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	<title>magazine - Spirito Artigiano</title>
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	<description>Idee e testimonianze per un artigianato che trasforma l&#039;Italia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Oct 2026 11:40:46 +0000</lastBuildDate>
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	<title>magazine - Spirito Artigiano</title>
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		<title>Il clima è cambiato. E noi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Granelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 14:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima è già cambiato. Ora tocca a noi ripensare il modo di produrre, lavorare e vivere i territori. Perché la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma un nuovo modo di immaginare il futuro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-0"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-110973" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026.png" width="600" height="600" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026.png 600w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-300x300.png 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-150x150.png 150w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-350x350.png 350w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Copertina-29102026-348x348.png 348w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">Il riscaldamento globale non riguarda soltanto l’ambiente: coinvolge l’economia, il lavoro, l’energia e il futuro dei territori. Per le imprese artigiane, la sfida è trasformare una necessità in un’opportunità di sviluppo.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Il clima non aspetta. Mentre discutiamo di come affrontarlo, modifica le condizioni in cui viviamo e lavoriamo. L’estate appena trascorsa, con le sue temperature torride, ce lo ha ricordato ancora una volta. Ma la questione va ben oltre il caldo: investe il modo in cui produciamo, consumiamo energia e organizziamo le nostre economie.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Per le imprese, la transizione ecologica richiede investimenti, competenze e nuove strategie. Per quelle artigiane, profondamente radicate nei territori, la priorità è conciliare la sostenibilità con la competitività, evitando che i costi diventino un ostacolo. La tutela dell’ambiente non può tradursi soltanto in nuovi obblighi: deve offrire occasioni concrete di innovazione e crescita.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Con questa prospettiva, Spirito Artigiano Magazine dedica il numero di ottobre al cambiamento climatico, raccogliendo testimonianze e riflessioni sulle sue implicazioni economiche, sociali e produttive.</span></h2>
<h2><span class="font-435549">Ad aprire questo numero di <em>Spirito artigiano</em> è la relazione introduttiva del Presidente di Confartigianato Imprese, Marco Granelli, presentata alla <em>Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese</em>, a Chia, nel settembre 2026. Una riflessione che supera i confini dell’emergenza ambientale e pone una questione decisiva: come tradurre la capacità di incidere sul mondo nella responsabilità di costruire il futuro.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Relazione introduttiva del Presidente Marco Granelli</em><em>) </em>Viviamo in un tempo nel quale stanno cambiando contemporaneamente l’energia, la tecnologia, la geopolitica, il clima, il lavoro, la demografia e il rapporto tra grandi e piccole imprese.</p>
<p>Sono trasformazioni profonde, che hanno però un elemento comune: stanno cambiando le relazioni. Quelle tra persone e imprese, tra imprese e lavoratori, tra imprese e territori, tra economia e ambiente, tra uomo e tecnologia, ma anche tra imprese e istituzioni.</p>
<p>È proprio guardando a queste relazioni che possiamo dare alla sostenibilità un significato più concreto e più vicino alla realtà delle imprese.</p>
<p>Per molto tempo abbiamo associato l’idea di sviluppo alla capacità di produrre di più, consumare di più, muoverci più velocemente e disporre di tecnologie sempre più potenti.</p>
<p>È una storia di straordinario progresso, che ha prodotto benessere, conoscenza, mobilità sociale e un significativo aumento dell’aspettativa di vita. Ma è anche una storia che ha generato nuove disuguaglianze e nuove distanze.</p>
<p>Oggi ci troviamo davanti a una contraddizione ancora più evidente: la nostra capacità di trasformare il mondo è cresciuta più rapidamente della nostra capacità di governare le conseguenze delle trasformazioni che produciamo.</p>
<p>Abbiamo acquisito un potere enorme sulla natura, sulla materia, sull’informazione e sulla tecnologia. Non sempre, però, abbiamo sviluppato una responsabilità proporzionata a questo potere.</p>
<p>Forse è anche per questo che la crisi del nostro tempo non è soltanto energetica, ambientale o economica. È, più profondamente, una crisi della nostra capacità di governare il potere che abbiamo acquisito.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Potere significa responsabilità</span></strong></h2>
<p>Ogni impresa esercita un potere. Lo fa quando decide un investimento, sceglie una strategia, organizza il lavoro, seleziona un fornitore, dialoga con un cliente o decide come rapportarsi al territorio.</p>
<p>Il punto, quindi, non è mettere in discussione il potere, ma capire a cosa debba servire.</p>
<p>Perché dal potere non deriva soltanto la possibilità di decidere. Deriva soprattutto l’onere della responsabilità.</p>
<p>Per un’impresa questa responsabilità si misura ogni giorno: nel rapporto con il mercato, con i dipendenti, con i fornitori, con i clienti, con il territorio e, in definitiva, con le generazioni future.</p>
<p>È qui che la sostenibilità assume il suo significato più profondo.</p>
<p>Sostenibile non è semplicemente ciò che produce meno emissioni o consuma meno risorse. È ciò che non distrugge i presupposti che rendono possibile continuare a creare valore.</p>
<p>Un’economia non è sostenibile se produce ricchezza distruggendo le relazioni sociali. Un territorio non è sostenibile se diventa ambientalmente più pulito ma perde comunità, competenze e giovani. Un’impresa non è sostenibile se riduce i consumi energetici ma consuma il capitale umano e relazionale di cui dispone.</p>
<p>Lo sviluppo sostenibile, allora, non è un limite al progresso. È uno stadio ulteriore della sua evoluzione: la capacità di crescere tenendo conto delle conseguenze delle nostre scelte.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Il valore artigiano</span></strong></h2>
<p>È una prospettiva che appartiene profondamente alla cultura artigiana.</p>
<p>Il valore artigiano non coincide più soltanto con il lavoro manuale. È sempre più legato alla capacità di trasformare un sapere in una pratica, anche attraverso tecnologie nuove e digitali.</p>
<p>L’artigianato, dunque, non è il contrario dell’innovazione. È un modo di dare un significato all’innovazione.</p>
<p>La tecnologia diventa davvero utile quando è al servizio delle competenze, delle persone e della capacità di creare valore. Innovare non significa semplicemente sostituire una macchina con un’altra o adottare uno strumento più avanzato. Significa capire come quel cambiamento possa migliorare il modo in cui produciamo, lavoriamo, collaboriamo e trasferiamo conoscenze.</p>
<p>Per questo la transizione non può essere soltanto tecnologica. Deve riguardare il modo in cui produciamo, consumiamo, collaboriamo, trasferiamo competenze e costruiamo valore.</p>
<p>È anche per questo che il rapporto tra artigianato e sostenibilità è così naturale: entrambi chiedono di guardare oltre il risultato immediato e di considerare ciò che rimane nel tempo.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>L’energia come questione di autonomia</strong></span></h2>
<p>Questo vale in modo particolare per l’energia.</p>
<p>Per troppo tempo l’abbiamo considerata soprattutto un costo. Oggi dobbiamo guardarla anche come una questione di autonomia e resilienza.</p>
<p>La transizione energetica non è soltanto una risposta alla crisi climatica, né soltanto una politica industriale legata alla competitività e alla sicurezza. Per le piccole imprese può diventare anche una politica di autonomia.</p>
<p>Ma proprio per questo occorre evitare che la transizione diventi un processo nel quale chi dispone di maggiori risorse ha anche maggiori possibilità di trasformarsi, mentre le imprese più piccole vengono semplicemente chiamate a sostenere costi e adempimenti.</p>
<p>Una transizione efficace deve mettere tutte le imprese nelle condizioni di essere protagoniste del cambiamento.</p>
<p>Perché trasformarsi non significa soltanto adeguarsi a nuove regole. Significa poter scegliere, investire, sperimentare e costruire nuove opportunità.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Impresa e territorio: una relazione concreta</strong></span></h2>
<p>C’è poi una dimensione che per le imprese artigiane è impossibile separare dall’attività economica: il territorio.</p>
<p>Non esiste transizione energetica senza territorio. Non esiste transizione digitale senza territorio. E non esiste sviluppo sostenibile senza comunità capaci di abitare, lavorare e produrre valore nei propri luoghi.</p>
<p>Le imprese artigiane non sono semplicemente localizzate nei territori: sono parte dei territori.</p>
<p>Li conoscono, li trasformano, li mantengono vivi. Trasmettono competenze, creano lavoro, costruiscono relazioni e spesso rappresentano uno dei pochi presidi economici e sociali rimasti in molti luoghi.</p>
<p>Per questo difendere il patrimonio delle imprese diffuse significa difendere non soltanto le singole attività economiche, ma una parte della capacità produttiva e sociale del Paese.</p>
<p>È una caratteristica che distingue profondamente il modo artigiano di fare impresa: la prossimità non è soltanto una questione geografica. È una forma di responsabilità.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Trasmettere il futuro</span></strong></h2>
<p>La sostenibilità ha anche una dimensione generazionale.</p>
<p>Non basta trasferire competenze. Occorre creare le condizioni perché i giovani abbiano la possibilità e la voglia di raccogliere ciò che viene loro consegnato e trasformarlo.</p>
<p>Il passaggio generazionale in un’impresa, quindi, non è soltanto un problema dell’impresa. È una questione di interesse collettivo.</p>
<p>Quando scompare un’impresa non perdiamo soltanto un’attività economica. Perdiamo saperi, relazioni e una parte della memoria produttiva di un territorio.</p>
<p>Per questo investire nelle competenze, nel lavoro e nel dialogo tra generazioni significa anche investire nella sostenibilità del nostro sistema economico.</p>
<p>L’artigianato, in questo senso, porta con sé un’idea molto concreta di futuro: quella secondo cui ogni competenza ricevuta non è qualcosa da conservare immutato, ma qualcosa da custodire e allo stesso tempo trasformare.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Una nuova idea di sviluppo</strong></span></h2>
<p>Una società progredisce davvero quando aumenta non soltanto la propria capacità di fare, ma anche la capacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze di ciò che fa.</p>
<p>Questo vale per l’energia, per l’intelligenza artificiale, per l’economia, per l’ambiente, per il lavoro e per la demografia. Vale soprattutto per il rapporto tra potere e responsabilità.</p>
<p>Se il potere cresce senza responsabilità, lo sviluppo può diventare autodistruttivo.</p>
<p>Se invece il potere viene orientato al servizio, può diventare uno strumento per costruire il futuro.</p>
<p>Di fronte alle grandi trasformazioni del nostro tempo possiamo avere paura, subirle oppure limitarci a difenderci dai loro effetti. Possiamo però anche scegliere di governarle, assumendoci la responsabilità della direzione che vogliamo dare al cambiamento.</p>
<p>Governare le trasformazioni non significa soltanto avere più strumenti o tecnologie più avanzate. Significa, prima di tutto, costruire relazioni migliori: tra imprese e istituzioni, tra impresa e lavoro, tra generazioni, tra territori e mercati, tra innovazione e persona, tra crescita e ambiente.</p>
<p>Forse è proprio questa la misura più profonda del progresso: non quanto potere siamo riusciti ad accumulare, ma quanto siamo diventati capaci di trasformare quel potere in responsabilità.</p>
<p>La sostenibilità può così smettere di essere soltanto una risposta alla crisi o un insieme di vincoli a cui adeguarsi. Può diventare un’idea di futuro: un futuro nel quale lo sviluppo non significhi semplicemente produrre e consumare di più, ma creare valore senza distruggere le condizioni che ci permetteranno di crearlo anche domani.</p>
<p>È una sfida economica, politica e culturale. Ma, prima ancora, è una sfida profondamente umana.</p>
<p>E proprio le imprese più piccole, quelle radicate nei territori e fondate sulla competenza, sulla responsabilità personale e sulla relazione, hanno qualcosa di importante da dire su questa sfida.</p>
