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	<title>artigianato - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Jul 2026 08:33:15 +0000</lastBuildDate>
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	<title>artigianato - Spirito Artigiano</title>
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		<title>La sanità che verrà: più territorio, più relazione, più infermieri. Spirito artigiano intervista Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle Case di Comunità all’assistenza domiciliare, la sanità di prossimità si gioca nella capacità di costruire reti vere e non nuovi “silos”. Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, racconta il ruolo degli infermieri in un Servizio sanitario chiamato a prendersi cura delle persone nei luoghi della vita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-0"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110576" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli.jpg" width="1044" height="1016" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli.jpg 1044w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-300x292.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-1024x997.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-768x747.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/Barbara-Mangiacavalli-350x341.jpg 350w" sizes="(max-width: 1044px) 100vw, 1044px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">C’è una sanità che si misura con i numeri e una che si costruisce, ogni giorno, nelle case, nei quartieri e nelle comunità. È su questo secondo fronte che si gioca la sfida decisiva del Servizio sanitario nazionale: trasformare la prossimità da slogan a realtà, senza perdere di vista il valore della relazione umana. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, traccia la rotta di un sistema chiamato a rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla crescita della cronicità e alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica. Al centro del cambiamento, gli infermieri, sempre più protagonisti di una sanità che punta a prendersi cura delle persone nei luoghi in cui vivono.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente Mangiacavalli, per molti anni la sanità è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso l’ospedale. Oggi, invece, il dibattito si sta spostando sulla prossimità e sulla medicina del territorio. È davvero un cambio di paradigma o rischia di rimanere soltanto uno slogan?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il passaggio alla sanità territoriale rappresenta un cambio di paradigma fondamentale che l’infermieristica italiana persegue da decenni. Per evitare che rimanga uno slogan, non basta costruire strutture. Le Case di Comunità devono diventare hub e garantire percorsi di presa in carico. Non possiamo considerarli “condomini” dove i servizi coabitano senza parlarsi. Il rischio maggiore è passare da un sistema di “silos” ospedalieri a due blocchi separati ospedale e territorio dove il cittadino debba ancora fare da raccordo. La sfida è realizzare una rete funzionalmente integrata, specialmente nelle aree interne che rappresentano oltre metà dei comuni italiani, dove la prossimità si costruisce con servizi mobili e proattivi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e, allo stesso tempo, uno di quelli che deve fare i conti con una crescente fragilità sociale e demografica. In questo scenario, quale ruolo sono chiamati a svolgere gli infermieri nel costruire una sanità che non si limiti a curare la malattia, ma accompagni le persone lungo tutto il percorso di vita?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Gli infermieri sono l’unica figura professionale presente in ogni tappa del percorso di vita: dal momento della nascita fino agli ultimi istanti. Questo significa che possono intercettare bisogni, prevenire complicanze, educare all’autocura, accompagnare le famiglie e garantire continuità assistenziale. In una società che invecchia e in cui aumentano le cronicità, il loro contributo è decisivo per evitare ricoveri impropri e per mantenere le persone il più possibile nel proprio contesto di vita.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La riforma territoriale prevede Case e Ospedali di Comunità, centrali operative, assistenza domiciliare. Qual è il nodo principale perché tutto questo funzioni davvero?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il nodo è l’integrazione. Le strutture da sole non bastano se non sono collegate tra loro e con i medici di medicina generale, i servizi sociali, i distretti e gli ospedali. Serve una regia unica, percorsi chiari, responsabilità definite e professionisti messi nelle condizioni di lavorare in équipe. La presa in carico non può essere episodica: deve essere continua, personalizzata e misurabile.»</p>
<p><strong>Si parla molto di infermiere di famiglia e di comunità. È una figura già pronta a rispondere ai bisogni del territorio o c’è ancora bisogno di investire su formazione e riconoscimento?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«È una figura strategica, ma va resa pienamente operativa. L’infermiere di famiglia e di comunità non è un “ruolo in più”, è il professionista che può leggere i bisogni della popolazione, intercettare precocemente le fragilità, sostenere l’aderenza terapeutica e fare educazione sanitaria. Per questo servono formazione specifica, dotazioni adeguate, autonomia organizzativa e un riconoscimento chiaro all’interno dei team territoriali.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’innovazione tecnologica, dalla telemedicina all’intelligenza artificiale, può aiutare a rendere più vicina la sanità. Ma c’è il rischio che la tecnologia allontani il professionista dal paziente?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La tecnologia è un alleato, non un sostituto della relazione. Se usata bene, può ridurre le distanze, facilitare il monitoraggio dei pazienti cronici, migliorare la tempestività degli interventi e liberare tempo per l’ascolto. Il rischio c’è solo quando la tecnologia viene pensata come fine e non come strumento. La cura resta un atto umano, fatto di competenza, presenza e responsabilità.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Uno dei problemi più sentiti è la carenza di personale infermieristico. Quanto pesa oggi e quali sono le priorità per rendere la professione più attrattiva?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Pesa moltissimo. La carenza di infermieri è un problema strutturale che incide sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta del sistema. Per rendere la professione più attrattiva bisogna agire su più fronti: salari adeguati, condizioni di lavoro sostenibili, possibilità di crescita professionale, valorizzazione delle competenze avanzate e conciliazione tra vita e lavoro. I giovani scelgono professioni che offrano senso, ma anche prospettive concrete.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Molti cittadini chiedono più assistenza a casa, soprattutto per anziani e persone fragili. L’assistenza domiciliare può davvero diventare il perno del nuovo modello di sanità?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, se viene considerata una componente centrale e non residuale. L’assistenza domiciliare permette di portare la cura dove la persona vive, riducendo accessi impropri in ospedale e migliorando la qualità della vita. Ma per funzionare servono organizzazione, continuità, strumenti digitali, collaborazione tra professionisti e un forte raccordo con i servizi sociali. A casa non si porta solo una prestazione: si porta un progetto di cura.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C’è anche il tema delle aree interne e dei piccoli comuni, dove la distanza dai servizi è spesso un ostacolo enorme. Come si garantisce lì il diritto alla salute?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Con modelli flessibili e prossimi. Nelle aree interne non si può pensare di replicare semplicemente il modello urbano. Servono équipe mobili, teleassistenza, punti di riferimento territoriali, integrazione con il volontariato e con le reti locali. La prossimità, in questi contesti, significa capacità di andare incontro alle persone, non aspettare che siano loro a raggiungere il servizio.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come cambia il rapporto tra infermieri, medici e altri professionisti in questo nuovo modello?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il lavoro di squadra diventa essenziale. Nessuno può rispondere da solo alla complessità dei bisogni attuali. Serve una collaborazione reale, basata sul riconoscimento reciproco delle competenze e su obiettivi condivisi. Quando l’équipe funziona, il cittadino percepisce un servizio più semplice, più rapido e più umano.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che messaggio vuole lasciare ai giovani che stanno pensando di intraprendere questa professione?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Che quella infermieristica è una professione di grande valore, che unisce competenza scientifica, responsabilità e vicinanza alle persone. È una scelta impegnativa, ma capace di dare molto in termini di crescita personale e professionale. Oggi più che mai il Paese ha bisogno di infermieri preparati, motivati e protagonisti del cambiamento.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Guardando al futuro, quale deve essere la priorità assoluta per il Servizio sanitario nazionale?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La priorità è costruire un sistema davvero orientato alla persona, capace di prevenire, accompagnare e prendersi cura in modo continuo. Questo significa investire sul territorio, sulle professioni sanitarie, sull’integrazione tra ospedale e comunità e su una governance che sappia leggere i bisogni reali. Se riusciremo a fare questo, la sanità non sarà solo un luogo dove si cura la malattia, ma una rete che sostiene la vita.»</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>
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		<title>La salute passa anche da 406mila PMI della filiera e un milione di occupati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:42:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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		<category><![CDATA[data room]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con una popolazione sempre più anziana e una domanda di cure in crescita, la sanità italiana trova nelle piccole imprese della salute una rete capillare di servizi, lavoro qualificato e prossimità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 58%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110530" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721.jpg" width="1203" height="1805" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721.jpg 1203w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-682x1024.jpg 682w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-768x1152.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-1024x1536.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/pexels-haromhatar-32312721-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1203px) 100vw, 1203px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">Spesa sanitaria pubblica e privata</span></h3>
