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	<title>attualità - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 08:21:26 +0000</lastBuildDate>
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	<title>attualità - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Soft power del Made in Italy, il potere sottile del saper fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Boccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla moda al cinema, dalla musica ai gesti quotidiani, l’Italia continua a parlare al mondo con una grammatica fatta di bellezza, cura e desiderio. Una forza penetrante e potente, che trova nel Valore Artigiano la sua radice più concreta</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110328" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/1.COPERTINA_08052026-348x348.png 348w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>La monografia di maggio si muove lungo questa stessa traiettoria e ne amplia l’orizzonte, affrontando un tema a noi profondamente caro: il Soft Power. Un concetto che può essere superficialmente confuso con il Made in Italy, ma che in realtà lo supera. Perché il Soft Power non è solo produzione, non è solo qualità. È un sentimento. È una forza attrattiva. È una forma di seduzione culturale che poche nazioni possiedono con la stessa intensità. E tra queste, senza esitazioni, c’è l’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il Soft Power italiano è corpo e sangue: non immagine, ma modo di stare al mondo».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma c’è un livello ancora più profondo, quasi nascosto perché troppo evidente: il Soft Power italiano ha una dimensione antropologica. Rasenta il luogo comune, sì, ma non è mai solo un luogo comune. È corpo e sangue, realtà vissuta.</p>
<p>Sta nel nostro atteggiamento culturale verso le cose, nella sua versione migliore, più alta. È lì che il Soft Power diventa indiscutibile. Vestiamo meglio degli altri. Mangiamo meglio degli altri. Non come slogan, ma come disposizione naturale allo stile, al gusto, alla relazione con il bello e con il buono. Lo diceva già, con una provocazione diventata icona pop, Madonna nel 1987: “Italians Do It Better”. E qualcosa di vero, ancora oggi, continua a risuonare in quella frase.</p>
<p>Basta scorrere alcune immagini simboliche per capire di cosa stiamo parlando. La celebre fotografia del 1985 con il Duomo di Milano sullo sfondo — in realtà un fotomontaggio — e i protagonisti assoluti della moda italiana, Giorgio Armani, Gianni Versace, Valentino Garavani, Gianfranco Ferré, Krizia, Missoni, Moschino, Fendi, non è solo moda: è un atto fondativo di Soft Power, il momento in cui l’Italia diventa immaginario collettivo globale.</p>
<p>È nel cinema, quando Giorgio Armani veste Richard Gere in American Gigolo: l’eleganza diventa narrazione, il vestito diventa identità, il corpo diventa linguaggio.</p>
<p>È nella cultura pop delle notti infinite dello Studio 54, dove le Sister Sledge cantano He’s the Greatest Dancer e il mito italiano entra nell’immaginario globale attraverso Gucci e Fiorucci, non come semplici marchi, ma come simboli di desiderio.</p>
<p>È nella musica contemporanea, quando Bruno Mars canta Versace on the Floor e il nome di una maison diventa atmosfera emotiva, linguaggio sentimentale prima ancora che estetico.</p>
<p>È nel cinema che racconta il potere seduttivo della moda con Il diavolo veste Prada, dove lo stile diventa struttura narrativa e il mondo della moda — anche italiana, a partire dal titolo — si trasforma in metafora di influenza culturale globale.</p>
<p>Sono tutti frammenti di una stessa grammatica: quella del nostro Soft Power.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il Soft Power non è solo ciò che l’Italia mostra al mondo: è ciò che l’Italia è, prima ancora di raccontarsi».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma è qui che il discorso scende ancora più a fondo, fino alla sua radice antropologica. Perché il Soft Power non è solo ciò che l’Italia mostra al mondo. È ciò che l’Italia è, prima ancora di raccontarsi. E questo confina con il luogo comune, ma lo trasforma in verità materiale: corpo e sangue.</p>
<p style="text-align: left;">Lo si vede nei gesti minimi, nei dettagli, nelle scelte istintive. Lo si riconosce in quell’istinto alla bellezza che non si insegna, ma si respira. Nel modo in cui si appare, si mangia, si combina un colore, si entra in una stanza.</p>
<p>Mi piace raccontare un aneddoto personale. Un mio amico di scuola — lo diciamo sottovoce — non era particolarmente colto, né particolarmente stiloso. Molto tempo fa tentò “la via americana”. Partì con entusiasmo, senza strumenti particolari, e finì a lavorare in uno store internazionale di moda, con mansioni semplici, da commesso.</p>
<p>Il primo giorno, quasi per istinto più che per competenza, si permise di suggerire a un cliente facoltoso quale cravatta abbinare al suo vestito. Non era tecnica. Non era formazione. Era qualcosa di più primitivo e insieme più raffinato: uno sguardo italiano sul mondo.</p>
<p>Perché solo un italiano, anche non esperto, può intuire il colore giusto. Forse anche un francese oppure un britannico molto educato. Ma difficilmente un tedesco o un olandese <i>(per dire)</i>. E ancor meno uno statunitense, cresciuto in altre grammatiche estetiche.</p>
<p>Quel gesto, apparentemente marginale, fu l’inizio di una carriera all’interno di uno store che — senza citarlo — cura alcuni tra i più importanti brand internazionali. Ma il punto non è la carriera. Il punto è la conferma di una tesi: il Soft Power è già dentro di noi, prima ancora di diventare mestiere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il Valore Artigiano rende credibile il Soft Power italiano, perché lo radica nel fare concreto, nel saper fare e nella cura».</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è qui che entra in gioco il Valore Artigiano. Perché questa sensibilità diffusa non è un accidente culturale: è una struttura profonda del nostro modo di produrre, creare, costruire relazioni con il mondo. È ciò che rende credibile la nostra seduzione culturale, perché la radica nel fare concreto, nel saper fare, nella cura.</p>
<p>Ed è per questo che non possiamo considerarla un patrimonio acquisito una volta per tutte. È una risorsa viva, fragile e potentissima. Va coltivata, riconosciuta, trasmessa. Non come nostalgia, ma come responsabilità.</p>
<p>Perché il Soft Power è forse l’unica vera forza che abbiamo: come popolo, come sistema produttivo, come comunità di saperi. Una forza non aggressiva, ma seduttiva. Non dominante, ma attrattiva.</p>
<p>E il compito, oggi, è semplice e insieme impegnativo: continuare a offrire al mondo le nostre “versioni migliori”, senza imitazioni e senza caricature. Con autenticità.</p>
<p>Perché lì, in quella forma invisibile di bellezza quotidiana, continua a vivere ciò che siamo davvero.</p>
<p>Buona lettura della monografia di Spirito Artigiano Magazine, dedicata a questo “potere gentile”, profondamente italiano.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il soft power viene dalle mani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'unica cosa che l'Italia esporta meglio del resto del mondo è anche quella che sta perdendo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 91%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110308" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia.jpg" width="1454" height="876" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia.jpg 1454w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-300x181.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-1024x617.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-768x463.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Mario-Berta_Confartigianato-Venezia-350x211.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1454px) 100vw, 1454px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il soft power viene dalle mani</span></h2>
<p>L&#8217;unica cosa che l&#8217;Italia esporta meglio del resto del mondo è anche quella che sta perdendo.</p>
<p>L&#8217;angelo del campanile di San Marco è ricoperto d&#8217;oro. La Madonnina del Duomo di Milano è ricoperta d&#8217;oro. La croce della basilica di Lourdes è ricoperta d&#8217;oro. Quell&#8217;oro, battuto a mano una foglia alla volta, usciva da una bottega in Cannaregio: la Mario Berta Battiloro (nella foto), ultima d&#8217;Italia e d&#8217;Europa. Nel Settecento a Venezia c&#8217;erano oltre trecento botteghe come questa. Nel 2025 ha chiuso anche l&#8217;ultima.</p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;intelligenza della mano</span></h2>
<p>Amartya Sen ha definito le capabilities come le libertà reali che le persone hanno di essere e fare ciò che hanno ragione di valorizzare. Non la libertà formale scritta in un diritto, ma la possibilità sostanziale di metterlo in pratica. Tra le capabilities che Sen riconosce come centrali c&#8217;è quella di esercitare un mestiere dignitoso. Un mestiere non è un&#8217;attività economica. È una libertà di essere.</p>
<p>Richard Sennett applica questa cornice al lavoro manuale e mentale insieme. Ne L&#8217;uomo artigiano descrive la craftsmanship come il desiderio di fare bene un lavoro per il fare bene. Il craftsman è chi unisce la mano alla testa, la pratica al pensiero. Making is thinking, fare è pensare. La capacità che ne risulta non si insegna in aula. Si trasmette in bottega, attraverso quello che Sennett chiama joined skill in community: l&#8217;apprendimento per prossimità, esempio, correzione quotidiana. Sennett è stato allievo di Hannah Arendt e ne riprende l&#8217;homo faber, l&#8217;uomo che si fa attraverso le cose che fa.</p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;industria che si ritira</span></h2>
<p>L&#8217;Italia che produce su scala industriale perde terreno da anni. Nel 2024 la produzione industriale è calata del 3,5%, dopo il -2% del 2023. (Istat, febbraio 2025) Ventitré mesi consecutivi di flessione tendenziale, il dato peggiore dal Covid. Mezzi di trasporto -23,6% nel solo dicembre 2024. Metallurgia -14,6%. Tessile-abbigliamento -18,3%. La capacità produttiva utilizzata è scesa sotto il 75% a fine 2024, livello visto solo nel pieno della pandemia.</p>
<p>Stellantis nel 2024 ha quasi dimezzato la produzione di vetture in Italia. L&#8217;Ilva resta una crisi senza orizzonte. Il Sole 24 Ore stima che la manifattura italiana abbia lasciato sul tavolo 42 miliardi di euro di fatturato in un solo anno.</p>
<p>Il punto, per il soft power italiano, è preciso. Quello che esce dall&#8217;Italia e viene riconosciuto nel mondo non è scala industriale. La scala industriale la vincono altri. Quello che esce è la matrice artigiana che pervade il Made in Italy: il distretto, la PMI familiare, il sapere territoriale incorporato nei processi. Anche nelle grandi imprese del lusso italiano, il valore percepito poggia sulla densità di saperi del fare. È quello che ci distingue dalla manifattura tedesca, francese, americana o cinese. Ed è lì, non nei numeri della grande industria, che il soft power si genera davvero.</p>
<h2><span class="font-435549">La bottega che invecchia</span></h2>