<p>Perché il futuro non si costruisce soltanto con ciò che sappiamo fare.</p>
<p>Si costruisce anche con il modo in cui decidiamo di stare gli uni con gli altri mentre lo facciamo.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Lo spirito artigiano di fronte alla crisi climatica. La responsabilità di un destino comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Sapelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 14:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra crisi climatica, squilibri globali e nuove sfide per l’economia, torna attuale una lezione di oltre cinquant’anni fa: il futuro non si costruisce con il potere, ma con la responsabilità. E lo spirito artigiano ha ancora molto da insegnare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-2"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110878" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI.jpg" width="1621" height="1081" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI.jpg 1621w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/2.SAPELLI-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1621px) 100vw, 1621px" /></div>
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<p data-pm-slice="1 1 &#091;&#093;">In questi tempi di sconvolgimenti climatici, di pandemie intermittenti (un’epidemia di peste si annuncia in Siberia, nonostante la disinformazione costante messa in atto dalla Russia, e pare sia assai più vasta di quanto non apparisse ai primi cenni del suo manifestarsi) e di catastrofi naturali sempre più irreversibili, cresce la consapevolezza che tali fenomeni sono prodotti dall’azione umana. La ragione? Risiede nel fatto che quest’ultima è protesa più al profitto che al benessere del vivere associato: all’ultimo posto della gerarchia dei valori sociali vengono posti i <strong>beni comuni</strong> e la virtù di una <strong>società politica</strong> a cui dovrebbe essere affidato il compito di governare il mondo. Agendo in senso opposto – e quindi catastrofico sotto ogni aspetto – ecco l’avvento di tempi catastrofici.</p>
<p>E allora risuonano alla mente le parole e i valori ripieni di speranza che Paolo VI, il Santo Padre della gioventù di noi nati negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento, consegnò all’umanità di ogni tempo nella sua <strong>Octogesima adveniens</strong>, la lettera apostolica pubblicata per celebrare l’80° anniversario della <strong>Rerum novarum</strong>. E non è un caso se il Santo Padre che gli è recentemente succeduto a quella lettera apostolica abbia voluto far riferimento in tempi recenti.</p>
<p>Era il 14 maggio 1971 e le parole di San Paolo VI sono ancora straordinariamente attuali, a cominciare da un’Introduzione che ancora si ha nella mente:</p>
<p>«L&#8217;80° anniversario della pubblicazione dell&#8217;enciclica <em>Rerum novarum</em>, il cui messaggio continua a ispirare l&#8217;azione per la giustizia sociale, ci spinge» – si diceva in quel testo sempre attualissimo – «a riprendere e a prolungare l&#8217;insegnamento dei nostri predecessori, in risposta ai nuovi bisogni di un mondo in trasformazione. La chiesa, infatti, cammina con l&#8217;umanità e ne condivide la sorte nel corso della storia…».</p>
<p>«I gravi problemi del nostro tempo ci sono apparsi con un nuovo rilievo, come particolari, certo, a ciascuna regione, ma tuttavia comuni a una umanità che si interroga sul suo avvenire, sull&#8217;orientamento e il significato dei mutamenti in corso».</p>
<p>E così si diceva, infine, al paragrafo 21 di un testo ricco di insegnamenti:</p>
<p>«Mentre l&#8217;orizzonte dell&#8217;uomo si modifica, in tale modo, tramite le immagini che sono scelte per lui, un&#8217;altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica quanto inattesa dell&#8217;attività umana. L&#8217;uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l&#8217;ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l&#8217;intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune».</p>
<p>La frase che mi pare più tragicamente impegnativa nella sua attualità è la seguente: «…è il contesto umano, che l&#8217;uomo non padroneggia più».</p>
<p>Impegnativa perché richiama a un cambiamento fondamentale della forma sociale dell’allocazione del potere e della proprietà, senza di cui i problemi non potranno che addensarsi e aggravarsi sempre di più. Il mondo regolatorio dell’UE si è manifestato in tutta la sua inconsapevolezza storico-generale di comprendere come le transizioni – anche quella energetica – possano attuarsi solo con tempi lunghissimi e non predeterminati e, invece, fondati sul principio di sussidiarietà, ossia sulla partecipazione degli attori (in questo caso tanto le imprese quanto gli Stati nazionali). Si è determinato così quell’<strong>autodafé</strong> dell’industria europea che ci può portare alla miseria di massa, mentre, d’altro lato, la maggioranza della popolazione mondiale non era e non è investita da codesta transizione, generando <em>pollution</em> carbonica su larga scala che è la causa (extraeuropea) dei disastri climatici in corso.</p>
<p>San Paolo VI non a caso parlava, preveggente, della «responsabilità di un destino diventato ormai comune», come unica via da perseguirsi, al di là delle differenze di ogni sorta, per perseguire la salvaguardia del patrimonio naturale, insieme a quello storicamente accumulato in secoli e secoli di lavoro umano e di creatività intellettuale. È quello che stiamo perdendo, nella follia delle guerre e dello scontro ideologico. In questi drammi emerge la saggezza dell’agire e dello spirito artigiano: senso della misura, responsabilità personale, sussidiarietà e beni comuni come riferimenti ideali.</p>
<p>Ecco i valori che le imprese artigiane, per il loro stesso proporsi come forma specifica della responsabilità d’impresa, portano con sé senza retorica ogni giorno, nel lavoro quotidiano, e che ci fanno affrontare con speranza questi tempi terribili. Senza retorica e demagogia.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<item>
		<title>Adattarsi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Magatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 14:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima cambia, i territori si trasformano e le imprese devono ripensare il proprio futuro. Ma adattarsi non significa rassegnarsi: significa fare della cura dei luoghi, dell'innovazione e dei saperi artigiani le risorse di un nuovo modello di sviluppo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-4"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 54%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110894" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto.png" width="941" height="1672" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto.png 941w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto-169x300.png 169w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto-576x1024.png 576w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto-768x1365.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto-864x1536.png 864w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Girasole-controluce-al-tramonto-350x622.png 350w" sizes="auto, (max-width: 941px) 100vw, 941px" /></div>
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<h2><span class="font-435549"><strong> Un dato, non un&#8217;opinione</strong></span></h2>
<p><strong> </strong>Secondo il CNR, quella del 2026 è stata l&#8217;estate più calda registrata in Italia dall&#8217;inizio della serie storica, nel 1950: una temperatura media nazionale di 24,3 gradi, sette decimi sopra il record del 2003 che fino a ieri sembrava un&#8217;anomalia irripetibile. Nell&#8217;Europa occidentale, secondo Copernicus, non c&#8217;era mai stato un trimestre estivo così caldo.</p>
<p>Ma i gradi, da soli, dicono poco. Parlano di più i conti. Le stime di Allianz attribuiscono alle ondate di calore di quest&#8217;anno perdite per circa 113 miliardi di euro nell&#8217;economia europea, e assegnano all&#8217;Italia il primato più amaro: circa 28 miliardi, quasi l&#8217;equivalente di una legge di bilancio. Altre analisi arrivano a stimare per l&#8217;Unione un costo vicino all&#8217;1 per cento del PIL, cioè grosso modo l&#8217;intera crescita attesa per l&#8217;anno. Nelle campagne, Confagricoltura e CIA hanno contato oltre un miliardo e mezzo di danni; in alcune aree di Piemonte e Lombardia il mais ha perso un terzo del raccolto, e in certi casi molto di più. E dietro le cifre economiche ci sono quelle umane: le migliaia di decessi in eccesso legati al caldo, i lavoratori esposti, le ore di lavoro perse nei cantieri, nei laboratori, nei campi.</p>
<p>Il cambiamento climatico, dunque, non è un&#8217;invenzione. È un dato di fatto. E soprattutto è un dato destinato a pesare in misura crescente: sulla produttività del lavoro, sulla tenuta delle filiere, sui conti pubblici, che vedono ridursi le entrate proprio mentre aumentano le spese per sanità, emergenze e ricostruzioni. Ma c&#8217;è un livello ancora più profondo, che non andrebbe sottovalutato. Quando gli shock si ripetono, quando le comunità si scoprono vulnerabili, quando l&#8217;insicurezza materiale si somma a quella economica, è la stabilità stessa dei sistemi democratici a essere messa alla prova. Le società spaventate tendono a chiudersi, a cercare capri espiatori, ad affidarsi a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi. Il clima, in questo senso, non è solo una questione ambientale: è una questione di convivenza.</p>
<h2><strong><span class="font-435549"> Il limite del metodo regolativo</span></strong></h2>
<p><strong> </strong>Se il problema è reale, la domanda non è più se esso esista, ma come affrontarlo. L&#8217;Europa, con il Green Deal, ha scelto una strada precisa. Come ha fatto in altri ambiti, si pensi all&#8217;intelligenza artificiale con l&#8217;AI Act, l&#8217;Unione ha promosso un approccio essenzialmente top-down, fondato sulla regolazione: fissare obiettivi, definire standard, imporre obblighi di rendicontazione, costruire un&#8217;architettura normativa capace di orientare i comportamenti di imprese e cittadini. È un approccio che ha una sua nobiltà. Esprime l&#8217;idea che il mercato, lasciato a sé stesso, non sappia prendersi cura dei beni comuni, e che spetti alle istituzioni tracciare la rotta. Ed è anche il modo in cui l&#8217;Europa, priva della potenza tecnologica americana e della capacità di mobilitazione statale cinese, ha cercato di esercitare la propria influenza nel mondo: dettare le regole del gioco.</p>
<p>Eppure, a distanza di qualche anno, è difficile non vedere i due problemi che questo approccio ha generato.</p>
<p>Il primo riguarda la competitività. Mentre l&#8217;Europa costruiva un sistema di vincoli, altrove si procedeva con logiche diverse: gli Stati Uniti con massicci incentivi agli investimenti, la Cina con una pianificazione industriale che ha fatto delle tecnologie verdi un terreno di conquista dei mercati globali. Il risultato è che le imprese europee si sono trovate a sostenere costi di adeguamento che i loro concorrenti non avevano, senza poter contare su un sostegno comparabile alla trasformazione. La transizione, che avrebbe dovuto essere un&#8217;occasione di sviluppo, è stata vissuta da molti come un fardello.</p>
<p>Il secondo problema è l&#8217;eccesso burocratico. Ogni regola genera procedure, ogni procedura genera adempimenti, ogni adempimento richiede competenze, tempo, consulenze. Per una grande impresa, questo è un costo sopportabile; per una piccola impresa artigiana, spesso no. Così, paradossalmente, la regolazione rischia di penalizzare proprio i soggetti più radicati nei territori, quelli che più di altri avrebbero le motivazioni e le conoscenze per prendersene cura.</p>
<p>La stessa Commissione europea ha preso atto di queste difficoltà. I pacchetti Omnibus, a partire dalla direttiva che quest&#8217;anno ha semplificato gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità, sono il segno di una correzione di rotta. Ma il punto non è passare dalla regolazione alla deregolazione, come se l&#8217;alternativa fosse tra troppe regole e nessuna regola. L&#8217;approccio regolativo non va abbandonato: senza un quadro comune, ogni sforzo resterebbe frammentato e i comportamenti opportunistici prevarrebbero. Va invece migliorato. Meno regole e più chiare, più attente alla proporzionalità, più capaci di distinguere tra chi deve essere vincolato e chi deve essere accompagnato. Soprattutto, regole pensate non come un sistema chiuso che pretende di governare tutto dall&#8217;alto, ma come una cornice che rende possibile l&#8217;iniziativa.</p>
<h2><strong><span class="font-435549"> La risorsa del basso</span></strong></h2>
<p>Ed è proprio qui che si apre lo spazio per l&#8217;altro movimento, quello che va rafforzato con decisione: l&#8217;approccio bottom-up.</p>
<p>Nessuna norma, per quanto ben scritta, può sostituire l&#8217;intelligenza di chi abita un luogo. Chi conosce il proprio territorio sa dove l&#8217;acqua ristagna e dove manca, quali versanti franano, quali edifici soffrono il caldo, quali filiere sono più fragili. Questa conoscenza situata, fatta di esperienza, memoria e relazioni, è una risorsa preziosa che la logica regolativa, per sua natura astratta e uniforme, fatica a intercettare.</p>