<p>Il <a href="https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/dfp_2026/1.DFP_2026_FILE-UNICO.pdf#page=87">Documento di Finanza Pubblica 2026</a> conferma che, nonostante il progressivo invecchiamento della popolazione, la <strong>spesa sanitaria pubblica</strong> che nel 2026 vale 148,5 miliardi di euro, si mantiene stabile al 6,4% del PIL lungo l’orizzonte di previsione. Tale dinamica sottolinea come l’incremento della domanda sanitaria non sia accompagnato da un corrispondente aumento del peso sull’economia della spesa pubblica sanitaria, con un crescente spazio della spesa privata.</p>
<p>Un <a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/03/Focus-3_2026_Sanita.pdf">recente focus dell’Ufficio parlamentare di bilancio</a> evidenzia che nel 2024 la componente pubblica rappresenta il 73,1% della spesa sanitaria complessiva, quasi sette punti percentuali al di sotto della media dell&#8217;Unione europea (80%). Parallelamente cresce il peso della <strong>spesa privata</strong>: la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie (<em>out of the pocket</em>) raggiunge il 23,6% del totale della spesa sanitaria, un livello superiore di quasi nove punti rispetto al 14,9% della media europea. Si tratta di un divario che segnala come una parte crescente dei bisogni sanitari venga soddisfatta attraverso risorse proprie delle famiglie, un fenomeno che rischia di ampliare le differenze nell’accesso alle cure legate al reddito.</p>
<h3><span class="font-435549">Sanità integrativa</span></h3>
<p>Alla crescita della spesa diretta si accompagna la progressiva diffusione della <strong>sanità integrativa</strong>. Tra il 2013 e il 2023 gli iscritti ai fondi sanitari privati sono quasi triplicati, passando da 5,8 a 16,3 milioni. Lo sviluppo di questi strumenti è sostenuto anche dal sistema fiscale: nel 2023 le detrazioni per le spese sanitarie determinano minori entrate per 4,6 miliardi di euro, cui si aggiungono 1,5 miliardi di minori entrate tributarie e contributive riconducibili alle agevolazioni previste per la sanità integrativa. La crescente presenza del secondo pilastro sanitario rappresenta quindi una risposta all’aumento della domanda di prestazioni, ma anche un elemento di trasformazione dell&#8217;intero sistema di finanziamento dell&#8217;assistenza.</p>
<h3><span class="font-435549">Difficoltà di accesso ai servizi sanitari pubblici</span></h3>
<p>La maggiore partecipazione della spesa privata è collegata anche alle <strong>difficoltà di accesso ai servizi sanitari pubblici</strong>. I dati della nuova piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa <a href="https://www.agenas.gov.it/images/Nota_Stampa_PNLA.pdf">pubblicati da Agenas</a>, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, relativi a 65 milioni di prenotazioni evidenziano un miglioramento del rispetto dei tempi massimi di attesa, ma persistono significative criticità territoriali. Per le prime visite la quota di prestazioni erogate nei tempi previsti sale dal 76,1% al 78,7%, mentre per gli esami diagnostici raggiunge l’84,7%. Le persistenti liste di attesa spingono una quota crescente di cittadini verso prestazioni erogate dal settore privato, alimentando la spesa diretta delle famiglie e la domanda di coperture assicurative e integrative.</p>
<p>I tratti evolutivi della domanda di salute e la natura mista del sistema sanitario pubblico, fondato sulla collaborazione tra pubblico e privato attraverso accreditamenti e convenzioni, stanno modificando anche la struttura produttiva della sanità italiana.</p>
<h3><span class="font-435549">La filiera delle imprese della sanità</span></h3>
<p>La <strong>filiera</strong> della sanità, che comprende i servizi di assistenza sociale per anziani e disabili <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> genera complessivamente un valore aggiunto di quasi tre punti e mezzo di PIL, configurandosi come uno dei principali comparti dell&#8217;economia italiana. La forte presenza di micro e piccole imprese rappresenta un elemento distintivo del modello sanitario nazionale: queste imprese assicurano prossimità territoriale, continuità dell&#8217;assistenza, elevata specializzazione professionale e una capillare diffusione dei servizi, contribuendo a integrare l&#8217;offerta pubblica e a rispondere alla domanda di cure di una popolazione sempre più anziana.</p>
<p>Secondo i più recenti dati disponibili, nell’intera filiera sanitaria – che va dalla produzione e commercializzazione di prodotti farmaceutici e dispositivi medici ai servizi di assistenza sanitaria, ospedalieri e degli studi medici e odontoiatrici, comprendendo l’offerta di servizi di assistenza sociale &#8211; operano 407 mila imprese, delle quali 394 mila, pari a circa il 97%, hanno meno di dieci addetti. Nel complesso la filiera genera un fatturato di 196,8 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 73 miliardi di euro (pari al 3,4% del PIL) e un milione e 400 mila occupati. Il sistema delle 406 mila micro, piccole e medie imprese (MPMI) produce oltre la metà del fatturato della filiera (114,1 miliardi di euro pari al 58,0%) e circa i due terzi del valore aggiunto (45,9 miliardi di euro pari al 62,9% della filiera) con l’apporto di 992 mila addetti, pari al 70,9% dell’occupazione dell’intera filiera. Nel dettaglio settoriale del sistema delle MPMI della salute e assistenza, nella produzione farmaci e dispositivi si contano 60 mila addetti (6% dell’occupazione delle MPMI della filiera), nel commercio – farmacie ed esercizi specializzati nella vendita di articoli medicali e ortopedici – 153 mila addetti (15,4%),  nei servizi ospedalieri 32 mila addetti (3,2%), negli studi medici e odontoiatrici 315 mila addetti (31,8%), negli altri servizi sanitari 189 mila addetti (19,1%) mentre nei servizi di assistenza sociale operano i restanti 243 mila addetti (24,5%).</p>
<p>Le trasformazioni in corso delineano un sistema sanitario sempre più fondato sulla complementarità tra pubblico e privato. La sostenibilità del servizio sanitario nazionale richiede il rafforzamento dell’offerta pubblica, il contenimento delle liste di attesa e una elevata qualità dell’offerta in convenzione dei servizi sanitari del sistema privato. In questo quadro diventa strategico valorizzare il contributo delle imprese della salute, caratterizzato da una solida presenza di micro, piccole e medie imprese che garantiscono servizi di prossimità, occupazione qualificata e rappresentano un presidio essenziale di prossimità per famiglie e comunità locali.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<hr />
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Rispetto al perimetro individuato dell’Ufficio parlamentare di bilancio nel focus ‘Pubblico e privato in sanità: il finanziamento, la produzione e le imprese’ di marzo 2026, la filiera esaminata in questo articolo include anche il settore dell’assistenza sociale non residenziale (Ateco 2007 88), in cui il 47,1% dell’occupazione è determinata dai  servizi di assistenza sociale non residenziale per anziani e disabili (88.1), un ulteriore 32,9% nelle altre attività di assistenza sociale non residenziale (88.99) che comprendono, tra l&#8217;altro, i servizi sociali e di aiuto ai profughi ed immigrati, le attività finalizzate all&#8217;adozione e alla prevenzione di maltrattamenti a danno di minori e donne, le attività dei consultori matrimoniali e familiari, assistenza alle vittime di calamità, profughi, immigrati, le strutture di accoglienza diurna per senzatetto ed altri gruppi socialmente svantaggiati e le attività di raccolta di fondi finalizzate ad opere di assistenza sociale, a cui si aggiunge il restante 19,9% dei servizi di asili nido e di assistenza diurna per minori disabili (88.91).</em></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-3" data-row="script-row-unique-3" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-3"));</script></div></div></div>
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		<title>Pop-Up Opera: gli studenti chiedono di scoprire i mestieri artigianali dal vivo, i dati lo confermano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:30:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un laboratorio itinerante, nato nell’ambito dei progetti educativi sostenuti dalla Fondazione Germozzi, ha coinvolto 390 studenti e 36 insegnanti in 18 biblioteche della Lombardia. Un’esperienza che, attraverso i dati raccolti, racconta bisogni, aspettative e nuove domande dei ragazzi rispetto all’orientamento scolastico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110589" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/La-redazione-Pop-Up-Opera.png" width="1024" height="632" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/La-redazione-Pop-Up-Opera.png 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/La-redazione-Pop-Up-Opera-300x185.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/La-redazione-Pop-Up-Opera-768x474.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/07/La-redazione-Pop-Up-Opera-350x216.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></div>
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<h2 style="text-align: center;">* * *</h2>
<p>C&#8217;è un momento, durante l&#8217;adolescenza, in cui il futuro smette di essere un&#8217;idea vaga e diventa una scelta concreta, quella della scuola superiore. È un passaggio che la maggior parte dei ragazzi affronta con strumenti insufficienti. Lo confermano i dati raccolti nell&#8217;ambito del progetto <em>Pop-Up Opera – Il Piccolo Principe. Con le mani imparo un mestiere</em>, un laboratorio itinerante che ha portato nelle biblioteche di diciotto province lombarde un&#8217;esperienza diretta di costruzione manuale, coinvolgendo 390 studenti delle classi seconde della scuola secondaria di primo grado e 36 insegnanti che li hanno accompagnati.</p>
<p>Il progetto è promosso da Associazione Lilopera con il sostegno di Fondazione Germozzi e Confartigianato Lombardia, e si sviluppa in collaborazione con la Rete delle Reti (RdR), il più grande movimento cooperativo di biblioteche locali in Italia, con oltre 1.700 biblioteche in sette regioni e con MUBA, il Museo dei Bambini di Milano.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Un&#8217;opera lirica, una scenografia, un&#8217;idea</span></h3>
<p>Tutto nasce da <em>Il Piccolo Principe</em>, l&#8217;opera lirica andata in scena al Teatro alla Scala di Milano nel 2023, con le musiche di Pierangelo Valtinoni e il libretto di Paolo Madron, tratta dal celebre romanzo di Antoine de Saint-Exupéry.</p>
<p>Uno spettacolo che ha avvicinato oltre centomila giovani spettatori al teatro musicale e da cui Lilopera ha tratto ispirazione per il laboratorio. Ogni studente, infatti, costruisce con le proprie mani una scenografia pop-up tridimensionale ispirata all&#8217;allestimento scaligero, trasformando il racconto in un oggetto concreto e personale.</p>
<p>La scelta non è decorativa. Il lavoro manuale sulla scenografia diventa il pretesto per raccontare ai ragazzi tutti i mestieri che stanno dietro a uno spettacolo, dai falegnami teatrali, ai costumisti, dai macchinisti, agli scenografi piuttosto che i sarti teatrali o i truccatori e parrucchieri. Tutte professioni che esistono da secoli, che custodiscono un patrimonio di tecnica e creatività e che molti adolescenti non sanno nemmeno che esistano.</p>