<p>Quella matrice si sta restringendo. Tra il 2014 e il 2024 il numero di artigiani in Italia è sceso da 1,77 milioni a 1,37 milioni: meno 22% in dieci anni, quasi 400mila persone che non esercitano più il mestiere. Solo nell&#8217;ultimo anno la riduzione è stata di 72mila unità. Il 2025 ha portato un primo segnale di stabilizzazione, ma la tendenza strutturale rimane.</p>
<p>La bottega italiana invecchia. L&#8217;età media degli imprenditori e dei lavoratori autonomi è 50,1 anni. Trecentomila imprese artigiane sono in condizione di criticità per il ricambio generazionale, il 30% del totale. (Confartigianato, 20° Rapporto Galassia Impresa, novembre 2025) La difficoltà di reperimento del personale, nelle imprese artigiane, supera di undici punti percentuali la media delle imprese.</p>
<p>La Fondazione Cologni mappa da trent&#8217;anni i saperi italiani a rischio di eclissarsi, sul modello della Red List of Endangered Crafts britannica. La fine di un mestiere, ricorda Cologni, non riguarda solo il prodotto. Riguarda la gestualità che lo accompagna, e che con il prodotto si perde.</p>
<p>Nei dati di misurazioni sul comportamento dei lavoratori italiani ho osservato un pattern. La conoscenza dichiarata sul saper fare cresce. Il comportamento osservato cala. Non perché chi lavora abbia smesso di studiare. Perché la trasmissione, quella per prossimità di cui parla Sennett, è la prima cosa che si rompe quando una bottega chiude.</p>
<p>Quando si rompe la joined skill in community, non si chiude un&#8217;azienda. Si restringe la capability collettiva di un Paese.</p>
<h2><span class="font-435549">Quello che il mondo compra</span></h2>
<p>L&#8217;Italia è prima nel Brand Finance Global Soft Power Index 2026 nella categoria Cultura e Patrimonio. Sul podio per il cibo che il mondo vuole e i prodotti che il mondo ama. Il valore non viene dalle dimensioni. Viene dal fatto che il prodotto italiano riconoscibile è ancora figlio di una pratica del fare bene incarnata in persone, luoghi, gesti precisi.</p>
<p>Quel fattore competitivo si genera dove Sen e Sennett si sovrappongono. È libertà sostanziale di esercitare un mestiere, e maestria sviluppata in bottega. Le due cose tengono insieme finché tengono insieme. Si separano quando la bottega chiude prima che qualcuno abbia imparato. La capability allora resta sulla carta. Sulla carta non funziona.</p>
<p>L&#8217;industria italiana è in crisi strutturale. La cultura italiana è patrimonio acquisito ma stratificato nei secoli, non producibile a comando. Quello che resta come vantaggio competitivo presente, agibile oggi, è la matrice artigiana. È l&#8217;unica cosa che ci distingue dagli altri grandi Paesi che pure ci competono sul terreno del bello. E si erode silenziosamente, una bottega per volta.</p>
<p>Gli strumenti di Marino Menegazzo, i martelli di ghisa e le carte pergamino del 1926, sono al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Saranno conservati lì. Saranno mostrati lì. Non saranno usati lì.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>Nella foto, Marino Menegazzo della Mario Berta Battiloro (©Ivan Demenego)</strong></p>
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		<title>Il soft power del Made in Italy nel disordine del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel nuovo equilibrio instabile tra potenze, guerre e commercio globale, le piccole imprese non sono ai margini della storia: custodiscono una forma concreta di influenza, fatta di lavoro, conoscenza, creatività e valore artigiano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110255" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg" width="1361" height="1814" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143.jpg 1361w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-mehul-2025855431-29915143-350x466.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1361px) 100vw, 1361px" /></div>
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E così l’instabilità delle relazioni internazionali si è fatta, e si fa ogni giorno, più forte, come mai prima era accaduto con tale intensità febbrile.<br />
Dinanzi a questo processo mondiale si leva il ritorno degli USA alle teorie e alle pratiche internazionali di potenza, proprie della loro antica storia, costruitasi via via sulla dominazione del commercio mondiale.<br />
Gli USA, infatti, dipendono sempre più dal commercio globale anche come nazione importatrice, rappresentando circa il 13% delle importazioni mondiali totali, mentre sono secondi, dopo la Cina, nelle esportazioni mondiali totali, con circa il 9-10%, contro il 16% cinese.<br />
Il tutto, lo ripeto, mentre nuovi attori internazionali, invece di essere cooptati — come un tempo accadeva — dagli abitanti delle alte vette del potere mondiale, ampliandone in tal modo l’egemonia, perché sempre fermamente eterodiretti, giungono ora, ahimè, a rivestirsi del potere non solo dell’economia, ma in primis degli strumenti e delle tecniche della guerra e delle guerre. E mandano il mondo in frantumi.<br />
Ora che il dominio del magnetismo diviene strumento di lotta tra nazioni e la conquista dello spazio diviene manifestazione evidente del fatto che tale lotta porta con sé sia obiettivi economici sia obiettivi militari, ebbene, ora, e ancor più domani, la necessità di controllare l’ampliarsi dell’area delle nazioni coinvolte nella crescita economica diviene sempre più importante, pena il crescente disordine d’ogni tipo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="69" data-end="251"><span class="font-435549">«Le grandi questioni del presente non riguardano solo le corporation: attraversano anche l’universo delle piccole imprese, dove la creatività umana diventa impresa, lavoro e valore»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sbaglierebbe colui che pensasse che tali enormi questioni — che sono le questioni del presente e del futuro dell’umanità, così come furono quelle del suo passato — interessino soltanto le grandi corporation e non l’universo delle piccole e piccolissime imprese che, in tutto il globo terracqueo, rendono la foresta marshalliana dell’impresa così varia, libera e diversa, con le mille forme e i mille colori della creatività umana. Perché quella imprenditoriale altro non è che la quintessenza della creatività umana nel suo pieno, fattivo e cerebrale dispiegarsi.<br />
Oggi l’emersione di quelle economie un tempo identificate con quelle dei “Paesi in via di sviluppo” si riveste di poteri militari e di coalizione autonoma. È un fatto di enorme significato, perché rende evidente il crescente stato di incertezza e il contraddittorio evolversi dell’economia mondiale in un concerto tra Stati sempre più fragile, esposto alla tentazione del dominio tramite la forza e la vera e propria occupazione territoriale, in una misura che s’era vista solo nei periodi precedenti la Prima e la Seconda guerra mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="258" data-end="461"><span class="font-435549">«Il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende: anche le PMI possono competere sui mercati globali, se sanno trasformare produttività, competenze e radicamento in forza internazionale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il commercio internazionale delle piccole e medie imprese rappresenta un ambito di studio centrale nell’economia contemporanea, poiché sfida i modelli classici basati esclusivamente sulle grandi multinazionali. In Italia, e questo ci interessa direttamente, dove le PMI costituiscono circa il 99% del tessuto produttivo, l’analisi dei driver di internazionalizzazione assume una rilevanza strategica.<br />
E questo riferimento alla nostra realtà nazionale consente anche di progredire nella ricerca teorica. Se Krugman, nella sua innovativa New Trade Theory, pubblicata nel 1980, si concentrava sulle economie di scala e sulla varietà dei prodotti, la letteratura più recente ha introdotto l’eterogeneità delle imprese come elemento essenziale per comprendere sia gli andamenti del commercio estero sia — e questo per noi di Spirito Artigiano è assai interessante — il ruolo delle piccole imprese, la loro comprensione e la loro valorizzazione.<br />
Mi riferisco soprattutto alla New-New Trade Theory di Martin Melitz, il quale dimostra che solo le imprese con una produttività superiore a una certa soglia riescono a esportare, e che questo avviene perché l’ingresso nei mercati esteri comporta elevati costi fissi, come le ricerche di mercato, l’adeguamento normativo e la creazione di reti distributive. L’apertura commerciale genera così un processo selettivo: le PMI più efficienti si espandono all’estero, mentre quelle meno produttive rimangono confinate al mercato domestico o escono dal mercato.<br />
Ma, in ogni caso, rimane assodato che anche le PMI sono in grado di raggiungere elevati livelli di produttività e di innovazione, confutando le tesi mainstream che concepiscono le PMI come generazioni transitorie dell’inefficienza dei mercati e della pura casualità.<br />
Del resto, le PMI non seguono un unico sentiero di espansione e la letteratura accademica identifica due approcci principali di crescita attraverso la prevalenza della via dell’esportazione sui mercati esteri.<br />
Il primo si fonda su un modello incrementale, graduale, sviluppato da Johanson e Vahlne, che suggerisce un’internazionalizzazione progressiva. L’impresa inizia con esportazioni verso mercati psicologicamente vicini per ridurre l’incertezza, aumentando l’impegno solo dopo aver accumulato esperienza.<br />
Un’altra via è quella perseguita da imprese che operano a livello internazionale fin dalla fondazione, bypassando le fasi graduali grazie a vantaggi competitivi di nicchia e a una forte visione imprenditoriale globale.<br />
Entrambi gli approcci teorici condividono la convinzione che il successo internazionale delle PMI dipenda da un mix di fattori interni ed esterni: il capitale umano e il management. La propensione all’export è fortemente influenzata dalle competenze linguistiche e dalla visione del management.<br />
Generalmente queste imprese sono inserite in filiere o catene globali del valore, specializzandosi nella fornitura di componenti critici per grandi player internazionali. Tali catene sono così diffuse perché siamo ormai convinti che consentano di superare meglio le principali criticità operative: il limitato accesso al credito, la complessità delle normative doganali e la scarsa conoscenza delle culture aziendali estere.<br />
Ma se il commercio estero non è più un’esclusiva delle grandi aziende — nessuno può più sostenere questa tesi, come si faceva sino a una ventina di anni or sono — per le PMI esso richiede una produttività eccellente e la capacità di superare barriere strutturali. In Italia, la valorizzazione del Made in Italy, l’aggregazione in distretti, la forza dei corpi intermedi associativi rimangono strumenti essenziali per compensare gli eventuali svantaggi dimensionali e competere sui mercati globali.<br />
L’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese rappresenta un definitivo cambio di paradigma nella teoria del commercio estero. Tradizionalmente dominata dall’analisi delle grandi imprese multinazionali, la letteratura economica e manageriale ha dovuto evolversi per spiegare come aziende con risorse limitate possano competere globalmente.<br />
