Il libro di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, La società longeva, costituisce una significativa proposta interpretativa di uno dei fenomeni più importanti del cambiamento di passo nella storia del capitalismo mondiale, in cui siamo immersi e su cui gran parte degli osservatori e degli studiosi, anche i più qualificati e dotati di una sensibilità e di una cultura interdisciplinare, sono spesso disarmati nell’interpretazione.

Si usa il termine di “invecchiamento”, oppure di “crisi demografica”, secondo una giusta visione del fenomeno dal punto di vista mono-disciplinare, ma ancora imperfetta nella capacità euristica, se ci si ferma, appunto, al puro dato demografico. Una interpretazione weberiana del fenomeno, ossia dotata di una capacità “comprendente” e che comprenda quindi il “moto all’azione dei soggetti” che l’aumento delle popolazioni in età avanzata produce, è quello che fa la differenza.
La differenza di questo lavoro.

Il declino costante e mondiale delle nascite implica una diversa società che va formandosi. E quindi una diversa collocazione sociale degli attori e dei loro posizionamenti sociali, dei loro valori, dei loro “moventi”, del loro disporsi nella intricata foresta dei rapporti sociali, che, prima di essere tali, sono fondati sulle società naturali: sulla più potente di esse, la famiglia.

È la famiglia che muta con la società longeva, perché produce quella modificazione. È il rapporto tra le generazioni che cambia e non solo in senso demografico, ma politico-sociale, ossia definendo in forme profondamente diverse dal passato prossimo e remoto il disporsi dell’azione sociale dei soggetti. Dove? Ma nel lavoro, perbacco… in primis e prima ancora nel nucleo “naturale”, appunto, ossia nella famiglia e nelle “società seconde” che con essa accompagnano la vita delle persone, a cominciare dalle agenzie di socializzazione secondaria: le scuole e le agenzie dove si crea il plusvalore, ossia tanto i luoghi produttivi quanto quelli in cui si crea la rendita: gli uffici o le “case”, ormai, che processano dati, calcoli, progetti della società tecnologica che avanza impetuosamente.

Perché questo è un altro dei valori epistemologici di questo lavoro. Inserisce l’avvento della società longeva nelle grandi ondate di Kondratiev del cambiamento tecnologico paradigmatico del capitalismo digitale, ad alto consumo energetico e a basso consumo cognitivo naturale, per sostituirlo con quello che deriva tecnologicamente dal processamento dei dati nella prosumption generalizzata in cui il capitalismo moderno immerge i suoi attori, estraendone non più il tempo di lavoro, perché quelle ore sono ormai infinite o finite quanto la stessa vita degli attori. Nel lavorare a casa, che vuol dire lavorare sempre e mai solo per se stessi, si definisce la nuova società. Tempi di lavoro che inseriscono le stesse coorti generazionali in un diverso rapporto rispetto ai lavori e soprattutto rispetto a sé medesime. Così gli anziani divengono inevitabilmente adattabili alle nuove tecnologie ed è questa ricchezza cognitiva eclatante che questo libro ci spiega. Ci spiega perché questo processo è un fatto positivo, dall’incommensurabile potenziale di salvezza. In primo luogo per quelle generazioni “vecchie”, che si rivelano invece più giovani che mai, se si sanno collocare nella disponibilità, in loro presente, di contribuire alla creazione di valore sociale e di comprensione del mondo.

Quando ero un giovane pieno di grandi speranze, Franco Momigliano, l’indimenticabile Maestro, mi portò con sé in un viaggio in Giappone. Si era negli anni settanta del secolo scorso. Visitammo le fabbriche e gli uffici dove — ci era stato detto — si creavano i famosi computer tascabili: alla ricerca di essi e degli attori di quei processi era diretto il nostro viaggio olivettiano. Quello che ci sorprese fu visitare luoghi di lavoro (fabbriche, ma dire solo fabbriche sarebbe riduttivo…) in cui, accanto a coloro che lavoravano a ritmi infernali con una sorveglianza ferrea, sedevano spesso, dinanzi a luminose finestre, decine di anziani che prendevano appunti e che spesso giravano per gli stabilimenti e ai quali si rivolgevano i lavoratori e soprattutto i capi reparto. Dopo insistenze e bevute fuori dall’orario di lavoro, io riuscii a parlare con un anziano e un caporeparto — “Tu parli anche con i sassi”, diceva il Maestro. Ne vennero fuori racconti, nel nostro scarsissimo inglese che ci univa, grazie a un mondo di segni e di risate che allargavano il cuore, e venne fuori che quegli anziani erano lì per essere consultati dai lavoratori e dai capi e che dispensavano consigli ogni volta che a essi ci si rivolgeva con un cerimoniale di inchini, saluti e salamelecchi di cui noi ci divertivamo in albergo a riprodurre le movenze.

Era uno straordinario modello di interazione sociale e cognitiva tra generazioni, di cui così si impossessavano quelle giovani, e ci si passava il testimone e ci si rispettava sempre di più, non disperdendo nulla dell’immenso capitale sociale che le generazioni accumulano nel loro succedersi.

Il libro ci offre commoventi esempi di dedizione alla vita e al dolore delle generazioni che soffrono dell’avanzare dell’età. Le interviste contenute nel libro con coloro che svolgono quel raro compito benevolo di cura e di sorveglianza amorosa, che consente il riprodursi non tanto della società astrattamente intesa, ma del segreto valore sociale fondato sull’amore che consente a essa — la società — di riprodursi, sono certamente la cosa più bella di queste pagine.

Ce la si farà anche questa volta, se l’intelligenza sociale, di cui è testimonianza questo libro, diverrà azione trasformativa.

Lo spirito artigiano, del resto, è quello che più potentemente può soffiare beneficamente… noi artigiani ne siamo convinti.

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Giulio Sapelli

Giulio Sapelli

Giulio Sapelli, già Professore ordinario all’Università degli Studi di Milano ed editorialista, unisce economia, storia, filosofia, sociologia e cultura umanista in una sintesi originale e profonda. Ha insegnato in Europa e nelle Università delle due Americhe, in Australia e Nuova Zelanda. I suoi lavori sono stati tradotti in tutto il mondo.
E’ Presidente della Fondazione Germozzi ed è impegnato a valorizzare il concetto di Valore artigiano, che è forza di popolo, di persone e di imprese legate da uno spirito unico, il quale esprime la vocazione originaria incline alla creatività e all’amore per la bellezza.

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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