<p>Dentro il libro pop-up de Il Piccolo Principe c&#8217;è, in miniatura, tutto un mondo di mestieri che merita di essere conosciuto prima di essere scartato.</p>
<p>Perché non far diventare questi mestieri il punto finale di un percorso che inizia proprio dalla scuola?</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Il punto di partenza: un divario tra percezione e realtà</span></h3>
<p>La valutazione dell&#8217;efficacia di qualsiasi intervento orientativo tiene conto della situazione di partenza. In questo caso è il livello di consapevolezza personale di ciascun studente, al secondo anno di scuola secondaria di primo grado, sul lavoro che sognano fare nel loro futuro.</p>
<p>Alla domanda se conoscessero già il lavoro dei propri sogni, il 66% degli studenti ha risposto di <em>SÌ</em>. Secondo il 67% gli insegnati, invece, i ragazzi della classe non sono sufficientemente consapevoli del lavoro che faranno da grandi.</p>
<p>Il divario non è una contraddizione, ma un dato significativo. Gli adolescenti tendono a percepirsi più orientati di quanto non appaia a chi li osserva con esperienza comparativa su più classi e più anni. Avere &#8220;un sogno&#8221; non equivale ad avere consapevolezza dei percorsi formativi e delle competenze necessarie per realizzarlo. È esattamente in questo spazio, tra ciò che i ragazzi credono di sapere e ciò che ancora non hanno gli strumenti per valutare, che un laboratorio orientativo trova la sua ragione d&#8217;essere.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Costruire con le mani per orientare il pensiero</span></h3>
<p>Il laboratorio non è un incontro informativo né una lezione teorica visita guidata. Il suo nucleo è la costruzione fisica, da parte di ogni studente, della scenografia pop-up de <em>Il Piccolo Principe </em>ed è proprio questa componente manuale a fare la differenza, secondo quanto emerge dai dati raccolti.</p>
<p>Alla domanda su quale parte dell&#8217;attività fosse piaciuta di più, il 71% degli studenti ha indicato la costruzione della scenografia, ben al di sopra delle altre opzioni proposte come la scoperta dei mestieri teatrali, la conoscenza di nuove scuole, l&#8217;introduzione all&#8217;opera. È interessante notare che la stessa componente manuale viene indicata dal 27% dei ragazzi come la parte più impegnativa: difficoltà e gradimento, in questo caso, non si escludono a vicenda. Chi studia l&#8217;esperienza di apprendimento, penso alla teoria del &#8220;flow&#8221; elaborata dallo psicologo <em>Mihaly Csikszentmihalyi</em>, osserva da tempo che una sfida calibrata sulle proprie competenze è spesso la condizione che genera il coinvolgimento più profondo, non un ostacolo da evitare.</p>
<p>Gli insegnanti confermano questa lettura da un&#8217;angolazione complementare, il 72% di loro ritiene che le abilità manuali non siano sufficientemente valorizzate nella scuola secondaria di primo grado, mentre quasi la metà dichiara di non essere rimasta sorpresa dall&#8217;interesse manuale mostrato dai propri studenti durante il laboratorio. Un dato che, letto insieme, racconta qualcosa di preciso, ossia che gli insegnanti vedono la propensione al fare nei ragazzi, ma riconoscono che la scuola, nella sua organizzazione attuale, fatica a coltivarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span class="font-435549">Un&#8217;esperienza che apre orizzonti, non solo conferma scelte</span></h3>
<p>Il dato forse più interessante riguarda l&#8217;effetto che il laboratorio produce sui progetti professionali dei ragazzi. Alla domanda se l&#8217;esperienza avesse confermato il proprio sogno oppure suscitato curiosità verso altre professioni, il 57% degli studenti ha scelto la seconda opzione, questo significa che l&#8217;incontro con mestieri prima sconosciuti li ha portati a riflettere su nuovi possibili percorsi.</p>
<p>Il pattern si ripete, con percentuali simili, nella grande maggioranza delle diciotto scuole coinvolte, da Sondrio a Lecco, da Cremona a Varese, segno che non si tratta di un effetto isolato ma di una dinamica legata alla struttura stessa dell&#8217;esperienza proposta. Solo in due casi prevale la conferma di un sogno già esistente, e in uno di questi tutti gli studenti avevano dichiarato, fin dall&#8217;inizio, di avere già un&#8217;idea chiara del proprio futuro.</p>
<p>Questo risultato si lega a un effetto orientativo più ampio, il 71% degli studenti dichiara che il laboratorio li ha aiutati, almeno in parte, a capire se esistono scuole superiori che potrebbero interessarli. E quando si guarda al lato degli insegnanti, la convergenza è totale, perché il 100% del campione ritiene che un&#8217;esperienza di questo tipo possa integrare efficacemente l&#8217;orientamento scolastico tradizionale, fatto perlopiù di incontri informativi e visite organizzate.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Cosa chiedono i ragazzi: entrare nelle botteghe e incontrare veri artigiani</span></h3>
<p>I dati sul gradimento e sull&#8217;impatto orientativo dicono molto, ma la domanda più rivelatrice è forse un&#8217;altra: cosa vorrebbero davvero i ragazzi da un orientamento efficace? La risposta, espressa dal 76% del campione, è sorprendentemente concreta. I ragazzi vorrebbero visitare di persona un teatro o un&#8217;azienda artigianale. Non una brochure, non un video promozionale, non una presentazione in classe, ma vogliono varcare l&#8217;ingresso di un laboratorio, guardare le mani di qualcuno che sa fare, capire dall&#8217;interno com&#8217;è un mestiere che la scuola non mostra mai.</p>
<p>Il 29% chiede di conoscere meglio le scuole dei mestieri, un altro 29% vorrebbe più attività pratiche e manuali nel percorso orientativo. Il 54% vuole semplicemente sapere di più sulle scuole superiori, anche quelle che non conosce, quelle che non ha mai considerato perché nessuno gliene ha mai parlato davvero.</p>
<p>È una richiesta di esperienza diretta, di contatto con la realtà del lavoro, che il formato tradizionale dell&#8217;orientamento fatica strutturalmente a offrire. Ed è qui che la rete di partner del progetto gioca un ruolo decisivo. Confartigianato Lombardia e la Fondazione Germozzi portano con sé il tessuto vivo delle imprese artigiane del territorio, MUBA l&#8217;esperienza consolidata nella didattica creativa per bambini e ragazzi, e la Rete delle Reti la capillarità delle biblioteche come spazi educativi aperti a tutti. Insieme, costruiscono le condizioni perché quella visita in bottega che i ragazzi chiedono non resti un desiderio, ma diventi una possibilità concreta.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Prossimo passo: portare il metodo nelle scuole</span></h3>
<p>I dati raccolti in questa prima edizione pongono una domanda precisa: come si trasforma un laboratorio itinerante in un cambiamento strutturale nell&#8217;orientamento scolastico? La risposta che il progetto si è dato è concreta e già a calendario.</p>
<p>A ottobre 2026, Lilopera e Fondazione Germozzi, con il supporto dell&#8217;Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, organizzeranno un convegno dedicato agli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, con sede al Politecnico di Milano, luogo in cui progettazione, creatività, tecnologia e manualità convivono da sempre.</p>
<p>Non sarà un momento solo informativo, agli insegnanti verranno presentati i dati raccolti in questa prima edizione, ma soprattutto verrà proposta in prima persona l&#8217;esperienza del laboratorio, con la costruzione del pop-up e tutti gli strumenti didattici necessari per replicarlo autonomamente in classe.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è formare una rete di insegnanti che possano diventare ambasciatori del metodo nelle proprie scuole, moltiplicatori di un approccio all&#8217;orientamento più vicino alla realtà, più capace di rispondere a ciò che i ragazzi hanno chiesto chiaramente: meno teoria, più esperienza diretta, più contatto con il mondo del lavoro e dei mestieri.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><span class="font-435549">Mestieri da raccontare, non da archiviare</span></h3>
<p>Dietro ai numeri, c&#8217;è una scelta di fondo che attraversa tutto il progetto, quella di presentare i mestieri artigianali non come alternative di ripiego per chi non ha successo nel percorso scolastico tradizionale, ma come saperi con una storia, una tecnica e un ruolo preciso nell&#8217;identità culturale italiana. Gli stessi mestieri che hanno reso possibile <em>Il Piccolo Principe</em> alla Scala, i falegnami che costruiscono le scenografie, gli elettricisti che le illuminano, le sarte che cuciono i costumi, i macchinisti che montano, smontano e riparano, sono professionisti altamente qualificati, eredi di una tradizione secolare che il Made in Italy porta nel mondo.</p>
<p>È una scelta che va in controtendenza rispetto a una percezione ancora diffusa, dove tra i criteri che, secondo gli insegnanti, guidano oggi la scelta della scuola superiore, la percezione del livello di difficoltà del percorso resta uno dei più citati, segno di quanto la logica del prestigio scolastico continui a pesare più dell&#8217;interesse autentico. Il laboratorio prova a invertire questa direzione, restituendo dignità e visibilità a percorsi spesso sottovalutati, ma sempre più necessari a un tessuto produttivo e culturale che fatica a trovare le competenze di cui ha bisogno.</p>
<p>Costruire un piccolo teatro di carta con le proprie mani può sembrare un gesto semplice. Ma i dati raccolti in queste diciotto biblioteche lombarde raccontano qualcosa di più: che dare ai ragazzi l&#8217;occasione di toccare, montare, sbagliare e ricominciare è, ancora oggi, uno degli strumenti più efficaci per aiutarli a capire chi vogliono diventare e a riscoprire, nello stesso tempo, il valore dei mestieri che continuano a tenere in vita la bellezza italiana.</p>
