Il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale. È sempre più un problema di continuità produttiva, costi e competitività, soprattutto per le micro e piccole imprese, che hanno minori margini per assorbire gli shock. Un’alluvione può fermare un laboratorio, la siccità ridurre la disponibilità d’acqua per le lavorazioni e la produzione di energia, una frana interrompere la mobilità di persone e merci e isolare comunità di famiglie e imprese.

Il conto degli eventi estremi

Un’analisi dei dati dell’Agenzia europea dell’ambiente evidenzia che nel decennio 2015-2024 le perdite economiche italiane riconducibili agli eventi meteorologici estremi e climatici hanno raggiunto 74,7 miliardi di euro, a prezzi costanti del 2024: in media 7,5 miliardi all’anno. Il costo cumulato è di 1.254 euro per abitante, il 64,6% in più della media europea di 762 euro. Nell’Unione l’Italia è terza per perdite pro capite, dopo Slovenia e Belgio, e supera Germania (1.123 euro), Spagna (1.088) e Francia (663).

Uno studio pubblicato dalla Commissione europea evidenzia anche i rischi per le finanze pubbliche: uno stress test in uno scenario di riscaldamento globale di 2 °C, determina per l’Italia un rapporto tra debito pubblico e PIL nel 2032 superiore di 2,5 punti percentuali rispetto allo scenario di base.

Siccità e incendi sono tra i fenomeni estremi più diffusi nelle aree mediterranee. Secondo ISPRA, nel 2025 i grandi incendi hanno interessato 12.306 ettari di superficie forestale, il 19,3% in più rispetto al 2024. Sicilia (3.967 ettari), Calabria (2.892) e Campania (1.835) concentrano insieme il 71% della superficie colpita.

La siccità mostra quanto siano interdipendenti clima, energia e produzione. L’analisi dei dati di Terna evidenzia che nei primi sette mesi del 2026 la generazione idroelettrica italiana è diminuita del 19,4% rispetto allo stesso periodo del 2025; nel solo mese di maggio il calo è stato del 38,5%. La produzione rimane comunque del 17,6% superiore allo stesso periodo del 2022, un anno segnato da una grave crisi idrica.

Alle pressioni climatiche si aggiungono le inefficienze strutturali. Secondo Istat, nel 2022 il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione non raggiunge gli utenti finali. Le perdite superavano la metà in Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%). Le perdite sono più contenute in Lombardia (31,8%), Valle d’Aosta (29,8%) e Emilia-Romagna (29,7%). Per migliorare la gestione della risorsa idrica il PNRR ha destinato risorse per 5,4 miliardi di euro per interventi finalizzati a ridurre le perdite e per la sicurezza dell’approvvigionamento, per il sistema irriguo in agricoltura e per fognature e depurazione.

Una crisi idrica impatta in modo significativo sulla manifattura. Nei dieci comparti a maggiore intensità d’uso dell’acqua (water intensive) – tra cui tessile, carta, chimica, farmaceutica, gomma-plastica, vetro, ceramica e lavorazioni dei metalli – operano 117mila imprese con 1 milione e 346mila addetti, pari al 34,6% dell’occupazione manifatturiera. In questo perimetro le imprese artigiane sono 69mila e occupano 284mila addetti, il 21,1% del totale.

