
È noto come nel febbraio del 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, durante i colloqui di Yalta in cui si decidevano i destini dell’Europa, risuonò la frase: “Ma quante divisioni ha il Papa?”. In un periodo in cui era drammaticamente vivo il potere delle armi, il Pontefice e il Vaticano esercitavano un’influenza morale tanto rilevante da presupporre che disponessero di un esercito. È un esempio di scuola di quello che oggi definiamo soft power.
«L’Italia può mettere in campo risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare influenza internazionale»
Purtroppo, le crisi geopolitiche in atto tornano drammaticamente a rappresentarci un mondo dominato dall’incertezza, in cui la forza e la violenza sembrano prevalere sul dialogo e sulla coesistenza pacifica. A una supremazia tecnologica e militare delle grandi potenze mondiali, l’Italia, e gran parte dell’Europa, oltre a sforzarsi di rispondere adeguando le proprie strutture, può contrapporre risorse più impalpabili, ma altrettanto rilevanti per esercitare una certa influenza a livello internazionale. Disponiamo, infatti, di un capitale valoriale, di un patrimonio storico-ambientale, di uno stile di vita apprezzato e imitato in tutto il mondo: fattori che costituiscono un punto di forza del nostro Paese e si riverberano molto positivamente sull’economia, sulle esportazioni e sulla reputazione italiana.
Secondo il Soft Power Index 2026, predisposto sulla base di 150.000 interviste realizzate in oltre cento Paesi, l’Italia si colloca al nono posto al mondo, preceduta da Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Canada. Una posizione di tutto rispetto, tenuto conto che il ranking comprende molteplici ambiti, fra cui le dinamiche dell’economia, e noi cresciamo molto poco, la produttività, le relazioni internazionali, l’istruzione e la ricerca scientifica, la governance e le istituzioni pubbliche, il futuro sostenibile. L’Italia è al primo posto in una delle otto macro-categorie considerate, cioè quella della “Cultura e del patrimonio culturale”, e si trova sul podio anche per “il cibo che il mondo vuole”, “i prodotti che il mondo ama”, “un grande Paese da visitare”, “un Paese generoso, amichevole e divertente”. La robustezza del campione e la metodologia con cui è stato realizzato lo studio conferiscono un’elevata attendibilità a questa valutazione del nostro Paese e confermano quanto emerge chiaramente anche dai dati statistici e dai media internazionali.
La radice del nostro successo va ricercata nella stratificazione di culture accumulate storicamente nel nostro Paese, che ha dato continuità alla sua matrice classica antica, eccellendo in tutte le epoche storiche su cui si è fondata la civiltà europea: dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco fino all’epopea risorgimentale. Un’Italia divisa in tanti regni, ducati, principati, repubbliche di terra e di mare, signorie, ha costituito uno straordinario mosaico di diversità tenute insieme dalla presenza millenaria della Chiesa come autorità spirituale, ma anche come istituzione secolare. Quello che abbiamo ritenuto un limite del nostro Paese – essere diventato una nazione unitaria più tardi dei grandi regni europei – oggi si rivela come uno straordinario e inimitabile carattere originale dell’Italia e degli italiani.
Decine di città grandi, medie e piccole sono state capitali di Stati: Roma, Napoli, Torino, ma anche Venezia, Genova e poi Parma, Pisa, Saluzzo, Spoleto, ecc. Da qui nasce un territorio denso di cultura, arte e architettura, modellato sulla fertilità dei terreni da vigneti, ulivi secolari, risaie, frutteti. Un’urbanizzazione del territorio fatta di borghi e castelli, pievi e conventi, mulini ad acqua e canali. Un ambiente rurale vivo e ricco di tradizioni regionali e locali, capaci di rendere la produzione di cibo una tradizione ormai universalmente riconosciuta come frutto di uno specifico stile di vita. L’“arte del mangiare” all’italiana esercita una leadership globale, ma va considerata un complemento dei valori familiari e della pratica di una non comune convivialità.
Città abbellite da cattedrali, palazzi civici e nobiliari, opere d’arte e di ingegneria, archivi ricchi di documenti di una vita intellettuale che non ha eguali per diffusione in Europa. Si potrebbe continuare, ricordando come le prime università d’Europa – La Sapienza, Padova, Bologna, Siena, Perugia – e i collegi religiosi abbiano costituito una delle motivazioni del viaggio in Italia per la formazione delle classi dirigenti europee, in quella stagione che conosciamo come epoca del Grand Tour. O come negli spartiti musicali e nella maggior parte delle opere di Mozart risuoni la lingua italiana.