L’eterogeneità delle imprese attive sui mercati globali ormai da decenni falsifica la tesi che solo le aziende più produttive riescano a superare i costi fissi d’ingresso necessari per esportare e valorizza la realtà delle PMI “eccellenti”, che sfruttano il commercio estero per una riallocazione delle risorse capace di aumentare la produttività media del settore industriale e la stessa total factor productivity.<br />
Ormai la teoria della presenza delle piccole imprese nel commercio internazionale enfatizza sia la riduzione dell’incertezza e del rischio attraverso un processo di apprendimento esperienziale, sia l’espansione prima nei mercati “psicologicamente vicini” e poi, progressivamente, in altri spazi di lavoro e di profitto.<br />
Tutto ciò convive con strategie di crescita all’estero diverse, fondate sui vantaggi tecnologici o di nicchia, che offrono una possibilità di competizione globale fin dalla fondazione dell’impresa, “saltando” le fasi di crescita domestica.<br />
Infine, come è universalmente noto, l’internazionalizzazione è spesso un fenomeno collettivo per le imprese. La partecipazione alle catene globali del valore e l’appartenenza a distretti industriali permettono di compensare lo svantaggio dimensionale attraverso economie di specializzazione e condivisione di conoscenze sui mercati esteri.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="468" data-end="634"><span class="font-435549">«Nel disordine del mondo, le piccole imprese artigiane continuano a creare valore economico e intellettuale, contribuendo al commercio, alla coesistenza e alla pace»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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</section>
<p>Insomma, nonostante crisi e conflitti, il mondo continua a essere uno spazio di creazione di valore economico e intellettuale e di innovazione, fondato sul lavoro delle imprese: elemento essenziale per il commercio mondiale, per la coesistenza pacifica e per la pace. Le piccole imprese artigiane non smettono mai di fare la loro parte.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<hr />
<p><strong>Piccola bibliografia di riferimento</strong><br />
Johanson, J., &amp; Vahlne, J. E. (1977). The Internationalization Process of the Firm—A Model of Knowledge Development and Increasing Foreign Market Commitments. Journal of International Business Studies, 8(1), 23-32.<br />
Melitz, M. J. (2003). The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity. Econometrica, 71(6), 1695-1725.<br />
Krugman, P. R., &amp; Obstfeld, M. (2023). Economia internazionale. Vol. 1: Teoria e politica del commercio internazionale. Pearson, Milano.<br />
Oviatt, B. M., &amp; McDougall, P. P. (1994). Toward a Theory of International New Ventures. Journal of International Business Studies, 25(1), 45-64.<br />
Corsi, C., &amp; Migliori, S. (2015). Le PMI italiane: governance, internazionalizzazione e struttura finanziaria. Franco Angeli, Milano.</p>
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<p>
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		<title>L’Italia che conquista senza armi: il soft power della qualità e della bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Roma]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:10:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un tempo segnato da guerre, potenze militari e supremazie tecnologiche, l’Italia può contare su una forma diversa di influenza: cultura, bellezza, artigianalità e qualità della vita. Un capitale da difendere e mettere meglio a valore.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia può mettere in campo risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare influenza internazionale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo, le crisi geopolitiche in atto tornano drammaticamente a rappresentarci un mondo dominato dall’incertezza, in cui la forza e la violenza sembrano prevalere sul dialogo e sulla coesistenza pacifica. A una supremazia tecnologica e militare delle grandi potenze mondiali, l’Italia, e gran parte dell’Europa, oltre a sforzarsi di rispondere adeguando le proprie strutture, può contrapporre risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare una certa influenza a livello internazionale. Disponiamo, infatti, di un capitale valoriale, di un patrimonio storico-ambientale, di uno stile di vita apprezzato e imitato in tutto il mondo: fattori che costituiscono un punto di forza del nostro Paese e si riverberano molto positivamente sull’economia, sulle esportazioni e sulla reputazione italiana.</p>
<p>Secondo il Soft Power Index 2026, predisposto sulla base di 150.000 interviste realizzate in oltre cento Paesi, l’Italia si colloca al nono posto al mondo, preceduta da Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Canada. Una posizione di tutto rispetto, tenuto conto che il ranking comprende molteplici ambiti, fra cui le dinamiche dell’economia, e noi cresciamo molto poco, la produttività, le relazioni internazionali, l’istruzione e la ricerca scientifica, la governance e le istituzioni pubbliche, il futuro sostenibile. L’Italia è al primo posto in una delle otto macro-categorie considerate, cioè quella della “Cultura e del patrimonio culturale”, e si trova sul podio anche per “il cibo che il mondo vuole”, “i prodotti che il mondo ama”, “un grande Paese da visitare”, “un Paese generoso, amichevole e divertente”. La robustezza del campione e la metodologia con cui è stato realizzato lo studio conferiscono un’elevata attendibilità a questa valutazione del nostro Paese e confermano quanto emerge chiaramente anche dai dati statistici e dai media internazionali.</p>
<p>La radice del nostro successo va ricercata nella stratificazione di culture accumulate storicamente nel nostro Paese, che ha dato continuità alla sua matrice classica antica, eccellendo in tutte le epoche storiche su cui si è fondata la civiltà europea: dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco fino all’epopea risorgimentale. Un’Italia divisa in tanti regni, ducati, principati, repubbliche di terra e di mare, signorie, ha costituito uno straordinario mosaico di diversità tenute insieme dalla presenza millenaria della Chiesa come autorità spirituale, ma anche come istituzione secolare. Quello che abbiamo ritenuto un limite del nostro Paese – essere diventato una nazione unitaria più tardi dei grandi regni europei – oggi si rivela come uno straordinario e inimitabile carattere originale dell’Italia e degli italiani.</p>
<p>Decine di città grandi, medie e piccole sono state capitali di Stati: Roma, Napoli, Torino, ma anche Venezia, Genova e poi Parma, Pisa, Saluzzo, Spoleto, ecc. Da qui nasce un territorio denso di cultura, arte e architettura, modellato sulla fertilità dei terreni da vigneti, ulivi secolari, risaie, frutteti. Un’urbanizzazione del territorio fatta di borghi e castelli, pievi e conventi, mulini ad acqua e canali. Un ambiente rurale vivo e ricco di tradizioni regionali e locali, capaci di rendere la produzione di cibo una tradizione ormai universalmente riconosciuta come frutto di uno specifico stile di vita. L’“arte del mangiare” all’italiana esercita una leadership globale, ma va considerata un complemento dei valori familiari e della pratica di una non comune convivialità.</p>
<p>Città abbellite da cattedrali, palazzi civici e nobiliari, opere d’arte e di ingegneria, archivi ricchi di documenti di una vita intellettuale che non ha eguali per diffusione in Europa. Si potrebbe continuare, ricordando come le prime università d’Europa – La Sapienza, Padova, Bologna, Siena, Perugia – e i collegi religiosi abbiano costituito una delle motivazioni del viaggio in Italia per la formazione delle classi dirigenti europee, in quella stagione che conosciamo come epoca del Grand Tour. O come negli spartiti musicali e nella maggior parte delle opere di Mozart risuoni la lingua italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il soft power dell’Italia è robusto, riconosciuto e influente, ma resta in buona parte spontaneo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi anni abbiamo preso coscienza di questo enorme capitale valoriale accumulato dall’Italia, un patrimonio di cui siamo debitori ai nostri predecessori, ma che resta in buona parte inagito. Abbiamo superato il prevalere di una certa esterofilia che a lungo ci ha portato a sopravvalutare le realtà straniere – il mito americano, la cultura francese, l’industria tedesca – e a criticare sistematicamente quella italiana. Il soft power dell’Italia è quindi robusto, riconosciuto e influente, ma la sua derivazione “spontanea” rischia di attenuarne la portata pratica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, cifra vincente del made in Italy bello e ben fatto»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’interesse per il nostro stile di vita, l’elevata reputazione culturale, l’attrazione esercitata dai nostri prodotti di qualità artigiana sono tutti fattori che rendono più facili e amichevoli le relazioni con il resto del mondo. Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, che rappresenta la cifra vincente del prodotto made in Italy, bello e ben fatto. Certo, oggi disponiamo di grandi gruppi della moda, del design e del lusso, ma il loro fattore competitivo sta nella radice artigiana di ciò che vendono a caro prezzo.</p>
<p>Racconta un produttore marchigiano di scarpe su misura che fu invitato a realizzare le sue scarpe per un mese in uno dei più lussuosi negozi della Ginza, a Tokyo. Dopo quella prova, conclusa con successo, gli si aprì favorevolmente il mercato giapponese. All’Expo Universale di Shanghai del 2010, la sala più frequentata del padiglione italiano era quella popolata da artigiani che lavoravano in diretta, mostrando le loro abilità. Ma anche oggi un’azienda emergente di sneakers di lusso ha attrezzato le sue centinaia di negozi nel mondo con un angolo dedicato alle personalizzazioni e alle riparazioni delle scarpe, ricreando uno spazio da bottega artigiana. Sappiamo creare, suscitiamo desideri e siamo capaci di vendere in modo accattivante, ma purtroppo questa straordinaria sapienza non gode dell’appoggio di un decisivo settore protagonista dell’economia globale e finisce nelle mani dei grandi fondi internazionali.</p>
<p>Un altro campo in cui utilizziamo in modo insufficiente le nostre qualità, anche al fine di sostenere la crescita, è il turismo. Non c’è un metro quadrato dell’Italia inidoneo ad attrarre viaggiatori, eppure i numeri ci dicono che questo avviene solo parzialmente. I flussi di visitatori stranieri sono certamente aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni, passando dai 52,4 milioni di arrivi del 2016 ai 61 milioni del 2025, al ritmo del 2% annuo, mentre il turismo internazionale è cresciuto di circa il 6% annuo. Tuttavia siamo ancora indietro rispetto ai Paesi leader europei, come la Francia, con 102 milioni di arrivi nel 2025, e la Spagna, con 96,8 milioni. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, lo scorso anno siamo stati addirittura superati dalla Turchia, con 62 milioni di viaggiatori internazionali.</p>
<p>Un risultato che si spiega con la forte concentrazione dei flussi sulle destinazioni più note: Roma, Venezia, Firenze, Napoli/Pompei. Il limite di tanta bellezza è considerarla una rendita di posizione, che impigrisce la volontà di valorizzarla, di organizzare la promozione e i servizi, di fidelizzare i viaggiatori invogliandoli a ritornare per esplorare i luoghi meno famosi.</p>
