Ho conosciuto Igor Furnari mentre accompagnavo una troupe di TgCom 24 in un istituto orafo di Vicenza, la Gold Academy 1858, per un ciclo di trasmissioni dal titolo “Lavoro Futuro”, che raccontano il mondo artigiano con un’attenzione particolare a chi oggi pensa a una strada per il proprio futuro professionale. Seduto di fronte ad un voluminoso microscopio, Igor illustrava come quella macchina, che siamo soliti associare più alla biologia che all’artigianato, fosse uno strumento essenziale per guidare l’orafo nell’incastonare le pietre preziose più piccole nei monili (nel corso della giornata ne avrei visti altri in un’oreficeria, non si smette mai di imparare). Dopo la sua spiegazione, semplice ma esaustiva, tanto dell’uso del microscopio quanto di quello del bulino pneumatico che permette di fare minuscoli intagli nell’oro per piegare i fermi del castone, ci siamo fermati a parlare e mi ha raccontato la sua storia, che voglio raccontare qui. Perché Igor, milanese di origini siciliane (c’entra) trasferitosi in Veneto, è un po’ più grande dei suoi compagni dell’ITS Cosmo, ha 40 anni, e a differenza loro sta studiando per la sua seconda vita professionale.

Nella precedente, il nostro era un informatico, programmatore software, tecnico hardware e disegnatore CAD con due anni e mezzo di studi a Ingegneria, ma non era contento. Non è il solo nel mondo dei servizi avanzati, che hanno storicamente scambiato un’idea oggi non più attuale di rispettabilità e “pulizia” rispetto alla bottega artigiana con un lavoro molto più serializzato, troppo spesso al confine della mancanza di senso. Un confine labile che, complice anche la spinta tecnologica, che vede nelle professioni dei servizi avanzati il principale bacino di sostituzione del lavoro umano con le tecnologie digitali, in primis dell’Intelligenza artificiale, oggi sembra essere stato passato, facendo di professioni un tempo ambite lavori iper-parcellizzati, a tratti alienanti e non certamente più al riparo da stress e precarietà. L’artigiano, mi dice, è invece un mondo professionale e personale dove puoi pensare di realizzarti, facendo qualcosa che abbia un senso, magari senza diventare ricco, ma essendo certamente più felice.

 

“Nel 2022 si è licenziato e ha iniziato a studiare, facendo tutti i passaggi, compreso gli stage in azienda, per diventare un giorno artigiano in proprio”

 

A Igor, complici anche i lunghi viaggi estivi in treno verso la Sicilia piacevano i manufatti in ferro e da lì, nonostante la mancanza di artigiani in famiglia, è nata la passione per l’oreficeria: nel 2022 si è licenziato e ha iniziato a studiare, facendo tutti i passaggi, compreso gli stage in azienda, per diventare un giorno artigiano in proprio. Intraprendere un percorso formale di studi, dice, gli è servito anche perché nessuno prende un quasi quarantenne a bottega. Il dato anagrafico è sottotraccia ma presente: in questo caso è certamente interessante che qualcuno che ha provato il fantomatico lavoro del terziario voglia andare a bottega nella sua seconda vita professionale, ma in un futuro non molto lontano potrebbe essere una sorta di nuova normalità. I cambiamenti demografici, con l’invecchiamento della popolazione e l’allontanamento dell’età pensionabile in un contesto di fortissima pressione tecnologica imporranno a non poche persone di ripensare il loro percorso professionale e sarebbe positivo che questi ripensamento avvenisse nella forma di una passione che diventa mestiere.

 

“Le stesse tecnologie consentono proprio a un non più ragazzo di accostarsi a mestieri con una forte componente di saper fare”

 

Le stesse tecnologie, mi dice Igor, consentono proprio a un non più ragazzo di accostarsi a mestieri con una forte componente di saper fare superando il gap anagrafico: senza digitale, non ci sarebbe semplicemente il tempo per acquisire la necessaria manualità, mentre oggi ci si trova a metà strada, restando artigiani ma potendosi accostare al mestiere anche in età più matura. Per il nostro mondo è un dato fondamentale, da tenere sempre presente.
Arrivare a bottega è stato dunque complesso, innanzitutto perché dal di fuori questo mondo sembrava molto più difficile da penetrare: gli artigiani, mi dice, non comunicano molto bene, sono ritrosi a farsi conoscere, anche se, ha provato lui stesso nelle fiere di settore, possono essere travolgenti per entusiasmo e voglia di condividere.

Il “mindset”, la mentalità digitale di Igor traspare chiaramente quando pensa che, soprattutto all’inizio, dovrebbero essere incentivate le forme di collaborazione tra artigiani. Un po’ perché nel suo settore si lavora con macchine molto costose, che non tutti all’inizio possono permettersi, un po’ perché così si fa ricerca (“che gli artigiani fanno troppo poco”) e si impara anche e soprattutto cosa non fare. Si sentono forte gli echi dell’epopea dei maker, finita troppo presto e con troppa poca eredità, mentre quell’utopia comunitaria era un pezzo fondamentale di un’idea fortemente progressiva del lavoro artigiano, che poteva veramente elevarlo sopra gli altri per capacità di coniugare senso, innovazione human centered, capacità di creare valore condiviso.

Spero, non solo per il futuro degli artigiani, ma del nostro Paese, che possano essere più persone come questo ragazzo che si è rimesso in gioco e qualche giorno fa ha cominciato il suo stage presso un’azienda di Vicenza, pensando di mettersi in proprio ma sapendo di avere molto da imparare, innanzitutto su quali errori non fare.

Gli faccio i migliori auguri di un percorso professionale interessante e di soddisfazione e, pensando al mondo dello spirito artigiano, auspico che questa voglia di sperimentare e fare le cose insieme per andare più avanti possa tornare ad essere patrimonio condiviso, perché è quello di cui abbiamo più bisogno.