
«Un palo non si tira su se non lo dico io.»
A parlare non è un ingegnere, non è un tecnico dell’ambiente, né un funzionario della Regione. È Matteo Tamburello, boss di Mazara del Vallo, intercettato mentre dichiara la sua giurisdizione sull’energia pulita. E c’è un’altra voce, emersa dalle carte di un’inchiesta sull’eolico calabrese del 2012, che riassume la promessa fatta alle imprese: «Se volete investire in Calabria, sarà come un’autostrada senza caselli.»
Guardatela bene, questa scena. Perché qui non stiamo parlando della mafia come categoria morale. Non vi sto raccontando il male assoluto per farvi inorridire. Stiamo parlando della mafia come vantaggio competitivo, sottratto a voi, a chi fa impresa rispettando le regole.
La corsa alla rendita
Le organizzazioni criminali non sono improvvisamente diventate ecologiste. Non sono attratte dalle rinnovabili in quanto tali, né dal destino del pianeta. Le mafie sono attratte dalle rendite.
Dove c’è una rendita garantita, non concorrenziale, protetta e difesa da una procedura opaca, loro arrivano. Se la rendita è nel cemento, arrivano nel cemento. Se per vent’anni la rendita è stata nascosta nel vento, sono arrivate nel vento.
E quella rendita, voi artigiani, voi piccoli imprenditori, l’avete pagata due volte. La prima volta in bolletta. La seconda volta sotto forma di concorrenza sleale.
Guardiamo i numeri, perché non stiamo parlando di aneddoti, ma di cifre. Quanto valeva il vento?
- In Italia, per i piccoli impianti, la tariffa arrivava a 300 euro per MWh.
- Per i grandi impianti, 180 euro per MWh.
- Sapete qual era il prezzo reale di mercato dell’energia in Italia? 70 euro.
- In Germania e in Spagna, gli incentivi si fermavano a 70-80 euro.
In Italia abbiamo garantito quella rendita per vent’anni, con priorità di immissione in rete. Un impianto medio-piccolo poteva generare fino a 1,5 milioni di euro di utile al mese. Rischio zero, rendimento noto in anticipo. Non esiste al mondo un prodotto finanziario così redditizio e sicuro. Quelle pale non stavano producendo energia: stavano producendo un sussidio.
Un’impresa che non ha bisogno di profitti
C’è un equivoco di fondo quando si parla di economia criminale: si pensa che l’impresa mafiosa sia un’impresa irregolare, raffazzonata. Non è così. L’impresa mafiosa ha le carte perfettamente in regola. Deve averle, per stare nelle gare e reggere i controlli.
La vera differenza è che l’impresa mafiosa non ha bisogno del profitto.
Il suo denaro non costa niente, non scade, non chiede rendimento e non ha alcuna paura di perdere. Può permettersi di lavorare in perdita per anni, perché il suo scopo primario non è guadagnare, ma ripulire. Voi non potete competere con lei non perché lei bari al gioco, ma perché a voi il profitto serve per sopravvivere, a lei no.
Per entrare nel business dell’energia pulita non serve la violenza delle armi. Ci sono cinque fasi, cinque porte, e in nessuna serve una pistola. Il “facilitatore” — che non è un mafioso con la coppola, ma un tecnico, un professionista, un consulente — compare in sei casi su otto. Si insinua nei burocratici meandri delle autorizzazioni. «Il cemento, il cemento, lì ci sono i soldi per noi», diceva al telefono un affiliato di Trapani.
Matteo Messina Denaro non era un boss rimasto al secolo scorso: era avanti vent’anni. Attorno a lui gravitavano figure come Vito Nicastri, il “re del vento”, colpito nel 2010 da un sequestro record da 1,3 miliardi di euro, con 43 società e centinaia di immobili. Pensate alla rete di distribuzione, a Santo Sacco, condannato per le mazzette chieste persino ai danesi della Baltic Wind. Perfino Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera nel 2013, guardando Nicastri diceva sdegnato: «Fa pali per prendere soldi». Riina, rimasto alla vecchia mafia di sangue e territorio, non aveva capito niente di dove stesse andando il mondo.
Non è un destino: Sicilia e Puglia a confronto
C’è chi dice che al Sud debba andare per forza così. Non è vero. Mettiamo a confronto due regioni con lo stesso Stato e gli stessi incentivi nazionali: Sicilia e Puglia.