<p><strong> </strong>(<em>L’articolo è stato redatto da Serena Gobbo</em>)</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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</div><p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/pop-up-opera-gli-studenti-chiedono-di-scoprire-i-mestieri-artigianali-dal-vivo-i-dati-lo-confermano/">Pop-Up Opera: gli studenti chiedono di scoprire i mestieri artigianali dal vivo, i dati lo confermano</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Il volto femminile della sostenibilità possibile: Spirito Artigiano intervista Maria Alessandra Gallone, presidente ISPRA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle piccole imprese ai territori, la sfida ambientale si misura nella capacità di trasformare vincoli e cambiamenti in nuove forme di responsabilità. Nell’intervista a Spirito Artigiano, Maria Alessandra Gallone indica la strada di una sostenibilità possibile, fondata su conoscenza, lavoro e capitale umano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110448" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1.jpg" width="600" height="900" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1.jpg 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1-200x300.jpg 200w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Gallone-Alessandra_foto_2025-1-350x525.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-6" data-row="script-row-unique-6" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-6"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-7"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h3><span class="font-435549">C’è una parola che attraversa il nostro tempo con la forza di una necessità e il peso di una sfida: sostenibilità. Ma dietro le grandi strategie europee, dietro i piani energetici e le transizioni annunciate, esiste un’Italia che ogni giorno prova a tenere insieme ambiente, lavoro e futuro. È l’Italia delle botteghe, delle piccole imprese, dell’artigianato manifatturiero che continua a rappresentare l’ossatura produttiva del Paese. In questo scenario si inserisce la riflessione di Maria Alessandra Gallone*, presidente di ISPRA, che in questa intervista a Spirito Artigiano disegna il profilo di una sostenibilità concreta, lontana dagli slogan e capace di parlare ai territori. Una transizione “possibile”, che non lasci indietro nessuno e che rimetta al centro le persone, il capitale umano, le donne e il valore della cura. Perché — spiega — tutela ambientale e sviluppo economico non sono avversari, ma parti della stessa responsabilità collettiva.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente Gallone, oggi la transizione ecologica rischia spesso di essere raccontata come un percorso pensato per le grandi imprese. Come si evita che le piccole realtà artigiane e manifatturiere vivano invece la sfida ambientale come un peso burocratico o economico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«La transizione ecologica funzionerà davvero solo se sarà una transizione abitabile anche per le piccole imprese, per gli artigiani, per chi ogni mattina apre una bottega o una piccola azienda e tiene vivo il tessuto produttivo dei territori. Se viene percepita come un insieme di obblighi e costi rischia di generare paura e resistenza. Se invece diventa un’opportunità concreta di innovazione, risparmio energetico e competitività, allora cambia tutto. Io credo molto in una sostenibilità che non sia ideologica ma possibile. Dobbiamo accompagnare le imprese, non giudicarle. E accompagnarle significa semplificare, creare strumenti chiari, incentivi accessibili e fiducia. L’Italia ha un patrimonio straordinario di manifattura, artigianato e cultura del fare bene. Proprio questo modello produttivo può diventare uno dei più sostenibili al mondo».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lei guida un istituto strategico per il futuro ambientale del Paese. Che ruolo può avere ISPRA nell’accompagnare concretamente le piccole e medie imprese verso modelli più sostenibili?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«ISPRA è una grande infrastruttura tecnico-scientifica al servizio delle decisioni, dei territori e delle imprese. Il nostro compito è produrre dati certificati, indipendenti e trasparenti. Ma oggi c’è anche un’altra missione fondamentale: rendere la conoscenza accessibile. Le piccole e medie imprese spesso non hanno strutture dedicate alla sostenibilità o alla compliance ambientale. Per questo ISPRA può svolgere una funzione importante di accompagnamento e orientamento, aiutando le imprese a comprendere cambiamenti normativi, opportunità tecnologiche e vantaggi competitivi della sostenibilità. Io immagino un’Istituzione sempre più vicina ai territori e capace di dialogare con il mondo produttivo senza perdere il rigore scientifico».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel dibattito pubblico si parla molto di sostenibilità, ma meno di sostenibilità “possibile”. Quanto conta costruire una transizione che tenga insieme tutela ambientale, lavoro e competitività?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Conta moltissimo. È il punto centrale. Una transizione che non tiene insieme ambiente, lavoro e competitività rischia di essere socialmente fragile e quindi anche ambientalmente inefficace. La sostenibilità non può essere un lusso per pochi o una teoria da convegno. Deve entrare nella vita reale delle persone e delle imprese. Per questo parlo spesso di un nuovo umanesimo della sostenibilità: mettere la persona al centro. Le realtà artigiane italiane hanno una forza enorme: sanno innovare mantenendo identità, tradizione e qualità. Possono diventare un modello europeo di economia sostenibile ad alto valore umano».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Questo numero di Spirito Artigiano è dedicato al tema dell’impresa femminile e al contributo delle donne come forza economica e sociale. Ritiene che oggi le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più rispetto agli uomini quando assumono ruoli apicali?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Penso che, purtroppo, in molti contesti le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più. Non sempre in modo esplicito, ma spesso attraverso aspettative implicite molto più severe. Alle donne viene chiesto di essere competenti ma anche rassicuranti, determinate ma non troppo, autorevoli ma sempre misurate. Però credo anche che qualcosa stia cambiando profondamente. Sempre più donne stanno arrivando in ruoli apicali portando una leadership diversa: più inclusiva, più orientata alla costruzione delle relazioni e alla visione di lungo periodo. La vera forza non coincide con la durezza. È riuscire a mantenere competenza, umanità e capacità di ascolto anche nei ruoli di maggiore responsabilità».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che impronta vuole dare alla sua presidenza di ISPRA?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Vorrei lasciare un’ISPRA ancora più autorevole scientificamente, ma anche più aperta, moderna e riconoscibile come presidio di fiducia pubblica. Viviamo un tempo in cui ambiente, energia, innovazione tecnologica e geopolitica sono profondamente interconnessi. In questo scenario gli istituti tecnico-scientifici devono aiutare il Paese a leggere la complessità. Vorrei un’Istituzione capace di parlare ai giovani, alle imprese e ai territori. E c’è un tema a cui tengo moltissimo: il capitale umano. Le persone che lavorano in ISPRA rappresentano una ricchezza straordinaria di competenze e passione. Investire sui giovani ricercatori e sulle nuove professionalità sarà decisivo per il futuro del Paese».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Secondo lei, il protagonismo delle donne può rappresentare anche un cambio di paradigma nel modo di concepire sviluppo, impresa e rapporto con il territorio?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Sì, credo di sì. Non perché le donne siano migliori, ma perché storicamente hanno sviluppato una particolare capacità di tenere insieme dimensioni diverse: cura, visione, pragmatismo, relazione. La sostenibilità, in fondo, è proprio questo: imparare a pensare non solo all’immediato ma anche alle conseguenze, alle generazioni future, agli equilibri tra economia, ambiente e società. Per molti anni il modello di sviluppo dominante è stato fondato soprattutto sulla competizione e sulla velocità. Oggi comprendiamo che servono anche altri valori: responsabilità, ascolto, capacità di costruire comunità. La parola cura non deve più essere considerata una parola debole. La cura è una forma alta di responsabilità. E forse la vera rivoluzione culturale sarà proprio questa: comprendere che sviluppo e sensibilità non sono in contraddizione. Possono, anzi devono, camminare insieme».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>*Maria Alessandra Gallone, laureata in Lingue e esperta di amministrazione locale e istituzioni scolastiche, ha alle spalle una carriera politica nazionale che l&#8217;ha vista Senatrice della Repubblica per due legislature. Durante i suoi mandati parlamentari si è specializzata all&#8217;interno delle commissioni Giustizia, Ambiente, Territorio e Istruzione. Forte di questa esperienza istituzionale, nel febbraio 2026 è stata nominata Presidente dell&#8217;ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).</p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-7" data-row="script-row-unique-7" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-7"));</script></div></div></div>
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		<title>Se la bottega non chiude, spesso è grazie a lei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Mellone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai laboratori ai negozi di prossimità, l’impresa femminile diventa uno degli argini più concreti alla crisi della trasmissione generazionale nell’artigianato</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 57%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110390" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna.jpg" width="1383" height="1920" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna.jpg 1383w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-216x300.jpg 216w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-738x1024.jpg 738w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-768x1066.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-1106x1536.jpg 1106w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/06/Lara-Gallegati_Confartigianato-Ravenna-350x486.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1383px) 100vw, 1383px" /></div>
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<p class="isSelectedEnd">Partiamo dai numeri, perché qui i numeri raccontano una storia precisa. L’artigianato italiano vive un paradosso. Il motore del “fare italiano” espande i fatturati e contrae i talenti: nell’ultimo decennio quasi un quarto delle imprese artigiane ha cessato l’attività. Parliamo di 400mila imprese. E il dato più insidioso non è quello che è già accaduto, ma quello che sta per accadere. Secondo l’Ufficio studi di Confartigianato, oltre 303mila imprese artigiane — quasi un terzo di quelle attive — sono a rischio per mancanza di ricambio generazionale, un tema che anche di recente ho personalmente affrontato in un confronto con la vostra associazione. Sullo sfondo, resta quella “glaciazione demografica” che tra il 2025 e il 2050 toglierà all’Italia quasi sette milioni di persone in età da lavoro: parliamo di un quinto del totale.</p>
<p class="isSelectedEnd">Ho cominciato questo articolo con numeri e cifre perché da qui bisogna partire. Calo demografico. Virtualizzazione delle competenze. Tiktokizzazione dei Millennials e della Gen Z. È la crisi della trasmissione generazionale: il sapere che non passa di mano, l’italianità che si arresta. Il mese scorso nel mio quartiere ha chiuso una famosa panetteria perché il proprietario se n’è andato e i figli non hanno voluto continuare un’attività redditizia che aveva reso quel piccolo negozio un punto di riferimento per migliaia e migliaia di persone a Roma, ragazzi compresi, influencer compresi. I dati sui centri storici sono allarmanti, e se non si hanno i dati è sufficiente confrontare una fotografia delle strade principali delle città di trent’anni fa e di oggi: le grandi catene hanno ingoiato i negozi a gestione familiare, l’impersonale ha sostituito il personale, per non parlare della proliferazione di una gastronomia globalizzata che poco alla volta sostituisce il made in Italy del gusto proprio nel periodo in cui la cucina italiana diventa patrimonio immateriale dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Una bottega che chiude non lascia soltanto una saracinesca abbassata: porta via un mestiere, una competenza, un presidio di prossimità»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p class="isSelectedEnd">Una bottega che chiude non lascia soltanto una saracinesca abbassata; porta via un mestiere, una competenza, un presidio di prossimità. Nei piccoli comuni significa restare senza un idraulico, un falegname, un elettricista, un ferramenta, un droghiere. Nelle città significa quartieri che perdono identità.</p>