<p>Non si tratta di episodi isolati o di eccellenze da vetrina, ma del segno di una disposizione più profonda: la capacità di prendersi cura del proprio territorio, di trovare soluzioni innovative a un problema che è, evidentemente, più grande di noi. L&#8217;artigiano che ripensa i materiali per costruire edifici più resistenti al calore, l&#8217;impresa che recupera l&#8217;acqua nei propri processi produttivi, il consorzio che organizza la manutenzione del reticolo idrico minore, la bottega che reinventa un prodotto tradizionale in chiave circolare: in ciascuno di questi gesti c&#8217;è qualcosa che va oltre la semplice reazione. C&#8217;è una forma di responsabilità che nasce dal legame, dal sentirsi parte di un luogo e di una storia.</p>
<p>Ma l&#8217;iniziativa dal basso non nasce nel vuoto. Perché possa esprimersi e crescere, ha bisogno di condizioni istituzionali, normative, economiche e finanziarie adeguate. Ha bisogno di norme che non scoraggino chi sperimenta, di procedure autorizzative compatibili con i tempi dell&#8217;impresa, di strumenti di credito capaci di valutare il valore di un investimento in adattamento, di una pubblica amministrazione che si percepisca come alleata e non come controllore. In altre parole, il bottom-up non è l&#8217;opposto del top-down: è ciò che il top-down dovrebbe rendere possibile. Il compito delle istituzioni non è sostituirsi all&#8217;iniziativa sociale, ma creare lo spazio perché essa possa fiorire.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong> Oltre l&#8217;emergenza</strong></span></h2>
<p>L&#8217;approccio dal basso, se lasciato a sé stesso, tende a ridursi alla gestione dell&#8217;emergenza. Si interviene quando il fiume esonda, quando la siccità colpisce, quando il caldo ferma i cantieri. Si tampona, si ripara, si ricostruisce. È un lavoro prezioso, spesso eroico, che rivela il meglio delle nostre comunità. Ma non basta.</p>
<p>Non basta, anzitutto, perché è inefficiente. Ogni intervento emergenziale costa più di quanto sarebbe costata la prevenzione. Le stime disponibili indicano che misure di adattamento ben progettate potrebbero ridurre una quota rilevante dei danni, nell&#8217;ordine del 40 per cento secondo alcune analisi recenti. Ciò significa che ogni euro speso a valle, dopo il disastro, è in buona parte un euro che si sarebbe potuto risparmiare a monte. E non basta perché è insostenibile nel tempo: un Paese che vive di emergenze consuma le proprie energie, materiali e morali, in una rincorsa senza fine, e si condanna a una condizione di precarietà permanente.</p>
<p>Per questo l&#8217;approccio bottom-up va pensato in modo diverso: non come una risposta reattiva, ma come un&#8217;azione strategica di sviluppo. Significa passare dalla logica della riparazione a quella dell&#8217;investimento. Lavorare sul territorio non solo per difenderlo dagli eventi estremi, ma per renderlo più capace di generare valore. E lavorare dentro le imprese, sulla loro efficienza, sui processi, sull&#8217;uso dell&#8217;energia e dell&#8217;acqua, sull&#8217;organizzazione del lavoro, sulla qualità degli edifici e delle infrastrutture.</p>
<p>L&#8217;adattamento, in questa prospettiva, cessa di essere un costo da minimizzare e diventa un vettore di innovazione. L&#8217;impresa che ripensa il proprio ciclo produttivo per ridurre i consumi idrici non si limita a proteggersi dalla prossima siccità: diventa più efficiente, più competitiva, più attrattiva per i giovani che cercano un lavoro dotato di senso. Il territorio che investe nella manutenzione dei suoli, nella gestione delle acque, nella riqualificazione del patrimonio edilizio non si limita a ridurre il rischio: crea occupazione qualificata, attiva filiere locali, accresce la propria qualità della vita.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong> Custodire il territorio, accrescere la produttività</strong></span></h2>
<p>Si arriva così al cuore della questione. L&#8217;obiettivo da perseguire tiene insieme due dimensioni che troppo spesso sono state pensate come alternative: la salvaguardia del territorio e l&#8217;aumento della produttività di sistema.</p>
<p>Per decenni ci siamo abituati a considerare la tutela ambientale e la crescita economica come forze in tensione, da bilanciare con faticosi compromessi. Più ambiente significava meno sviluppo, più sviluppo significava meno ambiente. Il dibattito sul Green Deal, con il suo oscillare tra ambizione climatica e difesa della competitività, è rimasto in larga misura prigioniero di questo schema.</p>
<p>Ma l&#8217;esperienza di quest&#8217;estate mostra che lo schema non regge più. Quando il caldo fa perdere all&#8217;Italia quasi 28 miliardi in un solo anno, quando la produttività del lavoro crolla nei giorni più torridi, quando le filiere agricole e manifatturiere si interrompono per mancanza d&#8217;acqua o per eventi estremi, è evidente che un territorio fragile è un territorio improduttivo. La cura dei luoghi non è un lusso che ci si può permettere quando l&#8217;economia va bene: è una condizione perché l&#8217;economia possa andare bene.</p>
<p>L&#8217;Italia, del resto, ha un problema di produttività che dura da un quarto di secolo. Le cause sono molte e note: la dimensione ridotta delle imprese, il ritardo negli investimenti, le inefficienze della pubblica amministrazione, un sistema infrastrutturale disomogeneo. A queste si aggiunge ora la vulnerabilità climatica, che agisce come un moltiplicatore delle debolezze esistenti. Ma proprio per questo, l&#8217;adattamento può diventare una leva per affrontarle. Investire nell&#8217;efficienza energetica e idrica delle imprese, nella resilienza delle infrastrutture, nella qualità del patrimonio edilizio produttivo, nella digitalizzazione dei sistemi di monitoraggio territoriale significa, contemporaneamente, ridurre i rischi climatici e aumentare la produttività complessiva del sistema.</p>
<p>È qui che il tessuto delle piccole e medie imprese, e in particolare del mondo artigiano, può giocare un ruolo decisivo. Proprio perché radicate nei territori, queste imprese sono al tempo stesso le più esposte agli effetti del cambiamento climatico e le più capaci di tradurre la sfida in soluzioni concrete. Sono loro a costruire, riparare, installare, manutenere. Sono loro a custodire saperi che possono essere rinnovati e messi al servizio di un nuovo modello di sviluppo. Non spettatrici della transizione, ma sue protagoniste.</p>
<h2><span class="font-435549">Fare sistema: una cultura dell&#8217;adattamento</span></h2>
<p>Tutto ciò che si è detto finora rischia di rimanere un insieme di buone pratiche disperse se l&#8217;azione delle singole organizzazioni non viene coordinata.</p>
<p>Il problema del clima ha una natura sistemica. Nessuna impresa, per quanto virtuosa, può mettere in sicurezza da sola un bacino idrografico. Nessun comune, per quanto attivo, può affrontare da solo una siccità che colpisce un&#8217;intera regione. E nessuna buona pratica, per quanto brillante, produce effetti significativi se resta isolata. L&#8217;efficacia dell&#8217;adattamento dipende dalla capacità di connettere le iniziative, di farle dialogare, di moltiplicarne l&#8217;impatto.</p>
<p>Serve dunque un approccio condiviso, capace di tenere insieme imprese, associazioni di rappresentanza, istituzioni locali, sistema finanziario, mondo della ricerca e della formazione. Non una nuova struttura burocratica calata dall&#8217;alto, ma un&#8217;architettura di cooperazione che valorizzi ciò che già esiste e lo orienti verso obiettivi comuni. Le associazioni di categoria, in questo quadro, hanno un ruolo cruciale: possono fare da ponte tra le singole imprese e le istituzioni, raccogliere e diffondere le esperienze, costruire strumenti condivisi, rappresentare presso i decisori le esigenze di chi lavora sul territorio.</p>
<p>Ma prima ancora delle strutture, serve una cultura. Una cultura dell&#8217;adattamento che non sia rassegnazione all&#8217;inevitabile, ma capacità di rispondere creativamente a condizioni che cambiano. Una cultura che riconosca il valore della cura, della manutenzione, della prevenzione, attività che non fanno notizia ma che sostengono silenziosamente la vita delle comunità. Una cultura che sappia pensare in termini di lungo periodo, contro la tentazione del breve termine che domina tanto la politica quanto i mercati.</p>
<p>E servono, infine, condizioni normative adatte a questo tipo di adattamento. Il che ci riporta al punto di partenza. La regolazione europea, migliorata e semplificata, può diventare il quadro entro cui l&#8217;iniziativa dal basso trova riconoscimento e sostegno: premiando chi investe nella resilienza, facilitando le forme di cooperazione territoriale, orientando la finanza verso gli investimenti in adattamento, riconoscendo il valore pubblico delle attività di cura che le imprese svolgono a beneficio dell&#8217;intera comunità.</p>
<p>L&#8217;alternativa tra top-down e bottom-up, tra regolazione e iniziativa, tra istituzioni e società, si rivela così falsa. Ciò di cui abbiamo bisogno è una loro composizione intelligente: istituzioni che creano le condizioni, soggetti sociali che generano le soluzioni, una rete di relazioni che le connette e le amplifica.</p>
<p>L&#8217;estate rovente che abbiamo appena vissuto ci ha ricordato quanto siamo vulnerabili. Ma ci consegna anche una possibilità. Possiamo continuare a subire, rincorrendo le emergenze e dividendoci tra negazione e allarme. Oppure possiamo fare del cambiamento climatico l&#8217;occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo, a partire dai territori e da chi li abita, li lavora, li custodisce. Il mondo artigiano, con la sua cultura del fare e della cura, ha già cominciato a percorrere questa strada. Si tratta ora di renderla una strada comune.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Chi comanda il vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vento è pulito, gli affari non sempre. Dietro le pale eoliche si nascondono anche gli interessi delle mafie, capaci di trasformare la transizione energetica in un mercato di rendite e privilegi, a danno delle imprese oneste e della libera concorrenza. Un estratto dell’intervento di Roberto Saviano alla Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese, svoltasi a Chia nel settembre 2026.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-6"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 85%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110887" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO.jpg" width="1732" height="1653" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO.jpg 1732w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO-300x286.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO-1024x977.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO-768x733.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO-1536x1466.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/SAVIANO-350x334.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1732px) 100vw, 1732px" /></div>
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<p>A parlare non è un ingegnere, non è un tecnico dell’ambiente, né un funzionario della Regione. È Matteo Tamburello, boss di Mazara del Vallo, intercettato mentre dichiara la sua giurisdizione sull’energia pulita. E c’è un’altra voce, emersa dalle carte di un’inchiesta sull’eolico calabrese del 2012, che riassume la promessa fatta alle imprese: <em>«Se volete investire in Calabria, sarà come un’autostrada senza caselli.»</em></p>
<p>Guardatela bene, questa scena. Perché qui non stiamo parlando della mafia come categoria morale. Non vi sto raccontando il male assoluto per farvi inorridire. Stiamo parlando della mafia come <strong>vantaggio competitivo</strong>, sottratto a voi, a chi fa impresa rispettando le regole.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">La corsa alla rendita</span></strong></h2>
<p>Le organizzazioni criminali non sono improvvisamente diventate ecologiste. Non sono attratte dalle rinnovabili in quanto tali, né dal destino del pianeta. Le mafie sono attratte dalle <strong>rendite</strong>.</p>
<p>Dove c’è una rendita garantita, non concorrenziale, protetta e difesa da una procedura opaca, loro arrivano. Se la rendita è nel cemento, arrivano nel cemento. Se per vent’anni la rendita è stata nascosta nel vento, sono arrivate nel vento.</p>
<p>E quella rendita, voi artigiani, voi piccoli imprenditori, l’avete pagata due volte. La prima volta in bolletta. La seconda volta sotto forma di concorrenza sleale.</p>
<p>Guardiamo i numeri, perché non stiamo parlando di aneddoti, ma di cifre. Quanto valeva il vento?</p>
<ul>
<li>In Italia, per i piccoli impianti, la tariffa arrivava a <strong>300 euro per MWh</strong>.</li>
<li>Per i grandi impianti, <strong>180 euro per MWh</strong>.</li>
<li>Sapete qual era il prezzo reale di mercato dell’energia in Italia? <strong>70 euro</strong>.</li>
