Lo scorso luglio, Spirito Artigiano ha raccontato la nascita del progetto Pop-Up Opera – Con le mani imparo un mestiere, il laboratorio di orientamento scolastico promosso dall’Associazione Lilopera che porta nelle biblioteche lombarde l’esperienza diretta delle Arti e dei Mestieri artigianali dell’Opera lirica. A distanza di un anno, il progetto ha concluso la sua prima edizione portando le classi seconde, delle scuole secondarie di Primo grado, nelle biblioteche della Lombardia (almeno una per ciascuna delle 12 province). È il momento di leggere cosa dicono i dati.

* * *

C’è un momento, durante l’adolescenza, in cui il futuro smette di essere un’idea vaga e diventa una scelta concreta, quella della scuola superiore. È un passaggio che la maggior parte dei ragazzi affronta con strumenti insufficienti. Lo confermano i dati raccolti nell’ambito del progetto Pop-Up Opera – Il Piccolo Principe. Con le mani imparo un mestiere, un laboratorio itinerante che ha portato nelle biblioteche di diciotto province lombarde un’esperienza diretta di costruzione manuale, coinvolgendo 390 studenti delle classi seconde della scuola secondaria di primo grado e 36 insegnanti che li hanno accompagnati.

Il progetto è promosso da Associazione Lilopera con il sostegno di Fondazione Germozzi e Confartigianato Lombardia, e si sviluppa in collaborazione con la Rete delle Reti (RdR), il più grande movimento cooperativo di biblioteche locali in Italia, con oltre 1.700 biblioteche in sette regioni e con MUBA, il Museo dei Bambini di Milano.

 

Un’opera lirica, una scenografia, un’idea

Tutto nasce da Il Piccolo Principe, l’opera lirica andata in scena al Teatro alla Scala di Milano nel 2023, con le musiche di Pierangelo Valtinoni e il libretto di Paolo Madron, tratta dal celebre romanzo di Antoine de Saint-Exupéry.

Uno spettacolo che ha avvicinato oltre centomila giovani spettatori al teatro musicale e da cui Lilopera ha tratto ispirazione per il laboratorio. Ogni studente, infatti, costruisce con le proprie mani una scenografia pop-up tridimensionale ispirata all’allestimento scaligero, trasformando il racconto in un oggetto concreto e personale.

La scelta non è decorativa. Il lavoro manuale sulla scenografia diventa il pretesto per raccontare ai ragazzi tutti i mestieri che stanno dietro a uno spettacolo, dai falegnami teatrali, ai costumisti, dai macchinisti, agli scenografi piuttosto che i sarti teatrali o i truccatori e parrucchieri. Tutte professioni che esistono da secoli, che custodiscono un patrimonio di tecnica e creatività e che molti adolescenti non sanno nemmeno che esistano.

Dentro il libro pop-up de Il Piccolo Principe c’è, in miniatura, tutto un mondo di mestieri che merita di essere conosciuto prima di essere scartato.

Perché non far diventare questi mestieri il punto finale di un percorso che inizia proprio dalla scuola?

 

Il punto di partenza: un divario tra percezione e realtà

La valutazione dell’efficacia di qualsiasi intervento orientativo tiene conto della situazione di partenza. In questo caso è il livello di consapevolezza personale di ciascun studente, al secondo anno di scuola secondaria di primo grado, sul lavoro che sognano fare nel loro futuro.

Alla domanda se conoscessero già il lavoro dei propri sogni, il 66% degli studenti ha risposto di . Secondo il 67% gli insegnati, invece, i ragazzi della classe non sono sufficientemente consapevoli del lavoro che faranno da grandi.

Il divario non è una contraddizione, ma un dato significativo. Gli adolescenti tendono a percepirsi più orientati di quanto non appaia a chi li osserva con esperienza comparativa su più classi e più anni. Avere “un sogno” non equivale ad avere consapevolezza dei percorsi formativi e delle competenze necessarie per realizzarlo. È esattamente in questo spazio, tra ciò che i ragazzi credono di sapere e ciò che ancora non hanno gli strumenti per valutare, che un laboratorio orientativo trova la sua ragione d’essere.

