L’anno che porta alle elezioni si annuncia come un passaggio politico destinato a dire molto dell’Italia, ma anche dell’Europa e del rapporto, sempre più fragile, tra cittadini e politica. Vogliamo riportare sulle pagine di Spirito Artigiano il senso della discussione che ha chiuso il Match Point Confartigianato 2026. Un confronto che, partendo dalla fotografia del Paese restituita dal sondaggio di Alessandra Ghisleri, ha finito per allargare lo sguardo: dalla legge elettorale agli equilibri tra le coalizioni, dalla stabilità dei governi alla crisi dell’Europa, fino alla domanda fondamentale che attraversa il Paese reale: come tornare a progettare il futuro?

 

Sul palco, insieme alla presidente di Euromedia Research Alessandra Ghisleri, il vicedirettore de La Stampa Alessandro De Angelis, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa e il presidente della I Commissione Affari Costituzionali della Camera Nazario Pagano. A moderare il confronto Michele Renzulli, caporedattore della redazione economia del Tg1 Rai.

Il punto di partenza è una fotografia elettorale tutt’altro che definitiva. Il sondaggio presentato da Ghisleri racconta un Paese sostanzialmente diviso a metà: 43% al Campo Largo e 42,3% al Centrodestra. Una differenza minima, appena sette decimi, che però può diventare enorme quando entra in gioco il nuovo meccanismo elettorale. È proprio qui che la discussione si accende.

Pagano difende la scelta di un sistema maggioritario, spiegandola innanzitutto con una parola: governabilità. La stabilità, nella sua lettura, non è soltanto una questione istituzionale. È una condizione necessaria per dare credibilità al Paese, dentro e fuori dai suoi confini, e soprattutto per consentire a cittadini e imprese di sapere chi governa e con quale mandato.

La nuova legge, spiega, nasce anche dalla volontà di evitare il ritorno a una stagione di governi fragili e maggioranze costruite giorno per giorno. L’obiettivo dichiarato è semplificare il quadro politico, ridurre la frammentazione e impedire che partiti piccoli, decisivi in una situazione di sostanziale pareggio, possano trasformare pochi punti percentuali in un potere di condizionamento sproporzionato.

Ma proprio sulla legge elettorale arriva la prima vera stoccata del confronto.

De Angelis non mette in discussione che le regole siano importanti. Mette in discussione il momento nel quale vengono cambiate. La sua tesi è netta: quando una legge elettorale viene modificata alla vigilia del voto, è difficile non leggere nella scelta anche una logica di convenienza politica. E la storia italiana, ricorda con una certa ironia, non sembra premiare particolarmente chi prova a cambiare le regole pensando di aver trovato il modo per vincere.

Cerasa raccoglie la provocazione e la porta su un terreno più generale. Il problema, sostiene, non è cambiare una legge elettorale. Il problema è farlo ogni volta a ridosso delle elezioni. Le regole, secondo il direttore de Il Foglio, dovrebbero essere definite all’inizio di una legislatura, non quando la legislatura sta arrivando al traguardo.

Ma la questione più interessante, per Cerasa, è un’altra. Una legge che impone alle forze politiche di dichiarare con chi intendono governare rende molto più difficile quella che definisce, con una certa ironia, la strategia del “stare insieme senza dirlo troppo”. E così il problema del candidato premier diventa improvvisamente un problema politico.

Da una parte il Centrodestra ha una leadership evidente. Dall’altra il Campo Largo si trova alle prese con una domanda apparentemente semplice: chi guiderà la coalizione? Primarie sì o no? Schlein? Conte? Un nome terzo? Un candidato di mediazione? La discussione, osserva De Angelis, rischia di diventare quasi surreale mentre fuori dalla politica italiana cambiano gli equilibri del mondo.

È uno dei momenti nei quali il dibattito smette di essere soltanto italiano.

Perché dietro la competizione elettorale c’è un’Europa che sta attraversando una fase di profonda trasformazione. De Angelis interpreta il voto tedesco e la crescita delle forze populiste come uno degli effetti della fine di un ciclo storico. L’Europa di Maastricht, quella costruita negli anni Novanta attorno ai parametri economici e dentro l’ottimismo della globalizzazione, non è più sufficiente a spiegare il mondo nel quale viviamo.