<li>In Germania e in Spagna, gli incentivi si fermavano a <strong>70-80 euro</strong>.</li>
</ul>
<p>In Italia abbiamo garantito quella rendita per vent’anni, con priorità di immissione in rete. Un impianto medio-piccolo poteva generare fino a <strong>1,5 milioni di euro di utile al mese</strong>. Rischio zero, rendimento noto in anticipo. Non esiste al mondo un prodotto finanziario così redditizio e sicuro. Quelle pale non stavano producendo energia: <strong>stavano producendo un sussidio</strong>.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Un’impresa che non ha bisogno di profitti</span></strong></h2>
<p>C’è un equivoco di fondo quando si parla di economia criminale: si pensa che l&#8217;impresa mafiosa sia un&#8217;impresa irregolare, raffazzonata. Non è così. L’impresa mafiosa ha le carte perfettamente in regola. Deve averle, per stare nelle gare e reggere i controlli.</p>
<p>La vera differenza è che l&#8217;impresa mafiosa <strong>non ha bisogno del profitto</strong>.</p>
<p>Il suo denaro non costa niente, non scade, non chiede rendimento e non ha alcuna paura di perdere. Può permettersi di lavorare in perdita per anni, perché il suo scopo primario non è guadagnare, ma <strong>ripulire</strong>. Voi non potete competere con lei non perché lei bari al gioco, ma perché a voi il profitto serve per sopravvivere, a lei no.</p>
<p>Per entrare nel business dell’energia pulita non serve la violenza delle armi. Ci sono cinque fasi, cinque porte, e in nessuna serve una pistola. Il &#8220;facilitatore&#8221; — che non è un mafioso con la coppola, ma un tecnico, un professionista, un consulente — compare in sei casi su otto. Si insinua nei burocratici meandri delle autorizzazioni. <em>«Il cemento, il cemento, lì ci sono i soldi per noi»</em>, diceva al telefono un affiliato di Trapani.</p>
<p>Matteo Messina Denaro non era un boss rimasto al secolo scorso: era avanti vent’anni. Attorno a lui gravitavano figure come Vito Nicastri, il &#8220;re del vento&#8221;, colpito nel 2010 da un sequestro record da 1,3 miliardi di euro, con 43 società e centinaia di immobili. Pensate alla rete di distribuzione, a Santo Sacco, condannato per le mazzette chieste persino ai danesi della Baltic Wind. Perfino Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera nel 2013, guardando Nicastri diceva sdegnato: <em>«Fa pali per prendere soldi»</em>. Riina, rimasto alla vecchia mafia di sangue e territorio, non aveva capito niente di dove stesse andando il mondo.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Non è un destino: Sicilia e Puglia a confronto</span></strong></h2>
<p>C&#8217;è chi dice che al Sud debba andare per forza così. Non è vero. Mettiamo a confronto due regioni con lo stesso Stato e gli stessi incentivi nazionali: <strong>Sicilia</strong> e <strong>Puglia</strong>.</p>
<ul>
<li>In <strong>Sicilia</strong>, l&#8217;impianto medio era da 4,5 megawatt. A rilasciare le autorizzazioni erano centinaia di Comuni diversi, parcellizzando il potere e creando opacità. Lì, la mafia ha spiegato e deciso dove far sorgere le pale.</li>
<li>In <strong>Puglia</strong>, gli impianti medi erano da 21 megawatt, gestiti attraverso poche procedure visibili e centralizzate. Risultato? La presenza mafiosa nelle scelte localizzative non c&#8217;è stata.</li>
</ul>
<p>Non è un destino ineluttabile. Dipende da come è scritta la regola e da quanto qualcuno la guarda. Il rischio non è la pala eolico in sé: <strong>il rischio è il vuoto</strong>. Il facilitatore nasce dall&#8217;incertezza normativa. Ogni anno di norme sospese o ritardate è un anno di reddito garantito per chi non vende energia, ma vende &#8220;accesso&#8221; alla politica e agli uffici pubblici.</p>
<p>In Sardegna, il procuratore generale di Cagliari ha alzato la guardia sul riciclaggio attraverso i professionisti e sulle imprese nate dal nulla. Sentirsi immuni, dire <em>«Qui la mafia non c’è»</em>, è la frase più pericolosa che si possa pronunciare.</p>
<h2><span class="font-435549">Va cacciato il criminale, non la turbina</span></h2>
<p>Fermare l&#8217;eolico e la transizione ecologica per fermare le mafie sarebbe una follia. Sarebbe come smettere di costruire case perché l&#8217;edilizia è da sempre il settore più infiltrato d&#8217;Italia.</p>
<p>Quelle pale eoliche sequestrate in Sicilia erano ineccepibili sul piano ambientale: producevano aria pulita. Ma erano state alzate con i soldi della cocaina.</p>
<p>&#8220;Sostenibile&#8221; significa prima di tutto che una cosa può durare nel tempo. Il capitale criminale, al contrario, ha l&#8217;orizzonte temporale più corto del mondo: divora tutto e scappa. Dobbiamo cacciare il criminale, non la turbina.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>La materia prima della mafia è l&#8217;invisibilità</strong></span></h2>
<p>Questa battaglia per la legalità si lega inevitabilmente a chi il lavoro lo fa con le proprie mani. Nelle imprese di Confartigianato, il 40% dei lavoratori e il 20% dei titolari di impresa sono nati all&#8217;estero. Senza i lavoratori immigrati, il lavoro artigiano in Italia non si ridurrebbe: semplicemente si fermerebbe.</p>
<p>Dare diritti a chi lavora non è un atto di generosità o di buonismo: <strong>è una scelta antimafia</strong>.</p>
<p>Un lavoratore irregolare non paga le tasse perché formalmente non esiste. E chi non esiste è ricattabile, è costantemente a disposizione di chi vuole abbassare il costo del lavoro fuori da ogni norma. La materia prima delle organizzazioni criminali non è la povertà: <strong>è l&#8217;invisibilità</strong>.</p>
<p>Quei contributi non versati qualcuno li sta già incassando, e non è lo Stato: è una tassa pizzo che pagate voi imprenditori onesti sotto forma di concorrenza sleale. Chi ha diritti non è ricattabile. E chi non è ricattabile non può essere usato per battere i vostri prezzi sul mercato.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>La normalità come rivoluzione</strong></span></h2>
<p>In terra di mafia, la normalità non è la routine: <strong>è una rivoluzione</strong>.</p>
<p>La legalità si costruisce con gesti concreti e quotidiani:</p>
<ul>
<li>Pagare le imprese in ordine cronologico.</li>
<li>Utilizzare le <em>white list</em> per i subappaltatori.</li>
<li>Premiare chi trova il coraggio di denunciare ed espellere chi sgarra.</li>
<li>Dotarsi di modelli di organizzazione trasparenti.</li>
<li>Imporre la rotazione negli uffici pubblici.</li>
<li>Porsi sempre una domanda di riserva di fronte a un preventivo anormalmente troppo basso.</li>
</ul>
<p>Un&#8217;intercettazione ci restituisce il senso profondo di questa lotta: <em>«Non volevamo soldi, non volevamo posti di lavoro. Vogliamo avere una vita normale.»</em></p>
<p>Il vento, il sole, il futuro dell&#8217;energia non appartengono alle cosche, non appartengono ai faccendieri. <strong>Il vento non è di nessuno.</strong></p>
<p><em>(Estratto dell’intervento di Roberto Saviano nell’ambito dei lavori della Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese, svoltasi a Chia nel settembre 2026)</em></p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il nucleare sostenibile come leva per la transizione energetica e la filiera artigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Dodaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli home page]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nucleare del futuro promette di cambiare le regole della transizione energetica. Piccoli reattori, nuove tecnologie e una filiera industriale che parla anche il linguaggio dell’artigianato. Alessandro Dodaro, in questo estratto del suo intervento alla Scuola di Alta Formazione di Confartigianato, svoltasi a Chia nel settembre 2026, racconta le prospettive di un’Italia che ha rinunciato alle centrali, ma non alle competenze.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-8"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 92%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110923" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280.jpg" width="1280" height="853" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280.jpg 1280w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280-1024x682.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/distelapparath-nuclear-power-plant-4528746_1280-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-8" data-row="script-row-unique-8" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-8"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-9"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Di fronte all’emergenza del cambiamento climatico e all’aumento esponenziale della domanda di energia — spinto dalla crescita della popolazione, dall’elettrificazione dei trasporti e dallo sviluppo di settori innovativi come l’Intelligenza Artificiale e l&#8217;High Performance Computing — la decarbonizzazione non è più solo una scelta ecologica, ma una necessità economica e strategica.</p>
<p>Se da un lato la spinta verso le fonti rinnovabili è fondamentale, dall’altro cresce la consapevolezza che uno scenario basato esclusivamente su di esse presenta complessità operative ed economiche elevate. Le rinnovabili sono per loro natura intermittenti e non programmabili: richiederebbero sovradimensionamenti della rete, ingenti capacità di stoccaggio e costi infrastrutturali che, nello scenario <em>100% RES</em>, arriverebbero a pesare sul sistema per centinaia di miliardi di euro.</p>
<p>È qui che si inserisce il principio della <strong>neutralità tecnologica</strong>. Per raggiungere gli obiettivi di neutralità carbonica dell’Unione Europea entro il 2050 e garantire al contempo la sicurezza energetica a costi competitivi, dobbiamo integrare tutte le soluzioni pulite disponibili. Nel mix energetico del futuro, la riapertura del dibattito sul nucleare di nuova generazione rappresenta un tassello cruciale. Un approccio bilanciato — ad esempio con un’integrazione dell’80% di rinnovabili, un 10% di nucleare e un 10% di gas decarbonizzato — permetterebbe di centrare i target climatici al 2050 con un risparmio stimato di circa 400 miliardi di euro negli investimenti complessivi di sistema.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>La svolta dei reattori modulari (SMR e AMR) e le applicazioni industriali</strong></span></h2>
<p>Il nucleare del presente e del prossimo futuro non è quello del passato. La risposta scientifica e tecnologica sta nei <strong>piccoli reattori modulari</strong>: gli <strong>SMR</strong> (<em>Small Modular Reactors</em>, di Terza Generazione avanzata) e gli <strong>AMR</strong> (<em>Advanced Modular Reactors</em>, di Quarta Generazione raffreddati a metallo liquido).</p>
<p>Questi reattori presentano vantaggi rivoluzionari:</p>
<ol>
<li><strong>Flessibilità e ingombro ridotto</strong>: occupano una porzione di territorio estremamente contenuta rispetto ai grandi impianti tradizionali o ai grandi parchi rinnovabili dedicati.</li>
<li><strong>Sicurezza passiva e modularità</strong>: vengono realizzati in fabbrica e assemblati in loco, riducendo tempi e costi di costruzione.</li>
<li><strong>Economia circolare</strong>: gli AMR di Quarta Generazione offrono la possibilità concreta di riutilizzare il combustibile esausto degli attuali reattori, chiudendo il ciclo del combustibile e riducendo l&#8217;impatto dei rifiuti radioattivi.</li>
</ol>
<p>Inoltre, il ruolo dei reattori modulari va ben oltre la sola produzione elettrica. Gli SMR e gli AMR possono produrre <strong>calore di processo ad alta temperatura</strong> e <strong>idrogeno verde</strong>. Pensiamo ai settori industriali e manifatturieri ad alto consumo energetico (<em>hard-to-abate</em>), come la ceramica, il vetro, la metallurgia o la chimica: integrare un piccolo reattore a supporto di un distretto industriale consente di decarbonizzare i processi termici diretti evitando l&#8217;occupazione di enormi superfici di suolo con impianti fotovoltaici dedicati.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Il ruolo dell&#8217;Italia e la forza della filiera industriale e artigiana</strong></span></h2>
<p>Spesso si pensa che l&#8217;Italia sia totalmente estranea al mondo del nucleare. In realtà, come ha ricordato il Direttore Generale dell&#8217;IAEA Rafael Grossi, <em>&#8220;L&#8217;Italia è il più nucleare fra i Paesi non nucleari al mondo&#8221;</em>.</p>
<p>Nonostante il blocco della produzione sul territorio nazionale, l&#8217;eccellenza italiana non si è mai fermata. Oltre 70 aziende nazionali operano con successo nel mercato internazionale ed europeo sia nella fissione che nella fusione, fornendo componenti ad altissima precisione, sistemi di sicurezza, ingegneria sperimentale e progettazione.</p>
<p>Sotto la spinta dell&#8217;<strong>ENEA</strong> e in sinergia con università e centri di ricerca, il nostro Paese si posiziona ai vertici della ricerca europea, in particolare nei reattori veloci raffreddati a piombo liquido. Partecipiamo a iniziative strategiche internazionali come la <em>European Industrial SMR Alliance</em> (dove l&#8217;Italia è seconda solo alla Francia per presenza di soggetti pubblici e privati) e alla partnership per il reattore dimostrativo <strong>ALFRED</strong>.</p>