<p class="isSelectedEnd">Dentro questo quadro, però, c’è un dato che va in controtendenza. E ha un volto femminile.</p>
<p class="isSelectedEnd">Le imprese artigiane guidate da donne in Italia sono 218.262, il 17,7% del comparto, in crescita costante negli ultimi cinque anni. Più in generale, le imprese a conduzione femminile sono 1.302.974, il 22,3% del totale, e l’Italia è il primo Paese europeo per numero di imprenditrici. Soprattutto: tra il 2021 e il 2025 l’occupazione indipendente femminile è cresciuta del 9,8%, contro una media europea del 6,6%. Mentre il tessuto artigiano arretra, la sua componente femminile tiene e avanza.</p>
<p class="isSelectedEnd">Non è una coincidenza, ed è qui il punto. Dove l’artigianato rischia di spegnersi per assenza di eredi, sono spesso le donne a raccoglierne il testimone — o a fondare qualcosa di nuovo sulle stesse competenze. Le incidenze più alte si registrano nei territori dove il mestiere è cultura: in Abruzzo il 22,7% delle imprese artigiane è guidato da donne, a Prato si arriva al 26%, oltre un quarto. I numeri dicono una cosa semplice. La trasmissione che la via familiare classica non garantisce più passa, sempre più spesso, attraverso lo spirito imprenditoriale femminile, per una ragione economica e organizzativa. L’impresa artigiana femminile innova perché deve: innesta il digitale sul manuale, l’e-commerce sulla bottega, nuovi servizi sul mestiere tradizionale. Tiene insieme produzione e relazione, capitale umano e territorio. E, statistiche alla mano, mostra una resilienza occupazionale superiore alla media proprio nelle fasi in cui la componente maschile arretra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Sostenere l’imprenditoria femminile non è una concessione simbolica: è una strategia industriale per non perdere un pezzo di economia reale»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p class="isSelectedEnd">Questo cambia la natura del discorso. Sostenere l’imprenditoria femminile non è un capitolo di welfare né una concessione simbolica da 8 marzo: è una strategia industriale per non perdere un pezzo di economia reale. Se quasi un terzo dell’artigianato è a rischio per ricambio mancato, e se la sola area in crescita strutturale è quella femminile, la conclusione si scrive da sola. Salvare l’artigianato italiano significa, in buona parte, mettere le donne nelle condizioni di farlo.</p>
<p class="isSelectedEnd">Quali condizioni? Quelle che i dati segnalano come freni: un accesso al credito ancora più difficile per le imprenditrici, una conciliazione tra impresa e cura che grava quasi sempre su un solo paio di spalle, una rete di servizi insufficiente proprio dove la determinazione è più alta. Non servono medaglie. Servono strumenti e politiche che trattino l’impresa femminile per ciò che è diventata: una componente strutturale del sistema produttivo.</p>
<p>Resta, alla fine, l’immagine di una nazione che si salva senza fare rumore. Mentre si discute di grandi piani e di giganti digitali, una parte del futuro dell’Italia si decide nei laboratori dove una donna sceglie di restare, di assumere, di tramandare un mestiere o di reinventarlo. È un’energia silenziosa. Ma è una delle poche, oggi, che stia davvero tenendo in piedi un pezzo di Paese.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p data-start="31" data-end="119"><strong data-start="31" data-end="119">Nella foto, Lara Gallegati di Biciclette SOMEC, impresa associata a Confartigianato </strong><strong>(©Ivan Demenego)</strong></p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Alla Fabbrica di San Pietro il talento diventa mestiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 07:18:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un percorso gratuito di sei mesi per ragazze e ragazzi tra i 18 e i 25 anni, tra arte, mestieri storici e vita comunitaria, nella Scuola delle Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro. Candidature aperte fino al 14 agosto 2026.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 77%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110363" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/scuola-arte-san-pietro.png" width="874" height="663" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/scuola-arte-san-pietro.png 874w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/scuola-arte-san-pietro-300x228.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/scuola-arte-san-pietro-768x583.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/scuola-arte-san-pietro-350x266.png 350w" sizes="auto, (max-width: 874px) 100vw, 874px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-10" data-row="script-row-unique-10" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-10"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-11"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<p style="font-weight: 400;">La Scuola delle Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro in Vaticano, giunta alla sua quinta edizione, rappresenta un <strong>modello di eccellenza unico nel panorama formativo</strong> dedicato alle nuove generazioni. Promossa in collaborazione con la Fondazione Fratelli Tutti, l’iniziativa offre a ragazze e <strong>ragazzi tra i 18 e i 25 anni</strong> un percorso <strong>totalmente gratuito</strong> della durata di <strong>sei mesi</strong>, finalizzato a salvaguardare e <strong>tramandare le competenze dei mestieri storici</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Attraverso un equilibrio tra formazione teorica e intensa attività laboratoriale, la <strong>Scuola forma i professionisti di domani in cinque indirizzi d’eccellenza</strong>:</p>
<h3 style="font-weight: 400;"><span class="font-435549">• Scalpellini e marmisti</span></h3>
<h3 style="font-weight: 400;"><span class="font-435549">• Muratori, stuccatori e decoratori</span></h3>
<h3 style="font-weight: 400;"><span class="font-435549">• Falegnami</span></h3>
<h3 style="font-weight: 400;"><span class="font-435549">• Fabbri</span></h3>
<h3 style="font-weight: 400;"><span class="font-435549">• Mosaicisti (secondo la prestigiosa tradizione dello Studio del Mosaico Vaticano)</span></h3>
<p style="font-weight: 400;">Un’opportunità concreta di crescita professionale e umana, arricchita dall’esperienza della vita comunitaria, per riportare l’alto artigianato al centro del futuro dei giovani.</p>
<hr />
<h4 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Info utili per la candidatura</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Iscrizioni dal 1° giugno al 14 agosto 2026</strong><br />
Contatti: <strong><a href="mailto:scuola.artiemestieri@fsp.va">invia una e-mail</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Scarica la brochure</strong> <a href="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/WEB_ITA-BROCHURE-ARTI-E-MESTIERI_2026.pdf">ITA</a> | <a href="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/WEB_ENG-BROCHURE-ARTI-E-MESTIERI_2026.pdf">ENG</a></p>
<hr />
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>La forza discreta del Made in Italy: artigianato, diplomazia e soft power. Spirito Artigiano intervista Francesco Maria Talò</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’artigianato è una leva del soft power italiano: costruisce reputazione, presidia i territori e porta nel mondo un’idea concreta di Made in Italy. Spirito Artigiano ne parla con l’ambasciatore Francesco Maria Talò*.</p>
<p>The post <a href="https://spiritoartigiano.it/la-forza-discreta-del-made-in-italy-artigianato-diplomazia-e-soft-power-spirito-artigiano-intervista-francesco-maria-talo/">La forza discreta del Made in Italy: artigianato, diplomazia e soft power. Spirito Artigiano intervista Francesco Maria Talò</a> first appeared on <a href="https://spiritoartigiano.it">Spirito Artigiano</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 52%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110268" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_.jpg" width="830" height="1188" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_.jpg 830w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-210x300.jpg 210w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-715x1024.jpg 715w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-768x1099.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/F.M.Talo_-350x501.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 830px) 100vw, 830px" /></div>
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<h3><span class="font-435549">C’è una forza gentile che attraversa l’Italia senza fare rumore, ma lasciando un’impronta riconoscibile ovunque: è la trama minuta dell’artigianato, quel sapere diffuso che non si limita a produrre oggetti, ma costruisce identità, racconti, reputazione. È qui che il “marchio Italia” smette di essere uno slogan e diventa sostanza, valore economico e simbolico insieme. In un mondo attraversato da transizioni profonde – tecnologiche, geopolitiche, culturali – il soft power artigiano si rivela una leva strategica, capace di tenere insieme tradizione e innovazione, radici e apertura. Ne parliamo, su Spirito Artigiano, con l’ambasciatore Francesco Maria Talò, Inviato Speciale dell’Italia per il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa (nel corso della sua quarantennale carriera diplomatica ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio Meloni, Rappresentante Permanente presso la NATO ed Ambasciatore in Israele) che invita a leggere questo patrimonio come parte integrante di una visione di sistema, in cui istituzioni, imprese e territori imparano a fare squadra.</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ambasciatore, quando parliamo di artigianato italiano parliamo anche di soft power?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Assolutamente sì. Il soft power artigiano è un soft power nazionale. È ciò che consente al marchio Italia di essere ai vertici mondiali. Non è fatto solo dai grandi marchi, ma da una costellazione di piccole e medie imprese artigiane che, pur non essendo sempre riconoscibili singolarmente, sono immediatamente identificabili per il contesto da cui provengono e per l’unicità dei loro prodotti. È un patrimonio che dobbiamo preservare e valorizzare, anche – e soprattutto – in un mondo che cambia rapidamente.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quanto conta, in questa prospettiva, il “fare sistema”?