
Il riscaldamento globale non riguarda soltanto l’ambiente: coinvolge l’economia, il lavoro, l’energia e il futuro dei territori. Per le imprese artigiane, la sfida è trasformare una necessità in un’opportunità di sviluppo.
Il clima non aspetta. Mentre discutiamo di come affrontarlo, modifica le condizioni in cui viviamo e lavoriamo. L’estate appena trascorsa, con le sue temperature torride, ce lo ha ricordato ancora una volta. Ma la questione va ben oltre il caldo: investe il modo in cui produciamo, consumiamo energia e organizziamo le nostre economie.
Per le imprese, la transizione ecologica richiede investimenti, competenze e nuove strategie. Per quelle artigiane, profondamente radicate nei territori, la priorità è conciliare la sostenibilità con la competitività, evitando che i costi diventino un ostacolo. La tutela dell’ambiente non può tradursi soltanto in nuovi obblighi: deve offrire occasioni concrete di innovazione e crescita.
Con questa prospettiva, Spirito Artigiano Magazine dedica il numero di ottobre al cambiamento climatico, raccogliendo testimonianze e riflessioni sulle sue implicazioni economiche, sociali e produttive.
Ad aprire questo numero di Spirito artigiano è la relazione introduttiva del Presidente di Confartigianato Imprese, Marco Granelli, presentata alla Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese, a Chia, nel settembre 2026. Una riflessione che supera i confini dell’emergenza ambientale e pone una questione decisiva: come tradurre la capacità di incidere sul mondo nella responsabilità di costruire il futuro.
(Relazione introduttiva del Presidente Marco Granelli) Viviamo in un tempo nel quale stanno cambiando contemporaneamente l’energia, la tecnologia, la geopolitica, il clima, il lavoro, la demografia e il rapporto tra grandi e piccole imprese.
Sono trasformazioni profonde, che hanno però un elemento comune: stanno cambiando le relazioni. Quelle tra persone e imprese, tra imprese e lavoratori, tra imprese e territori, tra economia e ambiente, tra uomo e tecnologia, ma anche tra imprese e istituzioni.
È proprio guardando a queste relazioni che possiamo dare alla sostenibilità un significato più concreto e più vicino alla realtà delle imprese.
Per molto tempo abbiamo associato l’idea di sviluppo alla capacità di produrre di più, consumare di più, muoverci più velocemente e disporre di tecnologie sempre più potenti.
È una storia di straordinario progresso, che ha prodotto benessere, conoscenza, mobilità sociale e un significativo aumento dell’aspettativa di vita. Ma è anche una storia che ha generato nuove disuguaglianze e nuove distanze.
Oggi ci troviamo davanti a una contraddizione ancora più evidente: la nostra capacità di trasformare il mondo è cresciuta più rapidamente della nostra capacità di governare le conseguenze delle trasformazioni che produciamo.
Abbiamo acquisito un potere enorme sulla natura, sulla materia, sull’informazione e sulla tecnologia. Non sempre, però, abbiamo sviluppato una responsabilità proporzionata a questo potere.
Forse è anche per questo che la crisi del nostro tempo non è soltanto energetica, ambientale o economica. È, più profondamente, una crisi della nostra capacità di governare il potere che abbiamo acquisito.
Potere significa responsabilità
Ogni impresa esercita un potere. Lo fa quando decide un investimento, sceglie una strategia, organizza il lavoro, seleziona un fornitore, dialoga con un cliente o decide come rapportarsi al territorio.
Il punto, quindi, non è mettere in discussione il potere, ma capire a cosa debba servire.
Perché dal potere non deriva soltanto la possibilità di decidere. Deriva soprattutto l’onere della responsabilità.
Per un’impresa questa responsabilità si misura ogni giorno: nel rapporto con il mercato, con i dipendenti, con i fornitori, con i clienti, con il territorio e, in definitiva, con le generazioni future.
È qui che la sostenibilità assume il suo significato più profondo.
Sostenibile non è semplicemente ciò che produce meno emissioni o consuma meno risorse. È ciò che non distrugge i presupposti che rendono possibile continuare a creare valore.
Un’economia non è sostenibile se produce ricchezza distruggendo le relazioni sociali. Un territorio non è sostenibile se diventa ambientalmente più pulito ma perde comunità, competenze e giovani. Un’impresa non è sostenibile se riduce i consumi energetici ma consuma il capitale umano e relazionale di cui dispone.
Lo sviluppo sostenibile, allora, non è un limite al progresso. È uno stadio ulteriore della sua evoluzione: la capacità di crescere tenendo conto delle conseguenze delle nostre scelte.
Il valore artigiano
È una prospettiva che appartiene profondamente alla cultura artigiana.
Il valore artigiano non coincide più soltanto con il lavoro manuale. È sempre più legato alla capacità di trasformare un sapere in una pratica, anche attraverso tecnologie nuove e digitali.
L’artigianato, dunque, non è il contrario dell’innovazione. È un modo di dare un significato all’innovazione.
La tecnologia diventa davvero utile quando è al servizio delle competenze, delle persone e della capacità di creare valore. Innovare non significa semplicemente sostituire una macchina con un’altra o adottare uno strumento più avanzato. Significa capire come quel cambiamento possa migliorare il modo in cui produciamo, lavoriamo, collaboriamo e trasferiamo conoscenze.
Per questo la transizione non può essere soltanto tecnologica. Deve riguardare il modo in cui produciamo, consumiamo, collaboriamo, trasferiamo competenze e costruiamo valore.