<p>Questa solida base industriale e tecnologica è un vero e proprio <strong>volano di sviluppo per la catena del valore nazionale</strong>. In questo contesto, le imprese artigiane e le PMI ad alta specializzazione meccanica, manifatturiera e impiantistica giocano un ruolo fondamentale: la costruzione delle nuove filiere legate agli SMR/AMR richiederà componentistica d&#8217;eccellenza, lavorazioni di precisione e competenze tecniche diffuse su tutto il territorio. Si stima che il ritorno economico diretto e indotto per il sistema Paese possa attestarsi intorno al 2,5% del PIL nazionale.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Formazione, informazione e quadro normativo: la strada da percorrere</strong></span></h2>
<p>Per concretizzare questa prospettiva servono tre pilastri:</p>
<ol>
<li><strong>Un quadro regolatorio solido</strong>: i recenti passi normativi, tra cui il lavoro della <em>Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile</em> (PNNS) e l&#8217;attuazione del <em>Piano Ricerca Nucleare</em> (PRN) finanziato dal MASE, stanno definendo le linee guida per la sicurezza, la disciplina e lo sviluppo delle nuove tecnologie.</li>
<li><strong>Formazione e competenze</strong>: attraverso l&#8217;Accordo di Programma MASE-ENEA stiamo investendo risorse significative non solo in infrastrutture e dimostratori, ma anche nella formazione di nuova forza lavoro qualificata, tecnici ed esperti indispensabili per il futuro.</li>
<li><strong>Informazione e accettabilità sociale</strong>: il consenso e la fiducia dei cittadini e delle comunità locali si costruiscono solo con una divulgazione scientificamente rigorosa, trasparente e priva di ideologie.</li>
</ol>
<p>Investire nella ricerca e nelle tecnologie nucleari avanzate significa oggi investire direttamente sul futuro della nostra industria, della nostra autonomia energetica e della sostenibilità del nostro Pianeta. La transizione ecologica è una sfida complessa, ma con il contributo del know-how della ricerca e del saper fare del nostro tessuto produttivo e artigiano, l&#8217;Italia può tornare a essere protagonista attiva del panorama energetico mondiale.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-9" data-row="script-row-unique-9" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-9"));</script></div></div></div>
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		<title>Clima estremo, in un anno colpite 288 mila piccole imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Quintavalle]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[data room]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima presenta il conto alle imprese. Tra alluvioni, siccità e incendi, il rischio ambientale diventa una minaccia per la produzione. E la prevenzione è ancora troppo spesso un passo indietro rispetto all’emergenza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-10"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 95%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110957" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407.jpg" width="1770" height="1180" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407.jpg 1770w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407-300x200.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407-1024x683.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407-768x512.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407-1536x1024.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-haberdoedas-33530407-350x233.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1770px) 100vw, 1770px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-10" data-row="script-row-unique-10" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-10"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-11"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale. È sempre più un problema di continuità produttiva, costi e competitività, soprattutto per le micro e piccole imprese, che hanno minori margini per assorbire gli shock. Un’alluvione può fermare un laboratorio, la siccità ridurre la disponibilità d’acqua per le lavorazioni e la produzione di energia, una frana interrompere la mobilità di persone e merci e isolare comunità di famiglie e imprese.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Il conto degli eventi estremi</strong></span></h2>
<p>Un’analisi dei <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/economic-losses-from-climate-related">dati dell’Agenzia europea dell’ambiente</a> evidenzia che nel decennio 2015-2024 le perdite economiche italiane riconducibili agli eventi meteorologici estremi e climatici hanno raggiunto 74,7 miliardi di euro, a prezzi costanti del 2024: in media 7,5 miliardi all&#8217;anno. Il costo cumulato è di 1.254 euro per abitante, il 64,6% in più della media europea di 762 euro. Nell&#8217;Unione l&#8217;Italia è terza per perdite pro capite, dopo Slovenia e Belgio, e supera Germania (1.123 euro), Spagna (1.088) e Francia (663).</p>
<p>Uno <a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/system/files/2022-07/dp168_en.pdf">studio pubblicato dalla Commissione europea</a> evidenzia anche i rischi per le finanze pubbliche: uno <em>stress test</em> in uno scenario di riscaldamento globale di 2 °C, determina per l’Italia un rapporto tra debito pubblico e PIL nel 2032 superiore di 2,5 punti percentuali rispetto allo scenario di base.</p>
<p>Siccità e incendi sono tra i fenomeni estremi più diffusi nelle aree mediterranee. Secondo <a href="https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/patrimonio-forestale/superfici-di-ecosistemi-forestali-percorse-da-incendi-stato-e-variazioni">ISPRA</a>, nel 2025 i grandi incendi hanno interessato 12.306 ettari di superficie forestale, il 19,3% in più rispetto al 2024. Sicilia (3.967 ettari), Calabria (2.892) e Campania (1.835) concentrano insieme il 71% della superficie colpita.</p>
<p>La siccità mostra quanto siano interdipendenti clima, energia e produzione. L’analisi dei dati di Terna evidenzia che nei primi sette mesi del 2026 la generazione idroelettrica italiana è diminuita del 19,4% rispetto allo stesso periodo del 2025; nel solo mese di maggio il calo è stato del 38,5%. La produzione rimane comunque del 17,6% superiore allo stesso periodo del 2022, un anno segnato da una grave crisi idrica.</p>
<p>Alle pressioni climatiche si aggiungono le inefficienze strutturali. Secondo Istat, nel 2022 il 42,4% dell&#8217;acqua immessa nelle reti di distribuzione non raggiunge gli utenti finali. Le perdite superavano la metà in Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%). Le perdite sono più contenute in Lombardia (31,8%), Valle d&#8217;Aosta (29,8%) e Emilia-Romagna (29,7%). Per migliorare la gestione della risorsa idrica il PNRR ha destinato risorse per 5,4 miliardi di euro per interventi finalizzati a ridurre le perdite e per la sicurezza dell’approvvigionamento, per il sistema irriguo in agricoltura e per fognature e depurazione.</p>
<p>Una crisi idrica impatta in modo significativo sulla manifattura. Nei dieci comparti a maggiore intensità d&#8217;uso dell’acqua (<em>water intensive</em>) – tra cui tessile, carta, chimica, farmaceutica, gomma-plastica, vetro, ceramica e lavorazioni dei metalli – operano 117mila imprese con 1 milione e 346mila addetti, pari al 34,6% dell&#8217;occupazione manifatturiera. In questo perimetro le imprese artigiane sono 69mila e occupano 284mila addetti, il 21,1% del totale.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>L’esposizione delle piccole imprese</strong></span></h2>
<p>Una recente indagine condotta dalla Banca d’Italia su 5mila titolari di microimprese indica che nel 2025 il 6,4% delle microimprese ha dichiarato di aver subìto danni a seguito di eventi climatici estremi, pari a 275mila imprese con meno di dieci addetti.  Nell’ipotesi di estendere questo grado di esposizione anche alle piccole imprese, si stima che sono 288mila le imprese con meno di cinquanta addetti che hanno subito danni da eventi climatici estremi. Le conseguenze degli eventi climatici estremi incidono sulla redditività dell’impresa e sulle risorse necessarie per investire. Il 42,2% delle imprese colpite ha fatto ricorso a indennizzi assicurativi, mentre il 38,7% ha ridotto la remunerazione dei titolari e il 12,9% ha utilizzato liquidità disponibile. In relazione alle strategie adottate per affrontare i rischi climatici, il 39% delle microimprese dichiara di aver intrapreso almeno una misura tra assicurazioni, investimenti per la sicurezza aziendale e pianificazione dello spostamento delle attività produttive. Il 27,5% ha sottoscritto una copertura assicurativa contro i rischi climatici. Il 26,2% ha realizzato investimenti per la sicurezza e il 14,0% ha pianificato lo spostamento dell’attività: in valore assoluto sono 601mila le microimprese che prevedono un trasferimento per prevenire il rischio climatico. L’adozione di almeno una delle misure è più accentuata tra le donne imprenditrici (41,6%), tra coloro che provengono da famiglie con tradizione imprenditoriale (53,8%), tra gli imprenditori della manifattura (45,8%) e dei servizi di alloggio e ristorazione (46,0%), settori dove sono più elevati i valori di fabbricati e impianti.</p>
<h2><span class="font-435549"><strong>Dalla risposta all’emergenza alla cultura della prevenzione</strong></span></h2>
<p>Nel report della Banca d’Italia si rileva che l’adozione di strategie di protezione è positivamente correlata alla dimensione comportamentale dell’alfabetizzazione finanziari. L’elaborazione dei dati dell’indagine evidenzia che a fronte di una media nazionale del 39,0% di imprese che adottano almeno una misura di protezione, la quota sale al 46,6% tra gli imprenditori che dispongono di strategie per fronteggiare un furto, contro il 26,0% di chi ne è privo. Differenze significative emergono anche per chi effettua regolarmente previsioni sulla redditività aziendale (41,1% contro 22,2%), confronta i costi delle diverse fonti di finanziamento (41,0% contro 22,7%) e valuta offerte finanziarie e assicurative alternative (44,4% contro 28,7%). I risultati confermano l’importanza di una cultura imprenditoriale orientata alla pianificazione e alla gestione dei rischi, che associa la solidità finanziaria alla capacità di prevenire gli effetti degli eventi climatici estremi.</p>
<p>La resilienza delle imprese, però, non si costruisce soltanto dentro i cancelli delle aziende. Dipende anche dalla manutenzione del territorio, dall’efficienza delle reti idriche, dalla protezione delle infrastrutture e dalla continuità delle forniture energetiche. Dopo gli interventi del PNRR, sarà cruciale garantire continuità agli investimenti pubblici a salvaguardia del territorio. Per l’artigianato, prevenire significa difendere non solo macchinari e immobili, ma competenze, occupazione e relazioni produttive costruite nel tempo. In un clima che cambia, la sicurezza del territorio e quella dell’impresa sono due facce della stessa sfida competitiva.</p>
<hr />
<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Banca d’Italia (2026), Indagini sull’alfabetizzazione finanziaria e le competenze di finanza digitale in Italia: piccole imprese, statistiche, 8 settembre</p>
<p>European Environment Agency – EEA (2025), Economic losses from weather- and climate-related extremes in Europe, 14 ottobre</p>
<p>Ispra (2026), Superfici di ecosistemi forestali percorse da incendi: stato e variazioni, scheda del 30 giugno</p>
<p>Istat (2026), Dispersione da rete idrica comunale, aggiornamento intermedio di aprile 2026 del Bes</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-11" data-row="script-row-unique-11" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-11"));</script></div></div></div>
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		<title>La teoria degli stivali e il mestiere che ripara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Manfredi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:20:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cultura dell’usa e getta ha un prezzo: più sprechi, più consumi, più disuguaglianze. L’artigianato offre un’alternativa concreta: riparare anziché sostituire, far durare anziché ricomprare. Perché la sostenibilità passa anche dal valore delle cose e del lavoro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-12"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 75%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110914" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi.jpg" width="1561" height="1951" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi.jpg 1561w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi-240x300.jpg 240w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi-819x1024.jpg 819w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi-768x960.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi-1229x1536.jpg 1229w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/Manfredi-350x437.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1561px) 100vw, 1561px" /></div>
