crusca non aveva dichiarato guerra al burocratese?). Le «quote rosa» per decreto hanno ingentilito con presenze femminili i consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende a partecipazione pubblica. Anche le liste elettorali sono unisex, un nome maschile e uno femminile alternati. Abbiamo corretto i sostantivi in «sindaca» e «ministra», puntualmente declinati al femminile. Che altro si pretende?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em><span class="font-435549">Ma il tasto dolente è che invece il Paese è veramente indietro nelle politiche di sostegno alla genitorialità e nelle misure di conciliazione lavoro-famiglia: non gli spiccioli di estemporanei bonus bebè e voucher per le baby-sitter, ma sgravi fiscali strutturali, asili nido pubblici, congedi parentali adeguati e utilizzati parimenti da madri e padri, intercambiabili nei ruoli casalinghi.</span></em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi però si scopre che quella donna che si barcamena come una provata funambola per tenere tutto insieme – affetti, casa e lavoro – può rimanere imprigionata in una singolare forma di «sindrome di Stoccolma», sequestrata da stereotipi e pregiudizi duri a morire. Nell’Italia di oggi sono ancora un terzo le donne convinte che agli uomini non si addica occuparsi delle faccende domestiche. E un quarto è dell’opinione che sono loro stesse, le donne, a istigare la violenza sessuale se si vestono in maniera provocante (lo pensano in ugual misura maschi e femmine). Ecco quello che non vorresti più vedere riflesso nello specchio la prossima volta che una donna si guarda per osservare quanto è cambiata.</p>
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		<title>Le complesse sfide di un mondo nuovo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2022 06:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dalla fiammata dei prezzi delle materie prime al caro bollette. Dopo quattro decenni riappare l'inflazione. In attesa di capire cosa ne sarà della globalizzazione, dobbiamo imparare a stare al mondo nel nuovo mondo</p>
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<p>Più che di “fine dell’era dell’abbondanza” (<strong>Macron</strong>) ‒ affermazione che suona come un tardivo bilancio, più che un annuncio epocale ‒ dovremmo parlare di uno scenario radicalmente modificato, con l’inflazione riapparsa dopo quattro decenni a segnare uno spartiacque anche rispetto a quello schema dicotomico “garantiti” versus “non garantiti” che era ancora applicabile nella fase più dura dell’emergenza sanitaria. Perché l’erosione del potere d’acquisto causata soprattutto dai rialzi del costo dell’energia interessa adesso anche i percettori di redditi fissi, lavoratori dipendenti e pensionati, e non più solo le piccole imprese e i lavoratori autonomi. In più, l’alta inflazione depotenzia pure lo scudo finora utilizzato dalle famiglie del ceto medio per proteggersi dall’incertezza: il risparmio precauzionale e la rassicurante liquidità cautelativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>La reazione all&#8217;incertezza</h4>
<p>Facciamo un passo indietro. Come aveva reagito il nostro sistema sociale ed economico al quadro di incertezza che si stava componendo già da tempo? Aveva reagito all’insegna di una parola d’ordine: <strong>competitività</strong>. Occorreva diventare competitivi per sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione, quindi integrarci al meglio nelle catene globali del valore e presidiare i mercati esteri.<br />
La prima declinazione di questa ricetta comportava innanzitutto il precetto di <strong>tenere bassi i costi di produzione</strong>. Infatti, le retribuzioni lorde medie annue in Italia sono diminuite del 2,9% in termini reali tra il 1990 e il 2020, unico caso tra tutti i Paesi dell’area Ocse. Nello stesso intervallo di tempo, infatti, misurati a parità di potere di acquisto (cioè neutralizzando i differenziali del costo della vita nei diversi Paesi), i salari in Francia sono aumentati del 31,1%, in Germania del 33,7%, nel Regno Unito del 44,3%. La riduzione delle retribuzioni in Italia è avvenuta mentre, nello stesso periodo 1990-2020, la produttività del lavoro (il valore aggiunto per ora lavorata) registrava un incremento del 21,9%. È stato certamente più facile intervenire su quel fattore di costo, piuttosto che su altri di difficile contenimento (il prezzo di una burocrazia ipertrofica e vessatoria, ad esempio, la salata bolletta energetica o l’elevata pressione fiscale).<br />
La seconda declinazione del modello della competitività consisteva nel mettere un <strong>freno alla spesa pubblica</strong>, nel rispetto dei parametri europei di finanza pubblica. Con il risultato che, invece di agire sulla spesa corrente, nel decennio pre-pandemia (2009-2019) gli investimenti pubblici hanno subito un crollo del 34,8%.<br />
Risultato? Il primo effetto è stato senz’altro positivo. Abbiamo registrato un vero e proprio boom delle nostre esportazioni: +43,9% nel decennio 2009-2019. Che però ha mascherato una prolungata depressione della domanda interna: i consumi delle famiglie italiane, infatti, non hanno mai recuperato i livelli pre-crisi, con riferimento alla grande crisi economica e finanziaria internazionale del 2008. Nel 2021 restavano sotto ancora di 8 punti percentuali rispetto ad allora, come conseguenza anche della pesante recessione del 2020.<br />
