
Questo numero di Spirito Artigiano Magazine è interamente dedicato al Match Point Confartigianato Imprese 2026, un confronto sui grandi temi che stanno ridisegnando il presente e il futuro: economia, intelligenza artificiale, geopolitica, Europa e dinamiche elettorali.
Un appuntamento nato per leggere il cambiamento senza inseguire risposte facili. Perché, come ricorda Massironi nell’intervento che apre questo numero, «non abbiamo ancora le risposte alle domande che l’intelligenza artificiale ci sta ponendo». E forse il punto è proprio questo: prima ancora di cercare regole, limiti o ricette, dobbiamo imparare a fare le domande giuste.
È da questa prospettiva che prende forma il percorso delle pagine che seguono. Abbiamo ricostruito i principali contenuti emersi nel corso dei lavori attraverso gli interventi, le analisi e le riflessioni dei protagonisti del Match Point. Non una cronaca dell’evento, ma una sequenza di sguardi sul cambiamento e sulle sue conseguenze per il sistema produttivo, per l’Europa e per l’impresa artigiana.
Il filo che lega contributi anche molto diversi è la stessa esigenza: capire dove stiamo andando e, soprattutto, fino a quando saremo noi a governare i processi che abbiamo messo in moto.
(Estratto dall’intervento di Don Sergio Massironi al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese) Non abbiamo ancora le risposte alle domande che l’intelligenza artificiale ci sta ponendo. E forse dovremmo cominciare proprio da qui: dalla consapevolezza che non le hanno nemmeno coloro che questa tecnologia la stanno costruendo. È un dato che dovrebbe renderci più prudenti, non necessariamente più timorosi. Ci invita piuttosto a fermarci un momento e a chiederci che cosa stiamo facendo, dove stiamo andando e, soprattutto, fino a quando saremo noi a governare il processo che abbiamo messo in moto.
Davanti a una trasformazione così rapida, la tentazione è cercare subito una regola, un limite, una ricetta. Ma forse la prima responsabilità è un’altra: imparare a fare le domande giuste.
Anche per questo trovo preziosa la parola artigianale. Non perché l’artigianato appartenga a una dimensione piccola rispetto alla grande tecnologia, ma perché ci ricorda qualcosa di essenziale: le grandi trasformazioni non cancellano il valore di ciò che è umano, concreto, particolare. Anzi, lo rendono ancora più necessario. E le questioni fondamentali della vita non hanno mai risposte in serie.
Non basta usare bene una tecnologia
L’algoretica ci ha insegnato a porre una domanda importante: come possiamo usare bene l’intelligenza artificiale?
È una domanda necessaria. Ma credo che ormai non sia più sufficiente. L’intelligenza artificiale, infatti, non è soltanto uno strumento che possiamo scegliere di utilizzare oppure no. Anche chi decidesse di non servirsene direttamente si troverebbe comunque a vivere in un ambiente profondamente trasformato dal suo utilizzo. Questo cambia la prospettiva. Non siamo semplicemente di fronte a una nuova tecnologia. Siamo dentro una trasformazione dell’ambiente umano: del lavoro, dell’economia, delle relazioni sociali, della conoscenza, persino del modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni.
Per questo la domanda non può essere soltanto se l’intelligenza artificiale venga utilizzata bene o male. Dobbiamo chiederci quale ambiente stiamo costruendo.
Un ambiente può essere fertile oppure tossico. Può allargare gli spazi di libertà oppure restringerli. Può dare respiro alle persone e alle imprese oppure toglierglielo. Può aprire il futuro oppure chiuderlo. E questa non è più soltanto una questione tecnologica.
La questione del potere
Qui, a mio avviso, tocchiamo il cuore del problema. Le regole sono necessarie. Abbiamo bisogno di strumenti normativi capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la regolamentazione, da sola, non basta. Dobbiamo chiederci chi detiene oggi questo potere e verso quali fini lo orienta. Per molto tempo siamo stati abituati a pensare agli Stati come ai principali protagonisti dello sviluppo tecnologico. Oggi una parte decisiva dell’innovazione è nelle mani di soggetti privati, spesso transnazionali, che dispongono di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. È un cambiamento enorme. Il potere tecnologico ha assunto un volto nuovo e, proprio per questo, diventa più difficile da vedere, da governare e da orientare verso il bene comune.
Ma ogni cambiamento nei rapporti di potere cambia anche i rapporti tra le persone. Chi possiede gli strumenti per comprendere e utilizzare queste tecnologie acquista nuove possibilità. Chi non li possiede rischia invece di diventare dipendente da decisioni prese altrove. E allora una domanda diventa inevitabile: chi rischia di rimanere fuori?
Guardare da fuori
Credo che questa sia una delle prospettive più importanti da assumere.
Quando immaginiamo il futuro, guardiamo quasi sempre a chi è già dentro: alle imprese più innovative, ai territori più attrezzati, alle persone che possiedono competenze tecnologiche.
Dovremmo imparare a guardare anche a chi rischia di rimanere fuori. È una prospettiva che appartiene profondamente alla tradizione sociale della Chiesa. E, venendo da una terra di artigiani, non posso non pensare all’Italia del secondo dopoguerra. Anche allora c’erano persone che rischiavano di rimanere ai margini. Eppure furono proprio quelle persone, spesso attraverso il lavoro, la creatività, la fatica quotidiana e la capacità di mettersi in gioco, a diventare protagoniste della ricostruzione.
L’artigianato italiano nasce anche da questa capacità: trasformare una condizione di apparente marginalità in una forza propulsiva.