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<h2><span class="font-435549">In <em>Uomini d’arme</em>, Terry Pratchett affida al capitano Sam Vimes una teoria dell’ingiustizia economica tanto semplice quanto spietata: un buon paio di stivali di cuoio costa cinquanta dollari e tiene i piedi asciutti per dieci anni, uno scadente ne costa dieci e comincia a cedere dopo una stagione o due. Così, nell’arco di un decennio, chi ha poco finisce per spendere il doppio e continua ad avere i piedi bagnati.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella teoria di Vimes manca però un personaggio che vale la pena aggiungere: il calzolaio, che risuolatura dopo risuolatura rimette in strada lo stivale buono e ne prolunga la vita. Da qui si può partire per ragionare di artigianato e sostenibilità in un Paese in cui, secondo l’Istat, nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in povertà assoluta, una condizione che riguardava anche il 14,3% delle famiglie con una persona di riferimento operaia.</p>
<p>Un sistema produttivo diffuso, fatto di piccole imprese, di competenze e di prodotti pensati per durare, ha molto da offrire alla sostenibilità. A fare la differenza, però, oltre ovviamente alla cultura del consumo, non è la piccola dimensione in sé, ma la possibilità di lavorare senza essere schiacciati dalla logica estrattiva di chi sta in cima alla filiera. Le inchieste milanesi sullo sfruttamento nei laboratori che producono per i grandi marchi del lusso mostrano quanto questa distinzione sia concreta: anche il lavoro di una piccola impresa può diventare un ingranaggio di un sistema che comprime costi e diritti per massimizzare i margini.</p>
<p>Il fast fashion porta all’estremo la logica del consumo rapido e della sostituzione continua. Nell’Unione europea il consumo di abbigliamento, calzature e tessili per la casa è salito a 19 chili per persona nel 2022, dai 17 del 2019. L’Agenzia europea dell’ambiente colloca questi consumi al quinto posto per pressione ambientale e climatica complessiva tra le grandi categorie di spesa delle famiglie. Far durare un abito o un paio di scarpe è dunque un modo concreto di ridurne l’impatto: quando una riparazione evita un nuovo acquisto, evita anche una parte della produzione, dei trasporti e delle emissioni necessarie a sostituirli.</p>
<p>Il paradosso è che la qualità durevole viene troppo spesso raccontata e venduta come un lusso, anziché come una possibilità ordinaria. È la trappola delle eccellenze: celebrare il saper fare mentre i suoi prodotti diventano inaccessibili a una parte crescente della società e il prezzo elevato, da solo, non garantisce né durata né sostenibilità. Chi ha meno, proprio mentre i salari reali faticano a recuperare quanto perso con l’inflazione, resta così esposto alla condanna degli stivali di Vimes: spendere poco ogni volta per spendere di più alla fine, e avere comunque i piedi bagnati.</p>
<p>Uscirne non significa chiedere a chi ha poco di comprare cose più costose, ma riportare al centro il volto quotidiano e popolare del mestiere: riparare, ricucire, riadattare, dare nuova vita all’usato. Sono pratiche da sempre parte della cultura artigiana, capaci di avvicinare la sostenibilità alle possibilità economiche delle persone. A condizione che gli oggetti siano fatti anche per essere riparati e che ripararli sia conveniente. All’inizio di ottobre, al Convegno Imprenditori di Lapam Confartigianato Modena e Reggio Emilia a Bardolino, Chiara Ceretti ha raccontato l’esperienza di Spazio 3R, l’impresa sociale di sartoria nata a Milano che lavora tessuti di recupero e forma al mestiere donne in condizioni di fragilità, mostrando come sostenibilità ed emancipazione possano nascere dallo stesso gesto.</p>
<p>Perché questo diventi la norma e non l’eccezione serve però la politica. In Francia, dal novembre 2023, un bonus finanziato da marchi, distributori e produttori riduce il costo delle riparazioni di abiti e scarpe presso i professionisti aderenti: fino a 25 euro per una risuolatura in cuoio. Nel bilancio del primo anno gli interventi sostenuti erano già 826.000. In Italia, sta entrando in vigore il decreto che recepisce la direttiva europea sulla riparazione dei beni, ma l’obbligo di riparazione imposto ai produttori riguarda categorie come lavatrici e smartphone, non abiti e scarpe.</p>
<p>Rendere la riparazione accessibile, sostenere chi la pratica e pretendere prodotti riparabili significherebbe avvicinare pratiche sostenibili e potere d’acquisto e sarebbe un atto rivoluzionario, perché rimetterebbe al centro della creazione di valore il lavoro, le competenze e la dimensione umana del mestiere, contro la disumanità di un sistema che misura tutto in rendimenti. Darebbe finalmente a Vimes, e a chi non può permettersi gli stivali buoni, un calzolaio sotto casa e i piedi asciutti.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
</div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-13" data-row="script-row-unique-13" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-13"));</script></div></div></div>
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		<title>La sfida del clima passa dalla sicurezza del territorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Di Bisceglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:10:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’acqua è una risorsa. Senza prevenzione può diventare una minaccia per l’economia. Stefano Calderoni, presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara, spiega perché la sicurezza del territorio non si misura soltanto in argini e canali, ma anche in imprese che resistono, posti di lavoro che si salvano e investimenti che generano sviluppo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-14"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 44%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110991" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE.png" width="1103" height="1426" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE.png 1103w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE-232x300.png 232w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE-792x1024.png 792w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE-768x993.png 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/8.DI-BISCEGLIE-350x452.png 350w" sizes="auto, (max-width: 1103px) 100vw, 1103px" /></div>
					</div>
				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-14" data-row="script-row-unique-14" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-14"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-15"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ></p>
<h3><span class="font-435549">L’acqua è una risorsa produttiva, ma quando il territorio non è attrezzato per governarla può trasformarsi in una minaccia per le imprese, l’occupazione e la tenuta delle comunità. La sicurezza idraulica, soprattutto in un territorio fragile come quello ferrarese, non è soltanto una questione ambientale: è una condizione necessaria per attrarre investimenti, proteggere le attività economiche e garantire prospettive alle piccole e medie imprese. Eppure, proprio le infrastrutture che rendono possibile tutto questo sono spesso le meno visibili, quelle che fanno notizia soprattutto quando non funzionano.</span></h3>
<p>Stefano Calderoni, presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara e vicepresidente nazionale di Anbi, invita a guardare alla gestione dell’acqua come a una componente essenziale della politica industriale del Paese. Gli interventi realizzati con il Pnrr hanno dimostrato la capacità dei Consorzi di progettare, intercettare risorse e portare a termine opere complesse. Ma, conclusa quella stagione, resta aperta la questione decisiva: garantire continuità agli investimenti, adeguare le infrastrutture agli effetti del cambiamento climatico e costruire un rapporto più stretto tra sistema pubblico e imprese. Perché la prevenzione non è una spesa accessoria: è il presupposto per fare impresa.</p>
<p><strong>Presidente Calderoni, partiamo da un concetto che sembra tecnico, ma riguarda direttamente il futuro dell’economia: la sicurezza idraulica come infrastruttura. Perché è così importante cambiare prospettiva?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Perché dobbiamo comprendere che le infrastrutture idrauliche sono al servizio dell’intero sistema economico. Investire nella sicurezza del territorio significa creare le condizioni affinché le imprese possano lavorare, investire e programmare il proprio futuro. È una sicurezza che ha diverse dimensioni: sociale, ambientale, climatica ed economica. Governare correttamente l’acqua vuol dire proteggere le comunità, ma anche garantire competitività al tessuto produttivo. Nessuno investirebbe mezzo miliardo di euro in un’attività produttiva sapendo che, dopo poco tempo, quella stessa impresa potrebbe finire sott’acqua. È una questione che riguarda direttamente le prospettive di sviluppo».</p>
<p><strong>Il rischio idraulico, dunque, può diventare un fattore che condiziona le scelte imprenditoriali?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Assolutamente sì. In Romagna, per esempio, ci sono imprese che stanno valutando la possibilità di delocalizzare dopo aver sperimentato quanto possa essere pesante l’impatto degli eventi alluvionali. Quando un imprenditore si trova a mettere in discussione la permanenza della propria attività in un territorio, significa che il problema non riguarda più soltanto la gestione dell’emergenza, ma la tenuta economica e occupazionale di un’intera area. La sicurezza deve essere un presupposto per tutti: per i cittadini, per le famiglie e per le piccole e medie imprese. Dobbiamo mettere gli imprenditori nelle condizioni di lavorare con ragionevoli certezze, sapendo che esiste un sistema infrastrutturale adeguato alle nuove sfide climatiche».</p>
<p><strong>Il cambiamento climatico impone quindi di ripensare le opere idrauliche esistenti. È sufficiente intervenire sulle infrastrutture o serve anche una diversa cultura della prevenzione?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Servono entrambe le cose. Abbiamo un sistema infrastrutturale che, in molti casi, è stato progettato in un contesto climatico diverso da quello attuale. Gli eventi estremi ci obbligano a ripensare le opere, a rafforzarle e ad adeguarle a condizioni che stanno cambiando. Il territorio ferrarese ha caratteristiche particolari e richiede una gestione dell’acqua estremamente attenta, sia per garantire l’approvvigionamento idrico all’agricoltura sia per difendere le comunità dal rischio idraulico. Le competenze e le soluzioni tecniche esistono, ma devono essere accompagnate da investimenti adeguati. La prevenzione non si improvvisa: richiede programmazione, continuità e una visione di lungo periodo».</p>
<p><strong>Il Pnrr ha rappresentato una stagione straordinaria di investimenti. Che cosa ha insegnato l’esperienza dei Consorzi di bonifica?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Ha dimostrato che, quando ci sono risorse e obiettivi definiti, le strutture tecniche del Paese sono in grado di raggiungere risultati importanti. Il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara ha realizzato investimenti per circa 150 milioni di euro nell’ambito dei programmi finanziati, mentre considerando anche i Consorzi della Bonifica Burana e della Bonifica Renana gli investimenti arrivano complessivamente a circa 230 milioni. Siamo stati tra i soggetti capaci di intercettare risorse significative, realizzare opere nei tempi previsti e rendicontarle correttamente. Non era un risultato scontato, soprattutto perché abbiamo dovuto gestire interventi molto impegnativi anche attraverso le strutture e i bilanci ordinari. Più in generale, il sistema dei Consorzi ha dimostrato competenza e capacità operativa. Per questo non basta riconoscergli il lavoro svolto: bisogna continuare a dargli fiducia».</p>
<p><strong>Il problema è che, esaurita quella spinta, manca una programmazione finanziaria altrettanto stabile. Qual è il rischio?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il rischio è interrompere un percorso proprio nel momento in cui abbiamo dimostrato di saperlo affrontare. Gli strumenti che negli ultimi anni hanno generato i maggiori investimenti pubblici non erano nati specificamente per la sicurezza idraulica. Il Pnrr, per esempio, è stato concepito dopo la pandemia, eppure abbiamo saputo utilizzarlo anche per interventi fondamentali per la messa in sicurezza del territorio. Ora dobbiamo chiederci che cosa accadrà dopo. Il ministero delle Infrastrutture ha predisposto il Piano nazionale degli interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, il Pnissi, che individua opere per circa 14 miliardi di euro. I Consorzi possono concorrere per una quota rilevante di queste risorse, ma non basta avere progetti pronti. Occorre che alla consapevolezza del problema seguano scelte politiche e finanziarie precise».</p>