<p>Resta comunque fondamentale salvaguardare i nostri valori, la base solida della nostra influenza culturale, che ci rende potenti anche se disarmati. Non poca cosa, in un’epoca tristemente funestata da guerre e rovine.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/litalia-che-conquista-senza-armi-il-soft-power-della-qualita-e-della-bellezza/">L’Italia che conquista senza armi: il soft power della qualità e della bellezza</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Più di un milione di occupati nell’artigianato alla base del soft power dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dazi, guerre ed energia ridisegnano il mondo, ma l’Italia gioca la sua partita con territori, botteghe e piccole imprese: il soft power artigiano diventa reputazione, export e competitività</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/piu-di-un-milione-di-occupati-nellartigianato-alla-base-del-soft-power-dellitalia/">Più di un milione di occupati nell’artigianato alla base del soft power dell’Italia</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 91%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110324" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly.png" width="1408" height="768" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly.png 1408w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-300x164.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-1024x559.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-768x419.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Firefly-350x191.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1408px) 100vw, 1408px" /></div>
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<p>In Italia questa forza ha un tratto distintivo: nasce nei territori e prende forma nelle imprese, soprattutto nelle micro e piccole realtà artigiane. Il <em>soft power </em>si fonda su un capitale immateriale distintivo, capace di generare attrazione, fiducia e reputazione internazionale. Esso combina cultura, saper fare manifatturiero, estetica, qualità della vita e relazioni sociali, alimentando una proiezione verso l’esterno dell’Italia caratterizzata da autenticità e identità territoriale. La forza del modello italiano risiede nella diffusa presenza nel territorio di micro e piccole imprese e di imprese artigiane e nella loro capacità di integrare tradizione e innovazione nella produzione di beni e servizi ad alto contenuto di significati come il bello, il ben fatto e la sostenibilità. In un contesto dominato dalle crisi di natura geopolitica, il <em>soft power </em>italiano diventa una risorsa strategica che sostiene l’economia nelle fasi di rallentamento, rafforzando la resilienza delle imprese e valorizzando l’economia di prossimità. Inoltre, rappresenta un vantaggio competitivo nei mercati internazionali che sostiene i flussi dell’export, del turismo, consolidando l’influenza culturale del nostro Paese.</p>
<p>Il <em>soft power </em>dell’Italia si fonda su un articolato <strong>sistema di imprese ad alta vocazione artigiana</strong> che generano relazioni attraverso una produzione di beni e servizi di qualità che sono alla base della produzione culturale e dell’attrazione dei flussi turistici.</p>
<p>Nel perimetro dei <strong>settori maggiormente rilevanti per il <em>soft power </em></strong>vi sono un milione 75 mila imprese attive rilevate in Istat (2026) che danno lavoro a 4 milioni 809 mila addetti, di cui i tre quarti (73,6%) sono occupati in micro e piccole imprese. Le 385mila imprese artigiane danno lavoro a un milione 97mila addetti, pari al 22,8% del totale. Il sistema delle imprese che alimentano prodotti e servizi che rappresentano il magnete del <em>soft power </em>sono il 25,5% dell’occupazione del totale delle imprese italiane. Più alta la concentrazione nei settori del <em>soft power </em>nell’artigianato che rappresentano il 42,3% dell’occupazione delle imprese artigiane italiane. L’artigianato intensifica il legame tra prodotto e territorio, rafforza la qualità percepita dei prodotti e dei servizi e costruisce relazioni di fiducia con i consumatori. In un contesto globale segnato da standardizzazione e competizione sui costi, il <em>soft power </em>a valore artigiano rappresenta una forma di competitività alternativa, fondata su identità e valore.</p>
<p>Nel <strong>confronto internazionale</strong> (Eurostat, 2026) l’Italia è al secondo posto in Ue per numero di imprese del <em>soft power</em>, collocandosi dietro ad un milione 162mila imprese della Francia ma sopravanzando le 782mila imprese della Spagna e le 710mila della Germania.</p>
<p>La più elevata <strong>presenza di artigianato del <em>soft power </em>nel territorio</strong> si riscontra in Lombardia con 194mila occupati (40,1% dell’artigianato lombardo), seguita da Veneto con 139mila occupati (44,7% dell&#8217;artigianato veneto), Toscana con 115mila occupati (50% dell&#8217;artigianato toscano) ed Emilia-Romagna con 107mila occupati (39,7% dell&#8217;artigianato emiliano-romagnolo). La top ten provinciale è costituita da Milano con 43mila occupati nelle imprese artigiane del <em>soft power</em> (36,1% dell&#8217;artigianato della provincia), davanti a Torino con 39mila occupati (38,1%), Brescia con 35mila occupati (43,2%), Roma con 35mila occupati (40,3%), Vicenza con 31mila occupati (48,7%), Firenze con 29mila occupati (49,8%), Padova sempre con 29mila occupati (45,1%), Prato con 27mila occupati (76,1%), Bergamo, anch’essa con 27mila occupati (39,5%) e Treviso con 26mila occupati (45,9%).</p>
<p>Nel <strong>dettaglio settoriale</strong> il 37,2% degli occupati del totale delle imprese attive nei settori del <em>soft power </em>proviene dal <strong>turismo, accoglienza e valorizzazione del territorio</strong>, seguito dal 35,7% del <strong>manifatturiero ad alta intensità di design e della cultura materiale</strong>, che comprende moda, gioielleria, oreficeria, strumenti musicali, articoli sportivi, legno e arredo, carta ed editoria, prodotti in metallo, ceramica e vetro; in questi settori l’artigianato pesa per il 30,4% del totale contribuendo in modo decisivo alla qualità e all’autenticità dell’offerta. Inoltre, una quota rilevante del perimetro in esame, pari al 10,0%, si registra per <strong>agroalimentare di qualità e della tradizione</strong>, un cluster dove le imprese artigiane determinano il 30,5% degli occupati. L’8,8% degli occupati del perimetro si registra per i <strong>servizi alla persona e qualità della vita</strong>, per quasi i due terzi (64,6%) determinato dall’artigianato, a cui si aggiunge il 6,6% di occupati nella <strong>produzione culturale e creativa</strong>, in cui sono comprese le attività editoriali, la produzione cinematografica, video e programmi TV, le attività di programmazione e trasmissione, altre attività professionali, scientifiche e tecniche, in primis il design (Confartigianato 2026). Il restante 1,6% del perimetro si riferisce ad attività relative a <strong>patrimonio culturale e intrattenimento</strong>.</p>
<p>Nel complesso, questi settori delineano un ecosistema del <em>soft power </em>che integra produzione materiale e contenuti culturali, con una forte carattere identitario. La diffusione sul territorio delinea una <strong>biodiversità</strong> dei sistemi di imprese che amplifica i fattori di attrazione del <em>soft power</em>. Il valore economico della produzione si intreccia con nuovi significati: i prodotti e i servizi raccontano un territorio, una tradizione, una competenza, generando emozioni. È proprio questa combinazione – manifattura di qualità, cultura e stile di vita – a rendere l’Italia un riferimento globale nei modelli di consumo ad alto valore simbolico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-110321 size-full" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2.jpg" alt="" width="877" height="482" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2.jpg 877w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-300x165.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-768x422.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Quintavalle_SA_Perimetro_Imprese_Softpower_v06_06052026_@ID-2-350x192.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 877px) 100vw, 877px" /></p>
<p><em> <strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></em></p>
<hr />
<p><strong>Riferimenti </strong></p>
<p>Nye J. (2005), Soft Power: The Means to Success in World Politics</p>
<p>Confartigianato (2026), <a href="https://bit.ly/4mEgEUM">Alta vocazione artigiana, fattore chiave della leadership europea del Design. Il report di Confartigianato</a>, 21 aprile</p>
<p>Eurostat (2026), Structural business statistics, anno 2024</p>
<p>Istat (2026), Imprese, struttura, anno 2024, IstatData</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Per un’idea pacifica, paziente e sostenibile di soft power</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:45:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Prosecco a una bicicletta artigianale, il soft power italiano non vive solo nei grandi simboli, ma nei gesti concreti di chi trasforma bellezza, competenza e cura in un modello di vita desiderabile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 65%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110313" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg" width="1500" height="2000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg 1500w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-10" data-row="script-row-unique-10" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-10"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-11"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>L’immagine più chiara di una via italiana possibile al soft power me l’ha fornita un episodio accaduto qualche giorno in un luogo e in un’occasione emblematici. Eravamo sulle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio UNESCO, per la Nova Eroica Prosecco Hills, la tappa trevigiana della gara-evento nata in Toscana e ormai diffusa in tutti i continenti, che solo a Susegana, stazione di partenza della tappa, ha raccolto più di 1200 appassionati da tutto il mondo. Confartigianato, partner di Eroica, partecipa con la sua ciclofficina mobile, una cargo bike pedalata da un meccanico formato nei nostri corsi di Milano insieme all’Accademia della Bicicletta, che offre assistenza lungo il percorso portando il saper fare artigiano dove serve. Ad esempio a Kevin, un ciclista canadese che abbiamo assistito lungo il percorso e con cui abbiamo continuato a pedalare, chiacchierando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="145" data-end="211">«Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice»</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Kevin è un grande amante del ciclismo e un grande amante dell’Italia, che nel ciclismo mantiene, non senza difficoltà, una solida reputazione, che tantissimo deve agli artigiani. È tornato per l’ennesima volta in Italia, insieme al suo amico Donald, banchiere in pensione, e pedala sulla sua nuova bicicletta artigianale realizzata su misura in Toscana, in una bottega dove già il suo amico aveva realizzato la sua bici sartoriale, con il cambio prodotto a Vicenza, e alla quale ha voluto aggiungere una coppia di ruote in legno realizzate da una bottega vicino Como. Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice.</p>
