Il soft power viene dalle mani

L’unica cosa che l’Italia esporta meglio del resto del mondo è anche quella che sta perdendo.

L’angelo del campanile di San Marco è ricoperto d’oro. La Madonnina del Duomo di Milano è ricoperta d’oro. La croce della basilica di Lourdes è ricoperta d’oro. Quell’oro, battuto a mano una foglia alla volta, usciva da una bottega in Cannaregio: la Mario Berta Battiloro (nella foto), ultima d’Italia e d’Europa. Nel Settecento a Venezia c’erano oltre trecento botteghe come questa. Nel 2025 ha chiuso anche l’ultima.

L’intelligenza della mano

Amartya Sen ha definito le capabilities come le libertà reali che le persone hanno di essere e fare ciò che hanno ragione di valorizzare. Non la libertà formale scritta in un diritto, ma la possibilità sostanziale di metterlo in pratica. Tra le capabilities che Sen riconosce come centrali c’è quella di esercitare un mestiere dignitoso. Un mestiere non è un’attività economica. È una libertà di essere.

Richard Sennett applica questa cornice al lavoro manuale e mentale insieme. Ne L’uomo artigiano descrive la craftsmanship come il desiderio di fare bene un lavoro per il fare bene. Il craftsman è chi unisce la mano alla testa, la pratica al pensiero. Making is thinking, fare è pensare. La capacità che ne risulta non si insegna in aula. Si trasmette in bottega, attraverso quello che Sennett chiama joined skill in community: l’apprendimento per prossimità, esempio, correzione quotidiana. Sennett è stato allievo di Hannah Arendt e ne riprende l’homo faber, l’uomo che si fa attraverso le cose che fa.

L’industria che si ritira

L’Italia che produce su scala industriale perde terreno da anni. Nel 2024 la produzione industriale è calata del 3,5%, dopo il -2% del 2023. (Istat, febbraio 2025) Ventitré mesi consecutivi di flessione tendenziale, il dato peggiore dal Covid. Mezzi di trasporto -23,6% nel solo dicembre 2024. Metallurgia -14,6%. Tessile-abbigliamento -18,3%. La capacità produttiva utilizzata è scesa sotto il 75% a fine 2024, livello visto solo nel pieno della pandemia.

Stellantis nel 2024 ha quasi dimezzato la produzione di vetture in Italia. L’Ilva resta una crisi senza orizzonte. Il Sole 24 Ore stima che la manifattura italiana abbia lasciato sul tavolo 42 miliardi di euro di fatturato in un solo anno.

Il punto, per il soft power italiano, è preciso. Quello che esce dall’Italia e viene riconosciuto nel mondo non è scala industriale. La scala industriale la vincono altri. Quello che esce è la matrice artigiana che pervade il Made in Italy: il distretto, la PMI familiare, il sapere territoriale incorporato nei processi. Anche nelle grandi imprese del lusso italiano, il valore percepito poggia sulla densità di saperi del fare. È quello che ci distingue dalla manifattura tedesca, francese, americana o cinese. Ed è lì, non nei numeri della grande industria, che il soft power si genera davvero.

La bottega che invecchia

Quella matrice si sta restringendo. Tra il 2014 e il 2024 il numero di artigiani in Italia è sceso da 1,77 milioni a 1,37 milioni: meno 22% in dieci anni, quasi 400mila persone che non esercitano più il mestiere. Solo nell’ultimo anno la riduzione è stata di 72mila unità. Il 2025 ha portato un primo segnale di stabilizzazione, ma la tendenza strutturale rimane.

La bottega italiana invecchia. L’età media degli imprenditori e dei lavoratori autonomi è 50,1 anni. Trecentomila imprese artigiane sono in condizione di criticità per il ricambio generazionale, il 30% del totale. (Confartigianato, 20° Rapporto Galassia Impresa, novembre 2025) La difficoltà di reperimento del personale, nelle imprese artigiane, supera di undici punti percentuali la media delle imprese.

La Fondazione Cologni mappa da trent’anni i saperi italiani a rischio di eclissarsi, sul modello della Red List of Endangered Crafts britannica. La fine di un mestiere, ricorda Cologni, non riguarda solo il prodotto. Riguarda la gestualità che lo accompagna, e che con il prodotto si perde.

Nei dati di misurazioni sul comportamento dei lavoratori italiani ho osservato un pattern. La conoscenza dichiarata sul saper fare cresce. Il comportamento osservato cala. Non perché chi lavora abbia smesso di studiare. Perché la trasmissione, quella per prossimità di cui parla Sennett, è la prima cosa che si rompe quando una bottega chiude.

Quando si rompe la joined skill in community, non si chiude un’azienda. Si restringe la capability collettiva di un Paese.

Quello che il mondo compra

L’Italia è prima nel Brand Finance Global Soft Power Index 2026 nella categoria Cultura e Patrimonio. Sul podio per il cibo che il mondo vuole e i prodotti che il mondo ama. Il valore non viene dalle dimensioni. Viene dal fatto che il prodotto italiano riconoscibile è ancora figlio di una pratica del fare bene incarnata in persone, luoghi, gesti precisi.

Quel fattore competitivo si genera dove Sen e Sennett si sovrappongono. È libertà sostanziale di esercitare un mestiere, e maestria sviluppata in bottega. Le due cose tengono insieme finché tengono insieme. Si separano quando la bottega chiude prima che qualcuno abbia imparato. La capability allora resta sulla carta. Sulla carta non funziona.

L’industria italiana è in crisi strutturale. La cultura italiana è patrimonio acquisito ma stratificato nei secoli, non producibile a comando. Quello che resta come vantaggio competitivo presente, agibile oggi, è la matrice artigiana. È l’unica cosa che ci distingue dagli altri grandi Paesi che pure ci competono sul terreno del bello. E si erode silenziosamente, una bottega per volta.

Gli strumenti di Marino Menegazzo, i martelli di ghisa e le carte pergamino del 1926, sono al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Saranno conservati lì. Saranno mostrati lì. Non saranno usati lì.

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Nella foto, Marino Menegazzo della Mario Berta Battiloro (©Ivan Demenego)


Samuele Cappelletti

Samuele Cappelletti

Associate Partner – Head of Readiness Practice – TEHA Group. Consulente in The European House – Ambrosetti dal 2018. Si occupa di misurazione e sviluppo delle competenze e della creazione di piattaforme tecnologiche per la costruzione di piani di crescita personalizzati, rivolti a molteplici target: da giovani studenti a membri delle direzioni aziendali. Dal 2008 al 2018 è stato CEO dell’associazione no profit “Non pioverà per Sempre”, la quale si occupa di dispersione scolastica e disagio giovanile in provincia di Como. Ha conseguito la laurea triennale in Relazioni Internazionali e la magistrale in Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con focus sulla gestione economica delle aziende, presentando una tesi sperimentale per la misurazione delle intelligenze multiple di Howard Gardner.

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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