L’esposizione delle piccole imprese

Una recente indagine condotta dalla Banca d’Italia su 5mila titolari di microimprese indica che nel 2025 il 6,4% delle microimprese ha dichiarato di aver subìto danni a seguito di eventi climatici estremi, pari a 275mila imprese con meno di dieci addetti.  Nell’ipotesi di estendere questo grado di esposizione anche alle piccole imprese, si stima che sono 288mila le imprese con meno di cinquanta addetti che hanno subito danni da eventi climatici estremi. Le conseguenze degli eventi climatici estremi incidono sulla redditività dell’impresa e sulle risorse necessarie per investire. Il 42,2% delle imprese colpite ha fatto ricorso a indennizzi assicurativi, mentre il 38,7% ha ridotto la remunerazione dei titolari e il 12,9% ha utilizzato liquidità disponibile. In relazione alle strategie adottate per affrontare i rischi climatici, il 39% delle microimprese dichiara di aver intrapreso almeno una misura tra assicurazioni, investimenti per la sicurezza aziendale e pianificazione dello spostamento delle attività produttive. Il 27,5% ha sottoscritto una copertura assicurativa contro i rischi climatici. Il 26,2% ha realizzato investimenti per la sicurezza e il 14,0% ha pianificato lo spostamento dell’attività: in valore assoluto sono 601mila le microimprese che prevedono un trasferimento per prevenire il rischio climatico. L’adozione di almeno una delle misure è più accentuata tra le donne imprenditrici (41,6%), tra coloro che provengono da famiglie con tradizione imprenditoriale (53,8%), tra gli imprenditori della manifattura (45,8%) e dei servizi di alloggio e ristorazione (46,0%), settori dove sono più elevati i valori di fabbricati e impianti.

Dalla risposta all’emergenza alla cultura della prevenzione

Nel report della Banca d’Italia si rileva che l’adozione di strategie di protezione è positivamente correlata alla dimensione comportamentale dell’alfabetizzazione finanziari. L’elaborazione dei dati dell’indagine evidenzia che a fronte di una media nazionale del 39,0% di imprese che adottano almeno una misura di protezione, la quota sale al 46,6% tra gli imprenditori che dispongono di strategie per fronteggiare un furto, contro il 26,0% di chi ne è privo. Differenze significative emergono anche per chi effettua regolarmente previsioni sulla redditività aziendale (41,1% contro 22,2%), confronta i costi delle diverse fonti di finanziamento (41,0% contro 22,7%) e valuta offerte finanziarie e assicurative alternative (44,4% contro 28,7%). I risultati confermano l’importanza di una cultura imprenditoriale orientata alla pianificazione e alla gestione dei rischi, che associa la solidità finanziaria alla capacità di prevenire gli effetti degli eventi climatici estremi.

La resilienza delle imprese, però, non si costruisce soltanto dentro i cancelli delle aziende. Dipende anche dalla manutenzione del territorio, dall’efficienza delle reti idriche, dalla protezione delle infrastrutture e dalla continuità delle forniture energetiche. Dopo gli interventi del PNRR, sarà cruciale garantire continuità agli investimenti pubblici a salvaguardia del territorio. Per l’artigianato, prevenire significa difendere non solo macchinari e immobili, ma competenze, occupazione e relazioni produttive costruite nel tempo. In un clima che cambia, la sicurezza del territorio e quella dell’impresa sono due facce della stessa sfida competitiva.


Riferimenti

Banca d’Italia (2026), Indagini sull’alfabetizzazione finanziaria e le competenze di finanza digitale in Italia: piccole imprese, statistiche, 8 settembre

European Environment Agency – EEA (2025), Economic losses from weather- and climate-related extremes in Europe, 14 ottobre

Ispra (2026), Superfici di ecosistemi forestali percorse da incendi: stato e variazioni, scheda del 30 giugno

Istat (2026), Dispersione da rete idrica comunale, aggiornamento intermedio di aprile 2026 del Bes

 


  • Enrico Quintavalle

    Enrico Quintavalle è nato a Padova nel 1960, laureato in economia e commercio all’Università Cà Foscari di Venezia, è responsabile dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese e Direttore scientifico degli Osservatori in rete del sistema Confartigianato. Autore di numerosi articoli e rapporti su economia d’impresa, politica economica, finanza pubblica ed economia energetica. Con Giulio Sapelli ha scritto ‘Nulla è come prima’, Milano, 2019 Guerini e Associati. Dal 2009 cura una rubrica settimanale su QE-Quotidiano Energia.

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