
Nel 2016, il filosofo cinese Yuk Hui ha scritto un saggio importante sulla tecnologia, sollevando una questione fondamentale che risuona con particolare intensità nel nostro tempo: come può ciò che è locale – territorio, tradizioni, identità – confrontarsi costruttivamente con il globale? Per Hui, non si tratta semplicemente di difendere le tradizioni dalla globalizzazione, arroccandosi in una posizione difensiva destinata alla sconfitta. L’idea è più ambiziosa e dinamica: il locale dovrebbe essere capace di prendere il controllo del globale, di trasformarlo attivamente secondo i propri valori, invece di subirlo passivamente come un destino inevitabile.
Questo discorso è strettamente legato alla tecnologia, che rappresenta forse la forma più potente e pervasiva del globale contemporaneo. Hui parte da un’idea già espressa da altri pensatori del Novecento: la tecnologia moderna non è solo uno strumento neutro che usiamo per i nostri scopi, ma è diventata il contesto stesso in cui viviamo, qualcosa che definisce la nostra stessa esistenza, il modo in cui pensiamo, lavoriamo, ci relazioniamo con gli altri e con il mondo.
Hui però aggiunge due elementi nuovi che modificano radicalmente questa prospettiva e aprono possibilità inedite di pensiero e azione.
Primo, propone il concetto di “cosmotecnica”: l’idea che la tecnologia non sia qualcosa di astratto e universale, del tutto separato dal resto della cultura umana, ma sia sempre legata a un modo specifico di pensare il mondo e a valori morali depositati all’interno di un dato contesto culturale. Ogni civiltà, secondo Hui, ha sviluppato un proprio rapporto peculiare tra ordine cosmico (la visione del mondo) e ordine tecnico (gli strumenti e le pratiche produttive).
Secondo, Hui sottolinea che esistono tante culture diverse, con pensieri e valori differenti. Di conseguenza, non esiste – o non dovrebbe esistere – una sola tecnologia universale imposta a tutti, ma dovrebbero poter convivere molte tecnologie diverse, quella che lui chiama “tecnodiversità”. Questo concetto è rivoluzionario perché mette in discussione l’idea diffusa che esista un’unica via di sviluppo tecnologico, quella occidentale moderna, verso cui tutte le società devono convergere.
Partendo da queste premesse, anche il concetto di “locale” va oltre il semplice territorio geografico o la nostalgia per il passato. Diventa invece una risposta attiva e propositiva alla tendenza tipica della civiltà industriale moderna a rendere tutto uguale, a cancellare le differenze in nome dell’efficienza e della standardizzazione. Parlare di tecnodiversità significa riconoscere e valorizzare sistemi tecnologici ed economici che riflettono la pluralità delle forme sociali e culturali. Pluralità che concretamente si declina nei tratti specifici della creatività, della capacità di sviluppare conoscenze in modo autonomo e originale, nella latitudine a manipolare la tecnologia in rapporto a bisogni, procedure e prodotti che non sono semplicemente quelli standardizzati dell’industria di massa.
L’artigianato come laboratorio di tecnodiversità
L’artigianato è da sempre un campo dove queste caratteristiche si esprimono con particolare evidenza. Quando pensiamo agli artigiani, pensiamo subito a due cose: il legame con il territorio e il lavoro manuale. Il territorio significa tradizione locale, radicamento in un contesto specifico, dimensioni contenute che permettono relazioni dirette. La manualità è dove si esprime la creatività, ciò che garantisce prodotti unici e di qualità, irriproducibili dalla produzione industriale seriale.
Si tratta indubbiamente di due aspetti qualificanti dell’artigianato tradizionale, che rischiano però di confinare l’artigianato come qualcosa votato solo alla conservazione di tecnologie del passato, una sorta di museo vivente destinato a nicchie sempre più ristrette di mercato. Quello che manca in questa visione ristretta è l’aspetto più dinamico e vitale dell’attività artigiana: quella di non limitarsi ad adottare passivamente una tecnologia data, ma di manipolarla attivamente, adattarla, trasformarla secondo esigenze e sensibilità proprie.
In un momento di grande trasformazione tecnologica come quello che stiamo vivendo è quanto mai necessario superare l’idea che vede l’artigianato solo come una forma di resistenza nostalgica, un’isola che sopravvive precariamente nel mare dell’industria moderna. Chiedersi se oggi l’artigianato possa davvero rappresentare una forma concreta di tecnodiversità significa ripensare questo concetto in profondità, aprirlo a forme nuove e meno conosciute, riconoscerne il potenziale innovativo.
Anche per questo, può essere utile introdurre il termine “artigiania” per cogliere questa capacità trasformativa tipica del mondo artigiano. Capacità che è alla base del successo del made in Italy e che, più che sulla conoscenza formale astratta, si fonda sull’esperienza pratica, la tradizione trasmessa, il rapporto diretto e sensibile con la materia e la realtà concreta.
