C’è una sanità che si misura con i numeri e una che si costruisce, ogni giorno, nelle case, nei quartieri e nelle comunità. È su questo secondo fronte che si gioca la sfida decisiva del Servizio sanitario nazionale: trasformare la prossimità da slogan a realtà, senza perdere di vista il valore della relazione umana. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, traccia la rotta di un sistema chiamato a rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla crescita della cronicità e alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica. Al centro del cambiamento, gli infermieri, sempre più protagonisti di una sanità che punta a prendersi cura delle persone nei luoghi in cui vivono.

 

Presidente Mangiacavalli, per molti anni la sanità è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso l’ospedale. Oggi, invece, il dibattito si sta spostando sulla prossimità e sulla medicina del territorio. È davvero un cambio di paradigma o rischia di rimanere soltanto uno slogan?

«Il passaggio alla sanità territoriale rappresenta un cambio di paradigma fondamentale che l’infermieristica italiana persegue da decenni. Per evitare che rimanga uno slogan, non basta costruire strutture. Le Case di Comunità devono diventare hub e garantire percorsi di presa in carico. Non possiamo considerarli “condomini” dove i servizi coabitano senza parlarsi. Il rischio maggiore è passare da un sistema di “silos” ospedalieri a due blocchi separati ospedale e territorio dove il cittadino debba ancora fare da raccordo. La sfida è realizzare una rete funzionalmente integrata, specialmente nelle aree interne che rappresentano oltre metà dei comuni italiani, dove la prossimità si costruisce con servizi mobili e proattivi.»

 

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e, allo stesso tempo, uno di quelli che deve fare i conti con una crescente fragilità sociale e demografica. In questo scenario, quale ruolo sono chiamati a svolgere gli infermieri nel costruire una sanità che non si limiti a curare la malattia, ma accompagni le persone lungo tutto il percorso di vita?

«Gli infermieri sono l’unica figura professionale presente in ogni tappa del percorso di vita: dal momento della nascita fino agli ultimi istanti. Questo significa che possono intercettare bisogni, prevenire complicanze, educare all’autocura, accompagnare le famiglie e garantire continuità assistenziale. In una società che invecchia e in cui aumentano le cronicità, il loro contributo è decisivo per evitare ricoveri impropri e per mantenere le persone il più possibile nel proprio contesto di vita.»

 

La riforma territoriale prevede Case e Ospedali di Comunità, centrali operative, assistenza domiciliare. Qual è il nodo principale perché tutto questo funzioni davvero?

«Il nodo è l’integrazione. Le strutture da sole non bastano se non sono collegate tra loro e con i medici di medicina generale, i servizi sociali, i distretti e gli ospedali. Serve una regia unica, percorsi chiari, responsabilità definite e professionisti messi nelle condizioni di lavorare in équipe. La presa in carico non può essere episodica: deve essere continua, personalizzata e misurabile.»

Si parla molto di infermiere di famiglia e di comunità. È una figura già pronta a rispondere ai bisogni del territorio o c’è ancora bisogno di investire su formazione e riconoscimento?

«È una figura strategica, ma va resa pienamente operativa. L’infermiere di famiglia e di comunità non è un “ruolo in più”, è il professionista che può leggere i bisogni della popolazione, intercettare precocemente le fragilità, sostenere l’aderenza terapeutica e fare educazione sanitaria. Per questo servono formazione specifica, dotazioni adeguate, autonomia organizzativa e un riconoscimento chiaro all’interno dei team territoriali.»

 

L’innovazione tecnologica, dalla telemedicina all’intelligenza artificiale, può aiutare a rendere più vicina la sanità. Ma c’è il rischio che la tecnologia allontani il professionista dal paziente?

«La tecnologia è un alleato, non un sostituto della relazione. Se usata bene, può ridurre le distanze, facilitare il monitoraggio dei pazienti cronici, migliorare la tempestività degli interventi e liberare tempo per l’ascolto. Il rischio c’è solo quando la tecnologia viene pensata come fine e non come strumento. La cura resta un atto umano, fatto di competenza, presenza e responsabilità.»

 

Uno dei problemi più sentiti è la carenza di personale infermieristico. Quanto pesa oggi e quali sono le priorità per rendere la professione più attrattiva?

«Pesa moltissimo. La carenza di infermieri è un problema strutturale che incide sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta del sistema. Per rendere la professione più attrattiva bisogna agire su più fronti: salari adeguati, condizioni di lavoro sostenibili, possibilità di crescita professionale, valorizzazione delle competenze avanzate e conciliazione tra vita e lavoro. I giovani scelgono professioni che offrano senso, ma anche prospettive concrete.»

 

Molti cittadini chiedono più assistenza a casa, soprattutto per anziani e persone fragili. L’assistenza domiciliare può davvero diventare il perno del nuovo modello di sanità?

«Sì, se viene considerata una componente centrale e non residuale. L’assistenza domiciliare permette di portare la cura dove la persona vive, riducendo accessi impropri in ospedale e migliorando la qualità della vita. Ma per funzionare servono organizzazione, continuità, strumenti digitali, collaborazione tra professionisti e un forte raccordo con i servizi sociali. A casa non si porta solo una prestazione: si porta un progetto di cura.»

 

C’è anche il tema delle aree interne e dei piccoli comuni, dove la distanza dai servizi è spesso un ostacolo enorme. Come si garantisce lì il diritto alla salute?

«Con modelli flessibili e prossimi. Nelle aree interne non si può pensare di replicare semplicemente il modello urbano. Servono équipe mobili, teleassistenza, punti di riferimento territoriali, integrazione con il volontariato e con le reti locali. La prossimità, in questi contesti, significa capacità di andare incontro alle persone, non aspettare che siano loro a raggiungere il servizio.»

 

Come cambia il rapporto tra infermieri, medici e altri professionisti in questo nuovo modello?

«Il lavoro di squadra diventa essenziale. Nessuno può rispondere da solo alla complessità dei bisogni attuali. Serve una collaborazione reale, basata sul riconoscimento reciproco delle competenze e su obiettivi condivisi. Quando l’équipe funziona, il cittadino percepisce un servizio più semplice, più rapido e più umano.»

 

Che messaggio vuole lasciare ai giovani che stanno pensando di intraprendere questa professione?

«Che quella infermieristica è una professione di grande valore, che unisce competenza scientifica, responsabilità e vicinanza alle persone. È una scelta impegnativa, ma capace di dare molto in termini di crescita personale e professionale. Oggi più che mai il Paese ha bisogno di infermieri preparati, motivati e protagonisti del cambiamento.»

 

Guardando al futuro, quale deve essere la priorità assoluta per il Servizio sanitario nazionale?

«La priorità è costruire un sistema davvero orientato alla persona, capace di prevenire, accompagnare e prendersi cura in modo continuo. Questo significa investire sul territorio, sulle professioni sanitarie, sull’integrazione tra ospedale e comunità e su una governance che sappia leggere i bisogni reali. Se riusciremo a fare questo, la sanità non sarà solo un luogo dove si cura la malattia, ma una rete che sostiene la vita.»

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  • Federico Di Bisceglie

    Dopo gli studi classici approda alla redazione de il Resto del Carlino di Ferrara, appena diciottenne. Nel giornale locale, inizialmente, si occupa di quasi tutti i settori eccetto lo sport, salvo poi specializzarsi nella politica e nell’economia. Nel frattempo, collabora con altre realtà giornalistiche anche di portata nazionale: l’Avanti, l’Intraprendente e L’Opinione. Dal 2018 collabora con la rivista di politica, geopolitica ed economica, formiche.net. Collaborazione che tutt’ora porta avanti.

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