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	<title>Paolo Manfredi - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
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	<title>Paolo Manfredi - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Le Olimpiadi degli artigiani: quando l’intelligenza artigiana incontra lo sport</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:18:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Milano-Cortina la presenza degli artigiani è stata silenziosa ma capillare, e decisiva per il buon funzionamento dei Giochi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row-background background-element" style="opacity: 1;">
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<p><span data-contrast="auto">Molto di questo capitale di imprenditorialità, nei luoghi olimpici e paralimpici e nel resto del Paese, è l’oggetto di attività di <strong>Confartigianato Sport</strong>, giunta al suo terzo anno di attività. Obiettivo di questo cluster di imprese diverse per settore di attività, ma accomunate dal riferimento all’economia dello sport, è come sempre quello di fare crescere la cultura artigiana e le imprese che la incarnano, fornendo servizi, soluzioni per lo sviluppo e l’innovazione, opportunità di comunicazione, con un triplice strategia di azione: il rafforzamento delle filiere di subfornitura, i “terzisti”, protagonisti silenti ma fondamentali della nostra manifattura;</span><b><span data-contrast="auto"> </span></b><span data-contrast="auto">la crescita della competitività delle eccellenze sartoriali della nostra economia – artigiana – del su misura, che nello sport si declina con la massima attenzione agli atleti e alle performance; lo sviluppo di quella fondamentale rete neurale della nostra vita attiva costituita dai sistemi dello sport di base e dai suoi professionisti.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;invisibile maestria dei terzisti: la spina dorsale della filiera sportiva </span></h2>
<p><span data-contrast="auto">Dietro ogni grande brand dello sport italiano, e non solo, c&#8217;è una storia che spesso rimane nascosta, quella dei “terzisti”, quasi sempre realtà artigiane. Sono loro i fornitori silenziosi che costituiscono il primo dei tre principali filoni di azione attraverso cui Confartigianato interpreta il ruolo strategico dell&#8217;artigianato nella filiera sportiva.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Questi artigiani e micro piccole imprese sono i veri custodi di competenze specialistiche che nessun grande brand potrebbe replicare autonomamente, tantomeno esternalizzare fuori dei confini. Sono loro che forniscono componenti, semilavorati, servizi di subfornitura che entrano nelle catene di approvvigionamento dei più celebri marchi internazionali dello sport. La loro opera rimane quasi sempre dietro le quinte, mai visibile sullo schermo durante le telecronache delle competizioni, eppure è fondamentale per la qualità finale del prodotto che il consumatore globale acquista.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Questa filiera rappresenta un&#8217;eccellenza competitiva unica nel panorama internazionale: capacità di rispondere a specifiche tecniche molto stringenti, flessibilità nell&#8217;adattarsi a variazioni di ordine, affidabilità nei tempi di consegna e, soprattutto, continuità innovativa. Rafforzare questa filiera significa garantire che l&#8217;Italia resti il partner prescelto dai grandi brand mondiali, proteggendo al contempo la sopravvivenza economica di migliaia di piccole aziende che vivono grazie ai contratti di fornitura sportiva. È un&#8217;azione strategica di politica industriale che Confartigianato persegue attraverso servizi di supporto contrattuale, capacity building e accesso al credito agevolato.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<h2><span class="font-435549">L&#8217;eccellenza sartoriale: il su misura come valore distintivo </span></h2>
<p><span data-contrast="auto">Il secondo filone strategico di Confartigianato è l&#8217;emersione delle eccellenze sartoriali del su misura in ogni disciplina sportiva. Qui emerge una dimensione completamente diversa dall&#8217;industria di massa: quella dove la personalizzazione, la maestria artigianale e l&#8217;innovazione tecnica convergono nel creare prodotti unici.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Non si tratta semplicemente di personalizzazione estetica, ma di vero e proprio sartorialità applicata allo sport. Sono artigiani specializzati che si prendono cura degli atleti con protezioni in carbonio, ovviamente su misura, costruite sulla morfologia specifica di ogni atleta. È l&#8217;artigiano che plasma uno scarpone in modo che si adatti perfettamente al piede di un atleta olimpico, riducendo il rischio di infortunio e migliorando la performance di frazioni di secondo che possono decidere una medaglia. È il maestro costruttore di biciclette che realizza telai su misura per ogni corridore, calibrando peso, rigidità e geometria in base alle caratteristiche fisiche e allo stile di pedalata. Ogni sport ha i suoi maestri artigiani che traducono la ricerca tecnica in oggetti fisici irripetibili.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Questa dimensione del su misura è quella che meglio rappresenta il valore aggiunto italiano nello sport globale: non la quantità, ma la qualità; non la standardizzazione, ma la personalizzazione; non il prodotto finito, ma il servizio consulenziale che lo accompagna. Confartigianato lavora per rendere visibile questo valore, creando occasioni di mercato diretto tra artigiani e atleti, oppure favorendo partnership con i grandi brand che desiderano offrire linee premium personalizzate ai loro clienti.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<h2><span class="font-435549">Lo sport di base: la rete capillare che tiene in piedi il sistema </span></h2>
<p><span data-contrast="auto">Il terzo filone strategico di Confartigianato è il rafforzamento tramite i servizi e la contrattazione del sistema artigiano dello sport di base, fatto di migliaia di palestre e professionisti. Questa è la dimensione più territoriale, quella che effettivamente nutre di competenze e passione il patrimonio sportivo italiano dal basso.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Lo sport di base non genera i titoli dei giornali internazionali, ma genera cittadini più sani, comunità coese e una base ampia da cui emergono talenti eccezionali. Le migliaia di palestre, le piscine comunali gestite da operatori privati, i circoli di tennis e i campi di calcio gestiti da artigiani imprenditori sono il tessuto connettivo dove nascono le vocazioni sportive. Un maestro di nuoto che insegna a un bambino, un istruttore di palestra che segue uno sportivo amatoriale per venti anni, un gestore di un campo da paddle che organizza tornei locali: sono tutti artigiani nel senso più pieno del termine, custodi di una relazione con il cliente basata sulla conoscenza personale, sulla dedizione e sulla trasmissione di sapere.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Confartigianato interviene in questo segmento per tre motivi strategici. Primo, fornire servizi di qualificazione professionale: gli istruttori, i gestori di palestre, i tecnici di impianti sportivi hanno esigenze formative specifiche e Confartigianato mette a loro disposizione corsi, certificazioni e accesso alle migliori pratiche. Secondo, supportare la contrattazione collettiva: il rischio per i gestori di strutture sportive è di trovarsi schiacciati tra costi energetici crescenti, continui adeguamenti burocratici, esigenze di manutenzione degli impianti e pressione sui prezzi delle iscrizioni. Attraverso forme di negoziazione collettiva, Confartigianato aiuta questi imprenditori a stabilizzare modelli economici sostenibili. Terzo, facilitare l&#8217;accesso a finanziamenti e investimenti per l&#8217;ammodernamento degli impianti, la riduzione dell&#8217;impatto energetico e il miglioramento degli standard di qualità.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Lo sport di base è anche il vivaio da cui emergono talenti. È dalle migliaia di bambini che praticano sport in palestre e campi comunali che provengono gli atleti che un giorno potrebbero competere alle Olimpiadi del futuro. Rafforzare economicamente e professionalmente questo settore significa investire nell&#8217;eccellenza futura del Paese.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<h2><span class="font-435549">Uno sport globale costruito localmente </span></h2>
<p><span data-contrast="auto">I tre filoni strategici di Confartigianato – il rafforzamento delle filiere dei terzisti, l&#8217;emersione delle eccellenze sartoriali del su misura, e il rafforzamento dello sport di base attraverso servizi e contrattazione – rappresentano esattamente questa sintesi: un&#8217;economia dello sport costruita su fondamenta solide di piccole imprese, distribuite su tutto il territorio, capaci di operare simultaneamente a livello globale (come subfornitori di grandi brand internazionali) e a livello locale (come gestori di palestre, circoli e impianti che servono la comunità).</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">A farsi onore ai Giochi, oltre ovviamente ai nostri atleti che hanno portato a casa un bottino record di medaglie, c’è stato dunque un pezzo vivo e pulsante della nostra economia, che continuerà a produrre bellezza e innovazione anche quando le luci olimpiche e paralimpiche si saranno spente.</span><span data-ccp-props="{&quot;335551550&quot;:6,&quot;335551620&quot;:6}"> </span></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’artigianato e la sua tecnica come produzione di senso (quando sembra essersi perso)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 09:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo delle promesse virtuali e del lavoro che si dissolve, l’artigianato torna a indicare una via: fare come forma di senso, tecnica come atto di resistenza e di rinascita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 94%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-109311" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg" width="1280" height="850" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-300x199.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-1024x680.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-768x510.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/01/types-738846_1280-350x232.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