<p>La capacità di generare questa felicità, fatta di simboli, stili di vita, suggestioni, brand, è una parte di quello che viene normalmente definito soft power, Il soft power è la capacità di influenzare senza coercizione, non con eserciti o sanzioni (suona familiare?), ma attraverso l&#8217;attrazione culturale, i valori, il modello di vita. Il concetto è del politologo americano Joseph Nye, recentemente scomparso, che lo distingue dall&#8217;hard power militare ed economico: funziona quando gli altri vogliono quello che vuoi tu, quando il tuo modo di stare al mondo diventa desiderabile.</p>
<p>Per l&#8217;Italia la questione è strutturale. È una potenza media senza materie prime significative, con un peso militare modesto e un debito pubblico cronico. Non può competere sul piano della forza né su quello delle risorse. Eppure esercita un&#8217;influenza culturale sproporzionata rispetto al suo peso geopolitico: nel cibo, nel design, nella moda, nell&#8217;artigianato, nel paesaggio, nella lingua e persino nel modo di abitare il tempo, in cui la lentezza, la cura del dettaglio e la convivialità sono valore e non ornamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="216" data-end="278">“Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito.”</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema italiano è che questo patrimonio viene spesso vissuto come rendita identitaria anziché come strategia consapevole. Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito: quando un artigiano che ripara una bici su una cargo bike elettrica tra i vigneti UNESCO trasmette, a un ciclista olandese o britannico, qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe comprare. Quella scena vale più di un padiglione all&#8217;Expo perché è autentica, non costruita per essere guardata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo.</p>
<p>Un esempio preclaro di questo spreco riguarda gli italici, ossia quegli 80 milioni di persone nel mondo (molti più degli abitanti del nostro Paese), di origine italiana, a cui si sommano persone come Kevin, che dell’Italia sono amanti. Secondo uno studio Ambrosetti-NIAF, l’associazione degli italo americani, le comunità italiane all’estero generano nei paesi in cui sono insediate un valore economico stimato superiore ai 2.500 miliardi di euro e rappresentano un canale potenziale di reputazione, influenza culturale e relazioni economiche per il sistema-Paese. Eppure l’Italia valorizza ancora poco questa diaspora: la rete degli Istituti Italiani di Cultura resta molto più ridotta rispetto a quelle di altri grandi attori della diplomazia culturale, circa 2,5 volte inferiore a quella francese e britannica e oltre sei volte inferiore alla rete degli Istituti Confucio cinesi. Solo di recente, la riorganizzazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha riorganizzato le proprie strutture di promozione del sistema Italia proprio attorno a questo concetto di soft power e i risultati già cominciano a intravedersi.</p>
<p>In un sistema globale così violento e frammentato, la possibilità di incarnare un modello di vita alternativo a quello esclusivamente fondato sulle ragioni della forza, della scala, della standardizzazione cieca può e deve essere più di una suggestione da pubblicità. Non è semplice, perché significa passare appunto dalla rendita identitaria, o dalla riproposizione di elementi culturali “naturali”, alla consapevolezza agita del loro significato e potenziale, rivendicando politiche per difenderlo e farlo crescere quel modello e quello stile di vita, necessariamente a scapito di altri. Nella pratica significa privilegiare le imprese, come quelle artigiane e in generale le imprese diffuse e innervate nel territorio, che il modello di soft power italiano lo hanno costruito nei decenni, molto prima che fosse coniata la definizione, a scapito di totem economici come la scalabilità e la massima razionalità tecnologica e organizzativa.</p>
<p>Potremmo dire che, se il capitalismo avanzato ci spinge verso Dubai (o scegliete voi quale altro simbolo di economia turbocompressa), noi dobbiamo difendere quel borgo in Toscana o nel Prosecco dove si vive secondo regole diverse, renderlo innovativo e competitivo e accessibile, proprio riaffermandone l’alternativa radicale.</p>
<p>C’è molto da lavorare dunque, ma c’è anche spazio per l’ottimismo, il futuro può appartenere alla nostra pazienza contro la loro forza.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>© Foto di Paolo Martelli</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>Le mani che costruiscono la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con il Cardinale Gianfranco Ravasi*</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 62%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110224" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped.jpg" width="960" height="1439" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped.jpg 960w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-683x1024.jpg 683w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-768x1151.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/04/Gianfranco_Ravasi_2018_cropped-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il Dio artigiano</span></h2>
<p><strong>Lei ha dedicato decenni al dialogo tra fede, cultura e umanità. Da dove nasce, nella tradizione biblica, il valore sacro del lavoro manuale? C’è un artigiano al centro della storia della salvezza?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì. Nell’Antico Testamento c’è un’espressione che viene ripetuta spesso, riferita a Dio: «opera delle tue mani». Le mani di Dio che plasmano. C’è un verbo che viene usato nel secondo racconto della Genesi per descrivere la creazione dell’essere umano: <em>«yatsar»</em>, il verbo del vasaio, che “plasma” la sua opera. Dio è rappresentato proprio come un artigiano. La creazione dell’uomo, capolavoro per eccellenza di Dio, è effettuata come se fosse il lavoro di un artigiano. E questa immagine è ripresa sia dal profeta Geremia sia da San Paolo, per indicare il tema del primato di Dio, della grazia.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Senza le mani dell’artefice, dell’artigiano, noi non potremmo essere quello che siamo, perché la configurazione della persona è modulata da Dio. E quindi ogni persona, come ogni vaso, è diversa dall’altra. Ogni prodotto artigianale non è meramente meccanico: ha caratteristiche proprie, anche se il modello è unico. Tutto questo viene applicato per celebrare la dignità di tutte le persone, la grazia di Dio che c’è in tutti, però anche le diversità profonde che in ogni creatura esistono. Per questo motivo direi che il Dio artigiano è fondamentale nell’interno della Bibbia.»</p>
<p><strong>San Paolo tesseva tende, Gesù lavorava il legno. C’è un nesso strutturale tra il fare con le mani e il messaggio evangelico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Esatto. Nel Nuovo Testamento c’è qualcosa di più. Prima di tutto riguarda la professione del padre di Gesù, che viene definito nei Vangeli con un termine greco, <em>tékton</em> — che rende probabilmente il vocabolo aramaico <em>naggara’</em>. Questo vocabolo indicava proprio l’artigiano. Quando si dice «non è egli il figlio del tékton?», — poi tradotto come falegname — si deve ricordare che in realtà il vocabolo è più generico.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E nel Vangelo di Marco, Gesù stesso viene chiamato “artigiano” — <em>tékton</em> anche lui — ed è una celebrazione di quel lungo periodo nascosto della sua vita. C’è persino un Vangelo apocrifo curioso che racconta di Gesù bambino che plasma degli uccellini con l’argilla e insuffla in loro la vita: un modo per rappresentare la genialità creativa. L’importante è ricordare che la professione di Gesù e della sua famiglia era quella dell’artigiano.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per quanto riguarda Paolo, nell’interno della tradizione giudaica ogni buon rabbì doveva anche apprendere una professione. Paolo apprende quella che viene ricordata negli Atti degli Apostoli quando si trova a Corinto, ospite di Aquila e Priscilla: tessitore di tende. È probabilmente l’esercizio che aveva imparato da ragazzo, proprio perché, anche se di famiglia benestante, doveva imparare un mestiere pratico, operativo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Custodire contro distruggere</span></h2>
<p><strong>Viviamo in un tempo di conflitti aperti. Cosa può fare un artigiano che non riescono a fare altri?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«L’alta tecnologia ha dei grandi valori, indubbiamente, ma è anche pericolosa. Pensiamo a cosa viene prodotto con l’alta tecnologia nell’ambito degli armamenti: appartiene a un meccanismo, a una struttura altamente sofisticata, con una finalità che è l’esatto contrario dell’artigianato.</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’artigiano, di sua natura, fa un’opera che debba permanere, che sia da custodire. Anche se è un vaso semplice, anche se è una statua di legno: lo fa perché debba servire, debba essere nella quotidianità. L’alta tecnologia, invece, con le armi costruisce qualcosa che deve distruggere. E tante volte è autodistruttiva, perché entrando in guerra anche il più sofisticato drone o carro armato può essere eliminato.</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’artigiano realizza in pienezza l’idea del lavoro come presentato nella Bibbia, nel secondo capitolo della Genesi, versetto 15, quando si dice che l’uomo è posto sulla terra per «coltivarla e custodirla». Coltivare vuol dire certamente anche intervenire nella materia. Custodire no: le armi non custodiscono. Per questo la celebrazione dell’artigianato, come dell’arte in genere, è quella del custodire qualcosa che permanga nel tempo.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbiamo adesso una grammatica generale espressa da uomini politici in una maniera assolutamente insensata. Pensiamo a una delle figure più potenti del mondo che dichiara che il suo compito è quello di demolire interamente una civiltà, ridurre a zero tutto quello che è stato prodotto dall’arte, dall’artigianato, dalla cultura. Abbiamo proprio l’antipodo rispetto a tutto il messaggio, a tutta l’esperienza non solo cristiana, non solo religiosa, ma anche umana.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Il cortile dei Gentili e l’officina</span></h2>
<p><strong>Lei ha sviluppato il concetto di «cortile dei Gentili», uno spazio di incontro tra credenti e non credenti. L’impresa artigiana potrebbe essere uno spazio simile — soprattutto tra generazioni diverse?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Ci sono più possibilità da ricordare in questo senso. Prima di tutto, la tecnologia — e l’intelligenza artificiale in modo particolare — fa perdere sempre di più l’aspetto del maestro e del discepolo. L’apprendistato è fondamentale: l’artigiano conquistava il suo esercizio attraverso il confronto col suo maestro. Una componente fondamentale dell’artigianato e dell’arte in genere dovrebbe essere quella del dialogo con l’orizzonte in cui sei immerso, che devi rappresentare, ma soprattutto con le generazioni precedenti e con quello che avevano già creato, continuando questo filo ideale.</p>
