
C’è una parola che attraversa il nostro tempo con la forza di una necessità e il peso di una sfida: sostenibilità. Ma dietro le grandi strategie europee, dietro i piani energetici e le transizioni annunciate, esiste un’Italia che ogni giorno prova a tenere insieme ambiente, lavoro e futuro. È l’Italia delle botteghe, delle piccole imprese, dell’artigianato manifatturiero che continua a rappresentare l’ossatura produttiva del Paese. In questo scenario si inserisce la riflessione di Maria Alessandra Gallone*, presidente di ISPRA, che in questa intervista a Spirito Artigiano disegna il profilo di una sostenibilità concreta, lontana dagli slogan e capace di parlare ai territori. Una transizione “possibile”, che non lasci indietro nessuno e che rimetta al centro le persone, il capitale umano, le donne e il valore della cura. Perché — spiega — tutela ambientale e sviluppo economico non sono avversari, ma parti della stessa responsabilità collettiva.
Presidente Gallone, oggi la transizione ecologica rischia spesso di essere raccontata come un percorso pensato per le grandi imprese. Come si evita che le piccole realtà artigiane e manifatturiere vivano invece la sfida ambientale come un peso burocratico o economico?
«La transizione ecologica funzionerà davvero solo se sarà una transizione abitabile anche per le piccole imprese, per gli artigiani, per chi ogni mattina apre una bottega o una piccola azienda e tiene vivo il tessuto produttivo dei territori. Se viene percepita come un insieme di obblighi e costi rischia di generare paura e resistenza. Se invece diventa un’opportunità concreta di innovazione, risparmio energetico e competitività, allora cambia tutto. Io credo molto in una sostenibilità che non sia ideologica ma possibile. Dobbiamo accompagnare le imprese, non giudicarle. E accompagnarle significa semplificare, creare strumenti chiari, incentivi accessibili e fiducia. L’Italia ha un patrimonio straordinario di manifattura, artigianato e cultura del fare bene. Proprio questo modello produttivo può diventare uno dei più sostenibili al mondo».
Lei guida un istituto strategico per il futuro ambientale del Paese. Che ruolo può avere ISPRA nell’accompagnare concretamente le piccole e medie imprese verso modelli più sostenibili?
«ISPRA è una grande infrastruttura tecnico-scientifica al servizio delle decisioni, dei territori e delle imprese. Il nostro compito è produrre dati certificati, indipendenti e trasparenti. Ma oggi c’è anche un’altra missione fondamentale: rendere la conoscenza accessibile. Le piccole e medie imprese spesso non hanno strutture dedicate alla sostenibilità o alla compliance ambientale. Per questo ISPRA può svolgere una funzione importante di accompagnamento e orientamento, aiutando le imprese a comprendere cambiamenti normativi, opportunità tecnologiche e vantaggi competitivi della sostenibilità. Io immagino un’Istituzione sempre più vicina ai territori e capace di dialogare con il mondo produttivo senza perdere il rigore scientifico».
Nel dibattito pubblico si parla molto di sostenibilità, ma meno di sostenibilità “possibile”. Quanto conta costruire una transizione che tenga insieme tutela ambientale, lavoro e competitività?
«Conta moltissimo. È il punto centrale. Una transizione che non tiene insieme ambiente, lavoro e competitività rischia di essere socialmente fragile e quindi anche ambientalmente inefficace. La sostenibilità non può essere un lusso per pochi o una teoria da convegno. Deve entrare nella vita reale delle persone e delle imprese. Per questo parlo spesso di un nuovo umanesimo della sostenibilità: mettere la persona al centro. Le realtà artigiane italiane hanno una forza enorme: sanno innovare mantenendo identità, tradizione e qualità. Possono diventare un modello europeo di economia sostenibile ad alto valore umano».
Questo numero di Spirito Artigiano è dedicato al tema dell’impresa femminile e al contributo delle donne come forza economica e sociale. Ritiene che oggi le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più rispetto agli uomini quando assumono ruoli apicali?
«Penso che, purtroppo, in molti contesti le donne debbano ancora dimostrare qualcosa in più. Non sempre in modo esplicito, ma spesso attraverso aspettative implicite molto più severe. Alle donne viene chiesto di essere competenti ma anche rassicuranti, determinate ma non troppo, autorevoli ma sempre misurate. Però credo anche che qualcosa stia cambiando profondamente. Sempre più donne stanno arrivando in ruoli apicali portando una leadership diversa: più inclusiva, più orientata alla costruzione delle relazioni e alla visione di lungo periodo. La vera forza non coincide con la durezza. È riuscire a mantenere competenza, umanità e capacità di ascolto anche nei ruoli di maggiore responsabilità».
Che impronta vuole dare alla sua presidenza di ISPRA?
«Vorrei lasciare un’ISPRA ancora più autorevole scientificamente, ma anche più aperta, moderna e riconoscibile come presidio di fiducia pubblica. Viviamo un tempo in cui ambiente, energia, innovazione tecnologica e geopolitica sono profondamente interconnessi. In questo scenario gli istituti tecnico-scientifici devono aiutare il Paese a leggere la complessità. Vorrei un’Istituzione capace di parlare ai giovani, alle imprese e ai territori. E c’è un tema a cui tengo moltissimo: il capitale umano. Le persone che lavorano in ISPRA rappresentano una ricchezza straordinaria di competenze e passione. Investire sui giovani ricercatori e sulle nuove professionalità sarà decisivo per il futuro del Paese».
Secondo lei, il protagonismo delle donne può rappresentare anche un cambio di paradigma nel modo di concepire sviluppo, impresa e rapporto con il territorio?
«Sì, credo di sì. Non perché le donne siano migliori, ma perché storicamente hanno sviluppato una particolare capacità di tenere insieme dimensioni diverse: cura, visione, pragmatismo, relazione. La sostenibilità, in fondo, è proprio questo: imparare a pensare non solo all’immediato ma anche alle conseguenze, alle generazioni future, agli equilibri tra economia, ambiente e società. Per molti anni il modello di sviluppo dominante è stato fondato soprattutto sulla competizione e sulla velocità. Oggi comprendiamo che servono anche altri valori: responsabilità, ascolto, capacità di costruire comunità. La parola cura non deve più essere considerata una parola debole. La cura è una forma alta di responsabilità. E forse la vera rivoluzione culturale sarà proprio questa: comprendere che sviluppo e sensibilità non sono in contraddizione. Possono, anzi devono, camminare insieme».
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*Maria Alessandra Gallone, laureata in Lingue e esperta di amministrazione locale e istituzioni scolastiche, ha alle spalle una carriera politica nazionale che l’ha vista Senatrice della Repubblica per due legislature. Durante i suoi mandati parlamentari si è specializzata all’interno delle commissioni Giustizia, Ambiente, Territorio e Istruzione. Forte di questa esperienza istituzionale, nel febbraio 2026 è stata nominata Presidente dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).
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Dopo gli studi classici approda alla redazione de il Resto del Carlino di Ferrara, appena diciottenne. Nel giornale locale, inizialmente, si occupa di quasi tutti i settori eccetto lo sport, salvo poi specializzarsi nella politica e nell’economia. Nel frattempo, collabora con altre realtà giornalistiche anche di portata nazionale: l’Avanti, l’Intraprendente e L’Opinione. Dal 2018 collabora con la rivista di politica, geopolitica ed economica, formiche.net. Collaborazione che tutt’ora porta avanti.