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<h2 style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span class="font-435549" style="color: black;">Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un lungo e toccante articolo su un manager, Paul Lundy, che a Seattle stava “vivendo la lenta morte del lavoratore sotto le luci fluorescenti” di un lavoro stabile nel mondo corporate, lasciato per dedicarsi alla riparazione di macchine da scrivere, imparando un mestiere dato per estinto a fianco di un artigiano anzianissimo, la cui bottega ha poi rilevato. </span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Nel gesto lento, preciso e ripetibile della manutenzione meccanica ritrova una forma di senso che il lavoro astratto aveva smarrito. La tecnica, qui, non è nostalgia ma conoscenza incarnata, rapporto diretto con la materia e con il tempo. È artigianato come pratica concreta di significato, in un’epoca che fatica a produrne.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non è certamente quello di Paul Lundy, e della trasformazione del suo lavoro da immateriale a prettamente analogico e materiale, un caso unico, tutt’altro. Ritengo invece rappresenti l’avanguardia di una reazione allo spiegamento della geometrica potenza — e violenza — della tecnologia come fatto unicamente esponenziale e disumanizzante, che ha già da tempo sottomesso la gran parte del lavoro immateriale e ora avanza rapida e indomabile per conquistare ogni ambito del lavoro.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Quanto più rapidamente e pervasivamente si sviluppano soluzioni tecnologiche — su tutte un certo uso dell’intelligenza artificiale — che marginalizzano il contributo umano; quanto più il lavoro smaterializzato e l’economia a propulsione finanziaria consentono e incentivano la polverizzazione del lavoro e l’idea dei lavoratori come variabile sostituibile; tanto più torna ad essere sensata e competitiva l’idea che il lavoro manuale, e il suo patrimonio peculiare di tecnica e competenze, possano tornare ad essere una prospettiva concreta per molti.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Non parliamo solo di giovani in cerca di un futuro lavorativo di fronte alle mille promesse senza costrutto di un mercato della formazione in cui il termine “mercato” ha sottomesso la missione di “formare”, né delle aspettative, spesso fragili, delle famiglie, che continuano a preferire un figlio avvocato a uno elettricista, quando le professioni legali sono oggi — e saranno sempre più — in crisi per sovrappiù di risorse, scarsa redditività e sostituibilità tecnologica. Dire ai giovani che dovrebbero considerare un mestiere manifatturiero e artigiano, ovviamente declinato in modo contemporaneo e con una forte componente tecnologica, è necessario ma non sufficiente.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">La demografia inclemente, che ci vede come secondo Paese più anziano al mondo e fortunatamente tra i più longevi, ci dice che il tema del lavoro “anziano” — o, più ottimisticamente, delle molteplici vite professionali nel corso di un’esistenza longeva — comincia a occupare la pubblicistica più attenta a livello globale. L’idea che una di quelle vite, magari alla fine di una più o meno gloriosa carriera dietro una scrivania, possa essere dedicata al “fare”, apprendendo tecniche (altro verbo fondamentale in una vita longeva) e applicandole per produrre beni e servizi non comprimibili, non inscatolabili, non delocalizzabili perché basati sulla relazione umana e sulla pienezza del senso, è tutt’altro che marginale. Così umani da accogliere — eresia per i tecnofili — l’imperfezione e la limitazione come sanità, non come aberrazione. Penso al ritorno, ormai da qualche tempo, degli LP in antitesi alla musica digitale, e a quello più recente della fotografia analogica non solo come tecnica per una ristretta conventicola, ma come mezzo “umano” di espressione.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">Sono tutti segni, non di massa ma certamente di avanguardia, di un bisogno diffuso di rimettere al centro, come persone, i processi sociali, produttivi ed economici. Andiamo qui oltre la vecchia idea di “lusso” ed “eccellenza” riservata a pochi che comprano le mani sapienti: anche questo è ormai un concetto obsoleto e debole. Siamo di fronte, a partire dall’Europa e da ciò che rimane di più sano degli Stati Uniti, a un modello di organizzazione sociale, del lavoro, della produzione e dei consumi che non ci lasci assetati dopo aver bevuto, come accade oggi.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 8.05pt 0cm;"><span style="color: black;">È un’occasione irripetibile per chi, come il movimento artigiano, ha sempre creduto in questa idea paziente e generativa dell’economia, spesso come voce nel deserto ai tempi della disruption. Ora forse qualcosa sta cambiando: a noi rivendicare la forza del nostro modello peculiare come buono, pulito e giusto.</span></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Discreto, intelligente, personale: per una nuova idea artigiana di lusso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 06:50:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il lusso torna umano: la qualità artigiana come forma di giustizia del bello.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 78%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-108797" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689.jpg" width="1699" height="1295" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689.jpg 1699w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689-300x229.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689-1024x781.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689-768x585.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689-1536x1171.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2025/10/pexels-conojeghuo-175689-350x267.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1699px) 100vw, 1699px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">Il lusso è in crisi, si è scritto da più parti e si è percepito attraverso le scelte di ridimensionamento e cambiamento di alcuni grandi marchi, solitamente accostati proprio a questo segmento “alto” di consumi, che hanno coinvolto anche il sistema a trazione artigiana della subfornitura.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni crisi è anche però occasione di fare ordine nella pratica e nei concetti di fondo, su quale possa essere oggi una via socialmente, economicamente e ambientalmente sostenibile al lusso in Italia, ossia date sia la composizione del nostro sistema produttivo, sia soprattutto la proposizione di valore che rende i nostri prodotti così speciali, elemento fondamentale per strutturare un’offerta di lusso.</p>
<p>Le dinamiche pre-crisi erano evidenti e piuttosto consolidate: un mercato sempre più globale e standardizzato, a misura delle nuove mecche degli alto spendenti (Cina, Emirati Arabi, Russia); una crescente concentrazione oligopolistica di marchi che solo pochi mega gruppi – nessuno dei quali italiano – avevano le risorse per rendere globali; una ha in generato riorganizzazione industriale dell’offerta, sempre più standardizzata nella produzione e nei canali di vendita (store tutti uguali, in vie dello shopping tutte uguali); marginalizzazione del sistema della subfornitura indipendente, spesso internalizzato per acquisirne stabilmente le competenze.</p>
<p>La pandemia e le sue conseguenze di medio-lungo termine, e soprattutto l’incerta riorganizzazione dell’ordine geopolitico ed economico mondiale, hanno inferto duri colpi a un sistema produttivo iper finanziarizzato e costretto alla crescita continua. Ne è derivata la “crisi del lusso”, che ha colpito in particolare quei marchi che più avevano investito sulla componente simbolica, anche a scapito della qualità, ma che ha in generale comportato tagli e dolorose riorganizzazioni, guidate dalla logica – e dai sentimenti – della finanza, per i quali il sistema delle imprese artigiane ha sofferto e continua a soffrire.</p>
<p>Si può pensare di tornare indietro all’equilibrio precedente, considerando quando è accaduto solo una spiacevole parentesi, o ci sono questioni più strutturali che rendono il cambiamento tendenzialmente permanente, obbligandoci a trovare un nuovo equilibrio? È presto per dirlo, anche se alcune direzioni, soprattutto la fine del monopolio occidentale del gusto, e dunque del lusso e lo scarso potere d’acquisto (e quindi centralità di mercato) delle culture creatrici di gusto, Italia in primis, appaiono consolidate e ricche di conseguenze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Consolidata è soprattutto la percezione di essere tornati ad una fase storica nella quale le identità e gli interessi, nazionali e locali, tornano ad avere assoluta cittadinanza: non significa che le catene globali del valore siano scomparse, o destinate a scomparire, ma che interrogarsi sulla “via italiana” allo sviluppo economico, in particolare su un versante dello sviluppo economico legato a temi a noi così familiari, come i prodotti di alta gamma e le esperienze e i valori simbolici ad essi connessi , è quantomai opportuno.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornare dunque a riflettere su cosa vuol dire “lusso” nel 2025 per il sistema produttivo e culturale italiano è necessario, e farlo su una rivista di cultura artigiana rappresenta una scelta di campo forte e chiara: un’idea di lusso italiano sostenibile oggi non può essere scissa dalla componente umana, il lusso è il prodotto di sapere, tradizione, cultura, ricerca della perfezione che ha a monte il lavoro delle persone nella sua declinazione più felice.</p>
<p>Non è la sola via, dacché si pensa e si pratica nel mondo un’idea industriale di lusso, dove l’elemento preponderante è quello simbolico, del valore ostentativo del brand, e finanziario, della forza di imporlo. Le imprese artigiane, nella loro articolazione preponderante di sub-fornitori, hanno contribuito e contribuiscono attivamente a questa idea di lusso – e non possiamo che felicitarci se le imprese che associamo e sosteniamo creano valore – ma è evidente che questa non può essere la sola linea di azione. Perché questa idea di lusso non è “nostra”, quindi siamo troppo dipendenti dall’esterno; perché non è sostenibile; perché, se rimane monopolista, comprime quelle potenzialità che, nonostante le difficoltà, un’idea di lusso più vicina alla nostra cultura potrebbe avere.</p>