<p style="padding-left: 40px;">In questa luce, il dialogo che è alla base del cortile dei Gentili suppone qualcosa che va al di là delle stesse fedi: uno presenta la sua fede, l’altro presenta la sua visione del mondo che prescinde da qualsiasi trascendenza, entrambi però si trovano in armonia e costruiscono qualcosa.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Ecco, qui entra un altro elemento: l’artigianato del pensiero. Non c’è soltanto quello materiale delle mani, che è fondamentale. Ci sono dei pensieri che vengono sviluppati, delle opere anche scritte, che sono opere semplici, magari non grandi capolavori, ma che fanno parte della quotidianità, di questa capacità di costruire le idee. Questo è sempre il Cortile dei Gentili: lo spazio dove ci si scambia non solo gli oggetti, ma anche i pensieri, che sono manufatti dello spirito, della mente.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">La pace messianica di Isaia</span></h2>
<p><strong>C’è un’immagine, un passo biblico che mette insieme artigianato e pace?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Nell’interno della Bibbia, in maniera esplicita, non c’è un coordinamento diretto. C’è però il fatto che il concetto di pace è espresso da un vocabolo nell’Antico Testamento — <em>shalom</em>, che tutti sanno, e anche in arabo <em>salam</em> — che indica la perfezione circolare di un oggetto, di una realtà: la completezza, la pienezza. Non è di per sé l’assenza di guerra, è il positivo: è un’armonia totale.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E allora il testo forse più significativo è quando il profeta Isaia (9,4) descrive la pace messianica. La descrive con un’operazione che paradossalmente sembra essere la distruzione dell’oggetto artigianale, ma che in verità ne è la redenzione: “verranno bruciati i calzari militari, verranno messi sulla pira anche i mantelli di guerra”. In questo caso si ricorda indirettamente che per la pace ci vogliono invece i calzari normali, i mantelli normali della vita.</p>
<p style="padding-left: 40px;">È la rappresentazione della brutalità della guerra che deforma anche l’elemento artigianale. Noi adesso diciamo che questo è affidato alla tecnologia, non più all’artigianato. Dobbiamo, però, conservare gli oggetti quotidiani per l’uso quotidiano, che è l’uso della pace. E il Messia viene a fare questo: introduce la pace eliminando l’uso perverso dell’artigianato e conservandolo invece per la vita, per il camminare, i calzari per i piedi, i mantelli per ripararsi dal freddo e andare per il mondo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span class="font-435549">Una parola agli artigiani</span></h2>
<p><strong>Se dovesse rivolgere una parola agli artigiani italiani — spesso silenziosi e sottovalutati — cosa direbbe loro?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La distinzione tra artigiani e artisti effettivamente c’è; però c’è anche una consonanza assoluta. E secondo me gli artigiani dovrebbero essere coloro che, anche nel loro livello, cercano di creare la bellezza. Di dare, cioè, in un mondo reso brutto dalla guerra, qualcosa di bello. Essi hanno davanti agli occhi la distruzione: basti vedere in televisione quando arrivano i missili e colpiscono gli appartamenti, e si vede come viene demolita la quotidianità e i suoi oggetti. Sono veramente orribili una volta distrutti; quanto erano belli invece quando costituivano, anche nella loro semplicità, l’arredo di una casa.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli artigiani sono anche loro, come il grande artista, coloro che fanno capire che esiste l’utile e il bello insieme. Di solito siamo abituati a considerare il bello come gratuito, che non ha utilità. Invece anche il piccolo vaso, il piccolo bicchiere, la stoviglia ben fatta sta bene sulla tavola e fa vivere in una maniera più gioiosa, più serena. La guerra invece, quando arriva, rende brutto tutto: distrugge, demolisce.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E poi c’è sempre quella prassi giapponese: anche dopo la distruzione si può recuperare. E usando cosa si può recuperare? Usando il materiale più prezioso al mondo: mettendo l’oro sulle fratture. Questo potrebbe essere il compito ulteriore dell’artigianato.»</p>
<hr />
<p><em>*Cardinale Gianfranco Ravasi, già Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>© F</strong>oto di Di Università di Pavia (CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=109516481)</p>
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<p>
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		<title>Artigiani di pace nel mondo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra la crisi degli equilibri globali emersa a Davos e le pratiche quotidiane dell’artigianato si apre uno spazio di lettura diverso: quello di un ordine che non si proclama, ma si costruisce nel lavoro, nelle relazioni e nei territori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 64%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110151" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146.jpg" width="624" height="936" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146.jpg 624w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-shvetsa-6899146-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 624px) 100vw, 624px" /></div>
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<p>Si dichiarava, inoltre, pronta a rifornirsi — oltre che di quella del Patto di Abramo — della benzina venezuelana, non del petrolio, come dicono coloro che pensano che la benzina, anziché il petrolio, sgorghi dal suolo senza essere stata prima raffinata. E, poiché per raffinare i galloni che muovono il mondo occorrono petroli specifici, che si trovano soprattutto in Venezuela, si è andati a prenderli quasi senza colpo ferire.</p>
<p>Il mondo non ha battuto un colpo e ha considerato doveroso che la potenza più grande agisse così, come un’opera pia che fa beneficenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Cosa è successo a Davos? L’ordine glogale si è mostrato per ciò che è» </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma a Davos è avvenuta la rivelazione. Anzi, il disvelamento, l’agnizione. L’ordine multilaterale, che si reggeva, appunto, rabberciato ogni tanto da un Patto di Abramo e dintorni, si è mostrato per quello che è.</p>
<p>Samuel Huntington, il grande maestro dimenticato (con un Bernard Lewis che occorrerebbe far studiare a memoria ai parlamentari europei e ai vogatori della flottiglia para-palestinese), aveva definito i “Davos Man” come uomini e donne della cricca oligarchica che governa il mondo, o meglio che vuole governarlo, condizionando parlamenti e governi attraverso la “cricca” — così la definiva — dei miliardari senza patria e con molti miliardi di dollari. Trump ha inaugurato un nuovo governo del mondo: una nuova forma di “royalistic empire”, proprio a Davos, e di lì in tutto il mondo, o almeno dove sarà possibile.</p>
<p>Trump è il “royal empire”, sotto la forma lewisiana del grande capitale: un nuovo Windsor del dominio mondiale, che aspira alla resa dei piccoli russi dell’Ucraina al neo-impero grande russo, purché si fermi la Cina di Xi Jinping e si dia tempo al Giappone di realizzare il sogno di Abe Shinzō di rendere sicuro l’Indo-Pacifico.</p>
<p>L’India si muove in questo senso e il ritorno dispiegato del duo Germania-Italia — la seconda buona terzista della potenza guglielmina — insieme alla caduta libera di Macron, fa ben sperare.</p>
<p>Una cosa sola la cricca novizia deve digerire: abbiamo tutti bisogno, tutti — sottolineo, tutti — del Nord Stream russo, anzi di entrambi. Se non li si ricostruisce, nulla si mette in moto, da Odessa a Gaza.</p>
<p>Non si mette in moto nulla di ciò che si era già fermato, ossia il gigantesco cuore malato dell’accumulazione mondiale, che pompa risorse e lavoro sempre peggio pagato e trattato così male che si torna a parlare di nuovo schiavismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Il capitalismo di guerra diventa il vero sfondo del nostro tempo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto può fermarsi se si guarda a quello che io spesso — rifacendomi ai classici della teoria economica — chiamo le “sequoie della foresta”: gli ordinatori super-tecnologici della matematica non euclidea, ossia il mondo di sopra, quello ultra-visibile, quello di cui si parla sempre e di cui si cantano le lodi, per poi precipitare nelle ipotesi più disastrose.</p>
<p>Mi riferisco oggi al capitalismo di guerra, su cui il Santo Padre, con quella sua aulica calma che gli viene certo dallo Spirito Santo ma anche dal suo essere stato per anni Moderatore degli Agostiniani (e il termine stesso “Moderatore” dice molto della sua opera presente e futura), ha richiamato l’attenzione, invitando tutti a diventare “operatori di pace”.</p>
<p>Un termine che via via non si è più usato, ma che deve tornare a essere distintivo della presenza cristiana e cattolica in particolare. Perché? Perché invita ad agire, in ogni luogo e in ogni occasione, come se si trattasse — come in effetti è — di un modo di vivere la vita, in ogni momento.</p>
<p>Il Santo Padre ha per questo invocato “la virtù artigiana della pace” — o almeno così io ho inteso il suo appello — pieno di speranza, che ha riempito i nostri cuori di responsabilità e insieme di orgoglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Nell’artigianato la pace prende forma: nella trasmissione del sapere, nella cura del lavoro, nella relazione»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’orgoglio della pazienza, la virtù della temperanza, che iniziano dalle prime mosse nelle officine e negli uffici e terminano quando l’opera artigiana è compiuta. Non ci si scoraggia mai, perché il lavoro nell’impresa è vissuto come un compito incessante, che dà frutti ben oltre il risultato economico.</p>
<p>La perfezione del saper fare bene e del saper fare trasmettendo ad altri il sapere è un lavoro di fermezza e di pazienza: un lavoro di relazione e di mediazione. È questo lavorio incessante che fonda la pace, crea le basi della convivenza nella diversità.</p>
<p>Il mondo artigiano vive di fermezza, pazienza, condivisione, famiglia e lavoro: ieri, oggi e domani.</p>
<p>Ecco gli operatori di pace. Ecco gli artigiani.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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		<title>La guerra delle macchine e la pace artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità trasforma la guerra in macchina e l’uomo in ingranaggio; l’artigianato indica un’altra strada, dove il volto dell’altro resta visibile e la pace si costruisce gesto dopo gesto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 51%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110105" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-polina-tankilevitch-5257330-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;" data-start="123" data-end="305"><span class="font-435549">«La guerra entra nella fabbrica: il soldato diventa funzione, ingranaggio intercambiabile dentro una produzione organizzata della violenza»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Nel pieno della Prima guerra mondiale, mentre l&#8217;Europa era attraversata da una distruzione senza precedenti, Georg Simmel osservava come la guerra stesse subendo una trasformazione radicale nella sua stessa natura: non era più soltanto lo scontro tra eserciti contrapposti che aveva caratterizzato le epoche precedenti, non era più la guerra di Clausewitz o quella napoleonica. Stava diventando qualcosa di profondamente diverso: una macchina.</p>