Poiché l’<strong>export</strong> vale solo circa un terzo del nostro Pil, il risultato finale della ricetta, nonostante il successo del made in Italy nel mondo, è stato una bassa crescita economica del Paese: uno stentato +2,7% nel decennio pre-pandemia (2009-2019) a fronte di una media europea pari a +16,9%. L’Italia è figurata ultima in Europa in termini di crescita. Per la verità, sotto di noi si collocava un solo Paese: la Grecia commissariata dalla troika.<br />
Nel frattempo, tra le <strong>famiglie</strong>, attanagliate dall’incertezza, si gonfiava una <strong>bolla del risparmio</strong>, che ha portato il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (esclusa la ricchezza concentrata negli immobili di proprietà) a toccare il valore record di 5.000 miliardi di euro. In particolare, a crescere di più è stata la liquidità precauzionale: soldi tenuti fermi sui conti correnti e sottratti ai circuiti dell’economia reale, cioè consumi e investimenti. La liquidità delle famiglie ha superato i 1.200 miliardi di euro: una cifra che corrisponderebbe alla sesta economia europea, dopo il Pil di Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna. L’incremento di liquidità delle famiglie nel decennio 2009-2019 è stato pari a circa 470 miliardi: un valore pari alla somma del Pil di due Paesi europei come il Portogallo e l’Ungheria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Come affrontare il nuovo mondo</h4>
<p>L’analisi di quanto avvenuto nel recente passato deve fornirci indicazioni utili per imparare a stare al mondo nel nuovo mondo. <strong>Ci siamo glorificati all’ombra dei successi del nostro export</strong> ‒ un irrinunciabile valore economico e anche di tipo immateriale, se si pensa a quanto ne benefici la reputazione del nostro Paese nel mondo ‒, <strong>ma adesso non possiamo più permetterci di ristagnare ancora nella depressione della domanda interna</strong>. Una domanda cui guarda con apprensione il sistema delle piccole e medie imprese artigiane, anche e soprattutto per scongiurare il rischio che il nostro patrimonio di impresa diffusa di territorio vada incontro a una pericolosa fase di ristrutturazione, qualora entrassimo in un nuovo, duro ciclo recessivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/bianco-e-nero-citta-persone-metallo-735795/" target="_blank" rel="noopener">Skitterphoto</a></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-14" data-row="script-row-unique-14" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-14"));</script></div></div></div>
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		<title>L&#8217;Occidente e il paradosso della libertà poco attrattiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Valerii]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Sep 2022 19:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[data room]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A cosa serve la libertà, se una società, come quella cinese, può stare meglio anche senza essere libera?</p>
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</div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-16"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p><span data-contrast="auto">Le democrazie moderne, turbate dalle roventi polemiche provocate dagli obblighi e dai divieti imposti da presunti governi liberticidi durante l’emergenza sanitaria globale, dovranno confrontarsi con un nuovo interrogativo lacerante. </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">La paura nera di un microscopico virus ci ha riportato alla nuda vita. Abbiamo perciò sopportato temporaneamente restrizioni alle libertà personali che non avevano precedenti nella nostra storia repubblicana. Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che la libertà manca ovunque nel mondo. <strong>Oggi soltanto il 20% della popolazione del pianeta gode di una piena libertà</strong>. In Africa la percentuale scende al 7%, in Asia si ferma al 5%, in Medio Oriente crolla al 4%, nell’Eurasia &#8211; regione che ricomprende la Russia, la Bielorussia, le ex repubbliche sovietiche centroasiatiche &#8211; si annulla allo 0%. Inoltre, nel tempo le cose peggiorano, anziché migliorare.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<h3 style="padding-left: 40px;"><span data-contrast="auto">Dall’inizio degli anni 2000, il numero dei Paesi che arretrano nel garantire il rispetto dei diritti civili e delle libertà politiche supera ogni anno il numero di quelli che avanzano</span></h3>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span data-contrast="auto">Si prenda per esempio la <strong>Cina</strong>: un Paese che ha compiuto progressi sociali straordinari in un arco di tempo brevissimo. Negli ultimi trent’anni, il Pil è aumentato di 14 volte, il tasso di mortalità infantile è stato ridotto da 42 a 7 ogni mille nati, l’aspettativa di vita si è allungata da 69 a 77 anni, il tasso di iscrizione all’università è passato dal 3% al 58% dei giovani che concludono gli studi superiori, la popolazione in miseria era pari ai due terzi del totale e oggi è appena lo 0,5%. All’impetuoso sviluppo dell’economia si è accompagnato l’accesso di massa ai consumi, così anche in quel Paese si è formata un’ampia classe media, più sana, più istruita, più benestante. Eppure in Cina il potere è in mano a un regime autoritario e illiberale. Questo vuol dire che la <strong>crescita economica e il miglioramento delle condizioni sociali non sono necessariamente correlati