
L’acqua è una risorsa produttiva, ma quando il territorio non è attrezzato per governarla può trasformarsi in una minaccia per le imprese, l’occupazione e la tenuta delle comunità. La sicurezza idraulica, soprattutto in un territorio fragile come quello ferrarese, non è soltanto una questione ambientale: è una condizione necessaria per attrarre investimenti, proteggere le attività economiche e garantire prospettive alle piccole e medie imprese. Eppure, proprio le infrastrutture che rendono possibile tutto questo sono spesso le meno visibili, quelle che fanno notizia soprattutto quando non funzionano.
Stefano Calderoni, presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara e vicepresidente nazionale di Anbi, invita a guardare alla gestione dell’acqua come a una componente essenziale della politica industriale del Paese. Gli interventi realizzati con il Pnrr hanno dimostrato la capacità dei Consorzi di progettare, intercettare risorse e portare a termine opere complesse. Ma, conclusa quella stagione, resta aperta la questione decisiva: garantire continuità agli investimenti, adeguare le infrastrutture agli effetti del cambiamento climatico e costruire un rapporto più stretto tra sistema pubblico e imprese. Perché la prevenzione non è una spesa accessoria: è il presupposto per fare impresa.
Presidente Calderoni, partiamo da un concetto che sembra tecnico, ma riguarda direttamente il futuro dell’economia: la sicurezza idraulica come infrastruttura. Perché è così importante cambiare prospettiva?
«Perché dobbiamo comprendere che le infrastrutture idrauliche sono al servizio dell’intero sistema economico. Investire nella sicurezza del territorio significa creare le condizioni affinché le imprese possano lavorare, investire e programmare il proprio futuro. È una sicurezza che ha diverse dimensioni: sociale, ambientale, climatica ed economica. Governare correttamente l’acqua vuol dire proteggere le comunità, ma anche garantire competitività al tessuto produttivo. Nessuno investirebbe mezzo miliardo di euro in un’attività produttiva sapendo che, dopo poco tempo, quella stessa impresa potrebbe finire sott’acqua. È una questione che riguarda direttamente le prospettive di sviluppo».
Il rischio idraulico, dunque, può diventare un fattore che condiziona le scelte imprenditoriali?
«Assolutamente sì. In Romagna, per esempio, ci sono imprese che stanno valutando la possibilità di delocalizzare dopo aver sperimentato quanto possa essere pesante l’impatto degli eventi alluvionali. Quando un imprenditore si trova a mettere in discussione la permanenza della propria attività in un territorio, significa che il problema non riguarda più soltanto la gestione dell’emergenza, ma la tenuta economica e occupazionale di un’intera area. La sicurezza deve essere un presupposto per tutti: per i cittadini, per le famiglie e per le piccole e medie imprese. Dobbiamo mettere gli imprenditori nelle condizioni di lavorare con ragionevoli certezze, sapendo che esiste un sistema infrastrutturale adeguato alle nuove sfide climatiche».
Il cambiamento climatico impone quindi di ripensare le opere idrauliche esistenti. È sufficiente intervenire sulle infrastrutture o serve anche una diversa cultura della prevenzione?
«Servono entrambe le cose. Abbiamo un sistema infrastrutturale che, in molti casi, è stato progettato in un contesto climatico diverso da quello attuale. Gli eventi estremi ci obbligano a ripensare le opere, a rafforzarle e ad adeguarle a condizioni che stanno cambiando. Il territorio ferrarese ha caratteristiche particolari e richiede una gestione dell’acqua estremamente attenta, sia per garantire l’approvvigionamento idrico all’agricoltura sia per difendere le comunità dal rischio idraulico. Le competenze e le soluzioni tecniche esistono, ma devono essere accompagnate da investimenti adeguati. La prevenzione non si improvvisa: richiede programmazione, continuità e una visione di lungo periodo».
Il Pnrr ha rappresentato una stagione straordinaria di investimenti. Che cosa ha insegnato l’esperienza dei Consorzi di bonifica?