La globalizzazione, osserva, non è più quella stagione nella quale sembrava possibile acquistare ciò che serviva dove costava meno, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze geopolitiche. Oggi il prezzo dell’energia, le catene del valore, le materie prime, le guerre e le dipendenze strategiche sono diventati parte integrante della vita economica.

È qui che emerge una delle parole chiave del confronto: protezione.

Le persone chiedono sicurezza non soltanto di fronte alla criminalità o alle guerre, ma anche davanti alla precarietà economica, alla trasformazione del lavoro, alla perdita di competitività delle imprese, alla paura di non riuscire più a controllare il proprio futuro.

Per De Angelis, l’errore delle forze europeiste sarebbe quello di difendere semplicemente l’Europa così com’è. L’Europa, sostiene, deve cambiare per tornare a rispondere a questo bisogno di protezione. Non basta evocare i valori europei se, contemporaneamente, una parte del mondo produttivo sente di essere stata lasciata sola di fronte alla trasformazione industriale e tecnologica.

Cerasa, da una prospettiva diversa, arriva a una conclusione che in parte converge: l’Italia non può più limitarsi a stare dentro il treno europeo. Deve provare a diventare uno dei soggetti che ne determinano la direzione.

La metafora è efficace. L’Italia, negli ultimi anni, è stata un vagone che viaggiava nella direzione giusta. Ma il nuovo scenario europeo, segnato dalla crisi delle leadership tradizionali e dalla crescita delle forze anti-europeiste, richiede qualcosa di più. Richiede un Paese capace di assumere un ruolo da protagonista.

Per farlo, secondo Cerasa, occorre affrontare le vulnerabilità dell’Europa: le dipendenze energetiche, quelle dalle materie prime, la fragilità delle catene produttive. E soprattutto occorre superare una concezione dell’ambientalismo che, quando diventa ideologica e scollegata dalla realtà industriale, rischia di mettere le imprese europee in una posizione di svantaggio.

Il confronto torna così, quasi naturalmente, al tema da cui era partito: l’economia.

Ghisleri invita a non confondere stabilità e immobilismo. La stabilità è importante perché permette di programmare. Ma se non produce cambiamento, rischia di diventare immobilismo e quindi di aggravare proprio i problemi che dovrebbe risolvere.

È un passaggio particolarmente significativo per il mondo delle imprese. Perché programmare significa decidere se investire, assumere, innovare, cambiare un macchinario, aprire un’attività, affrontare una nuova sfida tecnologica. Significa avere una ragionevole certezza su quello che potrà accadere domani.

Ed è proprio qui che il sondaggio restituisce un dato difficilmente eludibile: l’economia è la prima preoccupazione degli italiani, indicata dal 40,5% degli intervistati. Tra i lavoratori autonomi la percentuale sale al 50,8%.

 

Prima ancora delle grandi categorie politiche vengono i problemi della vita quotidiana. Il 49,4% indica l’inflazione e l’aumento dei prezzi come il principale problema del Paese. Seguono le liste d’attesa nella sanità e la pressione fiscale. La sicurezza arriva dopo, ma resta una preoccupazione forte.

È una fotografia che dice qualcosa di importante alla politica: gli elettori non sembrano aspettare soltanto una nuova promessa. Chiedono soprattutto la possibilità di tornare a costruire.

Ghisleri insiste su questo punto attraverso un’immagine concreta. L’Italia viene spesso descritta come un Paese ricco perché sui conti correnti degli italiani ci sono oltre 1.400 miliardi di euro. Ma dietro quel numero aggregato c’è una realtà molto diversa: la grande maggioranza dei conti dispone di somme relativamente contenute. La ricchezza complessiva, insomma, non coincide necessariamente con la sicurezza delle persone.

Ed è forse questa la chiave per leggere anche il voto che verrà.

L’elettore, osserva Ghisleri, è sempre meno legato ai partiti tradizionali e sempre più orientato verso i leader. Quando la fiducia nelle organizzazioni politiche si riduce, la scelta si personalizza. E diventa rapidamente reversibile. Il consenso può crescere e crollare con una velocità impressionante.