<p><strong>Quattordici miliardi sono una cifra considerevole. È realistico immaginare di poterla sostenere?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Dobbiamo riportare le cifre alla dimensione del sistema economico nazionale. Quattordici miliardi di euro possono sembrare una somma enorme, ma distribuiti su cinque anni equivalgono a circa 2,8 miliardi all’anno: poco più dello 0,1% del Pil annuo, considerando un prodotto interno lordo nell’ordine dei duemila miliardi. È un impegno significativo, ma sostenibile se lo si considera un investimento strategico. Le opere idrauliche non si realizzano in un giorno: hanno bisogno di progettazione, procedure, cantieri e tempi tecnici. Per questo è indispensabile una programmazione pluriennale, che consenta ai Consorzi e alle imprese di lavorare con continuità. E c’è un altro aspetto: ogni anno spendiamo miliardi per riparare i danni provocati dal maltempo. Investire prima significa ridurre i costi dell’emergenza, proteggere il territorio e creare opportunità economiche».</p>
<p><strong>La prevenzione può diventare anche una leva per il lavoro e per la filiera delle piccole imprese?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Certamente. Ogni opera di sicurezza idraulica attiva una filiera fatta di progettazione, lavori edili, forniture, manutenzione e competenze specialistiche. Se gli investimenti vengono programmati in modo continuativo, si crea un orizzonte di lavoro per le imprese e si rafforza la capacità produttiva dei territori. C’è poi una dimensione che riguarda le aree interne: intervenire sulle infrastrutture significa contribuire a renderle più sicure e attrattive, creando condizioni che possono favorire la permanenza delle attività economiche e contrastare lo spopolamento. La sicurezza idraulica non è quindi soltanto difesa dai rischi, ma anche una politica di sviluppo».</p>
<p><strong>Eppure sono opere spesso poco visibili, che difficilmente producono un consenso immediato. Come si supera questa difficoltà?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«È vero: le infrastrutture idrauliche hanno una caratteristica particolare, funzionano soprattutto quando non ci accorgiamo della loro presenza. Un’opera realizzata per prevenire un’alluvione non offre la stessa visibilità di un intervento che cambia immediatamente il volto di una città. E spesso non si percepisce quanto lavoro ci sia dietro la sicurezza di un territorio. Ma la politica e le istituzioni devono avere il coraggio di guardare oltre il consenso immediato. La prevenzione richiede una visione che non si esaurisca nell’orizzonte di una legislatura. Quando si interviene prima, si riducono i danni, si tutelano le persone e si difende il patrimonio economico. Il risultato non è sempre visibile, ma è fondamentale».</p>
<p><strong>Veniamo agli artigiani. Che cosa può fare il sistema della bonifica per rafforzare il rapporto con le imprese locali?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Il punto di partenza è il dialogo. Da tempo sosteniamo che, nella drammaticità del cambiamento climatico, ci sia anche un’opportunità per le imprese: quella di ripensarsi, aggiornare le proprie competenze e investire in nuove capacità produttive. Da parte nostra dobbiamo spiegare quali sono le esigenze del territorio e quali opportunità possono nascere dagli interventi programmati. Dall’altra parte, gli artigiani devono essere pronti a cogliere queste occasioni. L’artigianato non ha futuro se non investe. Ci sono esempi virtuosi in questo senso e il sistema delle piccole e medie imprese artigiane per noi è un interlocutore naturale. Pubblico e privato devono camminare insieme, ciascuno con le proprie responsabilità».</p>
<p><strong>C&#8217;è però una criticità concreta: non sempre le imprese del territorio sono attrezzate per rispondere alle richieste dei Consorzi.</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«È una questione che dobbiamo affrontare con realismo. Quando mettiamo a gara le nostre opere, talvolta ci rendiamo conto che il settore edile della provincia di Ferrara non dispone di una capacità adeguata rispetto alle esigenze dei lavori che dobbiamo realizzare. È un problema per il territorio, perché sarebbe auspicabile che le risorse investite generassero ricadute anche sul sistema produttivo locale. Ma questo obiettivo richiede imprese in grado di garantire requisiti, competenze e affidabilità necessari per eseguire gli interventi. Non possiamo abbassare gli standard di qualità e sicurezza: dobbiamo, piuttosto, favorire un percorso di crescita delle aziende. Da parte nostra garantiamo la massima trasparenza nelle procedure. Alle imprese chiediamo di cogliere il messaggio e di investire negli adeguamenti necessari per essere competitive».</p>
<p><strong>In questo quadro, quale opera rappresenta meglio il valore strategico della bonifica per il territorio ferrarese?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Un esempio importante è l&#8217;intervento sul canale San Nicolò-Medelana, articolato in due interventi per un investimento complessivo di circa 32 milioni di euro. È un&#8217;opera significativa sia per l&#8217;approvvigionamento irriguo sia per la sicurezza idraulica del territorio. Da una parte consente di portare acqua all&#8217;agricoltura, sostenendo una componente fondamentale dell&#8217;economia ferrarese; dall&#8217;altra contribuisce alla gestione delle acque e alla difesa del territorio. Il progetto prevede anche l&#8217;impiego di nuove tecnologie per il calcestruzzo. È proprio questa la direzione da seguire: infrastrutture che rispondano a più esigenze, con soluzioni tecniche aggiornate e una visione capace di tenere insieme agricoltura, sicurezza e sviluppo».</p>
<p><strong>Allargando l’angolo di prospettiva, se dovesse indicare una priorità per i prossimi anni, quale sarebbe?</strong></p>
<p style="padding-left: 40px;">«Dare continuità agli investimenti. Abbiamo dimostrato che esistono competenze, progetti e capacità realizzative. Adesso servono risorse programmate nel tempo, perché la sicurezza idraulica non può dipendere soltanto da strumenti straordinari o da finanziamenti occasionali. È una responsabilità verso i cittadini, ma anche verso gli imprenditori che scelgono di investire, assumere e restare nei nostri territori. Le opere di prevenzione proteggono il presente e costruiscono le condizioni per il futuro. Se vogliamo un sistema economico competitivo, dobbiamo partire da qui: dalla sicurezza del territorio e dalla capacità di trasformare gli investimenti pubblici in opportunità concrete per le imprese».</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Il fiume che dà e il fiume che toglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Filippo Tessari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[ENERGIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nepal, cambiamento climatico e la scommessa idroelettrica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-16"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 95%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110960" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399.jpg" width="1907" height="1430" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399.jpg 1907w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399-300x225.jpg 300w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399-1024x768.jpg 1024w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399-768x576.jpg 768w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399-1536x1152.jpg 1536w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-sahaab-37957399-350x262.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 1907px) 100vw, 1907px" /></div>
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<p>Vent’anni dopo torno a interrogarmi sul Nepal da una prospettiva diversa, eppure vicina: il cambiamento climatico. Allora mi chiedevo come quelle comunità affrontassero la modernità; oggi come possano adattarsi a una trasformazione che investe il rapporto con la natura e con l’acqua.</p>
<p>Nella tesi annotai un episodio che oggi rileggo diversamente. Nella primavera del 2005 violente grandinate danneggiarono i campi del Nepal centrale, da Tanahun a Pokhara; poi il monsone tardò di settimane, e senza acqua le piantine di riso non potevano passare dai vivai ai campi, mentre la stagione del raccolto non avrebbe aspettato. Quel singolo episodio non si può attribuire al riscaldamento globale. A prescindere dalle cause, mostrava quanto il calendario agricolo fosse anche un ordine sociale.</p>
<h2><span class="font-435549">Il ritmo delle stagioni</span></h2>
<p>Nei villaggi bahun che visitai, da Chopprak a Coplang a Ekle-Phant, il lavoro più pesante si concentrava attorno al monsone e le famiglie si aiutavano a turno: ritardare la semina significava dover riorganizzare il lavoro di tutti. L’acqua si attingeva a fontane condivise, e sentieri e sorgenti richiedevano manutenzione collettiva. Era una reciprocità che non escludeva le gerarchie: le famiglie più povere coltivavano a metà del raccolto i terreni di quelle più agiate.</p>
<p>Nelle comunità rurali osservate le attività quotidiane e i festival rinsaldavano le relazioni; nella Valle di Kathmandu il calendario rituale newar scandiva la vita collettiva. A Patan la festa del carro di Rato Machhindranath, associato alla pioggia e al raccolto, accompagna l’attesa del monsone. L’acqua era necessità materiale e riferimento simbolico, in modi che variavano da una cultura nepalese all’altra.</p>
<h2><span class="font-435549">Agosto 2026</span></h2>
<p>Il 26 agosto 2026 un cedimento di roccia e ghiaccio sul Langtang Lirung ha innescato una piena carica di detriti che ha investito il bacino del Bhotekoshi e del Trishuli. Secondo i dati dell’autorità nazionale per la gestione dei disastri, ripresi dall’ICIMOD il 13 ottobre, il disastro ha provocato oltre 1.400 morti in Nepal e lasciato migliaia di dispersi. A cedere è stato un versante roccioso, che ha trascinato con sé parte del ghiacciaio; non si è trattato dello svuotamento di un lago glaciale.</p>
<p>Le località più vicine sono state colpite prima che potesse arrivare un’allerta efficace. I sistemi basati sulle precipitazioni e sul livello dei fiumi non sono progettati per individuare il cedimento</p>
<p>improvviso di un versante. Le osservazioni radar del satellite Sentinel-1 avevano rilevato fino a 40 centimetri di deformazione lungo la linea di vista del satellite nelle sette settimane precedenti, ma non consentivano di prevedere quando sarebbe avvenuto il crollo.</p>
<p>Le cause precise sono ancora allo studio. L’ICIMOD considera tra i possibili fattori le conseguenze del terremoto del 2015 e il disgelo del permafrost, senza indicare un innesco certo. Attribuire direttamente il disastro al cambiamento climatico sarebbe quindi prematuro. Il quadro di lungo periodo, però, è documentato: secondo il rapporto ICIMOD del 2023, tra il 2000-2009 e il 2010-2019 il tasso di perdita di massa dei ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya è aumentato del 65%.</p>
<h2><span class="font-435549">L’idroelettrico</span></h2>
<p>È su quei fiumi che il Nepal ha costruito una parte del proprio progetto di sviluppo. Secondo la Nepal Electricity Authority, nel 2025-26 la capacità elettrica installata ha raggiunto circa 4.000 MW e il Paese esporta elettricità verso India e Bangladesh. Il programma nazionale punta a 28.500 MW di capacità installata, in larga parte idroelettrica, entro il 2035: un obiettivo ambizioso, legato anche alla disponibilità di investimenti e sostegno internazionale.</p>
<p>Gli impianti ad acqua fluente producono soprattutto durante il monsone, mentre nella stagione secca il sistema dipende di più dalle importazioni. Centrali e linee sono esposte a frane e piene: la valutazione preliminare dei danni dell’agosto 2026 stima in circa 723 miliardi di rupie il fabbisogno per la ricostruzione, di cui circa 391 miliardi per energia e rete. Secondo la stessa valutazione, sono stati colpiti tredici progetti idroelettrici, per una capacità complessiva di 759 MW.</p>
<p>La scelta dei siti e le garanzie di sicurezza riguardano anche chi vive e lavora lungo i fiumi. Accanto all’ente elettrico pubblico operano numerosi produttori indipendenti; i danni agli impianti coinvolgono lavoratori e comunità a valle, che non sempre partecipano alle decisioni. Nella tesi osservavo che i modelli di sviluppo calati dall’alto tendono a perpetuare le differenze, e concludevo chiedendo di spostare l’attenzione dalle logiche dei donatori alle attitudini culturali e alle risorse delle comunità.</p>
<h2><span class="font-435549">Perdite non economiche</span></h2>
<p>A Kirtipur, nel 2005, assistetti a un funerale newar e ne annotai lo svolgimento: tutto il quartiere era in strada davanti alla casa del defunto, il corteo scese fino al Bagmati, diciannove guthiar alimentarono la pira per ore. L’acqua accompagnava il lutto: serviva a lavarsi, ai gesti rituali, a spegnere le braci. Alla fine le ossa vennero affidate al figlio perché le deponesse nel fiume. Era un compito condiviso, e il fiume ne faceva parte.</p>
<p>Sarebbe sbagliato trasferire quei riti alle comunità colpite nel 2026. Il confronto aiuta però a capire che, oltre a case e raccolti, possono andare persi i luoghi e le pratiche con cui le persone affrontano la morte e tengono insieme i legami collettivi.</p>