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Conta moltissimo. Gli italiani hanno uno spirito individuale forte, ma non deve diventare individualismo. È proprio quella personalità che rende i nostri prodotti unici, ma deve essere combinata con la capacità di lavorare insieme, superando il particolarismo. Il valore aggiunto del Made in Italy nasce da qui: dalla sintesi tra creatività individuale e azione collettiva.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è il ruolo delle istituzioni e delle associazioni di categoria in questo equilibrio?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Le istituzioni devono contribuire a gestire un dilemma complesso: mantenere l’identità e la ricchezza delle radici, senza rinunciare all’innovazione. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere battaglie di retroguardia che non sono vincenti nel lungo periodo. Le associazioni di categoria, da parte loro, hanno un compito fondamentale: salvaguardare la particolarità delle tradizioni e accompagnarle in un percorso di rinnovamento. È un lavoro delicato, soprattutto nei centri più piccoli, dove l’artigianato è parte integrante del tessuto culturale.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lei ha spesso richiamato l’attenzione sulla trasformazione dei centri storici. Che cosa sta accadendo?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Stiamo assistendo a cambiamenti profondi, legati anche all’iper-turismo. In molti casi la natura degli esercizi commerciali è mutata, e questo ha penalizzato i piccoli artigiani, che sono tra le principali vittime di queste dinamiche. La concorrenza delle catene e di fenomeni speculativi rende la loro sopravvivenza più difficile. Ma dobbiamo renderci conto che il successo di una città non si misura solo dal numero di turisti: dipende dalla sua capacità di restare autentica, diversa dalle altre. E questo passa anche dal mantenimento dell’insediamento artigiano.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quindi l’artigianato non è solo economia, ma anche qualità della vita?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Esattamente. L’artigianato non è solo immagine, è sostanza. Dà lavoro a molte famiglie e contribuisce alla qualità dei centri abitati. Un luogo in cui c’è un artigiano è un luogo migliore, più vivo, più autentico. In questo senso, parliamo anche di sicurezza: senza sicurezza fisica, che vuol dire anche il cosiddetto hard power, non c’è economia, e questo vale anche per le piccole imprese. Come sempre si tratta di superare il dilemma, comprendendo che viviamo in un’epoca che ci ricorda l’esistenza della guerra e di minacce estreme: dobbiamo riconoscere le esigenze della difesa conservando i valori, incluso quello dell’identità rappresentata dall’artigianato, che vogliamo difendere. Possiamo dire che il soft power che non trascura l’hard power che un sistema caratterizzato dallo smart power, un sistema intelligente ed equilibrato.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si inserisce tutto questo nei grandi fenomeni globali, dall’intelligenza artificiale alle migrazioni?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">»L’artigianato non è isolato, si intreccia con tutte le grandi trasformazioni in atto. L’intelligenza artificiale, ad esempio, può essere uno strumento utile per le imprese artigiane, soprattutto per semplificare i processi burocratici. Ma non potrà mai sostituire la capacità umana, la creatività, il saper fare. È qui che sta la nostra forza.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il soft power artigiano può diventare anche uno strumento diplomatico?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Lo è già. Quando esportiamo prodotti artigianali, esportiamo un’immagine dell’Italia, che è molto concreta. Pensiamo, ad esempio, alla Settimana della cucina italiana nel mondo: è un’occasione in cui si vede chiaramente quanto sia importante l’alleanza tra grandi e piccoli. L’industria alimentare fa grandi numeri ed è fondamentale, ma accanto ad essa c’è il piccolo produttore che rappresenta l’eccellenza. Non sono alternative, sono complementari. Superare questi falsi dilemmi è essenziale.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In sintesi, qual è la sfida principale per il futuro?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Avere una visione d’insieme. A livello nazionale e locale dobbiamo considerare l’artigianato come parte integrante dell’interesse nazionale. Non è solo un elemento identitario, ma una leva economica, sociale e culturale. Se sapremo fare squadra, preservando le radici e innovando, il soft power artigiano continuerà a essere uno dei pilastri della presenza italiana nel mondo e della qualità della nostra vita.»</p>
<hr />
<p>*L&#8217;ambasciatore Francesco Maria Talò, attuale Inviato Speciale per il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC) e membro del team di International Strategic Network (ISN), è un diplomatico italiano di carriera con una vasta esperienza. Nel corso della sua carriera (1984–2024), ha ricoperto ruoli chiave tra cui consigliere diplomatico della Presidente del Consiglio, Rappresentante Permanente alla NATO e Ambasciatore in Israele.</p>
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		<title>Dalla cucina al Galateo. Il mondo vive all’italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Cambi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche nella diplomazia del bello e nel buono si riconosce il nostro stile che da millenni è un soft power.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 61%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110299" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg" width="1920" height="2560" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-scaled.jpg 1920w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-1536x2048.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/pexels-svitlana-bazhiv-2158320018-35657184-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></div>
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<p>È la spiegazione del perché l’Italia, che come Stato è recentissima e come territorio vale più o meno lo 0,4% delle terre emerse, per millenni ha imposto il proprio concetto di bello e di buono: ha dominato l’architettura, il gusto estetico, ha imposto regole di comportamento, ha plasmato i gusti gastronomici, ha fatto della sua musica la colonna sonora dell’Occidente, del proprio Credo il riferimento dell’umanità, della propria scienza un valore universale.</p>
<p>A molti sfugge che da Galileo in poi la fisica mondiale ha parlato italiano e prima ancora con Fibonacci, siamo sempre dalle parti di Pisa, ha imparato a far di conto in maniera assai più sofisticata di quanto già non facessero gli arabi. Moltissimi volutamente ignorano che ciò è stato vero in architettura, in musica e che la scienza economica come combinazione di fattori trova in San Bernardino da Siena il primo divulgatore e in Francesco Datini la prima applicazione “aziendale”, per non dire delle “scienze” bancarie che nascono tra Firenze e piazza del Campo. Prima ancora il latino è stato la lingua universale perché era la lingua del diritto.</p>
<p>I tanti cianciatori del diritto internazionale violato però ignorano che a San Ginesio, siamo nel Maceratese, con Alberico Gentili, che si trasferirà poi alla corte d’Inghilterra, nasce a metà del ’500, dalla fusione tra civil law — diritto romano — e common law — diritto anglosassone — la prima regolamentazione degli affari e delle potenze transfrontaliere.</p>
<p>Roma centro della cristianità è elemento che troppo spesso, in una società contemporanea divenuta agnostica per pigrizia mentale, si tende a trascurare. L’Italia ha, con 61 siti, il maggior numero di luoghi dichiarati patrimonio Unesco ed è forse l’unico Paese al mondo dove i manufatti si leggono come un romanzo di almeno seimila pagine, tanti quanti sono gli anni in cui si dipanano le testimonianze presenti nei nostri territori senza soluzione di continuità.</p>
<p>Vien fatto di pensare a Sant’Antioco, quest’isola nell’isola di Sardegna, dove le superfetazioni non s’interrompono dalla prima fondazione nuragica, siamo nel 1300 a.C., poi sovrapposta dalla Sulky fenicia, nono secolo a.C., e poi via via romana, dei Vandali, bizantina, fino ai Savoia e a noi.</p>
<p>Ecco, l’Italia è questo ed è contemporaneamente radice antichissima e continuo assorbimento di altre culture, anche gastronomiche e agricole: essere un pontile in mezzo al Mediterraneo offre vantaggi!</p>
<p>Torniamo a Marsilio Ficino. Perché a Firenze? Oh bella, perché Cosimo de’ Medici aveva ben presente cosa era accaduto ad Odoacre, che arriva a Roma con l’intenzione di saccheggiarla e poi se ne fa re. Era la diplomazia del bello. Prestare soldi ai monarchi di mezzo mondo significava non solo correre il rischio dell’insolvenza, ma piuttosto dell’assedio. Così il Medici ricorre alla cultura, alla storia, alla filosofia antica e affida all’Accademia neoplatonica della villa di Careggi il compito di dominare il mondo con le idee e con la kalokagathia di derivazione greca, che però gli etruschi avevano reso domestica in terre di Toscana.</p>
<p>Oggi si dice too big to fail — troppo grande per fallire — il Medici pensò too good to fail o meglio ancora too beautiful to be conquered: troppo bello, e buono, per essere conquistato.</p>
<p>Quando le suffragette cominciano le lotte, giuste, per la parità delle donne arrivano con 2500 anni di ritardo rispetto a Sethra, nome etrusco femminile, qui citato di fantasia, che se ne sta col marito a Cerveteri a bere vino, immortalata nel “sarcofago degli sposi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’idea di Cosimo è dominare il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’idea di Cosimo, che diventa studio per Marsilio, è di dominare da Firenze, che è ricchissima — il fiorino si può dire fosse il dollaro di allora — il mondo non con eserciti, ma con le truppe del bello. La manifattura — lo insegna il Datini — produce valore che la finanza, la banca, amplifica.</p>
<p>Così i setaioli di Bologna, che grazie al telaio a cilindro diventano imbattibili; così il pannolana dei da Varano, che rende la signoria di Camerino ricca nonostante gli angusti confini; così Firenze, che ha il suo impero fatto d’arte, di lana tinta in modo esclusivo ma comprata ovunque, in ispecie in Abruzzo, di orafi, di preziosissimi artigiani della carta e del colore, della ceramica e del ferro. E lo stesso i Gonzaga, gli Sforza apprendono la diplomazia del bello. Che contagerà sommamente Federico da Montefeltro. Smesse le armi con cui ha guadagnato enorme fortuna, fa di Urbino il secondo pilastro del Rinascimento.</p>
<p>Da qui il soft power dell’Italia invade l’Europa nonostante il declinare dell’Italia come potenza assoluta. Se Roma aveva irradiato il mondo d’allora — ma i Cesari erano stati attenti a salvaguardare le identità dei popoli quanto bastava a evitare rivolte — con ingegneria, forza militare e diritto, l’Italia del Rinascimento, non confinando però questo periodo nei canoni degli storici, ma pigliando almeno tre secoli, dal primo ’300 a quasi tutto il ’600, conquista il mondo con il buono e il bello.</p>
