
In questi tempi di sconvolgimenti climatici, di pandemie intermittenti (un’epidemia di peste si annuncia in Siberia, nonostante la disinformazione costante messa in atto dalla Russia, e pare sia assai più vasta di quanto non apparisse ai primi cenni del suo manifestarsi) e di catastrofi naturali sempre più irreversibili, cresce la consapevolezza che tali fenomeni sono prodotti dall’azione umana. La ragione? Risiede nel fatto che quest’ultima è protesa più al profitto che al benessere del vivere associato: all’ultimo posto della gerarchia dei valori sociali vengono posti i beni comuni e la virtù di una società politica a cui dovrebbe essere affidato il compito di governare il mondo. Agendo in senso opposto – e quindi catastrofico sotto ogni aspetto – ecco l’avvento di tempi catastrofici.
E allora risuonano alla mente le parole e i valori ripieni di speranza che Paolo VI, il Santo Padre della gioventù di noi nati negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento, consegnò all’umanità di ogni tempo nella sua Octogesima adveniens, la lettera apostolica pubblicata per celebrare l’80° anniversario della Rerum novarum. E non è un caso se il Santo Padre che gli è recentemente succeduto a quella lettera apostolica abbia voluto far riferimento in tempi recenti.
Era il 14 maggio 1971 e le parole di San Paolo VI sono ancora straordinariamente attuali, a cominciare da un’Introduzione che ancora si ha nella mente:
«L’80° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum, il cui messaggio continua a ispirare l’azione per la giustizia sociale, ci spinge» – si diceva in quel testo sempre attualissimo – «a riprendere e a prolungare l’insegnamento dei nostri predecessori, in risposta ai nuovi bisogni di un mondo in trasformazione. La chiesa, infatti, cammina con l’umanità e ne condivide la sorte nel corso della storia…».
«I gravi problemi del nostro tempo ci sono apparsi con un nuovo rilievo, come particolari, certo, a ciascuna regione, ma tuttavia comuni a una umanità che si interroga sul suo avvenire, sull’orientamento e il significato dei mutamenti in corso».
E così si diceva, infine, al paragrafo 21 di un testo ricco di insegnamenti:
«Mentre l’orizzonte dell’uomo si modifica, in tale modo, tramite le immagini che sono scelte per lui, un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica quanto inattesa dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune».
La frase che mi pare più tragicamente impegnativa nella sua attualità è la seguente: «…è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più».
Impegnativa perché richiama a un cambiamento fondamentale della forma sociale dell’allocazione del potere e della proprietà, senza di cui i problemi non potranno che addensarsi e aggravarsi sempre di più. Il mondo regolatorio dell’UE si è manifestato in tutta la sua inconsapevolezza storico-generale di comprendere come le transizioni – anche quella energetica – possano attuarsi solo con tempi lunghissimi e non predeterminati e, invece, fondati sul principio di sussidiarietà, ossia sulla partecipazione degli attori (in questo caso tanto le imprese quanto gli Stati nazionali). Si è determinato così quell’autodafé dell’industria europea che ci può portare alla miseria di massa, mentre, d’altro lato, la maggioranza della popolazione mondiale non era e non è investita da codesta transizione, generando pollution carbonica su larga scala che è la causa (extraeuropea) dei disastri climatici in corso.
San Paolo VI non a caso parlava, preveggente, della «responsabilità di un destino diventato ormai comune», come unica via da perseguirsi, al di là delle differenze di ogni sorta, per perseguire la salvaguardia del patrimonio naturale, insieme a quello storicamente accumulato in secoli e secoli di lavoro umano e di creatività intellettuale. È quello che stiamo perdendo, nella follia delle guerre e dello scontro ideologico. In questi drammi emerge la saggezza dell’agire e dello spirito artigiano: senso della misura, responsabilità personale, sussidiarietà e beni comuni come riferimenti ideali.
Ecco i valori che le imprese artigiane, per il loro stesso proporsi come forma specifica della responsabilità d’impresa, portano con sé senza retorica ogni giorno, nel lavoro quotidiano, e che ci fanno affrontare con speranza questi tempi terribili. Senza retorica e demagogia.
© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.
-
Giulio Sapelli, già Professore ordinario all’Università degli Studi di Milano ed editorialista, unisce economia, storia, filosofia, sociologia e cultura umanista in una sintesi originale e profonda. Ha insegnato in Europa e nelle Università delle due Americhe, in Australia e Nuova Zelanda. I suoi lavori sono stati tradotti in tutto il mondo.
E’ Presidente della Fondazione Germozzi ed è impegnato a valorizzare il concetto di Valore artigiano, che è forza di popolo, di persone e di imprese legate da uno spirito unico, il quale esprime la vocazione originaria incline alla creatività e all’amore per la bellezza.