«Ha dimostrato che, quando ci sono risorse e obiettivi definiti, le strutture tecniche del Paese sono in grado di raggiungere risultati importanti. Il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara ha realizzato investimenti per circa 150 milioni di euro nell’ambito dei programmi finanziati, mentre considerando anche i Consorzi della Bonifica Burana e della Bonifica Renana gli investimenti arrivano complessivamente a circa 230 milioni. Siamo stati tra i soggetti capaci di intercettare risorse significative, realizzare opere nei tempi previsti e rendicontarle correttamente. Non era un risultato scontato, soprattutto perché abbiamo dovuto gestire interventi molto impegnativi anche attraverso le strutture e i bilanci ordinari. Più in generale, il sistema dei Consorzi ha dimostrato competenza e capacità operativa. Per questo non basta riconoscergli il lavoro svolto: bisogna continuare a dargli fiducia».
Il problema è che, esaurita quella spinta, manca una programmazione finanziaria altrettanto stabile. Qual è il rischio?
«Il rischio è interrompere un percorso proprio nel momento in cui abbiamo dimostrato di saperlo affrontare. Gli strumenti che negli ultimi anni hanno generato i maggiori investimenti pubblici non erano nati specificamente per la sicurezza idraulica. Il Pnrr, per esempio, è stato concepito dopo la pandemia, eppure abbiamo saputo utilizzarlo anche per interventi fondamentali per la messa in sicurezza del territorio. Ora dobbiamo chiederci che cosa accadrà dopo. Il ministero delle Infrastrutture ha predisposto il Piano nazionale degli interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, il Pnissi, che individua opere per circa 14 miliardi di euro. I Consorzi possono concorrere per una quota rilevante di queste risorse, ma non basta avere progetti pronti. Occorre che alla consapevolezza del problema seguano scelte politiche e finanziarie precise».
Quattordici miliardi sono una cifra considerevole. È realistico immaginare di poterla sostenere?
«Dobbiamo riportare le cifre alla dimensione del sistema economico nazionale. Quattordici miliardi di euro possono sembrare una somma enorme, ma distribuiti su cinque anni equivalgono a circa 2,8 miliardi all’anno: poco più dello 0,1% del Pil annuo, considerando un prodotto interno lordo nell’ordine dei duemila miliardi. È un impegno significativo, ma sostenibile se lo si considera un investimento strategico. Le opere idrauliche non si realizzano in un giorno: hanno bisogno di progettazione, procedure, cantieri e tempi tecnici. Per questo è indispensabile una programmazione pluriennale, che consenta ai Consorzi e alle imprese di lavorare con continuità. E c’è un altro aspetto: ogni anno spendiamo miliardi per riparare i danni provocati dal maltempo. Investire prima significa ridurre i costi dell’emergenza, proteggere il territorio e creare opportunità economiche».
La prevenzione può diventare anche una leva per il lavoro e per la filiera delle piccole imprese?
«Certamente. Ogni opera di sicurezza idraulica attiva una filiera fatta di progettazione, lavori edili, forniture, manutenzione e competenze specialistiche. Se gli investimenti vengono programmati in modo continuativo, si crea un orizzonte di lavoro per le imprese e si rafforza la capacità produttiva dei territori. C’è poi una dimensione che riguarda le aree interne: intervenire sulle infrastrutture significa contribuire a renderle più sicure e attrattive, creando condizioni che possono favorire la permanenza delle attività economiche e contrastare lo spopolamento. La sicurezza idraulica non è quindi soltanto difesa dai rischi, ma anche una politica di sviluppo».
Eppure sono opere spesso poco visibili, che difficilmente producono un consenso immediato. Come si supera questa difficoltà?
«È vero: le infrastrutture idrauliche hanno una caratteristica particolare, funzionano soprattutto quando non ci accorgiamo della loro presenza. Un’opera realizzata per prevenire un’alluvione non offre la stessa visibilità di un intervento che cambia immediatamente il volto di una città. E spesso non si percepisce quanto lavoro ci sia dietro la sicurezza di un territorio. Ma la politica e le istituzioni devono avere il coraggio di guardare oltre il consenso immediato. La prevenzione richiede una visione che non si esaurisca nell’orizzonte di una legislatura. Quando si interviene prima, si riducono i danni, si tutelano le persone e si difende il patrimonio economico. Il risultato non è sempre visibile, ma è fondamentale».