<p>L’intervista all’eccelso camiciaio Siniscalchi in questo numero illustra un esempio preclaro di artigiano del lusso, in grado di coniugare un prodotto senza pari con una storia, dei volti, un’idea di lavoro, ma non è il solo. Qualche tempo fa, a Venezia, ho avuto la mia personale epifania del lusso italiano portando a uno straordinario artigiano, Demis Marin di Ramosalso, un vecchio loden in cachemire da reinventare. Con non comune sapienza e creatività, un vecchio capo regalo dei miei genitori ha ripreso vita come giacca da viaggio, dando corpo a uno storyboard che avevamo condiviso e che rispondeva alla mia condizione di perenne movimento in treno. Il tutto al costo di, forse, una t-shirt di qualche grandissimo marchio senza volto e con la missione di remunerare innanzitutto gli azionisti.</p>
<p>Sono due esempi della moda, prima logica compagna del lusso, ma si potrebbe tranquillamente spaziare dal design al cibo, dal turismo alla mobilità: il nostro lusso è interazione, accoglienza, personalizzazione, lavoro. Non è di lusso perché è costoso, e tale per mantenere il marchio esclusivo e gonfiare dunque i profitti per anonimi e acefali azionisti, può essere costoso perché in trasparenza remunera lavoro, tempo di studio e ricerca, componenti di alta qualità selezionati anche per durare nel tempo, laddove le collezioni del lusso industriale hanno evidente la scadenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">La sfida per gli artigiani, alla macchina da cucire come ai fornelli, è dunque quella di fare emergere il valore del lavoro, della competenza e della relazione, raccontando, coinvolgendo, comunicando. È quello che hanno fatto con successo anche grandi marchi del lusso, che proprio in virtù di un valore “vero” si sono salvati dalla crisi. Vale per chi possiede un proprio marchio, per chi pensa di dare vita a uno, ma anche per quei “terzisti”, oggi in pericolo per mancanza di competenze e sempre più difficile continuità aziendale, la cui centralità nel nostro sistema produttivo non è mai sufficientemente riconosciuta.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per farlo serve passione – non introversa – per il proprio mestiere e voglia di trasmetterla, attenzione alle tecnologie come fattore abilitante, curiosità e cultura. E attenzione a quell’altro aspetto della nostra idea moderna di lusso, che è la qualità della vita come liquido amniotico in cui prodotti belli e ben vivere si sviluppano. Certo per chi se li poteva permettere, ma condividendo un’idea comune di benessere, anche nel lavoro, che è assai diversa, eticamente oltre che praticamente, dal prodotto standard, per non parlare di quello che “magicamente” diventa di lusso per l’apposizione di un logo su qualcosa che è stata realizzata da poveri lavoratori sfruttati in un tugurio. Il nostro lusso nasce al meglio dove la distanza tra chi cucina o cuce e chi degusta o indossa non è, culturalmente ma soprattutto economicamente, così incolmabile, appunto perché la relazione ha così tanto spazio.</p>
<p>Non è l’unica via, ma è la nostra via, e dobbiamo tornare a volerle bene e a praticarla.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2025. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il lavoro artigiano come scelta di passione: quattro storie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 09:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stories]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[stories]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storie di riscatto e passione: quando l’artigianato diventa una risposta alle sfide del presente e un’opportunità per il futuro</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107740" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi.jpg" width="1300" height="1300" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi.jpg 1300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-300x300.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-1024x1024.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-150x150.jpg 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-768x768.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-350x350.jpg 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Manfredi-348x348.jpg 348w" sizes="auto, (max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></div>
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<div class="pt-0">
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<p>E se provassimo a ribaltare la narrazione corrente da decenni, per cui il lavoro buono, desiderabile e rivolto al futuro è quello che si allontana il più possibile dalla manifattura? E se fosse vero anche il contrario: ossia che il lavoro manifatturiero, nella sua dimensione artigiana, partecipa pienamente di un’idea futura di lavoro libero, soddisfacente, pieno di senso, proprio nel momento in cui il vecchio concetto di lavoro tramonta?</p>
<p>Noi ci crediamo, non solo per passione personale verso il mondo artigiano, il senso del lavoro che incarna, i valori che custodisce e la forma di società che sostiene e promuove, ma per alcune ragioni oggettive.</p>
<p>La prima riguarda l’innovazione tecnologica, in particolare nella forma dell’intelligenza artificiale, strumento straordinariamente potente di organizzazione della conoscenza, che rappresenta, oltre a grandi opportunità, un’evidente minaccia verso l’assetto economico e occupazionale del sistema occupazionale dei servizi avanzati: se la rivoluzione dell’intelligenza artificiale avrà fra i suoi risultati una perdita dei livelli occupazionali “umani”, questa sarà prima e soprattutto rivolta a questo mondo.</p>
<p>La seconda ragione riguarda l’importanza della relazione tra lavoro manifatturiero e assetto sociale, in particolare nella relazione tra lavoro “buono” e prosperità della classe media. In un contesto di rapido invecchiamento della popolazione, di declino di molti territori della provincia, di perdita di potere d’acquisto della classe media e di progressivo restringimento della base produttiva del made in Italy, fino ad adombrare il rischio di deindustrializzazione, emerge chiaramente come il lavoro manifatturiero e il ripensamento di un’economia più di prossimità siano tutt’altro che un’utopia, quanto piuttosto un’opportunità concreta. Forse la nostra ultima speranza.</p>
<p>La terza ragione riguarda la riorganizzazione del lavoro in una società longeva, in cui l’aspettativa di vita cresce esponenzialmente, imponendo radicali ripensamenti del ciclo di vita normalmente tripartito di una persona (infanzia e formazione, lavoro, pensione): vivremo tutti più a lungo e in salute, dunque dovremmo lavorare per più tempo, non necessariamente svolgendo sempre la stessa professione, soprattutto se questa è nel terziario che si digitalizza sempre di più. Dovremmo guardarci attorno, magari per trasformare una passione nella nostra seconda o terza vita professionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Mentre il gioco del lavoro della conoscenza si fa duro, per certi versi anche selvaggio, ripensare al lavoro artigiano non come la semplice continuazione di, benedette, tradizioni familiari, né tantomeno come il rifugio di chi non riesce a svolgere un lavoro di concetto, non è un’utopia pensata da un’organizzazione di rappresentanza: è una realtà concreta.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo è sicuramente per Cesare, Pietro, Gabriela e Sara, quattro persone che, con percorsi assai diversi e modalità ancora più diverse, hanno deciso di dedicare la loro prima, seconda, anche terza vita professionale al lavoro artigiano, trasformando in lavoro le loro passioni.</p>
<p>Cesare Bonelli ha studiato management in Inghilterra e diretto una start-up tedesca, portandola in Italia. Giovanissimo, aveva raggiunto l’apice della sua carriera, ma era entrato in crisi di motivazione per la ripetitività del lavoro e il peso di un costante giudizio da parte dei superiori. Dopo un anno sabbatico, Cesare decide di cambiare vita: vuole lavorare con le mani e ama la cucina. Prima va a imparare in un grande ristorante milanese, ma la vita dei cuochi non fa per lui. Leggendo uno speciale del Gambero Rosso sui grandi panificatori ha l’illuminazione: farà il pane, anche se nella sua famiglia se n’è sempre consumato poco. Allora impara a fare il pane da uno dei migliori, Adriano del Mastro, artigiano eccelso di Monza, con la passione per trasmettere il mestiere, che ha imparato a sua volta da altri grandi. Qui apprende la tecnica, finché non decide di fare il grande salto. Il Forno di Lambrate a Milano, nel quartiere Città Studi, è diventato subito un punto di riferimento per la qualità artigiana delle sue produzioni e l’ossessione per le migliori materie prime. Il manager in crisi di motivazione oggi è un fornaio moderno e indaffarato, felice di aver ritrovato il senso del lavoro nello sporcarsi le mani.</p>
<p>Quello stesso senso del lavoro lo sta trovando nell’artigianato anche Pietro Castellini, da sempre appassionato di sport, in particolare di bicicletta, che nel 2019 si laurea in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano. Da lì un salto tanto logico quanto prestigioso: Leonardo Elicotteri, il vertice della nostra industria aerospaziale. Ancora una volta, però, quella apparente tranquillità e sicurezza di un impiego così prestigioso fatica a soddisfare un animo inquieto, che mal sopporta gli orari stabiliti e i ritmi del lavoro di ufficio. Dopo soli tre anni, Pietro si licenzia da Leonardo Elicotteri e parte per un cammino a piedi, da Lourdes a Santiago de Compostela, un pellegrinaggio laico, per ritrovare le proprie motivazioni e capire cosa fare da grande. La bicicletta è però ancora lì, questa volta nella forma del corso di ciclo meccanica che APA Confartigianato Milano Monza Brianza e l’Accademia della Bicicletta tengono al velodromo Vigorelli di Milano, all’interno di quella straordinaria iniziativa per favorire la crescita del settore delle biciclette a Milano, che è la Bike Factory della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Qui Pietro ha imparato a riparare biciclette; l’ingegnere in lui ha trovato un lavoro artigiano in cui mettere le mani e una nuova vita professionale ,all’insegna della fatica del lavoro, ma anche della libertà.</p>