 

Costruire con le mani per orientare il pensiero

Il laboratorio non è un incontro informativo né una lezione teorica visita guidata. Il suo nucleo è la costruzione fisica, da parte di ogni studente, della scenografia pop-up de Il Piccolo Principe ed è proprio questa componente manuale a fare la differenza, secondo quanto emerge dai dati raccolti.

Alla domanda su quale parte dell’attività fosse piaciuta di più, il 71% degli studenti ha indicato la costruzione della scenografia, ben al di sopra delle altre opzioni proposte come la scoperta dei mestieri teatrali, la conoscenza di nuove scuole, l’introduzione all’opera. È interessante notare che la stessa componente manuale viene indicata dal 27% dei ragazzi come la parte più impegnativa: difficoltà e gradimento, in questo caso, non si escludono a vicenda. Chi studia l’esperienza di apprendimento, penso alla teoria del “flow” elaborata dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, osserva da tempo che una sfida calibrata sulle proprie competenze è spesso la condizione che genera il coinvolgimento più profondo, non un ostacolo da evitare.

Gli insegnanti confermano questa lettura da un’angolazione complementare, il 72% di loro ritiene che le abilità manuali non siano sufficientemente valorizzate nella scuola secondaria di primo grado, mentre quasi la metà dichiara di non essere rimasta sorpresa dall’interesse manuale mostrato dai propri studenti durante il laboratorio. Un dato che, letto insieme, racconta qualcosa di preciso, ossia che gli insegnanti vedono la propensione al fare nei ragazzi, ma riconoscono che la scuola, nella sua organizzazione attuale, fatica a coltivarla.

 

Un’esperienza che apre orizzonti, non solo conferma scelte

Il dato forse più interessante riguarda l’effetto che il laboratorio produce sui progetti professionali dei ragazzi. Alla domanda se l’esperienza avesse confermato il proprio sogno oppure suscitato curiosità verso altre professioni, il 57% degli studenti ha scelto la seconda opzione, questo significa che l’incontro con mestieri prima sconosciuti li ha portati a riflettere su nuovi possibili percorsi.

Il pattern si ripete, con percentuali simili, nella grande maggioranza delle diciotto scuole coinvolte, da Sondrio a Lecco, da Cremona a Varese, segno che non si tratta di un effetto isolato ma di una dinamica legata alla struttura stessa dell’esperienza proposta. Solo in due casi prevale la conferma di un sogno già esistente, e in uno di questi tutti gli studenti avevano dichiarato, fin dall’inizio, di avere già un’idea chiara del proprio futuro.

Questo risultato si lega a un effetto orientativo più ampio, il 71% degli studenti dichiara che il laboratorio li ha aiutati, almeno in parte, a capire se esistono scuole superiori che potrebbero interessarli. E quando si guarda al lato degli insegnanti, la convergenza è totale, perché il 100% del campione ritiene che un’esperienza di questo tipo possa integrare efficacemente l’orientamento scolastico tradizionale, fatto perlopiù di incontri informativi e visite organizzate.

 

Cosa chiedono i ragazzi: entrare nelle botteghe e incontrare veri artigiani

I dati sul gradimento e sull’impatto orientativo dicono molto, ma la domanda più rivelatrice è forse un’altra: cosa vorrebbero davvero i ragazzi da un orientamento efficace? La risposta, espressa dal 76% del campione, è sorprendentemente concreta. I ragazzi vorrebbero visitare di persona un teatro o un’azienda artigianale. Non una brochure, non un video promozionale, non una presentazione in classe, ma vogliono varcare l’ingresso di un laboratorio, guardare le mani di qualcuno che sa fare, capire dall’interno com’è un mestiere che la scuola non mostra mai.

Il 29% chiede di conoscere meglio le scuole dei mestieri, un altro 29% vorrebbe più attività pratiche e manuali nel percorso orientativo. Il 54% vuole semplicemente sapere di più sulle scuole superiori, anche quelle che non conosce, quelle che non ha mai considerato perché nessuno gliene ha mai parlato davvero.