<p>Una delle protagoniste di questa dominanza è senza dubbio Caterina de’ Medici, che porta alla corte francese tutto: dalle posate al gelato, dalle stoffe alle musiche, dai profumi alla moda. Si può dire che lo stile francese non ci sarebbe se non ci fossero state le due regine Medici: prima Caterina e poi Maria.</p>
<p>Limitandoci alla sola gastronomia, si può dire che fin da Mastro Martino da Como, che peraltro ripiglia l’anonimo toscano del ’300, e in qualche misura dal Regimen Sanitatis della Scuola Salernitana, le corti europee mangiano all’italiana. Oddio, è un menù frastagliato e composito, che ha mille contaminazioni: basti dire del sorbetto, che piglia l’antico costume romano della neve col miele e vi sovrammette in Sicilia l’agrume alla maniera araba.</p>
<p>Ma certo il gelato è la crema fiorentina inventata dall’architetto Bernardo Buontalenti e il gelato diventa simbolo di Parigi col mitico caffè Procope, aperto dal palermitano Francesco Procopio Cutò. Quando gli inglesi si vantano di aver inventato il panino grazie al conte di Sandwich, John Montagu, dimenticano che fu Leonardo da Vinci — a cui moltissimo si deve delle invenzioni degli utensili di cucina: il macinino, la macchina per tirare la sfoglia, le fruste per montare le uova — a servire per primo alla corte di Ludovico il Moro un panino “invertito”, due fette di carne con in mezzo il pane. Sarà poi Gabriele D’Annunzio a battezzare mondialmente il tramezzino.</p>
<p>Egualmente si potrebbe dire che la tanto decantata besciamella, attribuita al conte Louis de Béchamel, ai francesi l’hanno insegnata i cuochi di Caterina venuti da Firenze, dove almeno da tre secoli prima si faceva la salsa colla o salsa bianca. Così la salsa di pomodoro, che poi diventerà ketchup, la inventa Antonio Latini, marchigiano, scalco del viceré di Napoli. E che dire del pan di Spagna, che di spagnolo non ha nulla perché fu creato dal genovese Giobatta Cabona. Lo stesso vale per l’insalata russa o la zuppa inglese: tutte preparazioni italianissime, anche se di origine incerta e rivendicata da più regioni, a conferma della molteplicità del nostro menù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"> «Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta nell’unione di cultura, tecnica e capacità artigiana»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segreto di questo soft power italiano in cucina sta ancora una volta nel fondamento codificato da Marsilio Ficino: l’anima che dà forma alla materia, l’unione di cultura, osservazione dei prodotti, tecnica e capacità di realizzazione artigiana.</p>
<p>Partiamo dalla distillazione. Si dirà: ma i frati che facevano la Chartreuse ben sapevano distillare, e così gli alchimisti. Verissimo. A parte che senza la diffusione di cultura che i benedettini intraprendono in tutta Europa a partire dal 700 d.C. forse non avremmo né agricoltura, né scrittura, né cucina come la conosciamo oggi, ma è l’italiano Michele Savonarola, il nonno di Girolamo che farà la rivoluzione pauperista a Firenze, che per primo codifica sul finire del ’300, da gran medico patavino qual è, la distillazione dell’acquavite con il suo trattato De Conficienda Aqua Vitae.</p>
<p>Forse sulla scorta dei medici della scuola salernitana, un altro gran dottore e diplomatico, Pantaleone da Confienza, vercellese, con il suo Summa lacticiniorum per primo intuisce la “fermentazione lattica” quattro secoli prima di Pasteur, osservando le muffe dei formaggi erborinati.</p>
<p>Stando ancora nei formaggi, sono i benedettini cistercensi dell’abbazia di Chiaravalle che creano i formaggi grana per “stivare” il latte in eccesso, e dalla stessa esigenza, ma almeno 1300 anni prima, visto che ce lo racconta Columella, nasce la pasta filata: il caseus manu pressum è l’antenato della mozzarella e della provola, che è il pezzo di formaggio di prova che si butta in acqua fredda dopo la lavorazione e serve a vedere se la filatura della cagliata è ben fatta.</p>
<p>Ancora due medici marchigiani, Andrea Bacci, alla fine del ’500 e notissimo per aver codificato le cure termali con il suo De naturali vinorum historia, e il fabrianese Francesco Scacchi, siamo nella prima metà del ’600 col suo De salubri potu dissertatio, codificano il vino spumante e, nel caso dello Scacchi, si può proprio parlare della messa a punto di un metodo di rifermentazione in bottiglia almeno mezzo secolo prima del benedettino dom Pérignon.</p>
<p>Questa capacità di produrre e poi di esportare il gusto diventa massima se si pensa alla pizza, al caffè all’italiana, alla pasta, alla serie infinita di pasticci, a conservazioni come lo scapece, che sono dilagate nel mondo diventando addirittura piatti globali.</p>
<p>Andando in Francia si sente dire à l’italienne quando si tratta di rigore stilistico in architettura, di armonia formale nella moda e in musica, di sapore fresco, immediato, mediterraneo in cucina. Questo canone “estetico” viene riconosciuto in tutto il mondo. Ma vi è anche un ulteriore passaggio che sostanzia il soft power italiano rispetto al cibo: è il come stare a tavola, come servire la tavola, come arredare la tavola.</p>
<p>Solo un cenno che però ci rimanda a due condizioni essenziali per l’esercizio del soft power italiano. La prima la determina Marco Polo, che tornando dal suo viaggio riportò la porcellana; la seconda fu l’ostinazione dei Medici per il bello e la loro determinazione all’impresa. Quando nel Milione Marco Polo parla della porcellana, in Europa si trascola: tutti la vogliono e attorno a questa materia, che pare scheggia di luna, fioriscono leggende e un mercato d’importazione profittevole assai.</p>
<p>A metà del Cinquecento torna in scena Bernardo Buontalenti, che col Fontana costruisce il primo forno da porcellana, che consente a Francesco Maria de’ Medici di produrre dal 1575 al 1597 la porcellana Medici, che però aveva un difetto: era pasta morbida, si rompeva facilmente. Si dovrà attendere il 1710, quando a Meissen producono la prima porcellana dura, ma subito dopo, ancora in Toscana, il marchese Carlo Ginori fonda nel 1737 la manifattura di Doccia, che sarà la prima in Europa a intraprendere la produzione industriale di servizi da tavola in porcellana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Ancora una volta: ingegno, gusto e abilità artigiana determinano il potere italiano del fare»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora una volta: ingegno, gusto, abilità artigiana determinano il “potere” italiano del fare.</p>
<p>E poi c’è il servizio all’italiana. Debutta, siamo già col Regno d’Italia fatto, quando si capisce che per ottimizzare il lavoro di cucina, non incomodare gli ospiti e massimizzare l’attenzione per loro, si deve smettere col servizio alla francese, a buffet, o con il troppo ingombrante servizio alla russa, con il guéridon, il carrellino. Egualmente il servizio all’inglese, con il commensale che si serve dal piatto, è giudicato inopportuno: ed ecco che si afferma, e oggi è il più praticato nel mondo, il servizio all’italiana. I piatti si preparano in cucina e poi il cameriere li serve ospite per ospite. Il massimo è il servizio all’italiana con la cloche, cioè col piatto coperto.</p>
<p>Nelle corti di metà Ottocento questo dimostrare attenzione all’ospite diventa un comandamento assoluto. Che deriva ancora una volta da un potere persuasivo degli italiani. Si può dire che comincia questa “primazia” con un fortunato manuale: Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione. Avrà 60 edizioni in mezzo secolo e traduzioni in tutte le lingue europee. Scritto tra il 1513 e il 1524, di fatto descrive la vita alla corte di Federico da Montefeltro e traccia il profilo sia del gentiluomo rinascimentale sia della donna a corte, basandosi su un principio: la sprezzatura, e cioè mostrarsi naturalmente colti, gentili e prestanti, nascondendo ogni difficoltà o sacrificio per compiacere così il Signore della sua benevolenza.</p>
<p>Ma una sessantina d’anni più tardi ecco comparire un libro rivoluzionario: il Galateo ovvero de’ costumi, che esce nel 1558, otto anni dopo la morte del suo autore, monsignor Giovanni della Casa. Il Galateo è il precetto per le nuove classi emergenti: per la borghesia, per quella nobiltà di censo che imita la corte ma se ne rende indipendente. Diventa in tutta Europa il modello di comportamento delle élite d’intelletto, d’impresa e di commercio: se ne contano 60 traduzioni e per tre secoli viene ristampato a ripetizione, fino al punto che la parola italiana Galateo diventa sinonimo in tutta Europa di buone maniere, tanto da sovrapporsi al cosiddetto bon ton grazie a un concetto universale: il rispetto.</p>
<p>Forse proprio questo è il fondamento del soft power all’italiana.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Per un’idea pacifica, paziente e sostenibile di soft power</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:45:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Prosecco a una bicicletta artigianale, il soft power italiano non vive solo nei grandi simboli, ma nei gesti concreti di chi trasforma bellezza, competenza e cura in un modello di vita desiderabile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 65%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110313" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg" width="1500" height="2000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83.jpg 1500w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-225x300.jpg 225w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-768x1024.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-1152x1536.jpg 1152w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/05/Penni83-350x467.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></div>
					</div>
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<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="145" data-end="211">«Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice»</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Kevin è un grande amante del ciclismo e un grande amante dell’Italia, che nel ciclismo mantiene, non senza difficoltà, una solida reputazione, che tantissimo deve agli artigiani. È tornato per l’ennesima volta in Italia, insieme al suo amico Donald, banchiere in pensione, e pedala sulla sua nuova bicicletta artigianale realizzata su misura in Toscana, in una bottega dove già il suo amico aveva realizzato la sua bici sartoriale, con il cambio prodotto a Vicenza, e alla quale ha voluto aggiungere una coppia di ruote in legno realizzate da una bottega vicino Como. Pedalava italiano e viaggiava italiano Kevin, ed era felice.</p>
<p>La capacità di generare questa felicità, fatta di simboli, stili di vita, suggestioni, brand, è una parte di quello che viene normalmente definito soft power, Il soft power è la capacità di influenzare senza coercizione, non con eserciti o sanzioni (suona familiare?), ma attraverso l&#8217;attrazione culturale, i valori, il modello di vita. Il concetto è del politologo americano Joseph Nye, recentemente scomparso, che lo distingue dall&#8217;hard power militare ed economico: funziona quando gli altri vogliono quello che vuoi tu, quando il tuo modo di stare al mondo diventa desiderabile.</p>