Le sfide del digitale
I rapidi progressi tecnologici di oggi, associati al processo di digitalizzazione pervasiva dell’economia e della società, pongono nuove sfide all’artigianato e potenzialmente rischiano di accentuare ulteriormente la standardizzazione. Le tecnologie di automazione, come le stampanti 3D sempre più precise ed efficienti, o i sistemi di taglio computerizzati, sembrano ridurre progressivamente lo spazio per l’abilità umana diretta e la sensibilità manuale. Le innovazioni digitali, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale generativa, pongono domande ancora più profonde e inquietanti.
C’è ancora spazio per un’attività dove l’essere umano, con le sue capacità e conoscenze tacite, mantiene il controllo non solo nella fase di produzione materiale, ma anche negli aspetti tradizionalmente più creativi come l’ideazione e la progettazione? O siamo destinati a diventare semplici esecutori di istruzioni generate da algoritmi?
Per rispondere a questa domanda cruciale, occorre sviluppare l’intuizione di Hui in rapporto al contesto specifico dell’artigianato, chiedendosi se gli artigiani di oggi siano capaci non solo di usare le nuove tecnologie digitali come strumenti passivi, ma di manipolarle creativamente, piegandole ai propri scopi, mettendo in gioco il proprio modo di fare e le proprie competenze accumulate. In altre parole: è ancora possibile pensare e praticare l’intelligenza artigiana all’interno del sistema tecnologico contemporaneo dominato dal digitale e dall’automazione?
Tre figure di artigiano contemporaneo
Già nel 2011, l’economista Stefano Micelli dell’Università di Venezia ha individuato tre tipi di artigiani che hanno accettato queste sfide mantenendo la propria identità specifica nel rapporto complesso con il mondo industriale e digitale: l’artigiano traduttore, l’artigiano creativo e l’artigiano adattatore. Queste tre figure rappresentano altrettanti modi concreti di praticare la tecnodiversità.
Il primo, l’artigiano traduttore, lavora in quei settori dove servono competenze molto diverse tra loro, sapendo “parlare la lingua” di entrambe e mettendole in comunicazione feconda. È una figura importante, ad esempio, quando bisogna passare da un progetto digitale bidimensionale visualizzato su schermo a un oggetto reale tridimensionale fatto di materia concreta, considerando tutte le caratteristiche specifiche di ogni materiale – il legno si comporta diversamente dal metallo, la ceramica ha esigenze diverse dalla plastica. Questo artigiano è un mediatore culturale tra il mondo digitale e quello fisico.
L’artigiano creativo, che si trova per esempio nella prototipazione industriale o nel design d’autore, si avvicina maggiormente alla figura dell’artista. La ricerca della bellezza e della qualità non è solo un vezzo estetico fine a se stesso, ma esprime uno stile personale riconoscibile e una conoscenza profonda dei materiali, delle tecniche, delle possibilità espressive. Questo artigiano usa le tecnologie digitali come strumenti al servizio di una visione creativa personale.
Infine, l’artigiano adattatore modifica i prodotti finiti standardizzati in base a esigenze specifiche di clienti particolari o contesti d’uso speciali. Questa figura include anche i cosiddetti artigiani del software, che personalizzano prodotti o servizi digitali pensati originariamente per il pubblico di massa, rendendoli adatti a bisogni specifici. È la forma forse più nuova e inaspettata di artigianato contemporaneo.
In tutti questi casi, la competenza fondamentale dell’artigiano si basa ancora sul legame stretto tra occhio e mano, tra percezione e azione: non necessariamente un lavoro fatto interamente a mano in modo tradizionale, ma una conoscenza incorporata che diventa capacità di creare, un sapere teorico che diventa saper fare pratico. Visto così, anche il legame con una tradizione o un territorio non è semplice nostalgia per un passato perduto, ma appropriazione consapevole e selettiva della tecnologia. La tecnologia non è più qualcosa di estraneo e minaccioso che cancella le differenze culturali, ma diventa uno spazio possibile dove affermare la propria identità specifica.
Una ricerca sul campo
Una recente ricerca svolta dalla Fondazione Poetica in collaborazione con il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, per conto di Confartigianato Nazionale, ha confermato concretamente questa prospettiva teorica a partire dallo studio approfondito di dieci aziende artigiane. Lo studio è stato condotto in Lombardia, una regione che si distingue per la grande ricchezza e varietà che offre in termini di ambienti produttivi, mestieri tradizionali ancora vitali e significativa apertura alle innovazioni tecnologiche. Le imprese studiate provengono da territori molto diversi: da aree storiche dell’imprenditorialità come Milano, Monza e la Brianza, l’Oltrepò Pavese e le province di Bergamo e Brescia, fino a zone come l’arco alpino, tradizionalmente più conservatrici e meno aperte alle innovazioni.