Forse è ciò che dobbiamo tornare a cercare anche oggi. Non soltanto nei nuovi italiani o nelle comunità del Sud globale, ma in tutti coloro che rischiano di essere spettatori di una trasformazione decisa da altri. Il punto non è semplicemente portarli dentro un sistema già definito. È chiedersi che cosa potrebbero contribuire a costruire.
Due modi di costruire
La Magnifica Humanitas propone, a questo proposito, un’immagine che trovo particolarmente potente: quella dei due cantieri, Babele e Gerusalemme. Due modi diversi di costruire il futuro.
Da una parte c’è la cultura della potenza, il paradigma tecnocratico nel quale la capacità di fare può diventare progressivamente capacità di dominare. Dall’altra c’è la possibilità di una civiltà dell’amore. Può sembrare un’espressione romantica, soprattutto quando parliamo di economia, tecnologia e impresa. Ma basta riportarla alla concretezza del lavoro per accorgersi che non lo è affatto.
Amore per il lavoro. Amore per il territorio nel quale un’impresa è nata. Amore per le cose fatte bene, perché meritano di essere fatte bene. Amore per le persone con cui si lavora. Amore per un futuro che non venga costruito contro qualcuno.
Questa è già una civiltà.
E forse è proprio qui che l’artigianato possiede una parola originale da dire alla modernità. L’artigiano non è semplicemente colui che produce qualcosa con le proprie mani. È colui che mette insieme conoscenza, esperienza, responsabilità e relazione con la realtà. Non può permettersi di essere completamente astratto dal luogo in cui lavora, dalle persone con cui lavora, dalla qualità di ciò che produce. In questo senso, l’artigianato è anche una forma di cultura.
Non esiste soltanto l’ambiente naturale
Abbiamo imparato a parlare di ambiente naturale. Dobbiamo ora imparare a riconoscere anche gli altri ambienti che questa trasformazione sta modificando. L’intelligenza artificiale sembra immateriale. Ma dietro il digitale ci sono energia, infrastrutture, materie prime, territori, grandi centri di calcolo. Ci sono conseguenze fisiche molto concrete. C’è poi un ambiente sociale, nel quale cambiano i rapporti tra le persone e tra i gruppi, tra chi sa e chi non sa, tra chi può decidere e chi rischia di subire. E c’è un ambiente mentale, nel quale cambia il nostro rapporto con l’informazione, con la conoscenza, con il pensiero critico.
C’è persino un ambiente spirituale.
Quando una tecnologia comincia a presentarsi come qualcosa capace di rispondere non soltanto ai nostri problemi, ma anche alle nostre domande fondamentali, dobbiamo fermarci. Non per paura della tecnologia. Ma perché nessuna tecnologia può sostituire la libertà e la coscienza dell’essere umano.
La questione, ancora una volta, è capire quali ambienti vogliamo rendere salubri e sostenibili e quali rischiano invece di diventare tossici.
Un artigianato del futuro
C’è un’immagine che mi accompagna: quella dell’artigianato della pace.
La pace ha bisogno di un’architettura, che appartiene ai governi e alle istituzioni. Ma ha bisogno anche di un artigianato che si costruisce dal basso, attraverso gesti, relazioni, responsabilità quotidiane.
Se la pace non significa soltanto assenza di conflitto, ma possibilità per una società di fiorire nella sua interezza, allora quell’artigianato diventa un modo concreto di costruire il mondo. Credo che la stessa cosa valga per il futuro tecnologico. Non possiamo limitarci a chiederci se saremo dentro o fuori dall’intelligenza artificiale. Dobbiamo chiederci chi vogliamo che sia dentro, chi rischia di rimanere fuori e quale mondo vogliamo costruire insieme. Per questo non credo nelle ricette valide per tutti. Se un imprenditore mi chiedesse che cosa dovrebbe cambiare nella propria azienda, non gli consegnerei una lista di istruzioni. Gli porrei delle domande. Perché nessuno può sostituire un altro nella sfida della libertà e nella responsabilità di decidere che cosa fare delle proprie risorse, del proprio lavoro, della propria impresa. Possiamo però fare un pezzo di strada insieme. E, davanti a una trasformazione di questa portata, dobbiamo farlo. Una cosa, però, è ormai chiara: non possiamo più fingere che il mondo sia quello della settimana scorsa.
Il futuro non è qualcosa che arriverà domani.
È già qui.
E la vera sfida non è capire come adattarci a un futuro costruito da altri. È decidere se abbiamo ancora il coraggio, la libertà e la responsabilità di costruirlo noi.
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Nato a Lecco nel 1977, Sergio Massironi dal 2002 è un presbitero dell'arcidiocesi di Milano. Sin dai primi anni di ministero ha coniugato esperienze pastorali, insegnamento e ricerca. Si è laureato in Filosofia all'Università Vita e Salute San Raffaele, con relatori Ernesto Galli della Loggia (triennale) e Roberta De Monticelli (magistrale). Ha conseguito la Licenza in Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, allievo di Sergio Ubbiali, quindi il Dottorato in Teologia cattolica all'Università di Vienna, sotto la supervisione di Kurt Appel. Già collaboratore del Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro dell'arcidiocesi di Milano, è stato Rettore del Collegio arcivescovile Villoresi San Giuseppe di Monza e Merate, quindi teologo presso il Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e cappellano universitario presso il Politecnico di Milano - Polo territoriale di Lecco. Attualmente è officiale della Segreteria di Stato della Santa Sede e docente di Teologia, oltre che all'Università Cattolica del Sacro Cuore, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. Editorialista de L'Osservatore Romano, per Castelvecchi editore dirige la collana Teologia dalle periferie.
