Il Dio artigiano

Lei ha dedicato decenni al dialogo tra fede, cultura e umanità. Da dove nasce, nella tradizione biblica, il valore sacro del lavoro manuale? C’è un artigiano al centro della storia della salvezza?

«Sì. Nell’Antico Testamento c’è un’espressione che viene ripetuta spesso, riferita a Dio: «opera delle tue mani». Le mani di Dio che plasmano. C’è un verbo che viene usato nel secondo racconto della Genesi per descrivere la creazione dell’essere umano: «yatsar», il verbo del vasaio, che “plasma” la sua opera. Dio è rappresentato proprio come un artigiano. La creazione dell’uomo, capolavoro per eccellenza di Dio, è effettuata come se fosse il lavoro di un artigiano. E questa immagine è ripresa sia dal profeta Geremia sia da San Paolo, per indicare il tema del primato di Dio, della grazia.

Senza le mani dell’artefice, dell’artigiano, noi non potremmo essere quello che siamo, perché la configurazione della persona è modulata da Dio. E quindi ogni persona, come ogni vaso, è diversa dall’altra. Ogni prodotto artigianale non è meramente meccanico: ha caratteristiche proprie, anche se il modello è unico. Tutto questo viene applicato per celebrare la dignità di tutte le persone, la grazia di Dio che c’è in tutti, però anche le diversità profonde che in ogni creatura esistono. Per questo motivo direi che il Dio artigiano è fondamentale nell’interno della Bibbia.»

San Paolo tesseva tende, Gesù lavorava il legno. C’è un nesso strutturale tra il fare con le mani e il messaggio evangelico?

«Esatto. Nel Nuovo Testamento c’è qualcosa di più. Prima di tutto riguarda la professione del padre di Gesù, che viene definito nei Vangeli con un termine greco, tékton — che rende probabilmente il vocabolo aramaico naggara’. Questo vocabolo indicava proprio l’artigiano. Quando si dice «non è egli il figlio del tékton?», — poi tradotto come falegname — si deve ricordare che in realtà il vocabolo è più generico.

E nel Vangelo di Marco, Gesù stesso viene chiamato “artigiano” — tékton anche lui — ed è una celebrazione di quel lungo periodo nascosto della sua vita. C’è persino un Vangelo apocrifo curioso che racconta di Gesù bambino che plasma degli uccellini con l’argilla e insuffla in loro la vita: un modo per rappresentare la genialità creativa. L’importante è ricordare che la professione di Gesù e della sua famiglia era quella dell’artigiano.

Per quanto riguarda Paolo, nell’interno della tradizione giudaica ogni buon rabbì doveva anche apprendere una professione. Paolo apprende quella che viene ricordata negli Atti degli Apostoli quando si trova a Corinto, ospite di Aquila e Priscilla: tessitore di tende. È probabilmente l’esercizio che aveva imparato da ragazzo, proprio perché, anche se di famiglia benestante, doveva imparare un mestiere pratico, operativo.»

 

Custodire contro distruggere

Viviamo in un tempo di conflitti aperti. Cosa può fare un artigiano che non riescono a fare altri?

«L’alta tecnologia ha dei grandi valori, indubbiamente, ma è anche pericolosa. Pensiamo a cosa viene prodotto con l’alta tecnologia nell’ambito degli armamenti: appartiene a un meccanismo, a una struttura altamente sofisticata, con una finalità che è l’esatto contrario dell’artigianato.

L’artigiano, di sua natura, fa un’opera che debba permanere, che sia da custodire. Anche se è un vaso semplice, anche se è una statua di legno: lo fa perché debba servire, debba essere nella quotidianità. L’alta tecnologia, invece, con le armi costruisce qualcosa che deve distruggere. E tante volte è autodistruttiva, perché entrando in guerra anche il più sofisticato drone o carro armato può essere eliminato.

L’artigiano realizza in pienezza l’idea del lavoro come presentato nella Bibbia, nel secondo capitolo della Genesi, versetto 15, quando si dice che l’uomo è posto sulla terra per «coltivarla e custodirla». Coltivare vuol dire certamente anche intervenire nella materia. Custodire no: le armi non custodiscono. Per questo la celebrazione dell’artigianato, come dell’arte in genere, è quella del custodire qualcosa che permanga nel tempo.

Abbiamo adesso una grammatica generale espressa da uomini politici in una maniera assolutamente insensata. Pensiamo a una delle figure più potenti del mondo che dichiara che il suo compito è quello di demolire interamente una civiltà, ridurre a zero tutto quello che è stato prodotto dall’arte, dall’artigianato, dalla cultura. Abbiamo proprio l’antipodo rispetto a tutto il messaggio, a tutta l’esperienza non solo cristiana, non solo religiosa, ma anche umana.»

 

Il cortile dei Gentili e l’officina

Lei ha sviluppato il concetto di «cortile dei Gentili», uno spazio di incontro tra credenti e non credenti. L’impresa artigiana potrebbe essere uno spazio simile — soprattutto tra generazioni diverse?