<p>La guerra veniva progressivamente assorbita dentro la logica della produzione industriale. Le grandi fabbriche nate per produrre beni civili &#8211; acciaio, automobili, tessuti &#8211; venivano riconvertite in pochi mesi per produrre armi. Le catene di montaggio che Ford aveva perfezionato per le automobili generavano ora cannoni da 105 millimetri, proiettili a frammentazione, carri armati. Gli eserciti stessi venivano riorganizzati secondo principi industriali: standardizzazione delle procedure, pianificazione scientifica delle operazioni, mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Milioni di uomini venivano integrati dentro apparati giganteschi, diventando ingranaggi di un meccanismo bellico senza precedenti nella storia.</p>
<p>Il soldato &#8211; questa è la diagnosi più acuta di Simmel &#8211; diventava sempre più una funzione dentro un sistema tecnico-produttivo. Non un combattente che sceglie, che teme, che odia o che ama il nemico; ma un&#8217;unità operativa, intercambiabile e sostituibile, all&#8217;interno di una catena di produzione della violenza. «La tecnica moderna», scriveva Simmel, «trasforma il contenuto della vita in un modo tale che i mezzi diventano fini, e i fini si perdono nell&#8217;infinità dei mezzi.» Questa intuizione aveva una portata che andava molto al di là della dimensione militare. Si trattava  di un fenomeno culturale più profondo. La modernità industriale stava trasformando il modo stesso in cui l&#8217;essere umano agiva nel mondo, produceva, si relazionava con gli altri. La guerra non era che lo specchio più crudele di questa trasformazione generale: razionalità tecnica come principio universale, organizzazione sistematica, calcolo dell&#8217;efficienza, produzione di massa &#8211; anche quando ciò che si produceva era morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="312" data-end="460"><span class="font-435549">«Dai campi di battaglia agli schermi: uccidere si riduce a un gesto, mentre la distanza fisica diventa distanza morale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. A più di un secolo di distanza, la guerra non è più soltanto industriale. È diventata digitale.</p>
<p>I campi di battaglia contemporanei sono attraversati da droni armati che sorvolano deserti e montagne per settimane senza pilota a bordo, da missili guidati con precisione centimetrica da sistemi satellitari globali, da sensori distribuiti capaci di raccogliere dati in tempo reale, da sistemi di sorveglianza che monitorano intere popolazioni. Gli attacchi informatici sono in grado di paralizzare infrastrutture energetiche, reti finanziarie, ospedali, sistemi di comunicazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale analizzano enormi quantità di immagini e dati, identificano obiettivi, assegnano priorità, coordinano operazioni su scale che nessun comando umano potrebbe gestire Sempre più spesso l&#8217;atto di uccidere si riduce a un gesto minimo: premere un bottone</p>
<p>L&#8217;operatore che guida un drone Predator o Reaper può trovarsi in una base del Nevada, a diecimila chilometri dal luogo dell&#8217;attacco in Afghanistan o in Somalia. Davanti a lui non c&#8217;è un corpo che respira, ma uno schermo ad alta risoluzione. Non c&#8217;è un volto umano, ma un segnale termico. Non c&#8217;è un incontro tra esseri umani &#8211; con tutto il rischio, la paura, la responsabilità che quell&#8217;incontro comporterebbe &#8211; ma una rappresentazione digitale di coordinate geografiche e di un calore corporeo</p>
<p>La distanza fisica diventa così, inesorabilmente, distanza morale. Psicologi e veterani di queste nuove guerre testimoniano fenomeni paradossali: operatori che combattono un conflitto a migliaia di chilometri di distanza e poi tornano a casa per cena, a giocare con i figli, a guardare la televisione. La guerra entra nei ritmi della vita quotidiana, ma perde la sua gravità, il suo peso specifico di evento limite.</p>
<p>La guerra entra pienamente nel mondo dell&#8217;astrazione. Nel mondo digitale tutto tende a trasformarsi in dato, in informazione, in coordinate numeriche. Le persone diventano tracciati di segnale, pattern di comportamento, obiettivi numericamente classificati. La realtà viene tradotta in modelli predittivi, simulazioni, previsioni statistiche di probabilità di colpevolezza. In alcuni sistemi di targeting, un algoritmo assegna a ciascun individuo un punteggio di pericolosità, e da quel punteggio può dipendere una decisione letale</p>
<p>Parallelamente, e in modo correlato, cresce vertiginosamente la scala dei sistemi. Le guerre contemporanee non sono più solo confronti tra eserciti, ma competizioni globali tra infrastrutture tecnologiche: capacità satellitari, potenza computazionale, architetture di reti informatiche, ecosistemi di intelligence e controintelligence. Una nazione che perdesse la sua superiorità nello spazio cibernetico rischierebbe una sconfitta catastrofica senza che un singolo soldato attraversasse un confine</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="467" data-end="620"><span class="font-435549">«Quando il volto scompare e resta solo il dato, anche la responsabilità si attenua: l’altro diventa un target»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Dentro questa gigantesca architettura tecnico-militare, l&#8217;uomo concreto rischia di scomparire.</p>
<p>Il filosofo Emmanuel Lévinas, nel secondo Novecento, aveva identificato nel volto dell&#8217;altro il fondamento originario dell&#8217;etica. Il volto ci interpella, ci chiama alla responsabilità, ci dice: «Non uccidere». Non è una proibizione astratta, una norma scritta su un codice. È qualcosa che accade nell&#8217;incontro concreto, nella prossimità fisica, nella relazione diretta. Quando il volto sparisce  &#8211; quando viene sostituito da un segnale termico su uno schermo, da un punto su una mappa digitale &#8211; anche quella chiamata alla responsabilità si indebolisce, si attenua, rischia di scomparire</p>
<p>L&#8217;avversario non è più una persona con una storia specifica, una famiglia che lo aspetta, bambini che non lo vedranno tornare. Diventa un target.</p>
<p>Questa trasformazione non riguarda, naturalmente, solo la guerra. È una tendenza più ampia e pervasiva. Viviamo dentro sistemi tecnici sempre più grandi, complessi e astratti che organizzano la vita sociale attraverso dati, algoritmi, procedure automatizzate. I motori di ricerca selezionano ciò che vediamo. Gli algoritmi delle piattaforme decidono quali voci amplificare e quali silenziare. I sistemi di scoring creditizio determinano le opportunità economiche degli individui. I modelli predittivi influenzano le decisioni dei tribunali, dei medici, delle banche.</p>
<p>La modernità ha costruito la sua formidabile forza sull&#8217;astrazione: il diritto universale, il mercato globale, la scienza sperimentale, la tecnica applicata. Sono conquiste straordinarie, che hanno ridotto la sofferenza, allungato la vita, connesso popoli lontani. Ma quando l&#8217;astrazione si separa completamente dalla concretezza della vita umana &#8211;  dai corpi, dalle relazioni, dalle storie singolari &#8211;  essa rischia di produrre una perdita di umanità che può diventare strutturale e irreversibil</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="627" data-end="767"><span class="font-435549">«Nel lavoro artigiano il volto resta visibile: ogni gesto tiene insieme materia, relazione e responsabilità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. È in questo scenario che acquista un significato del tutto particolare, quasi provocatorio nella sua semplicità, la dimensione artigiana.</p>
<p>L&#8217;artigianato rappresenta un modo di stare nel mondo radicalmente diverso da quello della grande macchina tecnica. L&#8217;artigiano lavora con le mani, con il tempo, con la materia specifica che ha davanti. Il suo lavoro richiede attenzione sostenuta, cura minuziosa, sensibilità agli imprevisti, capacità di adattamento. Non può essere completamente standardizzato &#8211; ogni pezzo di legno ha la sua grana specifica, ogni lotto di argilla ha la sua consistenza &#8211; né automatizzato senza perdere ciò che lo rende prezioso</p>
<p>Richard Sennett, ne L&#8217;uomo artigiano, ha mostrato come il lavoro manuale qualificato non sia solo una tecnica ma una forma di conoscenza, una maniera di pensare attraverso il fare. L&#8217;artigiano, scrive Sennett, sviluppa attraverso anni di pratica una forma di intelligenza tacita, incorporata nel gesto, che gli permette di risolvere problemi che nessun algoritmo potrebbe gestire, perché richiedono una sensibilità alla particolarità irriducibile della situazione concreta.</p>
<p>Soprattutto l&#8217;artigiano lavora dentro una relazione concreta con la realtà. Con il legno, con il ferro, con il tessuto, con la terracotta. Ma anche, e forse soprattutto, con le persone che useranno ciò che produce. Il falegname che costruisce una sedia sa chi si siederà su quella sedia. Il vasaio che plasma una brocca immagina le mani che la terranno. L&#8217;artigianato mantiene viva una relazione di cura tra chi produce e chi riceve il frutto del lavoro.</p>
<p>Nel lavoro artigiano il volto delle persone continua a contare.</p>
<p>Questo elemento apparentemente semplice &#8211; quasi banale &#8211; ha in realtà un significato profondo. Dove il volto dell&#8217;altro è presente, l&#8217;azione non può diventare completamente astratta. La responsabilità rimane visibile, incarnata, difficile da eludere. L&#8217;artigiano non produce oggetti anonimi per un sistema impersonale. Ogni pezzo è diverso. Ogni gesto deve adattarsi alla materia. Ogni risultato porta il segno irripetibile di chi lo ha realizzato &#8211; quello che gli inglesi chiamano la firma del maestro</p>
<p>In questo senso la dimensione artigiana costituisce un argine importante, forse essenziale, contro la deriva disumanizzante dell&#8217;astrazione tecnica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="774" data-end="925"><span class="font-435549">«La pace non si produce in serie: si costruisce lentamente, relazione dopo relazione, come un lavoro di bottega»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. C&#8217;è però una seconda ragione, ancora più urgente, per cui la dimensione artigiana è preziosa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che anche la pace è un&#8217;opera artigiana.</p>
<p>La pace si costruisce lentamente, pezzo per pezzo, relazione dopo relazione, gesto dopo gesto.</p>
<p>È un lavoro paziente. Un lavoro che richiede esattamente le virtù dell&#8217;artigiano: attenzione alla specificità della situazione, capacità di ascoltare le differenze, disponibilità ad adattarsi alle resistenze della materia &#8211; che in questo caso è la materia umana, con le sue ferite, le sue paure, i suoi orgogli e i suoi risentimenti storici</p>
<p>I grandi trattati di pace del Novecento &#8211; da Versailles a Dayton, da Oslo agli accordi di Camp David &#8211; mostrano quanto sia difficile costruire una pace duratura quando ci si affretta, quando si privilegiano le architetture astratte delle clausole negoziali rispetto alla lenta ricostruzione di fiducia tra le comunità. Versailles è l&#8217;esempio più drammatico: un trattato costruito su logiche di punizione e calcolo strategico che portò, in vent&#8217;anni, a una guerra ancora più devastante</p>