<p>Sara Bosatelli invece, studi di ragioneria e , come tutti i protagonisti di queste storie, genitori non artigiani, sapeva benissimo da subito che cosa fare da grande: il gelato. Una passione che, dopo esperienze da dipendente in altre gelaterie, l’ha portata, nel marzo del 2020, ad aprire la sua piccola gelateria a Bergamo, di fronte allo stadio dell’Atalanta, dove la passione artigiana e la qualità sono evidenti. Mandorlacchio è stata la prima gelateria gluten free certificata di Bergamo: tutti i gelati sono ancora senza glutine, e c’è sempre almeno un gelato a basso indice glicemico, a riprova di un’attenzione non comune per prodotti buoni e sani, e molto creativi nelle materie prime e negli accostamenti.</p>
<p>L’artigianato come centro della propria nuova vita professionale si può però anche scegliere non facendolo direttamente, ma raccontandolo. Gabriela Giovanardi, imolese che vive tra l’Italia e gli Stati Uniti, è stata una modella e un’attrice prima di concludere gli studi in giurisprudenza e trovarsi di fronte al dilemma su cosa fare dopo. L’ha risolto brillantemente prestando volto, voce e curiosità a un’opera sistematica, molto innovativa ed efficace, di racconto della qualità del made in Italy da una prospettiva originale: la difesa del vero made in Italy artigiano come soluzione di qualità e sostenibile di fronte all’insostenibilità produttiva, ecologica ed economica dei grandi brand. I suoi video su TikTok e Instagram, dove ha più di 160.000 follower, raccontano soprattutto al pubblico americano come riconoscere e distinguere un made in Italy di qualità, legato a piccoli brand artigiani. Se l’affermazione delle ragioni dell’artigianato, e il racconto dei valori e della passione che continuano ad essere dietro il lavoro artigiano, sono cruciali per conquistare nuovi mercati e nuovi artigiani, il suo lavoro di racconto è straordinariamente prezioso e ne fa a tutti gli effetti un’artigiana ad honorem.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Quattro storie molto diverse, accomunate dalla scelta del lavoro artigiano (e del suo racconto) non come necessità né come tradizione, ma come passione per giovani che chiedono al lavoro un senso e una prospettiva ben superiori a quelli che oggi è in grado di assicurare il lavoro dipendente in un ufficio, per quanto considerato prestigioso e ben remunerato. Ovviamente non sono gli unici; molti altri hanno fatto scelte simili e, soprattutto, moltissimi potrebbero farle se incontrassero al momento giusto la possibilità di diventare artigiani sulla loro strada.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per questo, due cose sono fondamentali.</p>
<p>Innanzitutto, la comunicazione, che non può essere però quella tradizionale, né per i canali né per i contenuti. Bisogna comunicare il senso del lavoro artigiano non solo nei luoghi dove normalmente si fa, né al target (i giovani che vengono da una famiglia artigiana o che scelgono la manifattura spesso perché considerati meno “dotati” per studi più prolungati) a cui normalmente ci si rivolge. Bisogna andare molto oltre, dalle famiglie borghesi della classe media ai lavoratori alle prese con un allungamento sempre più marcato della loro vita professionale, e magari marginalizzati da una digitalizzazione ben poco rispettosa dell’esperienza. Fondamentale è anche il coinvolgimento di modelli positivi ma raggiungibili, che permettano di dare forma all’inquietudine fino a farla diventare un progetto di vita.</p>
<p>Ugualmente importante è il tema della formazione, di nuovo non solo nei luoghi deputati, ma nelle scuole di base e nei licei, perché nulla ormai è più scontato, nemmeno che chi frequenta il liceo classico non diventi, felicemente, un calzolaio. Quello che dobbiamo comunicare è l’artigianato come attività d’impresa, che ovviamente comporta fatica e rischi, ma anche come reale opportunità di essere liberi, di disporre del proprio destino, di dare libero sfogo alla creatività, di non dover dipendere da organizzazioni gerarchiche ultimamente sempre meno comprensibili.</p>
<p>Gli elementi ci sono tutti, già, e questa storia lo testimonia. Serve continuare con sempre maggiore convinzione ed efficacia, con il racconto e la condivisione di valori ed esperienza, colti nella loro massima attualità. I nuovi artigiani lo fanno quotidianamente, anche grazie ai social, come parte del loro lavoro e a maggior ragione lo deve fare la più grande organizzazione che li rappresenta, rivendicando con orgoglio non solo il protagonismo del passato e del presente del made in Italy, ma soprattutto il suo futuro.</p>
</div>
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		<title>Gli artigiani come creatori di valore aggiunto: quello che abbiamo capito in Argentina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2024 09:45:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPRESENTANZA]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una recente missione di Confartigianato in Argentina svela il potenziale dell’artigianato italiano nel creare valore e legami tra competenze, tecnologia e comunità locali.</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/gli-artigiani-come-creatori-di-valore-aggiunto-quello-che-abbiamo-capito-in-argentina/">Gli artigiani come creatori di valore aggiunto: quello che abbiamo capito in Argentina</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 78%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107617" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697.jpg" width="2400" height="1600" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697.jpg 2400w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-2048x1365.jpg 2048w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2024/10/pexels-pixabay-460697-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 2400px) 100vw, 2400px" /></div>
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<p>Lo sguardo degli altri, la prospettiva esterna su persone, avvenimenti, processi sociali ed economici, ha un grande potere nel chiarire aspetti che, visti troppo da vicino, potrebbero apparire offuscati oppure non risaltare in quanto considerati scontati.<br />
Questa considerazione vale anche per l’intelligenza e il valore artigiano, che troppi nel nostro Paese continuano a dare per scontati, finanche considerandoli un freno alla nostra competitività globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Una missione in Argentina, un paese con ben il 50% della popolazione di origini italiane (spesso con in tasca anche il nostro passaporto) e una straordinaria dotazione di materie prime, ha contribuito oltre ogni retorica a illuminare l’attenzione verso l’artigianato e l’impresa diffusa al di fuori dei nostri confini.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un aneddoto dice molto: nella regione di Catamarca, territorio ai confini del Cile con vocazione agricola e mineraria e una popolazione delle dimensioni del Trentino in un’estensione pari a un terzo dell’Italia, scopriamo nello stesso giorno che molta della produzione di pomodori va sprecata per difficoltà climatiche e logistiche, mentre le imprese conserviere locali devono importare il concentrato persino dalla Cina.</p>
<p>Cosa manca in mezzo? Un sistema di competenze, capacità produttiva e lettura delle opportunità del mercato che “unisca i puntini” e trasformi la materia prima da commodity in prodotto a valore aggiunto grazie alla chiusura della catena del valore, ossia al combinato disposto di macchine (di cui l’Italia è leader mondiale) e competenze per utilizzarle al meglio e valorizzare il risultato.</p>
<p>Questo mix di soluzioni, tecnologie, competenze e modelli di business in grado di aggiungere valore ai prodotti e servizi è la caratteristica principale del nostro made in Italy, e modalità eccellente di organizzazione della produzione ancora prima che catalogo dei prodotti.</p>
<p>Non serve ricordare che questa organizzazione si fonda innanzitutto sulle competenze, la creatività e la flessibilità degli artigiani e delle micro e piccole imprese diffuse. Si comprende appunto meglio laddove, magari di fronte a una straordinaria ricchezza di materie prime, questo impasto manca, rendendo l’economia delle commodity più fragile di fronte ai cambiamenti del mercato e soprattutto di fronte ai grandi attori dell’industria, della finanza e della geopolitica che ne dispongono, poco interessati alle ricadute territoriali dello sfruttamento delle risorse.</p>
<p>In questo, l’economia degli artigiani e delle PMI e della creazione del valore aggiunto è un’economia più equa e sana, equa nella distribuzione delle risorse e sana nel preservare le comunità locali come un presidio fondamentale di creazione del valore economico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>Per questa ragione il movimento artigiano è guardato con così grande attenzione anche al di là dell’Oceano: perché incarna un’idea di creazione del valore rispettosa della società e della cultura locale, anzi particolarmente attenta alla sua preservazione e al suo rafforzamento come presupposto fondamentale per lo sviluppo economico.</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ovviamente preservare non vuol dire museizzare e l’artigianato a cui si guarda è quello capace di crescere attraverso una sempre maggiore capacità di innovazione e sostenibilità. Per questo c’è grande interesse non solo verso le imprese artigiane, ma anche verso il modello di Confartigianato come una realtà unica di accompagnamento delle imprese diffuse alla crescita attraverso il mix di competenze e valori comuni, che rendono i servizi che l’associazione offre ai propri associati diversi da tutto quanto è disponibile sul mercato. È un modello che non ha eguali in quel paese e che è stato oggetto di grande attenzione, di molte domande, di una forte richiesta di replicabilità.</p>
<p>Questo viaggio breve e lontano, che speriamo porterà anche a concrete opportunità di lavoro per le nostre imprese, ha rafforzato la sensazione materiale che il mondo dell’intelligenza artigiana possa veramente rappresentare un modello di sviluppo originale e di straordinario interesse anche in luoghi fisicamente lontani.</p>
<p>Un presidio di umanità nel mare tempestoso della società dell’economia furiosa, che crediamo dovrebbe rendere tutte le componenti del nostro sistema orgogliose della propria peculiarità e sempre più convinte della bontà di un progetto comune.</p>