Le aziende scelte per lo studio sono molto diverse tra loro per storia aziendale, tecnologie utilizzate, materiali lavorati, servizi offerti e prodotti realizzati. L’obiettivo dichiarato non era studiare forme specifiche di artigianato in settori particolari, ma capire se, anche in ambiti produttivi molto differenti tra loro, sia ancora oggi possibile una relazione positiva e feconda tra essere umano e macchina digitale, dove l’uso intensivo di strumenti tecnologici avanzati lasci comunque spazio significativo alla creatività dell’artigiano e alle sue competenze distintive.
Alcune di queste imprese hanno decenni o addirittura oltre un secolo di storia alle spalle, lavorano materiali particolari con tecniche raffinate o continuano lunghe tradizioni produttive che si sono progressivamente rinnovate nel tempo senza perdere la propria identità. Altre aziende sono nate da pochissimo tempo, partendo proprio da una nuova tecnologia emergente o da un’idea di prototipo innovativo. Per alcune il digitale è stato principalmente un motore di rinnovamento interno di processi già esistenti, per altre è stato il terreno stesso che ha reso possibile la nascita dell’azienda e la creazione di prodotti prima impensabili.
Per alcune imprese il design è diventato il campo privilegiato dove far incontrare felicemente estetica e funzionalità, nuovi strumenti tecnologici, creatività progettuale e competenze tecniche del progettista. Per altre aziende il vero protagonista rimane il territorio, inteso sia come storia locale da raccontare e valorizzare, sia come contesto culturale concreto dove tradizioni locali possono aprirsi costruttivamente al globale e all’innovazione tecnologica senza snaturarsi.
Sei tratti della tecnodiversità italiana
L’insieme dei dieci casi analizzati nella ricerca disegna la geografia vivente di una tecnodiversità effettivamente praticata nel contesto italiano. Le esperienze documentate in questo lavoro offrono un terreno fertile per elaborare un’articolazione specificamente italiana di questa prospettiva, che si declina in sei tratti riconoscibili e caratteristici:
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L’impresa pensata come comunità di pratiche condivise, non solo come organizzazione gerarchica
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La visione del lavoro come linguaggio progettuale creativo, non solo come esecuzione
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Lo sviluppo di competenze ibride e riflessive, che combinano saperi diversi
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La costruzione di reti con istituti di ricerca, altre imprese e scuole del territorio
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Il mantenimento di un legame vitale col territorio e la tradizione artigiana locale
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La bellezza intesa come criterio veritativo del lavoro ben fatto, non solo decorazione
Le imprese studiate, pur operando pienamente in un’economia globalizzata e fortemente digitalizzata, sono capaci di rifiutare attivamente la forma unica della tecnologia come dispositivo anonimo di efficienza e controllo. E ciò nella piena consapevolezza che le tecniche non sono mai neutre o puramente strumentali, perché portano sempre con sé una visione del mondo implicita, un modo specifico di abitare la materia e di pensare la relazione tra essere umano e ambiente.
Questo è l’aspetto cruciale del tema della tecnodiversità applicato al nostro contesto: la modernità industriale tende a universalizzare una sola forma di tecnica – quella cartesiana, puramente strumentale, orientata al dominio e allo sfruttamento – annullando progressivamente la pluralità ricchissima delle tradizioni tecniche che, nelle diverse civiltà, avevano sempre legato la téchne al cosmos, cioè all’ordine del mondo e al senso complessivo del vivere umano.
La sfida del XXI secolo – che interpella in modo diretto e urgente il mondo degli artigiani – non è rifiutare ingenuamente la tecnologia moderna in nome di un impossibile ritorno al passato, ma riattivare creativamente una pluralità di rapporti possibili con essa: rimettere in gioco le differenze culturali, estetiche, spirituali e anche politiche che ogni civiltà e ogni territorio custodiscono. È questa la via della cosmotecnica: unione feconda tra ordine cosmico e ordine tecnico, tra valori condivisi e strumenti materiali, tra ethos culturale e produzione economica.
Questa prospettiva traccia una via nuova che apre possibilità interessanti di sviluppo economico sostenibile e, soprattutto, costituisce una proposta attrattiva per i tanti giovani che oggi sono alla ricerca di lavori corrispondenti alle loro aspettative di senso e realizzazione personale, oltreché economicamente sostenibili.
Un artigianato capace di tecnodiversità può rappresentare un’alternativa concreta a modelli di lavoro alienanti e può contribuire a costruire un futuro dove tecnologia e umanità non siano in conflitto, ma in dialogo fecondo.
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Mauro Magatti
Laureato in Discipline Economiche e Sociali all'Università Bocconi di Milano e Ph.D. in Social Sciences a Canterbury, è professore ordinario all’Università Cattolica di Milano. Sociologo, economista ed editorialista del Corriere della Sera, membro della Commissione Centrale di Beneficienza della Fondazione Cariplo, del Comitato per la Solidarietà e lo sviluppo di Banca Prossima e del Comitato Permanente della Fondazione Ambrosianeum. Dal 2008 è direttore del Centro ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change)