<p>I laghi di Gosaikunda, che alimentano il Trishuli, sono meta di pellegrinaggio per induisti e buddhisti: anche lungo questi fiumi esistono luoghi il cui valore non è riducibile alle infrastrutture che vi sorgono.</p>
<h2><span class="font-435549">Scenari</span></h2>
<p>L’espansione dell’idroelettrico pone quindi un problema di localizzazione e di sicurezza degli impianti, oltre che di disponibilità degli investimenti. Il monitoraggio dei versanti, la protezione delle infrastrutture e la diversificazione della produzione, anche attraverso il solare, possono ridurre alcuni rischi. Resta però da capire quale ruolo abbiano nelle decisioni le comunità che vivono lungo quei fiumi.</p>
<p>Nella tesi descrivevo CCODER, un’organizzazione nepalese che promuoveva risparmio collettivo e manutenzione comunitaria delle sorgenti e dell’irrigazione, e che coinvolgeva in maggioranza donne: il 63% dei membri nei distretti di Palpa e Gorkha. Ne annotavo i limiti, soprattutto la difficoltà di includere le famiglie più povere. Non so se oggi sia ancora attiva; la tengo come precedente di sviluppo costruito attraverso istituzioni locali.</p>
<p>Il 24 settembre, all’ONU, il primo ministro Balendra Shah ha proposto un meccanismo di resilienza himalayana con India e Cina per condividere dati e migliorare i sistemi di allerta. Per ora è solo una proposta.</p>
<p>Nel 2005 bastarono alcune settimane di ritardo delle piogge a mettere in difficoltà i villaggi che studiavo. I rischi di oggi sono più grandi, ma la domanda che mi facevo allora, come sviluppare le risorse del Paese tenendo conto delle comunità che ne dipendono, mi sembra ancora quella giusta per i fiumi nepalesi.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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		<title>Cambiamento climatico: lo spirito artigiano è la risposta alle sfide del futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Gizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 12:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[piccole imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riparare, riutilizzare, rigenerare: il clima ha bisogno delle PMI</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row style-color-jevc-bg row-container" id="row-unique-18"><div class="row col-no-gutter no-top-padding no-bottom-padding no-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-bottom pos-center align_center column_parent col-lg-12 no-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode-single-media  text-center"><div class="single-wrapper" style="max-width: 70%;"><div class="tmb tmb-light  tmb-media-first tmb-media-last tmb-content-overlay tmb-no-bg"><div class="t-inside"><div class="t-entry-visual"><div class="t-entry-visual-tc"><div class="uncode-single-media-wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110901" src="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-douglas-schneiders-2148687071-30267041.jpg" width="734" height="1305" alt="" srcset="https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-douglas-schneiders-2148687071-30267041.jpg 734w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-douglas-schneiders-2148687071-30267041-169x300.jpg 169w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-douglas-schneiders-2148687071-30267041-576x1024.jpg 576w, https://spiritoartigiano.it/wp-content/uploads/2026/10/pexels-douglas-schneiders-2148687071-30267041-350x622.jpg 350w" sizes="auto, (max-width: 734px) 100vw, 734px" /></div>
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				</div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-18" data-row="script-row-unique-18" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-18"));</script></div></div></div><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-19"><div class="row single-top-padding single-bottom-padding exa-h-padding limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell" ><div class="uncont no-block-padding col-custom-width" style=" max-width:804px;" ><div class="uncode_text_column" ><p>Sul cambiamento climatico il dibattito scientifico è sostanzialmente concluso. I dati di innalzamento della temperatura globale ben oltre i valori previsti nell’Accordo di Parigi del 2015 (COP21) sono un dato oggettivo e incontestabile. Oggi la vera domanda non è più se il clima stia cambiando, ma cosa possiamo fare per rallentare il fenomeno e <strong>adattarci</strong> ai suoi effetti.</p>
<p>In questo contesto, un dato merita particolare attenzione: <strong>l&#8217;Unione europea  da sola rappresenta appena l&#8217;8% delle emissioni globali di gas serra. </strong>Questo significa che la sfida climatica richiede certamente politiche globali condivise, ma anche la capacità di individuare le leve più efficaci per ridurre l&#8217;impatto delle nostre economie.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Una sfida che riguarda già oggi le imprese</span></strong></h2>
<p>Gli effetti del cambiamento climatico non appartengono più alle previsioni per il futuro. Sono una realtà  con cui imprese e territori si confrontano già oggi. Eventi meteorologici estremi, alluvioni, periodi di siccità e ondate di calore sempre più frequenti incidono sull&#8217;organizzazione del lavoro, sulla disponibilità delle risorse e sulla continuità delle attività produttive.</p>
<p>Pensiamo ai danni causati alle infrastrutture, alle difficoltà di approvvigionamento di alcune materie prime, ai conflitti armati in corso che limitano vie di comunicazione , oltre a  ai cantieri costretti a sospendere le attività durante le giornate caratterizzate da temperature estreme o alle aziende chiamate a investire sempre di più nella gestione dei rischi ambientali.</p>
<p><strong>Per le imprese</strong>, quindi, il cambiamento climatico non rappresenta soltanto una sfida ambientale, ma anche <strong>una</strong> <strong>sfida economica e organizzativa.</strong></p>
<h2><strong><span class="font-435549">L&#8217;economia circolare: la leva più efficace per la mitigazione</span></strong></h2>
<p>Se la sfida è chiara, altrettanto importante è individuare le soluzioni strutturali più efficaci.</p>
<p>Secondo le analisi della Ellen MacArthur Foundation (tra le prime dieci fondazioni americane, tra le più autorevoli sui temi ambientali), circa <strong>il 60% delle emissioni</strong> globali climalteranti è <strong>associato all&#8217;estrazione e alla trasformazione delle risorse naturali necessarie alla nostra economia</strong>. Solo il 40% è generato dalla produzione distribuzione e consumo dei beni che noi oggi utilizziamo fino a farli diventare poi rifiuti. La conclusione è semplice: se vogliamo agire sulle cause strutturali del cambiamento climatico dobbiamo <strong>ridurre il consumo di materie prime vergini </strong>e mantenere più a lungo possibile prodotti e materiali all&#8217;interno dei cicli economici.</p>
<p>In altre parole, dobbiamo <strong>puntare sull&#8217;economia circolare.</strong> Troppo spesso essa viene associata esclusivamente alla gestione dei rifiuti. In realtà è molto di più.</p>
<p>Ogni volta che un prodotto viene riparato anziché sostituito si evita l&#8217;estrazione di nuove materie prime. Ogni volta che un componente viene riutilizzato si preserva il valore delle risorse già impiegate per realizzarlo. Ogni volta che un rifiuto viene trasformato in materia prima seconda si riduce la necessità di estrarre nuovi materiali dal pianeta.</p>
<p>Meno materie prime estratte significa meno consumo di energia, meno pressione sulle risorse naturali e meno emissioni climalteranti. Ecco perché <strong>l&#8217;economia circolare rappresenta una delle più efficaci strategie di mitigazione oggi disponibili.</strong></p>
<h2><strong><span class="font-435549">Il DNA dell&#8217;artigianato italiano</span></strong></h2>
<p>C&#8217;è però un elemento che in Italia non sempre viene valorizzato a sufficienza.Quando descriviamo l&#8217;economia circolare come il modello economico del futuro, in realtà stiamo descrivendo ciò che il mondo dell&#8217;artigianato fa da generazioni.</p>
<p>Riparare anziché sostituire. Recuperare anziché scartare. Rigenerare anziché demolire. Prolungare la vita utile dei beni. Valorizzare materiali e prodotti che altrimenti verrebbero considerati rifiuti. Sono principi che appartengono da sempre alla cultura produttiva italiana.</p>
<p><strong>L&#8217;autoriparatore</strong> che rimette in strada un veicolo e ne prolunga la vita utile<strong>, il falegname</strong> che recupera e rigenera un mobile anziché destinarlo allo smaltimento, il <strong>manutentore</strong> che evita la sostituzione prematura di un impianto, il <strong>restauratore</strong> che restituisce valore a un manufatto, <strong>il sarto</strong> che ripara un abito anziché destinarlo allo smaltimento o che realizza nuove creazioni partendo da capi usati, <strong>il calzolaio </strong>che risuola una scarpa evitandone la sostituzione, <strong>l’orafo</strong> che fonde e riutilizza metalli preziosi provenienti da gioielli usati per realizzare nuovi manufatti: tutti contribuiscono a ridurre il consumo di materie prime naturali, abbattendo le emissioni associate alla loro estrazione e trasformazione.</p>
<p>Dietro ciascuna di queste attività si nasconde un <strong>beneficio ambientale spesso poco percepito</strong>. In questo senso, molte imprese italiane praticavano l&#8217;economia circolare e la sostenibilità ancor prima che tali definizioni fossero coniate a livello globale.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Le imprese come motore della soluzione</span></strong></h2>
<p>La risposta al cambiamento climatico non può limitarsi alla gestione dei rischi. Le imprese possono contribuire concretamente alla mitigazione del fenomeno e, allo stesso tempo, rafforzare la propria competitività.</p>
<p>Molte delle azioni più efficaci sono già alla portata delle micro e piccole imprese:</p>
<ul>
<li>ottimizzare i consumi energetici dei processi produttivi;</li>
<li>ridurre gli sprechi di materia;</li>
<li>utilizzare materiali riciclati;</li>
<li>progettare prodotti più durevoli e riparabili;</li>
<li>valorizzare gli scarti di lavorazione;</li>
<li>ottimizzare i consumi idrici;</li>
<li>programmare la manutenzione delle attrezzature;</li>
<li>digitalizzare i processi aziendali.</li>
</ul>
<p>Si tratta di interventi che non producono soltanto benefici ambientali. Consentono spesso di ridurre i costi, aumentare l&#8217;efficienza, migliorare la resilienza delle imprese e rispondere alle crescenti richieste di sostenibilità provenienti dal mercato e dalle filiere produttive.</p>
<p>La sostenibilità, in altre parole, non coincide necessariamente con un costo. Molto spesso significa consumare meno energia, utilizzare meno materia prima e ridurre gli sprechi. Significa, quindi, aumentare efficienza e competitività.</p>
<h2><strong><span class="font-435549">Le PMI protagoniste della transizione</span></strong></h2>
<p>Le <strong>micro e piccole imprese</strong> non devono essere considerate semplici destinatarie delle politiche climatiche. Sono una <strong>parte fondamentale della soluzione.</strong></p>
<p>La lotta al cambiamento climatico non si vince soltanto nei tavoli internazionali o nei grandi impianti industriali. Si vince <strong>ogni giorno nelle officine, nei laboratori, nei cantieri e nelle botteghe</strong> dove prodotti, materiali e risorse vengono riparati, recuperati, rigenerati e restituiti all&#8217;economia.</p>
<p>La lotta al cambiamento climatico non si vince soltanto producendo energia pulita. Si vince anche utilizzando meglio le risorse che abbiamo già estratto, riducendo la necessità di prelevarne di nuove e mantenendo il valore dei materiali all&#8217;interno dell&#8217;economia il più a lungo possibile.</p>
<p>È proprio qui che si incontrano cambiamento climatico, economia circolare e spirito artigiano. Non nell&#8217;idea di consumare di più, ma nella capacità di creare più valore utilizzando meno risorse.</p>
<p>Le PMI italiane non devono scegliere tra competitività e sostenibilità. La vera sfida è trasformare la sostenibilità in competitività. Ed è esattamente ciò che l&#8217;artigianato ha sempre fatto: creare valore riducendo gli sprechi, innovare utilizzando al meglio le risorse disponibili e costruire sviluppo a partire dai territori e dalle comunità.</p>
<p>Secondo <strong>Charles Darwin</strong><em> &#8220;Non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.  </em></p>
<p>Una riflessione che vale anche per il mondo delle imprese. Di fronte alla sfida climatica, la capacità di adattarsi, innovare e trasformare i vincoli in opportunità sarà sempre più un fattore decisivo di competitività. E da questo punto di vista, le imprese artigiane italiane dispongono di un patrimonio di competenze, creatività e resilienza che rappresenta un valore strategico per il Paese.</p>
<p>In fondo, lo spirito artigiano è già una risposta concreta alle sfide del futuro.</p>
<p><strong>© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.</strong></p>
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