Anche per questo, secondo la sondaggista, un nuovo grande partito di centro non avrebbe davanti a sé uno spazio elettorale vuoto da conquistare. Quello spazio esiste, ma è già abitato da sensibilità diverse: una parte di Forza Italia, una parte della Lega, settori del PD e del Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Azione e altre forze. Per costruire una proposta realmente competitiva servirebbero non soltanto un leader, ma soprattutto una missione politica riconoscibile.

E nel frattempo incombe la questione delle promesse elettorali.

Il rischio, avverte Ghisleri, è quello di una nuova stagione di promesse iperboliche. Ma l’elettore italiano, dopo anni di annunci e risultati spesso inferiori alle aspettative, potrebbe essere meno disposto a crederci.

È una considerazione che assume un peso particolare quando si parla di artigiani, autonomi e piccoli imprenditori. Chi vive di lavoro indipendente, ricorda Pagano, conosce una forma molto concreta della responsabilità economica: se non lavora, non guadagna. Non esiste uno stipendio che arrivi comunque alla fine del mese.

È probabilmente per questo che, nel confronto, economia e lavoro finiscono per essere inseparabili dalla questione della sicurezza. La sicurezza non è soltanto quella delle strade. È anche la sicurezza di poter continuare a lavorare, investire, mantenere un’impresa, immaginare un futuro per i propri figli.

Ed è qui che arriva uno dei passaggi più forti dell’intero dibattito.

Ghisleri racconta la vicenda dell’industria automobilistica tedesca e delle analisi sull’impatto della transizione verso l’elettrico che, a suo dire, non furono sufficientemente ascoltate. De Angelis porta il discorso ancora più lontano, fino alla desertificazione industriale della Germania dell’Est.

Il punto non è soltanto capire perché alcune aree abbiano perso industrie e posti di lavoro. È capire cosa accade alle persone quando perdono il lavoro.

La perdita di un’occupazione, osserva De Angelis, non significa perdere soltanto un reddito. Significa perdere una parte della propria capacità di decidere sul futuro. È in questa frattura, più che nelle categorie astratte della politica, che può nascere la rabbia sociale.

E quindi anche il sovranismo, in questa lettura, non nasce soltanto da un’ideologia. Può nascere dalla sensazione di aver perso il controllo sulla propria vita.

È un tema che riguarda direttamente l’Italia e il suo sistema produttivo. Perché il futuro dell’impresa, soprattutto di quella piccola, non si gioca soltanto sulle tasse o sul costo del lavoro. Si gioca sulla possibilità di affrontare contemporaneamente trasformazione tecnologica, energia, mercati, competenze e competizione internazionale.

In questo scenario, la presenza dei corpi intermedi assume un significato particolare.

Il sondaggio di Ghisleri racconta che il 58% degli italiani considera essenziale o fondamentale la presenza di un’organizzazione come Confartigianato. Il dato sale al 59% tra i lavoratori autonomi.

 

 

Non è soltanto un dato di consenso. È, soprattutto, un’indicazione sul bisogno di rappresentanza che emerge da una società nella quale il rapporto diretto tra cittadino e politica è diventato più fragile.

Il dibattito finale del Match Point si chiude dunque senza una previsione certa sul vincitore delle prossime elezioni. E forse è proprio questo il punto.

A un anno dal voto, il quadro politico può ancora cambiare molte volte. Possono cambiare le coalizioni, i leader, le percentuali e perfino le regole del gioco. Ma alcune domande sono già sul tavolo e non potranno essere aggirate con la sola comunicazione elettorale.

Come tornare a crescere? Come aumentare la produttività? Come proteggere il lavoro senza chiudersi al cambiamento? Come rendere l’energia più competitiva? Come affrontare la trasformazione tecnologica e l’intelligenza artificiale? Come governare i flussi migratori? E soprattutto come restituire a cittadini e imprese quella possibilità di programmare il futuro che oggi sembra essere una delle risorse più scarse?

Il vero anno elettorale, in fondo, comincia da qui.

Non dalla domanda su chi vincerà, ma da quella, molto più difficile, su che cosa intenda fare chi vincerà.

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