- In Sicilia, l’impianto medio era da 4,5 megawatt. A rilasciare le autorizzazioni erano centinaia di Comuni diversi, parcellizzando il potere e creando opacità. Lì, la mafia ha spiegato e deciso dove far sorgere le pale.
- In Puglia, gli impianti medi erano da 21 megawatt, gestiti attraverso poche procedure visibili e centralizzate. Risultato? La presenza mafiosa nelle scelte localizzative non c’è stata.
Non è un destino ineluttabile. Dipende da come è scritta la regola e da quanto qualcuno la guarda. Il rischio non è la pala eolico in sé: il rischio è il vuoto. Il facilitatore nasce dall’incertezza normativa. Ogni anno di norme sospese o ritardate è un anno di reddito garantito per chi non vende energia, ma vende “accesso” alla politica e agli uffici pubblici.
In Sardegna, il procuratore generale di Cagliari ha alzato la guardia sul riciclaggio attraverso i professionisti e sulle imprese nate dal nulla. Sentirsi immuni, dire «Qui la mafia non c’è», è la frase più pericolosa che si possa pronunciare.
Va cacciato il criminale, non la turbina
Fermare l’eolico e la transizione ecologica per fermare le mafie sarebbe una follia. Sarebbe come smettere di costruire case perché l’edilizia è da sempre il settore più infiltrato d’Italia.
Quelle pale eoliche sequestrate in Sicilia erano ineccepibili sul piano ambientale: producevano aria pulita. Ma erano state alzate con i soldi della cocaina.
“Sostenibile” significa prima di tutto che una cosa può durare nel tempo. Il capitale criminale, al contrario, ha l’orizzonte temporale più corto del mondo: divora tutto e scappa. Dobbiamo cacciare il criminale, non la turbina.
La materia prima della mafia è l’invisibilità
Questa battaglia per la legalità si lega inevitabilmente a chi il lavoro lo fa con le proprie mani. Nelle imprese di Confartigianato, il 40% dei lavoratori e il 20% dei titolari di impresa sono nati all’estero. Senza i lavoratori immigrati, il lavoro artigiano in Italia non si ridurrebbe: semplicemente si fermerebbe.
Dare diritti a chi lavora non è un atto di generosità o di buonismo: è una scelta antimafia.
Un lavoratore irregolare non paga le tasse perché formalmente non esiste. E chi non esiste è ricattabile, è costantemente a disposizione di chi vuole abbassare il costo del lavoro fuori da ogni norma. La materia prima delle organizzazioni criminali non è la povertà: è l’invisibilità.
Quei contributi non versati qualcuno li sta già incassando, e non è lo Stato: è una tassa pizzo che pagate voi imprenditori onesti sotto forma di concorrenza sleale. Chi ha diritti non è ricattabile. E chi non è ricattabile non può essere usato per battere i vostri prezzi sul mercato.
La normalità come rivoluzione
In terra di mafia, la normalità non è la routine: è una rivoluzione.
La legalità si costruisce con gesti concreti e quotidiani:
- Pagare le imprese in ordine cronologico.
- Utilizzare le white list per i subappaltatori.
- Premiare chi trova il coraggio di denunciare ed espellere chi sgarra.
- Dotarsi di modelli di organizzazione trasparenti.
- Imporre la rotazione negli uffici pubblici.
- Porsi sempre una domanda di riserva di fronte a un preventivo anormalmente troppo basso.
Un’intercettazione ci restituisce il senso profondo di questa lotta: «Non volevamo soldi, non volevamo posti di lavoro. Vogliamo avere una vita normale.»
Il vento, il sole, il futuro dell’energia non appartengono alle cosche, non appartengono ai faccendieri. Il vento non è di nessuno.
(Estratto dell’intervento di Roberto Saviano nell’ambito dei lavori della Scuola di Alta Formazione di Confartigianato Imprese, svoltasi a Chia nel settembre 2026)
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Scrittore, giornalista e saggista. Con il suo romanzo d’esordio Gomorra (Mondadori, 2006) ha raccontato dall'interno il sistema economico e criminale delle mafie, un caso letterario e civile tradotto in decine di lingue che ha ridefinito i confini del reportage narrativo. Da allora, ha continuato a indagare i meccanismi del potere globale, del narcotraffico e delle mafie moderne attraverso inchieste, libri, programmi televisivi e articoli per le principali testate nazionali e internazionali. Per il suo impegno civile e la difesa della libertà di stampa, vive sotto scorta dal 2006. Tra i suoi ultimi libri pubblicati figurano La paranza dei bambini (Feltrinelli), Bacio feroce e Solo è il coraggio.