<p><strong><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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</div>
<p>
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		<title>Per una nuova tavola italiana: artigiani e politiche pubbliche per ricostruire una cultura diffusa del mangiare, e produrre, cibo buono, sano e sostenibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 07:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’alimentazione italiana è un pilastro dell’identità nazionale, simbolo di vivacità e creatività, fondato sul lavoro artigiano e sulla connessione con le culture locali. Tuttavia, questo equilibrio è minacciato da rapide trasformazioni che alterano i riti alimentari, la distribuzione e il consumo. La crisi della ristorazione famigliare, la standardizzazione dei prodotti e i cambiamenti climatici sono solo alcuni dei fattori in gioco</p>
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<p>L’alimentazione italiana è oggi uno dei principali pilastri dell’identità nazionale, forse il principale, considerando la concomitanza di forza simbolica interna ed esterna, contributo al PIL, varietà.</p>
<p>La, crescente, identificazione è tale che alcuni osservatori hanno stigmatizzato il sempre più forte attaccamento degli italiani al cibo come indice proprio di una debolezza identitaria: un paese in crisi si attacca ad un elemento materiale, peraltro oggetto di costanti e profonde revisioni ed influenze, sacralizzandolo perché non ha di meglio da venerare.</p>
<p><span class="font-179988 font-555555">È una lettura non errata, ma un po’ ingenerosa, dacché proprio la plasticità e la varietà della nostra offerta eno-gastronomica, comprese le tradizioni in parte inventate, raccontano una vivacità, una creatività e una connessione con le culture e le comunità locali che pochissime altre cucine possono vantare, al di là degli stucchevoli purismi su piatti, come la carbonara, apparsi molto tardi sulle nostre tavole e con origini ben lontane da quelle raccontate nelle leggende di cucina.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>L’Italia resta uno dei luoghi al mondo in cui si può mangiare non solo meglio, ma in modo straordinariamente vario, nonché sano e sostenibile. Si può, sottolineo, perché esiste un sistema di offerta in questo senso, varia e diffusa, totalmente basata sul lavoro artigiano, tanto nelle sue componenti più proprie (panificatori, casari, macellai, ecc.), quanto su un settore primario e della ristorazione che si concepisce artigiano per sapienza, attenzione alla qualità, valore aggiunto culturale</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come molto del lavoro artigiano, il sistema dell’eno-gastronomia italiana si basa su un impasto del tutto peculiare tra subculture locali, capacità di innovazione, saperi individuali, proiezione simbolica anche internazionale. È un equilibrio tra elementi, che integra sagre popolari e mercati contadini con chef stellati e prodotti famosi nel mondo, alimentazione quotidiana e socialità.</p>
<p>Purtroppo, questo equilibrio è oggi sottoposto a trasformazioni tanto rapide quanto radicali, che rischiano seriamente di alterare equilibri che devono essere difesi, non per conservatorismo, ma perché hanno nel tempo dimostrato di produrre sostenibile e diffusa qualità della vita, quella propria delle economie a solida base artigiana e di impresa diffusa.</p>
<p>Questi <strong>cambiamenti</strong> toccano tutti i fattori del nostro sistema del food, dalla produzione alla distribuzione, dal consumo alla cultura che lo alimenta:</p>
<ul>
<li>La <strong>ristorazione famigliare</strong>, come luogo di socialità e convivialità oltre che, insieme alla cucina famigliare, di socializzazione alla tavola, sta tramontando. I numeri sulle chiusure dei ristoranti sono impietosi, soprattutto ma non solo nei centri urbani. Ne sono responsabili lo scarso ricambio generazionale e la strutturale mancanza di collaboratori, ma anche una modalità diversa di mangiare fuori casa, che predilige formati più veloci o ibridi e ad esempio ha quasi completamente cancellato il pranzo.</li>
<li>Il <strong>pubblico</strong> è meno socializzato al cibo, anche perché meno famiglie soprattutto in città consumano pasti strutturati e più attento alle sollecitazioni della comunicazione. Si lavora dunque su esperienze molto nette e semplificate e sui format, magari di breve durata se non raggiungono gli obiettivi di business di proprietà sempre più orientate alla finanziarizzazione e all’industrializzazione dell’attività ristorativa: si prova un formato e, se funziona, si scala fino alla catena, se non funziona si chiude e si passa ad altro.</li>
<li>Insieme al cambiamento dei riti dell’alimentazione, si stanno affermando <strong>nuove tendenze di consumo</strong> che mettono in discussione la nostra cultura alimentare. Paradigmatica è da questo punto di vista la crisi, non solo italiana, del vino rosso: i consumatori ne bevono sempre meno, in favore di superalcolici, bollini o bevande analcoliche, più adatte a consumi diversi dalla classica cena, che però era anche momento di scambio e di acculturazione attraverso la cucina.</li>
<li>Nell’era del km zero, la <strong>distribuzione</strong> omologa l’offerta: anche i piccoli negozi indipendenti si vanno rarefacendo, in favore della grande distribuzione organizzata, la quale predilige prodotti industrializzati, standardizzati, su larga scala e prevedibili. I prodotti di nicchia, le piccole produzioni, se non raggiungo la massa critica restano confinate alle primizie, rare e costose.</li>
<li>Le piccole produzioni di qualità sono anche quelle più direttamente minacciate dai <strong>cambiamenti climatici</strong>, che minacciano alcune produzioni legate al clima temperato. Al contempo, queste mutazioni favoriscono l’introduzione di nuove varietà e di nuove coltivazioni, si pensi alla frutta tropicale, che potrebbero configurare nuove opportunità non solo di business, ma anche di esercizio della creatività che ha fatto grandi le nostre tavole.</li>
</ul>
<p>Come sempre, i grandi cambiamenti portano con sé timori, rischi e opportunità, ma prepararsi alla gestione del cambiamento non può, in questo più che in altri campi, configurare esclusivamente una resa ai nuovi corsi. Per immaginare un futuro del food italiano in cui quello che si mangia in Italia (e come lo si mangia) continuino ad essere elementi di una proposizione di valore e di qualità della vita uniche, occorre andare oltre la retorica dell’innovazione come sempre e solo positiva e bisogna tenere in considerazioni alcuni elementi, da evolvere, ma anche da difendere, senza resa alla dittatura del mercato (soprattutto quando è così evidente che i mercati procedono a tentoni).</p>
<p>In primo luogo, occorre <strong>ricostruire una cultura alimentare nazionale</strong> come elemento fondante dell’identità italiana. Non è un’operazione di chiusura al mondo, né passatista: non si immagina di tornare alla cultura alimentare degli anni ’70, ma di riportare l’attenzione a quello che si mangia, arricchito dalle nuove suggestioni dell’ibridazione con altre tradizioni gastronomiche e dai temi oggi centrali della salute e della sostenibilità, nella vita quotidiana dei cittadini italiani. Venuta meno la famiglia come principale agenzia formativa del gusto, oggi questo compito spetta anche a realtà come la scuola, in cui i bambini possono e devono sperimentare varietà e qualità.</p>
<p>Cittadini meno distratti (e schiavi del marketing) rispetto a quello che mangiano, e fanno mangiare ai loro figli, saranno anche <strong>consumatori più esigenti</strong>, pilastro di un sistema della distribuzione (e a monte della produzione) più attento a qualità, tipicità e stagionalità e rispettoso della sostenibilità, ambientale ed economica. Uscendo, è fondamentale, dalla trappola cognitiva per cui qualunque cibo di qualità costa e dunque chi ha minori disponibilità economiche deve mangiare per forza cibo industriale, meno buono e sostenibile. Non è sempre stato così e non dovrà essere così in futuro: le politiche pubbliche e le imprese devono collaborare perché anche chi è fuori dalla campagna possa avere a disposizione prodotti di qualità, magari meno sofisticati, ma buoni, puliti e giusti, a costi sostenibili, senza cadere per forza nelle logiche della grande distribuzione, che da in termini di convenienza quello che toglie in tutti gli altri aspetti.</p>
<p>Si diceva della <strong>sostenibilità</strong>, oggi questione chiave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><em><span class="font-435549"> Ebbene, una nuova cultura alimentare nazionale (e locale) non può non recuperare quella componente di attenzione al non sprecare che è architrave della cultura contadina. Interi tomi di ricette tradizionali sono composti da piatti nati dalla creatività delle nostre nonne nel recuperare tutto il recuperabile date le condizioni di indigenza e la numerosità della famiglia contadina</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratta di una sorta di sostenibilità naturale, peraltro concetto non nuovo al mondo artigiano, che deve essere recuperata per il potenziale che contiene anche per un futuro più green.</p>
<p>Questi ed altri elementi richiamano la necessità di dotarsi di una food policy italiana, una visione e una strategia, declinata per l’appunto in politiche, che sostenga una nuova e diffusa cultura alimentare. Serve ai cittadini per mangiare meglio, ma anche alle imprese per crescere a partire da un mercato interno più informato, colto e sofisticato, dunque disponibile a investire di più per mangiare meglio (sempre nell’ambito di un’attenzione maggiore alla sostenibilità economica e alla qualità anche popolare).</p>
<p>Artigiani, contadini e ristoratori devono essere i pilastri di questa ricostruzione di un’identità eno-gastronomica italiana che guarda a un futuro di qualità sostenibile. Sarà una delle prossime grandi sfide per l&#8217;intero Sistema Italia, che dovrà unirsi per affrontarle con impegno e visione.</p>
<p><strong><span class="s1">© </span><span class="s2">2024</span> <span class="s2">Spirito Artigiano</span><span class="s1">. Tutti i diritti riservati.</span></strong></p>
<p><strong>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/fagioli-assortiti-in-sacchi-bianchi-1024005/" target="_blank" rel="noopener">Carlos Machado</a></strong></p>
