La domanda «dentro o fuori?» è, prima ancora che economica, una domanda geopolitica. E oggi riguarda l’Italia e l’Europa in modo particolarmente urgente. Perché l’ordine internazionale nel quale siamo cresciuti non esiste più, o almeno non esiste più nella forma che abbiamo conosciuto per decenni.

Il sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale, fondato sul primato americano e su una rete di istituzioni multilaterali, è entrato in una fase di profonda trasformazione. Non siamo tornati semplicemente alla vecchia logica dei blocchi, né viviamo più in un mondo unipolare. Siamo dentro una competizione tra grandi potenze nella quale Stati Uniti e Cina rappresentano i principali poli, mentre altre potenze regionali acquistano peso e capacità di iniziativa.

In questo nuovo quadro, la questione decisiva per l’Europa è se riuscirà a essere soggetto o continuerà a essere soprattutto oggetto delle decisioni altrui. Il rischio, infatti, è che l’Europa non sia più al tavolo dove si decide, ma diventi il tavolo sul quale altri decidono.

È una distinzione tutt’altro che teorica. La guerra, le crisi regionali, il controllo delle rotte commerciali, l’accesso alle materie prime e all’energia stanno modificando rapidamente le condizioni nelle quali competono le nostre economie. Quello che fino a ieri poteva apparire come un problema lontano, appartenente alla politica estera, oggi entra direttamente nei bilanci delle imprese.

Basta guardare all’energia e alle catene del valore. Le tensioni in Medio Oriente, l’instabilità delle rotte attraverso il Mar Rosso e il ruolo strategico di passaggi come lo stretto di Hormuz ci ricordano una cosa semplice: nessuna economia è un’isola. Le merci devono viaggiare, l’energia deve arrivare, le materie prime devono essere disponibili e a costi compatibili con quelli dei concorrenti.

L’Europa parte, sotto questo profilo, da una condizione di particolare fragilità. Il costo dell’energia rappresenta un problema strutturale per la competitività industriale europea, soprattutto se confrontato con economie come quella americana e quella cinese. E quando una componente essenziale dei costi di produzione dipende da equilibri geopolitici sui quali non abbiamo pieno controllo, la politica industriale non può più essere separata dalla politica estera e dalla sicurezza.

Qui si apre la questione italiana.

L’Italia non può permettersi il lusso di considerare la geopolitica come qualcosa che accade altrove. La nostra posizione geografica ci colloca al centro del Mediterraneo allargato, mentre la nostra storia, la nostra economia e la nostra sicurezza ci legano strutturalmente all’Europa e all’Alleanza Atlantica. Sono questi i nostri principali riferimenti strategici.

 

«Stare “dentro” non significa semplicemente esserci. Significa sapere perché ci siamo e quali interessi intendiamo difendere.»

 

Stare «dentro», dunque, non significa semplicemente esserci. Significa sapere perché ci siamo e quali interessi intendiamo difendere. Significa avere una visione sufficientemente lunga da non confondere la strategia con la gestione dell’emergenza.

È proprio questa capacità strategica che oggi appare più debole a livello europeo. L’Unione fatica a trasformare il proprio peso economico in un corrispondente peso politico e strategico. La frammentazione delle posizioni nazionali rende difficile costruire una politica estera e di difesa realmente comune, mentre il mondo intorno a noi procede con una velocità che non lascia molto spazio all’attesa.

Il problema, allora, non è soltanto decidere se stare «dentro» o «fuori». È capire dentro che cosa vogliamo stare e con quale capacità di incidere sulle decisioni.

Per questo anche il sistema economico deve sviluppare una vera cultura della sicurezza e della strategia geopolitica. Non riguarda soltanto governi, diplomatici e forze armate. Riguarda le imprese, perché le imprese sono ormai immerse in un ambiente nel quale una crisi internazionale può modificare in poche settimane il prezzo dell’energia, la disponibilità di una materia prima, una rotta commerciale, un mercato di sbocco.

 

«La dimensione ridotta non significa essere fuori dalla geopolitica. Al contrario: significa spesso avere meno margini per assorbire uno shock proveniente dall’esterno.»

 

Vale anche per il mondo artigiano e per le piccole imprese. La dimensione ridotta non significa essere fuori dalla geopolitica. Al contrario: significa spesso avere meno margini per assorbire uno shock proveniente dall’esterno.

La grande trasformazione del nostro tempo consiste anche in questo: il confine tra economia e geopolitica si è fatto sempre più sottile. Le decisioni prese nelle capitali delle grandi potenze, nei grandi mercati dell’energia o lungo le principali rotte commerciali finiscono per avere conseguenze molto concrete anche nell’officina, nel laboratorio, nell’impresa familiare.

Per questo dobbiamo tornare a ragionare in termini di interessi, di priorità e di lungo periodo. Senza una cultura strategica, rischiamo di continuare a reagire agli eventi mentre altri li determinano.

E in un mondo nel quale le grandi potenze stanno ridisegnando gli equilibri, questa è forse la vera alternativa: non semplicemente essere dentro o fuori, ma essere tra quelli che decidono oppure tra quelli sui quali si decide.

(Estratto dall’intervento di Lucio Caracciolo, Direttore di Limes, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)

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  • È giornalista e docente universitario. Nato a Roma nel 1954, si è laureato in Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Nel corso della sua carriera ha lavorato a La Repubblica, dove è stato cronista politico e caporedattore della redazione politica, e a MicroMega, di cui è stato caporedattore. Dal 1993 dirige Limes, la rivista italiana di geopolitica da lui fondata, e dal 2000 Eurasian Review of Geopolitics – Heartland. È autore di numerosi saggi di geopolitica, alcuni dei quali pubblicati anche all’estero, e collabora con il Gruppo Editoriale L’Espresso. Ha insegnato geografia politica ed economica all’Università Roma Tre e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal 2009 insegna Studi strategici alla LUISS di Roma. È considerato tra i massimi esperti italiani di geopolitica.

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