Veniamo agli artigiani. Che cosa può fare il sistema della bonifica per rafforzare il rapporto con le imprese locali?
«Il punto di partenza è il dialogo. Da tempo sosteniamo che, nella drammaticità del cambiamento climatico, ci sia anche un’opportunità per le imprese: quella di ripensarsi, aggiornare le proprie competenze e investire in nuove capacità produttive. Da parte nostra dobbiamo spiegare quali sono le esigenze del territorio e quali opportunità possono nascere dagli interventi programmati. Dall’altra parte, gli artigiani devono essere pronti a cogliere queste occasioni. L’artigianato non ha futuro se non investe. Ci sono esempi virtuosi in questo senso e il sistema delle piccole e medie imprese artigiane per noi è un interlocutore naturale. Pubblico e privato devono camminare insieme, ciascuno con le proprie responsabilità».
C’è però una criticità concreta: non sempre le imprese del territorio sono attrezzate per rispondere alle richieste dei Consorzi.
«È una questione che dobbiamo affrontare con realismo. Quando mettiamo a gara le nostre opere, talvolta ci rendiamo conto che il settore edile della provincia di Ferrara non dispone di una capacità adeguata rispetto alle esigenze dei lavori che dobbiamo realizzare. È un problema per il territorio, perché sarebbe auspicabile che le risorse investite generassero ricadute anche sul sistema produttivo locale. Ma questo obiettivo richiede imprese in grado di garantire requisiti, competenze e affidabilità necessari per eseguire gli interventi. Non possiamo abbassare gli standard di qualità e sicurezza: dobbiamo, piuttosto, favorire un percorso di crescita delle aziende. Da parte nostra garantiamo la massima trasparenza nelle procedure. Alle imprese chiediamo di cogliere il messaggio e di investire negli adeguamenti necessari per essere competitive».
In questo quadro, quale opera rappresenta meglio il valore strategico della bonifica per il territorio ferrarese?
«Un esempio importante è l’intervento sul canale San Nicolò-Medelana, articolato in due interventi per un investimento complessivo di circa 32 milioni di euro. È un’opera significativa sia per l’approvvigionamento irriguo sia per la sicurezza idraulica del territorio. Da una parte consente di portare acqua all’agricoltura, sostenendo una componente fondamentale dell’economia ferrarese; dall’altra contribuisce alla gestione delle acque e alla difesa del territorio. Il progetto prevede anche l’impiego di nuove tecnologie per il calcestruzzo. È proprio questa la direzione da seguire: infrastrutture che rispondano a più esigenze, con soluzioni tecniche aggiornate e una visione capace di tenere insieme agricoltura, sicurezza e sviluppo».
Allargando l’angolo di prospettiva, se dovesse indicare una priorità per i prossimi anni, quale sarebbe?
«Dare continuità agli investimenti. Abbiamo dimostrato che esistono competenze, progetti e capacità realizzative. Adesso servono risorse programmate nel tempo, perché la sicurezza idraulica non può dipendere soltanto da strumenti straordinari o da finanziamenti occasionali. È una responsabilità verso i cittadini, ma anche verso gli imprenditori che scelgono di investire, assumere e restare nei nostri territori. Le opere di prevenzione proteggono il presente e costruiscono le condizioni per il futuro. Se vogliamo un sistema economico competitivo, dobbiamo partire da qui: dalla sicurezza del territorio e dalla capacità di trasformare gli investimenti pubblici in opportunità concrete per le imprese».
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Dopo gli studi classici approda alla redazione de il Resto del Carlino di Ferrara, appena diciottenne. Nel giornale locale, inizialmente, si occupa di quasi tutti i settori eccetto lo sport, salvo poi specializzarsi nella politica e nell’economia. Nel frattempo, collabora con altre realtà giornalistiche anche di portata nazionale: l’Avanti, l’Intraprendente e L’Opinione. Dal 2018 collabora con la rivista di politica, geopolitica ed economica, formiche.net. Collaborazione che tutt’ora porta avanti.