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		<title>Il lavoro artigiano come seconda vita professionale: una storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 05:45:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[stories]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Informatico a Orafo: Il cammino del vicentino Igor Furnari verso una Nuova Vita Artigiana</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-lxmt-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 79%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106445" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349.jpg" width="1728" height="1152" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349.jpg 1728w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/11/pexels-sebastian-voortman-189349-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1728px) 100vw, 1728px" /></div>
					</div>
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<p>Nella precedente, il nostro era un informatico, programmatore software, tecnico hardware e disegnatore CAD con due anni e mezzo di studi a Ingegneria, ma non era contento. Non è il solo nel mondo dei servizi avanzati, che hanno storicamente scambiato un’idea oggi non più attuale di rispettabilità e “pulizia” rispetto alla bottega artigiana con un lavoro molto più serializzato, troppo spesso al confine della mancanza di senso. Un confine labile che, complice anche la spinta tecnologica, che vede nelle professioni dei servizi avanzati il principale bacino di sostituzione del lavoro umano con le tecnologie digitali, in primis dell’Intelligenza artificiale, oggi sembra essere stato passato, facendo di professioni un tempo ambite lavori iper-parcellizzati, a tratti alienanti e non certamente più al riparo da stress e precarietà. L’artigiano, mi dice, è invece un mondo professionale e personale dove puoi pensare di realizzarti, facendo qualcosa che abbia un senso, magari senza diventare ricco, ma essendo certamente più felice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;Nel 2022 si è licenziato e ha iniziato a studiare, facendo tutti i passaggi, compreso gli stage in azienda, per diventare un giorno artigiano in proprio&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Igor, complici anche i lunghi viaggi estivi in treno verso la Sicilia piacevano i manufatti in ferro e da lì, nonostante la mancanza di artigiani in famiglia, è nata la passione per l’oreficeria: nel 2022 si è licenziato e ha iniziato a studiare, facendo tutti i passaggi, compreso gli stage in azienda, per diventare un giorno artigiano in proprio. Intraprendere un percorso formale di studi, dice, gli è servito anche perché nessuno prende un quasi quarantenne a bottega. Il dato anagrafico è sottotraccia ma presente: in questo caso è certamente interessante che qualcuno che ha provato il fantomatico lavoro del terziario voglia andare a bottega nella sua seconda vita professionale, ma in un futuro non molto lontano potrebbe essere una sorta di nuova normalità. I cambiamenti demografici, con l’invecchiamento della popolazione e l’allontanamento dell’età pensionabile in un contesto di fortissima pressione tecnologica imporranno a non poche persone di ripensare il loro percorso professionale e sarebbe positivo che questi ripensamento avvenisse nella forma di una passione che diventa mestiere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8220;Le stesse tecnologie consentono proprio a un non più ragazzo di accostarsi a mestieri con una forte componente di saper fare&#8221;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le stesse tecnologie, mi dice Igor, consentono proprio a un non più ragazzo di accostarsi a mestieri con una forte componente di saper fare superando il gap anagrafico: senza digitale, non ci sarebbe semplicemente il tempo per acquisire la necessaria manualità, mentre oggi ci si trova a metà strada, restando artigiani ma potendosi accostare al mestiere anche in età più matura. Per il nostro mondo è un dato fondamentale, da tenere sempre presente.<br />
Arrivare a bottega è stato dunque complesso, innanzitutto perché dal di fuori questo mondo sembrava molto più difficile da penetrare: gli artigiani, mi dice, non comunicano molto bene, sono ritrosi a farsi conoscere, anche se, ha provato lui stesso nelle fiere di settore, possono essere travolgenti per entusiasmo e voglia di condividere.</p>
<p>Il “mindset”, la mentalità digitale di Igor traspare chiaramente quando pensa che, soprattutto all’inizio, dovrebbero essere incentivate le forme di collaborazione tra artigiani. Un po’ perché nel suo settore si lavora con macchine molto costose, che non tutti all’inizio possono permettersi, un po’ perché così si fa ricerca (“che gli artigiani fanno troppo poco”) e si impara anche e soprattutto cosa non fare. Si sentono forte gli echi dell’epopea dei maker, finita troppo presto e con troppa poca eredità, mentre quell’utopia comunitaria era un pezzo fondamentale di un’idea fortemente progressiva del lavoro artigiano, che poteva veramente elevarlo sopra gli altri per capacità di coniugare senso, innovazione human centered, capacità di creare valore condiviso.</p>
<p>Spero, non solo per il futuro degli artigiani, ma del nostro Paese, che possano essere più persone come questo ragazzo che si è rimesso in gioco e qualche giorno fa ha cominciato il suo stage presso un’azienda di Vicenza, pensando di mettersi in proprio ma sapendo di avere molto da imparare, innanzitutto su quali errori non fare.</p>
<p>Gli faccio i migliori auguri di un percorso professionale interessante e di soddisfazione e, pensando al mondo dello spirito artigiano, auspico che questa voglia di sperimentare e fare le cose insieme per andare più avanti possa tornare ad essere patrimonio condiviso, perché è quello di cui abbiamo più bisogno.</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-14"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/specchio-d-acqua-durante-l-ora-d-oro-189349/" target="_blank" rel="noopener">Sebastian Voortman</a></h5>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-14" data-row="script-row-unique-14" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-14"));</script></div></div></div>
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		<title>Orgogliosi, attenti, consapevoli: gli artigiani e l’intelligenza artificiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 06:15:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Intelligenza Artificiale sta standardizzando il mondo dei prodotti e servizi, ma il valore artigiano e l'identità sono unici e irripetibili. Gli artigiani devono rivendicare con orgoglio la propria identità, difendendo i valori dell'impresa diffusa e del saper fare umano, risorse straordinarie che devono essere condivise e valorizzate, contribuendo alla rivoluzione dell'Intelligenza Artificiale</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-15"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 81%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106244" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023.png" width="720" height="720" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023.png 720w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/09/Copertina-SA-13092023-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></div>
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				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-15" data-row="script-row-unique-15" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-15"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-16"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Un <strong>numero monografico</strong> di Spirito Artigiano sull’intelligenza artificiale era da tempo necessario, proprio per il ruolo della Fondazione Germozzi, e dei suoi strumenti, di “ponte” tra il mondo del valore artigiano e quei fenomeni, sociali, culturali, economici e tecnologici, che lo attraversano e lo modificano. Un ponte flessibile e intelligente, costruito sulla consapevolezza che il valore e lo spirito artigiani e la creatività e l’energia dei suoi imprenditori sono un capitale fondamentale per il Paese, pietra angolare della sua identità e piattaforma per il suo futuro.</p>
<p>Un futuro nel quale l’intelligenza artificiale sarà elemento imprescindibile, come spiegano gli autorevoli interventi degli esperti che hanno contribuito a questo numero, con un impatto per alcuni osservatori pari se non superiore a quello del digitale e tempi di penetrazione in ogni ambito della nostra esistenza straordinariamente più rapidi.</p>
<p>Per queste ragioni, abbiamo ritenuto innanzitutto che fosse necessario spiegare cos’è l’intelligenza artificiale di cui si è parlato molto in questi mesi nei media e ragionare, consapevoli che tutto si muove molto velocemente, delle sue prospettive e implicazioni per gli artigiani, come cittadini e come portatori e creatori di valore.</p>
<p>Il quadro che emerge è, non poteva essere altrimenti, straordinariamente complesso e variegato, come complessi e mutevoli sono i sentimenti che queste tecnologie così potenti e pervasive suscitano.</p>
<p>C’è la curiosità e le aspettative, legate a quello che una potenza di calcolo ed elaborazione di moli umanamente inconcepibili di conoscenza potrà fare per contribuire a risolvere problemi della complessità che ormai sfuggono ai normali processi “umani” di gestione dalla conoscenza: dalla scoperta di nuove molecole e di nuovi vaccini alla soluzione di grandi problemi epocali come il cambiamento climatico.</p>
<p>C’è il panico verso scenari millenaristici, troppo spesso evocati con eccessiva leggerezza, in cui le macchine diventeranno più intelligenti degli umani e ci si ribelleranno. Scenari che continuiamo a pensare stiano meglio nei libri di fantascienza che nel dibattito pubblico sulla tecnologia, che ha bisogno di molta razionalità e sangue freddo.</p>
