Quando parliamo di tecnologia, troppo spesso parliamo di circuiti, codici, macchine, algoritmi. Ma la tecnologia non è soltanto questo. La tecnologia parla di noi: delle nostre intenzioni, delle nostre paure, delle nostre ambizioni.

Per questo non è neutrale.

Ogni volta che costruiamo un artefatto, costruiamo anche un pezzo di mondo. E questo vale ancora di più quando parliamo di intelligenza artificiale, perché l’AI non si limita a eseguire istruzioni: entra nei processi decisionali, modifica le organizzazioni, influenza il modo in cui lavoriamo e, progressivamente, anche il modo in cui immaginiamo il futuro.

Da quasi vent’anni, nella mia ricerca accademica e applicata, mi occupo di crowd management, cioè della gestione delle folle attraverso tecniche di intelligenza artificiale. Ho sviluppato sistemi destinati alla safety and security delle persone: grandi eventi, evacuazioni, situazioni di emergenza, prevenzione degli incidenti.

L’obiettivo era, ed è, profondamente etico: comprendere il comportamento di migliaia di persone, anticipare movimenti, pressioni, congestioni, per evitare che una folla diventi pericolosa anche per se stessa.

Ma proprio questo lavoro mi ha insegnato una cosa fondamentale: una tecnologia progettata per proteggere può essere utilizzata anche in modo diverso. Gli stessi algoritmi che consentono di individuare una situazione di rischio possono essere impiegati per immaginare come massimizzare quel rischio.

Non è una questione di buoni o cattivi. È qualcosa di più profondo. È il problema della non neutralità della tecnologia.

La letteratura parla di dual use: una stessa tecnologia può essere utilizzata per scopi benefici oppure dannosi. Ma questa definizione, per quanto corretta, rischia di non cogliere fino in fondo la questione. Il punto non è soltanto che uno strumento possa essere usato in due modi. Il punto è che, nel momento stesso in cui lo progettiamo, stiamo già compiendo delle scelte.

E queste scelte incorporano una determinata idea dell’essere umano.

Quando l’AI diventa un attore

Il tema appare in tutta la sua radicalità quando guardiamo al mondo militare.

L’intelligenza artificiale, in questo ambito, non è più soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo. Sta diventando un attore all’interno dei sistemi organizzativi e decisionali.

È qui che emerge una domanda decisiva: quanto può essere autonomo un agente artificiale?

La questione non è soltanto tecnologica. È organizzativa, politica ed etica.

Una catena di comando, soprattutto in ambito militare, si fonda sulla possibilità di attribuire una decisione a qualcuno. L’autonomia di un agente artificiale può mettere in discussione questa logica, perché modifica il rapporto fra decisione, comando e responsabilità.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe interessarci anche al di fuori dell’ambito militare.

Perché, se togliamo l’estremo della guerra e guardiamo alle imprese, ai processi produttivi, alle organizzazioni, la domanda resta sostanzialmente la stessa: quale grado di autonomia siamo disposti ad affidare a un sistema di intelligenza artificiale?

Non cambia la natura della domanda solo perché cambia il contesto.

La tecnologia porta con sé una visione del lavoro, del tempo, della qualità.

Può sostenere la competenza oppure sostituirla. Può valorizzare la tradizione oppure renderla invisibile. Può accompagnare la cultura del fare oppure appiattirla.

E per il mondo artigiano questo non è un dettaglio. È una questione centrale.

L’efficienza non basta

L’intelligenza artificiale può amplificare la precisione, ridurre gli sprechi, sostenere la progettazione. Può liberare tempo e rendere più efficienti molti processi.

Ma la stessa tecnologia può anche standardizzare, appiattire, rendere intercambiabile ciò che oggi è unico.

E nel mondo artigiano l’unicità non è un difetto del processo produttivo. È il valore stesso del processo.

Dobbiamo allora chiederci che cosa accade quando la tecnologia trasforma la maestria in routine, la creatività in protocollo, la tradizione in dato.

È una domanda che vale per l’artigianato, ma anche per l’intera economia.

Perché l’ossessione contemporanea per l’efficienza rischia di farci dimenticare una parola che considero invece fondamentale: imperfezione.

L’imperfezione è ciò che spesso genera l’unicità.

In una logica puramente algoritmica, ciò che si discosta dallo standard tende a essere corretto. Nel lavoro artigiano, invece, proprio quella deviazione può diventare qualità. Un gesto non perfettamente replicabile, una variazione, una scelta maturata attraverso l’esperienza possono essere ciò che rende un oggetto irripetibile.

L’intelligenza artificiale può aiutarci a fare meglio. Ma dobbiamo evitare che meglio finisca per significare semplicemente più uguale.

Questa è la vera tensione del dual use nel mondo produttivo: efficienza contro identità.

La stessa AI che ottimizza la produzione può essere utilizzata per sorvegliare i lavoratori. La stessa AI che supporta la progettazione può sostituire competenze senza trasmetterle. La stessa AI che riduce gli sprechi può ridurre anche la varietà, la creatività e la libertà del gesto.

E qui incontriamo un altro tema decisivo: la trasmissione della conoscenza.

Una competenza non è semplicemente un insieme di dati.

Dai dati alla competenza

Da decenni, nel campo dell’intelligenza artificiale, ragioniamo sulla distinzione fra dati, informazioni e conoscenza. Ma ciò che chiamiamo competenza, soprattutto quando parliamo di esseri umani, è qualcosa di diverso.