«Ci sono più possibilità da ricordare in questo senso. Prima di tutto, la tecnologia — e l’intelligenza artificiale in modo particolare — fa perdere sempre di più l’aspetto del maestro e del discepolo. L’apprendistato è fondamentale: l’artigiano conquistava il suo esercizio attraverso il confronto col suo maestro. Una componente fondamentale dell’artigianato e dell’arte in genere dovrebbe essere quella del dialogo con l’orizzonte in cui sei immerso, che devi rappresentare, ma soprattutto con le generazioni precedenti e con quello che avevano già creato, continuando questo filo ideale.

In questa luce, il dialogo che è alla base del cortile dei Gentili suppone qualcosa che va al di là delle stesse fedi: uno presenta la sua fede, l’altro presenta la sua visione del mondo che prescinde da qualsiasi trascendenza, entrambi però si trovano in armonia e costruiscono qualcosa.

Ecco, qui entra un altro elemento: l’artigianato del pensiero. Non c’è soltanto quello materiale delle mani, che è fondamentale. Ci sono dei pensieri che vengono sviluppati, delle opere anche scritte, che sono opere semplici, magari non grandi capolavori, ma che fanno parte della quotidianità, di questa capacità di costruire le idee. Questo è sempre il Cortile dei Gentili: lo spazio dove ci si scambia non solo gli oggetti, ma anche i pensieri, che sono manufatti dello spirito, della mente.»

 

La pace messianica di Isaia

C’è un’immagine, un passo biblico che mette insieme artigianato e pace?

«Nell’interno della Bibbia, in maniera esplicita, non c’è un coordinamento diretto. C’è però il fatto che il concetto di pace è espresso da un vocabolo nell’Antico Testamento — shalom, che tutti sanno, e anche in arabo salam — che indica la perfezione circolare di un oggetto, di una realtà: la completezza, la pienezza. Non è di per sé l’assenza di guerra, è il positivo: è un’armonia totale.

E allora il testo forse più significativo è quando il profeta Isaia (9,4) descrive la pace messianica. La descrive con un’operazione che paradossalmente sembra essere la distruzione dell’oggetto artigianale, ma che in verità ne è la redenzione: “verranno bruciati i calzari militari, verranno messi sulla pira anche i mantelli di guerra”. In questo caso si ricorda indirettamente che per la pace ci vogliono invece i calzari normali, i mantelli normali della vita.

È la rappresentazione della brutalità della guerra che deforma anche l’elemento artigianale. Noi adesso diciamo che questo è affidato alla tecnologia, non più all’artigianato. Dobbiamo, però, conservare gli oggetti quotidiani per l’uso quotidiano, che è l’uso della pace. E il Messia viene a fare questo: introduce la pace eliminando l’uso perverso dell’artigianato e conservandolo invece per la vita, per il camminare, i calzari per i piedi, i mantelli per ripararsi dal freddo e andare per il mondo.»

 

Una parola agli artigiani

Se dovesse rivolgere una parola agli artigiani italiani — spesso silenziosi e sottovalutati — cosa direbbe loro?

«La distinzione tra artigiani e artisti effettivamente c’è; però c’è anche una consonanza assoluta. E secondo me gli artigiani dovrebbero essere coloro che, anche nel loro livello, cercano di creare la bellezza. Di dare, cioè, in un mondo reso brutto dalla guerra, qualcosa di bello. Essi hanno davanti agli occhi la distruzione: basti vedere in televisione quando arrivano i missili e colpiscono gli appartamenti, e si vede come viene demolita la quotidianità e i suoi oggetti. Sono veramente orribili una volta distrutti; quanto erano belli invece quando costituivano, anche nella loro semplicità, l’arredo di una casa.

Gli artigiani sono anche loro, come il grande artista, coloro che fanno capire che esiste l’utile e il bello insieme. Di solito siamo abituati a considerare il bello come gratuito, che non ha utilità. Invece anche il piccolo vaso, il piccolo bicchiere, la stoviglia ben fatta sta bene sulla tavola e fa vivere in una maniera più gioiosa, più serena. La guerra invece, quando arriva, rende brutto tutto: distrugge, demolisce.

E poi c’è sempre quella prassi giapponese: anche dopo la distruzione si può recuperare. E usando cosa si può recuperare? Usando il materiale più prezioso al mondo: mettendo l’oro sulle fratture. Questo potrebbe essere il compito ulteriore dell’artigianato.»


*Cardinale Gianfranco Ravasi, già Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

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© Foto di Di Università di Pavia (CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=109516481)


Samuele Cappelletti

Samuele Cappelletti

Associate Partner – Head of Readiness Practice – TEHA Group. Consulente in The European House – Ambrosetti dal 2018. Si occupa di misurazione e sviluppo delle competenze e della creazione di piattaforme tecnologiche per la costruzione di piani di crescita personalizzati, rivolti a molteplici target: da giovani studenti a membri delle direzioni aziendali. Dal 2008 al 2018 è stato CEO dell’associazione no profit “Non pioverà per Sempre”, la quale si occupa di dispersione scolastica e disagio giovanile in provincia di Como. Ha conseguito la laurea triennale in Relazioni Internazionali e la magistrale in Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con focus sulla gestione economica delle aziende, presentando una tesi sperimentale per la misurazione delle intelligenze multiple di Howard Gardner.

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Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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