<p>C’è la preoccupazione verso gli impatti di tecnologie tanto più rapide e pervasive delle precedenti sui nostri sistemi economici e sociali, a partire dal lavoro. Una preoccupazione che il recente rapporto dell’Ufficio Studi di Confartigianato ha certamente consolidato con numeri che fanno riflettere e preoccupano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><em>&#8216;Non c’è robot o algoritmo che possano copiare il sapere artigiano e simulare l’’anima’ dei prodotti e dei servizi belli e ben fatti che rendono unico nel mondo il made in Italy&#8217;</em></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma non è tempo per rimuginare, è tempo di conoscere, riflettere ed agire, partendo dalle parole del “Presidente di Confartigianato Marco Granelli, che ci ricorda che “L’intelligenza artificiale è un mezzo, non è il fine. Non va temuta, ma va governata dall’intelligenza artigiana per farne uno strumento capace di esaltare la creatività e le competenze, inimitabili, dei nostri imprenditori. Non c’è robot o algoritmo che possano copiare il sapere artigiano e simulare l’’anima’ dei prodotti e dei servizi belli e ben fatti che rendono unico nel mondo il made in Italy”.</p>
<p>Di fronte a questi cambiamenti i protagonisti del valore artigiano devono innanzitutto rivendicare con orgoglio proprio questo valore e la loro identità, perché l’identità sarà essa stessa un valore sempre più raro e prezioso nel mondo che l’intelligenza artificiale renderà ancora più standardizzato in termini di prodotti e servizi. Devono essere attenti e farsi ascoltare ogni qualvolta questa standardizzazione e la violenza della tecnologia mette in dubbio i valori e l’economia che si fonda sull’impresa diffusa e sul saper fare e la creatività umane, anche proponendo come abbiamo proposto tempo addietro un marchio che contraddistingua i beni e i servizi Human Made. Devono poi essere consapevoli, non solo delle sfide, ma di loro stessi e del loro valore, imparando la lezione fondamentale del digitale: la conoscenza è una risorsa straordinaria. Il saper fare artigiano è un sistema di conoscenza straordinario, troppo spesso dato per scontato.</p>
<p>Ogni processo, ogni esperienza, ogni pezzetto di sapere aziendale conta e non deve essere sprecato, questa è la grande lezione del digitale prima e dell’intelligenza artificiale oggi. Per questo conta come lo si gestisce e contano così tanto i suoi portatori, le persone, oggi diventati merce straordinariamente rara. La conoscenza non deve solo essere raccolta, deve essere condivisa laddove serve a creare cose nuove, a comunicare meglio il proprio valore, ad andare più lontano, anche partecipando alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale attraverso le sue piattaforme. Sempre però senza perdere la consapevolezza.</p>
<p>Gli articoli che seguono ci dicono che con queste priorità in mente molto può essere ancora fatto e che per il valore artigiano ci saranno prospettive interessanti anche nel nuovo paradigma, se sapremo come entrarci.</p>
<p>Buona lettura!</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-16" data-row="script-row-unique-16" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-16"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-17"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/testa-faccia-ricerca-crescita-17484975/" target="_blank" rel="noopener">Google DeepMind</a> da Pexels</h5>
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</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-17" data-row="script-row-unique-17" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-17"));</script></div></div></div>
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		<title>La ristorazione come artigianato 4.0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2023 05:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'artigianato alimentare italiano è stato trasformato dall'innovazione tecnologica nel settore della ristorazione. L'introduzione dei protocolli di sicurezza alimentare HACCP ha portato all'utilizzo di strumenti come l'abbattitore e il sottovuoto, che permettono una conservazione a lungo termine dei cibi senza comprometterne la qualità. Questa rivoluzione produttiva ha cambiato il modo di preparare i piatti e ha aperto nuove opportunità di distribuzione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-182497-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 55%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-105919" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pexels-kindel-media-9028869.jpg" width="778" height="822" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pexels-kindel-media-9028869.jpg 778w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pexels-kindel-media-9028869-284x300.jpg 284w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pexels-kindel-media-9028869-768x811.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/05/pexels-kindel-media-9028869-350x370.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 778px) 100vw, 778px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-18" data-row="script-row-unique-18" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-18"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-19"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>La tradizione e la storia alimentare sono uno straordinario veicolo di conoscenza di un territorio e di un popolo. Quello che si mangia, dove, come e con chi lo si mangia racconta tantissimo della società, dell’economia, della politica di qualunque comunità. Le differenze tra la cucina nazionale francese, sviluppatasi attorno alla Corte di Versailles e ai cuochi di casata reinventatosi ristoratori dopo la rivoluzione (con il risultato che si trovano le stesse pietanze dalla Bretagna alla Costa Azzurra) e la cucina famigliare e diversissima del nostro Paese, dove l’insularità è stato un valore difeso con le unghie, sono un saggio di storia politica. Se ne è occupata molto la storia sociale e l’antropologia, guardando alla microstoria della cultura materiale, meno la storia economica e d’impresa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><em><span class="font-435549">La ristorazione italiana è, fino a poco fa, stata microimpresa per eccellenza, se possibile familiare. Ingenua nel suo fare del “mestiere” artigiano di fare da mangiare impresa</span></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché la ristorazione italiana è, fino a poco fa, stata microimpresa per eccellenza, se possibile familiare. Ingenua nel suo fare del “mestiere” artigiano di fare da mangiare impresa.</p>
<p>Forse qualche storico o sociologo un giorno capirà quando e perché l’ingenuità del mestiere di fare da mangiare è diventata moda e un po’ ossessione, oltre che punto di riferimento per chiunque voglia cambiare la narrazione del mestiere artigiano.</p>
<p>Qui ci interessa però un altro aspetto, che non è del tutto disgiunto dal cambio di immagine di cui sopra, ma che racconta la profonda trasformazione produttiva del settore nell’epoca del 4.0. Le cucine dei ristoranti, che per decenni sono stati una versione grande di quella che ognuno di noi ha nella propria casa, oggi sono laboratori con dotazioni tecnologiche di tutto rispetto, che hanno profondamente modificato anche i processi produttivi.</p>
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<h2><em><span class="font-435549">L’acronimo magico che ha favorito il cambiamento è HACCP</span></em></h2>
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<p>L’acronimo magico che ha favorito il cambiamento è HACCP, una serie di protocolli di sicurezza per i consumatori introdotti anche in Italia a fine anni ’90, che hanno profondamente modificato il modo di conservare i cibi prima e poi anche di prepararli.</p>
<p>L’esigenza di evitare che i cibi venissero in contatto con i batteri, con massimo rischio quando il cibo cotto si raffredda, ha portato all’introduzione del cosiddetto abbattitore, una macchina in grado di portare i cibi a temperatura da frigorifero (+4°) o da surgelatore (-18° e oltre), o viceversa, abbattendo oltre alla temperatura il rischio di contaminazioni. Il pesce crudo che consumiamo abitualmente, per intenderci, deve essere abbattuto a -20° per almeno 24 ore per uccidere alcuni parassiti assai nocivi per l’uomo. Ma non ce ne accorgiamo, perché la tecnologia dell’abbattimento rapido consente, proprio in virtù della rapidità, di prevenire la formazione di molecole di acqua all’interno dei tessuti del cibo, che rimane così totalmente integro, senza la spiacevole sensazione di surgelato che appartiene ai cibi estratti dai vecchi freezer casalinghi. Dunque sicurezza alimentare, vale per il pesce e per tutte le preparazioni destinate al frigorifero e al surgelatore, che permette anche una conservazione a lungo del cibo in condizioni organolettiche perfette.</p>
<p>Compagna inseparabile dell’abbattitore è la tecnologia del sottovuoto, anch’essa gravida di conseguenze e possibilità. Contenitori, ma soprattutto sacchetti che possono ospitare il cibo in assenza di aria, e dunque di pericoli di contaminazione, allungandone decisamente la vita. E consentendo una piccola rivoluzione dei processi produttivi. I cibi abbattuti e messi sottovuoto possono essere crudi o cotti, possono anche contenere ad esempio una marinatura, che fa evolvere il prodotto mentre lo conserva, o possono essere cotti direttamente nel sacchetto, così da mantenere intatte le caratteristiche organolettiche e i nutrienti.</p>
<p>Posso dunque prendere un polpo, un trancio di salmone, un petto di pollo, insacchettarlo con una marinatura di olio e spezie a scelta, cuocerlo in acqua o in forno per il tempo necessario, quasi sempre molte ore, a una temperatura controllata anche molto inferiore a 100°, abbattere il risultato e conservarlo per settimane, aprire il sacchetto, passarlo sulla griglia per ultimarne la cottura, impiattare aggiungendo un condimento e servire una pietanza che anche ai palati più raffinati risulterà deliziosa (se non si sbagliano la ricetta e i tempi e se la materia prima è di qualità, ovviamente). Parlo di 4.0 perché i macchinari di cottura e i sistemi che gestiscono le catene del freddo possono essere tutti programmati, interconnessi e controllati da remoto. Se considero un roastbeef cotto quando la temperatura al cuore sarà di 54°, posso impostare il mio forno trivalente (che cuoce normalmente, a vapore e a bassa temperatura) dotato di sonda a controllo remoto inserita nella carne perché si spenga al raggiungimento di quella temperatura e passi al mantenimento, col risultato che il mio roast beef cuocerà alla perfezione mentre dormo (e l’elettricità costa meno) e lo troverò pronto al mattino.</p>