La competenza è ciò che abbiamo sviluppato nel tempo per vivere in un ambiente complesso, adattarci, modificare le nostre abitudini, affrontare situazioni che non avevamo previsto.

La competenza è, soprattutto, la risposta all’imprevisto.

Ed è qui che dobbiamo stare attenti quando attribuiamo alle intelligenze artificiali competenze simili a quelle umane.

I sistemi di AI elaborano enormi quantità di dati, individuano connessioni, producono risposte attraverso sofisticate combinazioni statistiche e probabilistiche. Ma questo non significa che possiedano quella competenza che deriva dall’esperienza, dalla stratificazione storica della conoscenza, dalla capacità di affrontare ciò che non era previsto.

L’imprevisto, infatti, è proprio ciò che mette alla prova una competenza.

E il mondo artigiano questo lo sa da sempre.

Una parte enorme del sapere artigiano non è scritta nei manuali. È incorporata nei gesti, nelle correzioni, nell’esperienza, nella capacità di riconoscere un problema prima ancora di saperlo spiegare.

Se l’AI ci aiuta a conservare e trasmettere questo sapere, abbiamo una straordinaria opportunità.

Se invece lo sostituisce, rischiamo di perdere qualcosa che non è facilmente recuperabile.

Il vero problema sono i dati

C’è poi una questione che considero ancora più profonda: quella dei dati.

Viviamo in una fase in cui tutti produciamo continuamente dati. Utilizziamo i social, gli strumenti digitali, l’intelligenza artificiale generativa. Sperimentiamo, giochiamo, ci divertiamo. E proprio perché ci divertiamo, rischiamo di essere poco prudenti.

Immaginiamo di costruire un grattacielo. Architetti, ingegneri, artigiani e sistemi di AI lavorano insieme, calcolano, progettano, ottimizzano. Alla fine abbiamo davanti un edificio straordinario.

E solo allora scopriamo che il terreno sul quale lo abbiamo costruito non è nostro.

È una metafora estrema, ma rende bene il problema.

Possiamo costruire tecnologie straordinarie, ma se non abbiamo consapevolezza di chi possiede i dati, di chi li controlla, di chi li conserva e di come vengono utilizzati, rischiamo di costruire il nostro futuro su un terreno che non ci appartiene.

Per questo credo che dobbiamo iniziare a parlare seriamente di sovranità dei dati.

La questione non riguarda soltanto il dato personale del singolo individuo. Riguarda i dati che alimentano i sistemi tecnologici, i dati delle imprese, dei territori, delle comunità, dei processi produttivi.

Se i dati sono la materia prima dell’intelligenza artificiale, chi controlla quella materia prima ha un’influenza decisiva sulla tecnologia che da essa viene costruita.

E allora la relazione è molto semplice: senza sovranità dei dati non c’è sovranità tecnologica; senza sovranità tecnologica non c’è piena responsabilità etica.

I dati non sono semplicemente tabelle Excel. Non sono soltanto numeri.

Sono persone, processi, territori, decisioni, storie.

Sono ciò che siamo.

Quale idea di umano stiamo costruendo?

Alla fine, tutte queste questioni riportano alla stessa domanda. Non dobbiamo chiederci soltanto cosa sarà capace di fare l’intelligenza artificiale. Dobbiamo chiederci che cosa vogliamo diventare noi mentre la costruiamo.

Ogni tecnologia porta con sé un’idea di qualità, un’idea di responsabilità e, soprattutto, un’idea di futuro. Per questo l’intelligenza artificiale non può essere considerata soltanto una questione di innovazione. È una questione culturale.

E riguarda in modo particolare un Paese come l’Italia, nel quale una parte rilevante della nostra identità economica e produttiva nasce dall’intreccio fra competenza, territorio, tradizione, creatività e capacità di fare.

Non possiamo permetterci che l’innovazione cancelli proprio ciò che rende originale il nostro modo di produrre.

Dobbiamo invece usare la tecnologia per amplificare ciò che sappiamo fare, non per renderlo invisibile.

E dobbiamo ricordare una cosa molto semplice: non tutto ciò che può essere automatizzato deve necessariamente esserlo.

La tecnologia deve restare uno strumento al servizio di un’idea di futuro. E prima ancora di decidere quanto spazio concedere alle macchine, dobbiamo decidere quale spazio vogliamo conservare all’essere umano.

Anche perché stiamo costruendo sistemi sempre più capaci di interagire con noi.

E qui c’è un’ultima, piccola provocazione.

Smettiamola di pensare che dobbiamo essere gentili con le intelligenze artificiali perché ci rispondono gentilmente.

La gentilezza artificiale non è empatia.

L’empatia è un’esperienza umana.

E forse, proprio mentre costruiamo macchine sempre più intelligenti, abbiamo bisogno di ricordarci che ciò che non dobbiamo delegare loro è esattamente ciò che rende noi esseri umani.

Abbiamo molto bisogno di gentilezza. Ma di gentilezza umana.

(Estratto dall’intervento di Stefania Bandini, Docente Università di Milano-Bicocca, esperta di IA e Sistemi Complessi, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese).

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  • Ordinaria di Informatica all'Università di Milano-Bicocca, Fellow dell'Università di Tokyo (RCAST) e della JSPS. Dirige il Laboratorio di AI dell'Ateneo e i Nodi CINI su Intelligenza Artificiale e Tecnologie Assistive. La sua ricerca spazia dall'AI alla modellazione dei sistemi complessi e della gestione delle folle (crowd management).

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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