<p>Ogni contesto è diverso. Ogni conflitto ha una storia specifica, radici particolari, attori con interessi e memorie irriducibili alle categorie generali. Ogni comunità porta con sé ferite che hanno nomi propri &#8211; nomi di villaggi bruciati, di familiari deportati, di tradimenti storici &#8211; paure che non sono irrazionali ma sono il sedimento di esperienze concrete. Non esiste una soluzione standard, un algoritmo per la riconciliazione</p>
<p>Costruire la pace significa allora accettare la lentezza necessaria di questo lavoro. Significa rinunciare all&#8217;illusione della soluzione tecnica rapida e abbracciare la pazienza dell&#8217;artigiano che lavora la materia dura. Significa mettere insieme piccoli gesti, piccoli accordi, piccoli passi che nel tempo  costruiscono fiducia tra persone che si sono a lungo odiate</p>
<p>C&#8217;è anche, in questo processo, una dimensione estetica che vale la pena sottolineare. L&#8217;artigiano non lavora solo con competenza tecnica: lavora guidato da un&#8217;idea di bellezza, di forma compiuta, che ancora non è pienamente visibile ma che orienta ogni suo gesto. La sedia che sta costruendo esiste già nella sua mente come possibilità, come forma ideale verso cui tende il lavoro concreto. Ogni intervento sulla materia è orientato verso quella forma che lentamente emerge</p>
<p>Allo stesso modo, chi lavora per la pace deve essere capace di immaginare &#8211; e di far immaginare agli altri &#8211; una forma di convivenza che ancora non esiste pienamente, ma che può prendere forma attraverso il lavoro paziente delle relazioni. Questa capacità immaginativa non è un lusso o un ornamento: è una condizione necessaria. Senza la visione di un possibile diverso, il lavoro di ricostruzione non ha orientamento, non ha senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;" data-start="932" data-end="1066"><span class="font-435549">«La vera sfida non è fermare le macchine, ma impedire che l’umano diventi invisibile dentro i sistemi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In un mondo dominato da sistemi sempre più grandi, da tecnologie sempre più potenti e da conflitti sempre più astratti, recuperare la dimensione artigiana diventa auspicabile.</p>
<p>Non si tratta di rifiutare la tecnica. Non si tratta di una posizione romantica di rifiuto del moderno, né di nostalgia per un passato idealizzato. La tecnica ha dato all&#8217;umanità strumenti straordinari: medicine che salvano vite, comunicazioni che connettono il pianeta, tecnologie che potrebbero aiutarci ad affrontare la crisi climatica. Rifiutarla sarebbe ingenuo e controproducente</p>
<p>Si tratta piuttosto di ricordare &#8211; con ostinazione, con insistenza &#8211; che la tecnica da sola non può fondare l&#8217;umano. Che i sistemi, per quanto sofisticati, non possono sostituire il giudizio etico, la cura, la responsabilità concreta verso l&#8217;altro. Che l&#8217;efficienza non è un valore supremo ma un mezzo al servizio di fini che devono essere scelti, discussi, interrogati</p>
<p>L&#8217;umano nasce sempre dentro relazioni concrete, dentro gesti che riconoscono il volto dell&#8217;altro, dentro pratiche che tengono insieme libertà e responsabilità. Non è un caso che le tradizioni filosofiche e religiose più profonde &#8211;  dall&#8217;etica di Aristotele alla cura levinasiana per l&#8217;altro, dalla Regola benedettina con la sua valorizzazione del lavoro manuale alle filosofie asiatiche della Via &#8211; convergano nel riconoscere nel lavoro concreto, attento, orientato al bene dell&#8217;altro, una forma privilegiata di vita umana autentica.</p>
<p>È forse proprio qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo, forse la più decisiva di tutte: riuscire a tenere insieme la potenza straordinaria delle nostre macchine con la sapienza artigiana della vita. Riuscire a far sì che i sistemi siano al servizio delle relazioni, e non le relazioni al servizio dei sistemi. Riuscire a mantenere visibili i volti &#8211; anche quando gli schermi vorrebbero trasformarli in segnali, anche quando gli algoritmi vorrebbero ridurli a coordinate.</p>
<p>Perché senza questa sapienza, la potenza tecnica rischia di diventare cieca. E una potenza cieca, prima o poi, finisce sempre per distruggere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.</p>
<p>Simmel vedeva, nelle trincee del 1914, il presagio di questa cecità. Noi, un secolo dopo, abbiamo tutti gli strumenti per capire quanto avesse ragione. La domanda è se abbiamo ancora la saggezza per scegliere</p>
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		<title>Competitività e coesione: perché l’economia che dura è un’economia di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Cappelletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 11:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace non è una condizione. È un risultato.</p>
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<p>Questa certezza ha un nome preciso. Si chiama pace istituzionale. Non è l’assenza di conflitto. È la presenza di regole condivise che rendono il conflitto gestibile, la cooperazione possibile, il futuro prevedibile abbastanza da giustificare un investimento.</p>
<p>Il divario di produttività tra Nord e Sud Italia supera il 20%, anche a parità di settore e dimensione aziendale. (CNEL, 2025) Le ragioni sono note: infrastrutture, istruzione, accesso al credito. Ma sotto queste ragioni ce n’è una più profonda. Tra Nord e Sud il divario nella qualità istituzionale, misurato su componenti come rule of law, efficienza della giustizia e corruzione, è di 0,43 punti su scala normalizzata, dati al 2019. (Osservatorio CPI, Università Cattolica, 2021) Un procedimento civile al Sud dura in media il doppio rispetto al Centro-Nord. (Banca d’Italia, 2022)</p>
<p>Un’impresa che non può contare sulla certezza del contratto paga ogni transazione due volte: una in denaro, una in diffidenza. Questo è il costo della pace mancante. Non è un costo morale. È un costo economico, misurabile, che si accumula silenziosamente per decenni.</p>
<h3 style="text-align: left;"><span class="font-435549">*Il luogo che insegna a competere</span></h3>
<p>Il deficit istituzionale non è solo un problema di efficienza pubblica. È un problema di ecologia economica. Le imprese non crescono nel vuoto. Crescono in contesti. E i contesti si costruiscono, o si erodono, nel tempo.</p>
<p>Ferdinand Tönnies nel 1887 distingueva due forme di convivenza umana. La Gemeinschaft, comunità, fondata su legami profondi, identità condivisa, reciprocità non negoziata. La Gesellschaft, società, fondata su contratti, interessi, relazioni funzionali. (Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) La distinzione non era nostalgia. Era diagnosi. Le società moderne tendono verso la Gesellschaft. Ma le economie che funzionano meglio sono quelle che conservano, dentro la modernità, sacche di Gemeinschaft produttiva.</p>
<p>I distretti artigiani italiani che ancora tengono non sono sopravvissuti alla globalizzazione nonostante la loro dimensione. Sono sopravvissuti grazie a ciò che la dimensione permette: la trasmissione diretta di un modo di fare, di un modo di stare nel mercato, di un modo di giudicare il lavoro altrui. Richard Sennett ha chiamato questa trasmissione intelligenza artigiana: non solo la tecnica, ma la comprensione del perché di quella tecnica, il giudizio incorporato che distingue il fatto bene dal fatto male. (Sennett, The Craftsman, 2008) Questa intelligenza non si trasferisce con un manuale. Si trasferisce in un luogo, attraverso la prossimità, l’esempio, la correzione quotidiana.</p>
<p>Questo trasferimento è possibile solo in condizioni di pace. Non pace come silenzio o assenza di tensione. Pace come fiducia sufficiente a consegnare il proprio sapere a qualcun altro, nella certezza che verrà rispettato e non svenduto. Chi lavora in un distretto che funziona non firma un contratto con il futuro. Stringe un patto implicito con la comunità. Quel patto regge finché le istituzioni, formali e informali, lo garantiscono.</p>
<p>Robert Putnam, studiando per vent’anni le regioni italiane, trovò che il livello di impegno civico collettivo era il predittore più robusto dell’efficienza istituzionale e dello sviluppo economico. Non l’inverso. (Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, 1993) Le regioni civiche producevano meglio non perché fossero più ricche. Erano più ricche perché erano civiche. Perché la pace istituzionale al loro interno abbassava il costo della cooperazione e alzava la qualità di ciò che producevano insieme.</p>
<h3 style="text-align: left;"><span class="font-435549">*Il sistema che si regge sulla fiducia</span></h3>
<p style="text-align: left;">Quello che vale per un distretto vale per un continente.</p>
<p>L’Europa compete nel mondo come sistema. Non come somma di economie nazionali. Un sistema tiene finché le sue parti condividono regole sufficientemente stabili da rendere la cooperazione conveniente. Quando le divergenze interne crescono oltre una certa soglia, il sistema smette di essere tale. Diventa un campo di forze in cui ciascuno ottimizza per sé, erodendo le basi comuni.</p>
<p>Un’analisi condotta sui paesi OCSE mostra che la coesione sociale ha una correlazione forte e positiva con la crescita inclusiva: un punto in più nell’indice aggregato di coesione corrisponde a quasi mezzo punto in più nell’Inclusive Development Index del World Economic Forum. (CaixaBank Research, 2019) Le economie coese crescono in modo più sostenibile perché distribuiscono meglio i costi degli shock e mantengono la fiducia nelle istituzioni che regolano il mercato.</p>
<p>La pace, intesa come equilibrio istituzionale tra attori con interessi diversi, non è il risultato della prosperità condivisa. Ne è la condizione. Si costruisce prima, nei momenti in cui non sembra necessaria, e si consuma rapidamente quando le tensioni salgono e le regole cedono. Un’Europa che perde coesione interna non diventa semplicemente meno equa. Diventa meno competitiva.</p>
<h3><span class="font-435549">*Quello che si costruisce lentamente si perde velocemente</span></h3>
<p>La produttività italiana ha perso terreno per trent’anni. Le cause sono strutturali. Ma tra le cause strutturali c’è anche questa: un paese che ha faticato a costruire pace istituzionale su larga scala ha pagato questo deficit in ogni transazione, in ogni investimento rimandato, in ogni talento che ha scelto di andare altrove.</p>
<p>Il lavoro artigiano insegna che la qualità non è un risultato finale. È un processo continuo di osservazione, correzione, trasmissione. Lo stesso vale per la coesione. Non si dichiara. Si costruisce, ogni giorno, nelle istituzioni che funzionano, nei contratti che vengono rispettati, nei luoghi dove il sapere passa di mano in mano e con esso passa anche un modo di stare nel mondo.</p>
<p>Un’economia che dura è un’economia in cui questo passaggio è possibile. Non perché qualcuno lo abbia deciso. Perché la pace istituzionale che lo rende possibile è stata costruita, custodita e trasmessa. Come si fa con ogni cosa che vale.</p>
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