«Il soft power dell’Italia è robusto, riconosciuto e influente, ma resta in buona parte spontaneo»
Negli ultimi anni abbiamo preso coscienza di questo enorme capitale valoriale accumulato dall’Italia, un patrimonio di cui siamo debitori ai nostri predecessori, ma che resta in buona parte inagito. Abbiamo superato il prevalere di una certa esterofilia che a lungo ci ha portato a sopravvalutare le realtà straniere – il mito americano, la cultura francese, l’industria tedesca – e a criticare sistematicamente quella italiana. Il soft power dell’Italia è quindi robusto, riconosciuto e influente, ma la sua derivazione “spontanea” rischia di attenuarne la portata pratica.
«Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, cifra vincente del made in Italy bello e ben fatto»
L’interesse per il nostro stile di vita, l’elevata reputazione culturale, l’attrazione esercitata dai nostri prodotti di qualità artigiana sono tutti fattori che rendono più facili e amichevoli le relazioni con il resto del mondo. Il soft power delle esportazioni è l’artigianalità, che rappresenta la cifra vincente del prodotto made in Italy, bello e ben fatto. Certo, oggi disponiamo di grandi gruppi della moda, del design e del lusso, ma il loro fattore competitivo sta nella radice artigiana di ciò che vendono a caro prezzo.
Racconta un produttore marchigiano di scarpe su misura che fu invitato a realizzare le sue scarpe per un mese in uno dei più lussuosi negozi della Ginza, a Tokyo. Dopo quella prova, conclusa con successo, gli si aprì favorevolmente il mercato giapponese. All’Expo Universale di Shanghai del 2010, la sala più frequentata del padiglione italiano era quella popolata da artigiani che lavoravano in diretta, mostrando le loro abilità. Ma anche oggi un’azienda emergente di sneakers di lusso ha attrezzato le sue centinaia di negozi nel mondo con un angolo dedicato alle personalizzazioni e alle riparazioni delle scarpe, ricreando uno spazio da bottega artigiana. Sappiamo creare, suscitiamo desideri e siamo capaci di vendere in modo accattivante, ma purtroppo questa straordinaria sapienza non gode dell’appoggio di un decisivo settore protagonista dell’economia globale e finisce nelle mani dei grandi fondi internazionali.
Un altro campo in cui utilizziamo in modo insufficiente le nostre qualità, anche al fine di sostenere la crescita, è il turismo. Non c’è un metro quadrato dell’Italia inidoneo ad attrarre viaggiatori, eppure i numeri ci dicono che questo avviene solo parzialmente. I flussi di visitatori stranieri sono certamente aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni, passando dai 52,4 milioni di arrivi del 2016 ai 61 milioni del 2025, al ritmo del 2% annuo, mentre il turismo internazionale è cresciuto di circa il 6% annuo. Tuttavia siamo ancora indietro rispetto ai Paesi leader europei, come la Francia, con 102 milioni di arrivi nel 2025, e la Spagna, con 96,8 milioni. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, lo scorso anno siamo stati addirittura superati dalla Turchia, con 62 milioni di viaggiatori internazionali.
Un risultato che si spiega con la forte concentrazione dei flussi sulle destinazioni più note: Roma, Venezia, Firenze, Napoli/Pompei. Il limite di tanta bellezza è considerarla una rendita di posizione, che impigrisce la volontà di valorizzarla, di organizzare la promozione e i servizi, di fidelizzare i viaggiatori invogliandoli a ritornare per esplorare i luoghi meno famosi.
Resta comunque fondamentale salvaguardare i nostri valori, la base solida della nostra influenza culturale, che ci rende potenti anche se disarmati. Non poca cosa, in un’epoca tristemente funestata da guerre e rovine.
© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.
Giuseppe Roma
È Presidente del think tank RUR – Rete Urbana delle Rappresentanze / Urban Research Institute, Vicepresidente del Touring Club Italiano e consigliere di Federturismo. È stato professore a contratto di Gestione urbana all’Università Roma Tre, Direttore generale della Fondazione Censis e consulente di organi parlamentari e governativi. Coordina il Comitato scientifico internazionale di Cittaslow. Laureato con lode in Architettura, si è specializzato in pianificazione territoriale ed economia urbana. Tra le sue pubblicazioni: Patti e contratti. La riscossa dei corpi intermedi, Il viaggiatore 2.0, Cittaslow dall’Italia al mondo, I parametri sociali della città, Paure globali, L’economia sommersa.