<p>Quello che interessa anche chi non è appassionato di cucina sono le implicazioni di questa rivoluzione produttiva per il business della ristorazione, che sono essenzialmente due. La prima è un deciso spostamento dei pesi del processo produttivo e della sua organizzazione: se prima a garantire la qualità (stiamo sempre parlando di ristorazione di qualità, non di ristorazione industriale) era l’accento sul carattere espresso dei piatti, che dovevano essere fatti tutti al momento, ora la preparazione dei piatti è in qualche modo preponderante rispetto alla sua finitura, quello che viene fatto prima del servizio è quasi più importante di quello che viene fatto durante. In secondo luogo, se posso preparare la più parte di piatti anche gourmet molto prima di servirli, posso anche prepararli in un luogo e servirli in molti altri luoghi. Qui sta il cuore di una rivoluzione di cui si saranno accorti anche i più distratti: la moltiplicazione delle catene e dei punti di ristorazione anche legati a grandi chef.</p>
<p>Che certamente è conseguenza anche della liberalizzazione delle licenze e del boom del turismo nelle città, ma non sarebbe stata possibile senza i nuovi processi di preparazione in cucina consentiti dalle tecnologie. Che oggi si vanno sempre più diffondendo, anche perché consentono un risparmio in termini di capitale umano formato, ormai difficilissimo da reperire.</p>
<p>Cambia anche il mercato della fornitura, che oggi si estende sempre più a prodotti semilavorati, ad esempio porzionando e insacchettando sottovuoto tagli di carne o filetti di pesce. Si risparmia lavoro e, se è vero che si alzano i costi (dacché la materia prima semilavorata costa molto di più di quella grezza), si abbatte lo spreco avendo aumentato la conservabilità dei prodotti.</p>
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<h2><span class="font-435549"><em>Anche nel mondo del cibo, la tecnologia trasforma il prodotto, aggiungendogli sempre una componente molto rilevante di servizio</em></span></h2>
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<p>Questo significa, anche nel mondo del cibo, che la tecnologia trasforma il prodotto, aggiungendogli sempre una componente molto rilevante di servizio. Se voglio fare arrivare il mio agnello, i miei broccoli o la mia ‘nduja sulle tavole di un ristorante a Roma o a Milano devo assolutamente considerare la filiera di distribuzione e la forma del prodotto, altrimenti posso vendere materia prima grezza a chi la trasforma, ma i margini saranno molto bassi. Allo stesso tempo, utilizzando quelle tecnologie, posso lavorare le mie verdure in minestrone a pochi metri dal campo e distribuirlo ovunque.</p>
<p>Significa anche, più in generale e per chi osserva l’evoluzione dei settori produttivi attraverso la lente dell’innovazione tecnologica, che bisogna guardare con grande attenzione, possibilmente predittiva, alle opportunità, e ai rischi di ogni innovazione. Per navigare quando il vento è a favore e prendere le contromisure quando è avverso.</p>
<p>È comunque necessario stare sempre di vedetta.</p>
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<h5>Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/cibo-mano-tecnologia-cucina-9028869/" target="_blank" rel="noopener">Kindel Media</a></h5>
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		<title>Daniela Diletti, “La Marchigiana”. Una storia &#8216;artigiana&#8217; di azione e cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2023 05:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[Stories]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una storia folgorante e a più livelli di lettura, quella di Daniela Diletti. Artigiana della scarpa, ma prima insegnante di storia dell'arte, cameriera per pagarsi gli studi e addetta a un call center. Un'energia inesauribile e una capacità rara di raccontare l'artigianato ai giovani. L'artigianato? 'E' Una figata'!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-20"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-105496" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/ritratto_23.jpg" width="888" height="800" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/ritratto_23.jpg 888w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/ritratto_23-300x270.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2023/03/ritratto_23-768x692.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 888px) 100vw, 888px" /></div>
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<p>La storia di Daniela Diletti, “La Marchigiana”, l’ho sentita per la prima volta raccontata da lei in un piccolo gruppo che si vedeva sul social Clubhouse per condividere storie di imprese artigiane e sono rimasto folgorato: troppi i livelli di lettura, le suggestioni, la polpa della storia per non rimanerci folgorati. Troppi e con una forza straordinaria di essere al contempo paradigmatici (validi anche per altri), con una forza espressiva quasi letteraria, ma con l’incomparabile potenza del vero.</p>
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<h2 style="text-align: left; padding-left: 40px;"><em><span class="font-435549">Il primo livello di lettura è quello della storia di un’impresa familiare</span></em></h2>
<p>Il primo livello di lettura è quello della storia di un’impresa familiare, padre (è sua la frase “Io ho scelto di fare il calzolaio perché era l’unico mestiere che mi permetteva di restare dove ero nato” che ho citato in un pezzo precedente), madre e un sacco di scarpe, prodotto nella casa di famiglia a Force, nelle Marche al confine del distretto calzaturiero ma nel pieno di un’economia che è anche cultura, etica, destino familiare. Nella casa in cui la lavorazione delle scarpe è onnipresente, salta agli occhi, alle orecchie, al naso, la famiglia Diletti produce scarpe come terzista, il lavoro va bene e Daniela, l’unica figlia, può studiare Storia dell’Arte (la sua passione) a Torino, mantenendosi agli studi lavorando come cameriera e in un call center (questa informazione verrà buona in seguito).</p>
<p>Nel 2007, lentamente e poi tutto di un fiato come succedono spesso le cose brutte, l’azienda familiare fallisce, vittima della dipendenza dai pesci più grossi che riguarda tanti, troppi artigiani che producono per latri. Fallisce con una famiglia che deve trovare un piano B e un sacco di scarpe in magazzino.</p>
<p>Resilienza, che è un concetto consumato da un utilizzo eccessivo e gratuito, sarebbe stata benissimo qui come termine per descrivere una famiglia, Daniela nel frattempo è tornata a casa a dare una mano, che si reinventa e inizia a battere a tappeto i mercati di tutta Italia per vendere quello che rimaneva del magazzino. E la mossa della disperazione è anche la mossa della ripartenza.</p>
<p>Le scarpe, che faceva un artigiano non dimentichiamocelo, piacciono e senza intermediazioni costano anche il giusto. Poi ci sono i turisti, che d’estate (e sempre più tutto l’anno, riempiono quel pezzo del sud delle Marche che è davvero bello, una piccola Toscana ancora da scoprire. Allora i mercati diventano anche gli alberghi e i campeggi, e i clienti non più solo italiani, ma belgi, francesi e olandesi (torneremo anche su questo). Gabriele, il papà, non crede ai suoi occhi, pensa a quando faceva il terzista e un po’ si dispiace di avere scoperto tardi che le sue non erano solo mani esperte, ma potevano essere un’intera azienda, con una propria identità.</p>
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<h2 style="padding-left: 40px;"><em><span class="font-435549">Daniela, è il secondo livello di lettura, lascia (lei dice accantona) il progetto di insegnare Storia dell’Arte e inizia a occuparsi a tempo pieno delle scarpe</span></em></h2>
<p>Daniela, è il secondo livello di lettura, lascia (lei dice accantona) il progetto di insegnare Storia dell’Arte e inizia a occuparsi a tempo pieno delle scarpe. Non è, non potrebbe, un passaggio generazionale pulito e ordinato, ma una figlia che si fa carico dei genitori aprendo un marchio nuovo per i quali loro lavorano: la “Marchigiana”. Lei è un fulmine di guerra, crea le scarpe, le vende nel negozio a Torino e nei popup (torno anche qui), continua a insegnare Storia dell’Arte, ma soprattutto cerca di raccontare non tanto la sua storia, quanto il fatto che fare gli artigiani oggi “è una figata”. Qualcuno senza la sua energia spaventosa e una capacità magnetica di comunicare ascoltando, appresa dice lei dagli anni del call center, forse non ce l’avrebbe fatta, o avrebbe fatto cose molto più semplici. Ma le eccellenze, quando non servono a riempirsi la bocca, fanno questo: si fanno carico di battere le strade non tracciate, anche per chi seguirà.</p>
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<h2 style="padding-left: 40px;"><span class="font-435549"> <em>Il terzo livello è quello di un’impresa artigiana che, dovendosi suo malgrado reinventare, lo fa con intelligenza</em></span></h2>
<p>Il terzo livello è quello di un’impresa artigiana che, dovendosi suo malgrado reinventare, lo fa con intelligenza, utilizzando quello che nel frattempo il sistema di mercato e la tecnologia hanno messo a disposizione (che sarebbe poco senza la testa e le mani che stanno a Force. Allora un e-commerce basato sui social che è semplice ma funziona (abbastanza da convincere le clienti a dare ad agosto l’anticipo per gli anfibi invernali), un calendario fittissimo di pop up store che non ha paura di andare non solo in giro per l’Italia, ma anche a casa di quei belgi, olandesi e francesi che l’avevano conosciuta nei campeggi nelle Marche e sono ben felici di ritrovarsela a casa, una collaborazione con altre artigiane che produce addirittura un brand collettivo, “Gilda”.</p>
<p>E soprattutto un’ossessione per spiegare, raccontare, formare al proprio lavoro i giovani, che comincia ad essere un tratto distintivo e straordinariamente positivo dei nuovi artigiani.</p>
<p>Perché le storie belle, d’impresa e non, sono fatte di persone.</p>
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<h5>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ashutoshgoyal-3527046/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4127272">Ashutosh Goyal</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4127272">Pixabay</a></h5>
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</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/daniela-diletti-la-marchigiana-una-storia-artigiana-di-azione-e-cambiamento/">Daniela Diletti, “La Marchigiana”. Una storia ‘artigiana’ di azione e cambiamento</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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