È una richiesta di esperienza diretta, di contatto con la realtà del lavoro, che il formato tradizionale dell’orientamento fatica strutturalmente a offrire. Ed è qui che la rete di partner del progetto gioca un ruolo decisivo. Confartigianato Lombardia e la Fondazione Germozzi portano con sé il tessuto vivo delle imprese artigiane del territorio, MUBA l’esperienza consolidata nella didattica creativa per bambini e ragazzi, e la Rete delle Reti la capillarità delle biblioteche come spazi educativi aperti a tutti. Insieme, costruiscono le condizioni perché quella visita in bottega che i ragazzi chiedono non resti un desiderio, ma diventi una possibilità concreta.

 

Prossimo passo: portare il metodo nelle scuole

I dati raccolti in questa prima edizione pongono una domanda precisa: come si trasforma un laboratorio itinerante in un cambiamento strutturale nell’orientamento scolastico? La risposta che il progetto si è dato è concreta e già a calendario.

A ottobre 2026, Lilopera e Fondazione Germozzi, con il supporto dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, organizzeranno un convegno dedicato agli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, con sede al Politecnico di Milano, luogo in cui progettazione, creatività, tecnologia e manualità convivono da sempre.

Non sarà un momento solo informativo, agli insegnanti verranno presentati i dati raccolti in questa prima edizione, ma soprattutto verrà proposta in prima persona l’esperienza del laboratorio, con la costruzione del pop-up e tutti gli strumenti didattici necessari per replicarlo autonomamente in classe.

L’obiettivo è formare una rete di insegnanti che possano diventare ambasciatori del metodo nelle proprie scuole, moltiplicatori di un approccio all’orientamento più vicino alla realtà, più capace di rispondere a ciò che i ragazzi hanno chiesto chiaramente: meno teoria, più esperienza diretta, più contatto con il mondo del lavoro e dei mestieri.

 

Mestieri da raccontare, non da archiviare

Dietro ai numeri, c’è una scelta di fondo che attraversa tutto il progetto, quella di presentare i mestieri artigianali non come alternative di ripiego per chi non ha successo nel percorso scolastico tradizionale, ma come saperi con una storia, una tecnica e un ruolo preciso nell’identità culturale italiana. Gli stessi mestieri che hanno reso possibile Il Piccolo Principe alla Scala, i falegnami che costruiscono le scenografie, gli elettricisti che le illuminano, le sarte che cuciono i costumi, i macchinisti che montano, smontano e riparano, sono professionisti altamente qualificati, eredi di una tradizione secolare che il Made in Italy porta nel mondo.

È una scelta che va in controtendenza rispetto a una percezione ancora diffusa, dove tra i criteri che, secondo gli insegnanti, guidano oggi la scelta della scuola superiore, la percezione del livello di difficoltà del percorso resta uno dei più citati, segno di quanto la logica del prestigio scolastico continui a pesare più dell’interesse autentico. Il laboratorio prova a invertire questa direzione, restituendo dignità e visibilità a percorsi spesso sottovalutati, ma sempre più necessari a un tessuto produttivo e culturale che fatica a trovare le competenze di cui ha bisogno.

Costruire un piccolo teatro di carta con le proprie mani può sembrare un gesto semplice. Ma i dati raccolti in queste diciotto biblioteche lombarde raccontano qualcosa di più: che dare ai ragazzi l’occasione di toccare, montare, sbagliare e ricominciare è, ancora oggi, uno degli strumenti più efficaci per aiutarli a capire chi vogliono diventare e a riscoprire, nello stesso tempo, il valore dei mestieri che continuano a tenere in vita la bellezza italiana.

 (L’articolo è stato redatto da Serena Gobbo)

© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.


  • La redazione

    Operatori della comunicazione, appassionati di artigianato, mettono a fattor comune le sensibilità individuali in un lavoro di gruppo al servizio della migliore divulgazione dello ‘Spirito Artigiano'

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

Privacy Preference Center