<p>Per l&#8217;Italia la questione è strutturale. È una potenza media senza materie prime significative, con un peso militare modesto e un debito pubblico cronico. Non può competere sul piano della forza né su quello delle risorse. Eppure esercita un&#8217;influenza culturale sproporzionata rispetto al suo peso geopolitico: nel cibo, nel design, nella moda, nell&#8217;artigianato, nel paesaggio, nella lingua e persino nel modo di abitare il tempo, in cui la lentezza, la cura del dettaglio e la convivialità sono valore e non ornamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549"><strong data-start="216" data-end="278">“Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito.”</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema italiano è che questo patrimonio viene spesso vissuto come rendita identitaria anziché come strategia consapevole. Il soft power funziona quando è agito, non solo esibito: quando un artigiano che ripara una bici su una cargo bike elettrica tra i vigneti UNESCO trasmette, a un ciclista olandese o britannico, qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe comprare. Quella scena vale più di un padiglione all&#8217;Expo perché è autentica, non costruita per essere guardata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«L’Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Italia ha il materiale, ma le manca spesso la consapevolezza che si tratti di potere e dunque tende a sprecarlo.</p>
<p>Un esempio preclaro di questo spreco riguarda gli italici, ossia quegli 80 milioni di persone nel mondo (molti più degli abitanti del nostro Paese), di origine italiana, a cui si sommano persone come Kevin, che dell’Italia sono amanti. Secondo uno studio Ambrosetti-NIAF, l’associazione degli italo americani, le comunità italiane all’estero generano nei paesi in cui sono insediate un valore economico stimato superiore ai 2.500 miliardi di euro e rappresentano un canale potenziale di reputazione, influenza culturale e relazioni economiche per il sistema-Paese. Eppure l’Italia valorizza ancora poco questa diaspora: la rete degli Istituti Italiani di Cultura resta molto più ridotta rispetto a quelle di altri grandi attori della diplomazia culturale, circa 2,5 volte inferiore a quella francese e britannica e oltre sei volte inferiore alla rete degli Istituti Confucio cinesi. Solo di recente, la riorganizzazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha riorganizzato le proprie strutture di promozione del sistema Italia proprio attorno a questo concetto di soft power e i risultati già cominciano a intravedersi.</p>
<p>In un sistema globale così violento e frammentato, la possibilità di incarnare un modello di vita alternativo a quello esclusivamente fondato sulle ragioni della forza, della scala, della standardizzazione cieca può e deve essere più di una suggestione da pubblicità. Non è semplice, perché significa passare appunto dalla rendita identitaria, o dalla riproposizione di elementi culturali “naturali”, alla consapevolezza agita del loro significato e potenziale, rivendicando politiche per difenderlo e farlo crescere quel modello e quello stile di vita, necessariamente a scapito di altri. Nella pratica significa privilegiare le imprese, come quelle artigiane e in generale le imprese diffuse e innervate nel territorio, che il modello di soft power italiano lo hanno costruito nei decenni, molto prima che fosse coniata la definizione, a scapito di totem economici come la scalabilità e la massima razionalità tecnologica e organizzativa.</p>
<p>Potremmo dire che, se il capitalismo avanzato ci spinge verso Dubai (o scegliete voi quale altro simbolo di economia turbocompressa), noi dobbiamo difendere quel borgo in Toscana o nel Prosecco dove si vive secondo regole diverse, renderlo innovativo e competitivo e accessibile, proprio riaffermandone l’alternativa radicale.</p>
<p>C’è molto da lavorare dunque, ma c’è anche spazio per l’ottimismo, il futuro può appartenere alla nostra pazienza contro la loro forza.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
<p><strong>© Foto di Paolo Martelli</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-17" data-row="script-row-unique-17" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-17"));</script></div></div></div>
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		<title>L’artigianato della pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Occhetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[valore artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace non si impone né si improvvisa: si costruisce come un lavoro artigiano, tra tempo, ascolto e pazienza, fino a trasformare le fratture in legami.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-xsdn-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110143" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png" width="1000" height="1000" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA.png 1000w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-768x768.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/03/1.COPERTINA-348x348.png 348w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></div>
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<p>Un tema, quello della pace, quanto mai attuale alla luce degli scenari drammatici che quotidianamente attraversano il nostro tempo, e dei pericoli che questa involuzione bellicista può generare, soprattutto a danno delle nuove generazioni.</p>
<p>Lo intrecciamo alle voci e ai gesti della Giornata della Cultura Artigiana del 19 marzo, tra laboratori che respirano storia e futuro, tra mani capaci di trasformare materiali poveri in speranza viva.</p>
<p>Buona lettura, con la consapevolezza che la pace non sia solo un sogno, ma una condizione da costruire, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, per tutta l’umanità.</p>
<p>A partire da qui, proponiamo l’articolo di Padre <strong>Francesco Occhetta</strong></p>
<h2 style="text-align: center;">* * *</h2>
<p>L’artigianato della pace per il Magistero sociale della Chiesa è un’arte laboriosa, richiede mani esperte un cuore generoso e una mente aperta. Mentre spirano forti i venti di guerra i tempi dell’artigiano, lenti, pazienti e rispettosi della materia, offrono una potente metafora della pace che è come un manufatto, non nasce da un atto improvviso, ma da un processo fatto di gesti ripetuti, correzioni, attese e cura dei dettagli. L’artigiano non forza, ma ascolta; non accelera, ma accompagna: così la pace richiede processi di pacificazioni, di memoria condivisa, di confessione del male subito o provocato. Solo così le relazioni ferite si sanano in legami ricostruiti. In questo senso, la pace non è un prodotto da imporre, ma un’opera da tessere insieme, con la stessa umiltà e responsabilità con cui le mani dell’artigiano danno forma alla bellezza.</p>
<p>Lo ricorda anche <strong>Papa Francesco</strong> nella <strong><em>Fratelli tutti</em></strong>: la pace sociale è un’arte «laboriosa, artigianale» (FT 217). Coloro che cercano di deformare libertà e differenze con astuzia e risorse agiscono per interesse e frettolosamente; ciò che costruiscono è una pace fragile, effimera, buona solo per una «minoranza felice» (FT 217). Invece il Vangelo proclama: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Chi costruisce attivamente la pace non solo vive in comunione ma agisce come Dio, meritando il titolo di suo figlio.</p>
<p>I due Pontefici che si sono avvicendati nell’anno del Giubileo hanno richiamato il mondo ad una giustizia fondata sulla gratuità, che riorganizza la convivenza, ridistribuisce la terra, restituisce «“ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio», come ci ha ricordato Papa Leone all’Angelus in occasione dell’Epifania.</p>
<p>Mentre nascono movimenti contro i <em>kings, </em>i re del mondo, <strong>Papa Leone XIV</strong> esorta ad una conversione del cuore, una conversione sociale. All’immagine di una giustizia bendata, quasi riluttante a guardare i volti di coloro che giudica e armata di spada, il richiamo del Papa contrappone un’altra figura: quella della donna che ricuce i legami spezzati, tra figli o nella vita sociale e politica di nostri borghi e città.</p>
<p>Così anche il mondo artigiano è chiamato a capovolgere la giustizia, da retributiva, quella che ripaga il male con altro male, in giustizia riparativa che mette al centro il dolore della vittima e chiede al reo di riparare. Come l’artigianato richiede ingegno e audacia così l’uomo e la donna di pace sono coloro che sanno costruire nuove strade, aprire sentieri, costipare terreni, disegnare nuove «vie di pacificazione» (FT 225).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;"><span class="font-435549">«Mettere in rete esperienze, saperi e generazioni: la pace prende forma dove dialogo, lavoro e comunità tornano a stare insieme»</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo bisogno di connettere esperienze di pace, per arginare la violenza e la guerra, le pene esemplari e le scelte dei potenti che si sentono superiori alla legge. La <em>Scuola della Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro</em>, ora giunta al termine della sua quarta edizione, è un’esperienza di formazione in cui dialogo, sapienza artigianale, e studio sono al servizio della pace. Qui si integra conoscenza speculativa e pratica, tecnica e artigianato, studio teorico e mani all’opera. Attraverso la pratica e la cultura del dialogo si uniscono generazioni e saperi, per superare i particolarismi e vivere la fraternità. La crescita umana e quella professionale si illuminano reciprocamente in un’esperienza olistica, intellettiva, relazionale, spirituale e corporea. La Scuola si colloca nel solco della tradizione che anche Confartigianato promuove: tornare a investire non solo sulle mani — le competenze degli studenti e dei docenti — ma anche sulla testa — la ragione e il senso da dare ai progetti professionali e sociali — e sul cuore, la dimensione degli affetti e della volontà che orienta le scelte al bene e al bello. Anche ritornare a vivere insieme in comunità è per i ragazzi il primo modo per scegliere di vivere in pace tra loro quando ogni mattina si svegliano per poi andare insieme nei laboratori della Basilica di San Pietro.</p>
<p>La Chiesa, in ogni parte del mondo promuove un alfabeto per uscire dai conflitti e un’educazione alla pace per ricostruire quello che si è spezzato. In questa prospettiva, la mediazione diventa uno strumento decisivo per educare a una pace matura, che non coincide con l’irenismo né con una totale uniformità di vedute. Al contrario consente di sviluppare la capacità di abitare il conflitto, vivendo relazioni autentiche anche in presenza di divergenze e resistenze.</p>
<p>È proprio in questo tempo, in cui la violenza sembra crescere come un’onda inarrestabile, che diventa urgente investire nella formazione degli artigiani della pace che sono anzitutto mediatori: uomini e donne capaci di ricucire, con pazienza e competenza, gli strappi del tessuto sociale. Come sapienti artigiani, essi non eliminano il conflitto, ma lo trasformano, rendendo possibile ciò che appare irraggiungibile. È il forte auspicio a cui crede Papa Leone XIV: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle; al posto delle diseguaglianze ci sia equità; invece, dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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<p>
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