con un maggiore grado di libertà</strong>. Allora, a cosa serve la libertà, se una società può stare meglio anche senza essere libera? </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Insinuandosi come un tarlo nelle coscienze, questo dubbio può corrodere il basamento delle moderne democrazie liberali, vale a dire l’idea che la libertà sia l’elisir più prezioso, essenziale, indispensabile per l’emancipazione sociale, per accrescere il benessere dei singoli e far lievitare la prosperità dei popoli. </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<h3 style="padding-left: 40px;"><span data-contrast="auto">In effetti, nel salto d’epoca che stiamo vivendo, sembra che il grande progetto della modernità liberale abbia cominciato a scricchiolare e che non sia più in grado di soddisfare le aspettative soggettive come in passato, rivelandosi ormai incapace di mantenere le promesse di benessere</span></h3>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span data-contrast="auto">In <strong>Italia</strong>, ad esempio, il Pil era cresciuto complessivamente di oltre il 76% in termini reali (al netto dell’inflazione) nel decennio degli anni ’60 del ’900, di oltre il 36% cumulato nel successivo decennio degli anni ’70, di oltre il 22% negli anni ’80, del 13% negli anni ’90; poi i tassi di crescita si erano ulteriormente ridimensionati: +1,4% nei primi dieci anni del nuovo millennio, +0,9% nel decennio pre-pandemia (2010-2019), per poi crollare nella recessione del 2020 legata all’emergenza sanitaria: -9 punti percentuali in un anno. </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Dunque, <strong>sembra che la libertà abbia perso attrattività</strong> non solo agli occhi di chi ci osserva da lontano, ma pure qualcuno dalla nostra stessa parte del mondo ha cominciato a farsi qualche domanda scomoda. L’assalto dello scorso anno a Capitol Hill &#8211; il tempio inviolabile delle moderne democrazie liberali &#8211; ne è stata una plastica riprova.</span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Il baricentro del mondo si sposta dall’Atlantico al Pacifico: trent’anni fa, nel 1989, prima dell’abbattimento del muro di Berlino e della conseguente accelerazione dei processi di globalizzazione, i Paesi industrializzati producevano circa il 64% di tutta la ricchezza del pianeta (solo il 36% era riferibile ai Paesi in via di sviluppo), nel 2021 quella percentuale si è ridotta al 42%: oggi circa il 58% del Pil del mondo è realizzato dai mercati emergenti, non dalle economie avanzate. I rapporti si sono dunque capovolti. E alle nostre latitudini il progresso sociale ha iniziato la frenata, lasciando una scia di delusione, frustrazione e incertezza. Si è trasferito in altre regioni del mondo e &#8211; cosa più importante di tutte &#8211; per la prima volta si è separato dal parallelo cammino della libertà. </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Il capitalismo politico della Cina post-comunista, offerto come modello da un Paese che ha realizzato sotto i nostri occhi il più grande esperimento di progresso sociale in assenza di libertà, può esercitare una forte attrazione su potenziali emulatori sparsi per il mondo. Non a caso, anche in Europa qualcuno parla di “<strong>democrazie illiberali</strong>” come forme di governo auspicabili. E due Paesi membri dell’Unione europea, la Polonia e l’Ungheria, sono sottoposti a procedura d’infrazione per il mancato rispetto dello stato di diritto. </span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">C’è poi un’alternativa ancora più inquietante. Basta guardare laggiù, davanti alle bocche dei cannoni. Benché la <strong>Russia</strong> sia lo Stato con la superficie più estesa al mondo &#8211; è attraversata da 11 fusi orari &#8211; e il suo sottosuolo sia ricco di risorse naturali, di gas e di petrolio, può contare su un Pil inferiore a quello dell’Italia, meno della metà di quello della Germania: oggi la ricchezza pro-capite di un russo non raggiunge quella di un rumeno. A quel popolo non è data né la prospettiva della libertà, né il risarcimento di un benessere accresciuto. Allora non rimane che instillare nell’immaginario collettivo una narrazione ingannevole: quella del nazionalismo imperialista, l’illusione di essere eletti a un primato egemonico, dunque la legittimazione della violenza sanguinaria affinché quel supposto destino si compia. “La storia è un mattatoio”, diceva Hegel: lo constatiamo inorriditi da mesi ormai, da quando la storia si è rimessa in moto.</span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Tutte queste considerazioni devono spingerci a un esercizio di profonda riflessione su ciò che non ha funzionato nel nostro modello di sviluppo degli ultimi trent’anni. A cominciare dall’i<strong>ndebolimento del tessuto relazionale delle comunità locali</strong>. Una questione su cui lo “spirito artigiano” ha storicamente dimostrato di poter dare un contributo determinante. Non è più solo un problema di stentata crescita del Pil, bensì di preservazione dei nostri valori fondativi, a cominciare da quello della libertà.</span><span data-ccp-props="{&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6,&quot;335559738&quot;:0,&quot;335559739&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-16" data-row="script-row-unique-16" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-16"));</script></div></div></div>
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