È anche per questo che il rapporto tra artigianato e sostenibilità è così naturale: entrambi chiedono di guardare oltre il risultato immediato e di considerare ciò che rimane nel tempo.
L’energia come questione di autonomia
Questo vale in modo particolare per l’energia.
Per troppo tempo l’abbiamo considerata soprattutto un costo. Oggi dobbiamo guardarla anche come una questione di autonomia e resilienza.
La transizione energetica non è soltanto una risposta alla crisi climatica, né soltanto una politica industriale legata alla competitività e alla sicurezza. Per le piccole imprese può diventare anche una politica di autonomia.
Ma proprio per questo occorre evitare che la transizione diventi un processo nel quale chi dispone di maggiori risorse ha anche maggiori possibilità di trasformarsi, mentre le imprese più piccole vengono semplicemente chiamate a sostenere costi e adempimenti.
Una transizione efficace deve mettere tutte le imprese nelle condizioni di essere protagoniste del cambiamento.
Perché trasformarsi non significa soltanto adeguarsi a nuove regole. Significa poter scegliere, investire, sperimentare e costruire nuove opportunità.
Impresa e territorio: una relazione concreta
C’è poi una dimensione che per le imprese artigiane è impossibile separare dall’attività economica: il territorio.
Non esiste transizione energetica senza territorio. Non esiste transizione digitale senza territorio. E non esiste sviluppo sostenibile senza comunità capaci di abitare, lavorare e produrre valore nei propri luoghi.
Le imprese artigiane non sono semplicemente localizzate nei territori: sono parte dei territori.
Li conoscono, li trasformano, li mantengono vivi. Trasmettono competenze, creano lavoro, costruiscono relazioni e spesso rappresentano uno dei pochi presidi economici e sociali rimasti in molti luoghi.
Per questo difendere il patrimonio delle imprese diffuse significa difendere non soltanto le singole attività economiche, ma una parte della capacità produttiva e sociale del Paese.
È una caratteristica che distingue profondamente il modo artigiano di fare impresa: la prossimità non è soltanto una questione geografica. È una forma di responsabilità.
Trasmettere il futuro
La sostenibilità ha anche una dimensione generazionale.
Non basta trasferire competenze. Occorre creare le condizioni perché i giovani abbiano la possibilità e la voglia di raccogliere ciò che viene loro consegnato e trasformarlo.
Il passaggio generazionale in un’impresa, quindi, non è soltanto un problema dell’impresa. È una questione di interesse collettivo.
Quando scompare un’impresa non perdiamo soltanto un’attività economica. Perdiamo saperi, relazioni e una parte della memoria produttiva di un territorio.
Per questo investire nelle competenze, nel lavoro e nel dialogo tra generazioni significa anche investire nella sostenibilità del nostro sistema economico.
L’artigianato, in questo senso, porta con sé un’idea molto concreta di futuro: quella secondo cui ogni competenza ricevuta non è qualcosa da conservare immutato, ma qualcosa da custodire e allo stesso tempo trasformare.
Una nuova idea di sviluppo
Una società progredisce davvero quando aumenta non soltanto la propria capacità di fare, ma anche la capacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze di ciò che fa.
Questo vale per l’energia, per l’intelligenza artificiale, per l’economia, per l’ambiente, per il lavoro e per la demografia. Vale soprattutto per il rapporto tra potere e responsabilità.
Se il potere cresce senza responsabilità, lo sviluppo può diventare autodistruttivo.
Se invece il potere viene orientato al servizio, può diventare uno strumento per costruire il futuro.
Di fronte alle grandi trasformazioni del nostro tempo possiamo avere paura, subirle oppure limitarci a difenderci dai loro effetti. Possiamo però anche scegliere di governarle, assumendoci la responsabilità della direzione che vogliamo dare al cambiamento.
Governare le trasformazioni non significa soltanto avere più strumenti o tecnologie più avanzate. Significa, prima di tutto, costruire relazioni migliori: tra imprese e istituzioni, tra impresa e lavoro, tra generazioni, tra territori e mercati, tra innovazione e persona, tra crescita e ambiente.
Forse è proprio questa la misura più profonda del progresso: non quanto potere siamo riusciti ad accumulare, ma quanto siamo diventati capaci di trasformare quel potere in responsabilità.
La sostenibilità può così smettere di essere soltanto una risposta alla crisi o un insieme di vincoli a cui adeguarsi. Può diventare un’idea di futuro: un futuro nel quale lo sviluppo non significhi semplicemente produrre e consumare di più, ma creare valore senza distruggere le condizioni che ci permetteranno di crearlo anche domani.
È una sfida economica, politica e culturale. Ma, prima ancora, è una sfida profondamente umana.
E proprio le imprese più piccole, quelle radicate nei territori e fondate sulla competenza, sulla responsabilità personale e sulla relazione, hanno qualcosa di importante da dire su questa sfida.
Perché il futuro non si costruisce soltanto con ciò che sappiamo fare.
Si costruisce anche con il modo in cui decidiamo di stare gli uni con gli altri mentre lo facciamo.
© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.
-
Presidente di Confartigianato Imprese, la Confederazione che rappresenta 700.000 artigiani, micro e piccole imprese. Imprenditore nel settore delle costruzioni, Granelli è da lungo tempo impegnato nell’attività associativa: dal 2012 al 2020 è stato Vice Presidente Vicario di Confartigianato e dal 2009 ha guidato Confartigianato Emilia Romagna dopo essere stato, dal 2004, alla presidenza di Confartigianato Imprese Parma
