
Un dato, non un’opinione
Secondo il CNR, quella del 2026 è stata l’estate più calda registrata in Italia dall’inizio della serie storica, nel 1950: una temperatura media nazionale di 24,3 gradi, sette decimi sopra il record del 2003 che fino a ieri sembrava un’anomalia irripetibile. Nell’Europa occidentale, secondo Copernicus, non c’era mai stato un trimestre estivo così caldo.
Ma i gradi, da soli, dicono poco. Parlano di più i conti. Le stime di Allianz attribuiscono alle ondate di calore di quest’anno perdite per circa 113 miliardi di euro nell’economia europea, e assegnano all’Italia il primato più amaro: circa 28 miliardi, quasi l’equivalente di una legge di bilancio. Altre analisi arrivano a stimare per l’Unione un costo vicino all’1 per cento del PIL, cioè grosso modo l’intera crescita attesa per l’anno. Nelle campagne, Confagricoltura e CIA hanno contato oltre un miliardo e mezzo di danni; in alcune aree di Piemonte e Lombardia il mais ha perso un terzo del raccolto, e in certi casi molto di più. E dietro le cifre economiche ci sono quelle umane: le migliaia di decessi in eccesso legati al caldo, i lavoratori esposti, le ore di lavoro perse nei cantieri, nei laboratori, nei campi.
Il cambiamento climatico, dunque, non è un’invenzione. È un dato di fatto. E soprattutto è un dato destinato a pesare in misura crescente: sulla produttività del lavoro, sulla tenuta delle filiere, sui conti pubblici, che vedono ridursi le entrate proprio mentre aumentano le spese per sanità, emergenze e ricostruzioni. Ma c’è un livello ancora più profondo, che non andrebbe sottovalutato. Quando gli shock si ripetono, quando le comunità si scoprono vulnerabili, quando l’insicurezza materiale si somma a quella economica, è la stabilità stessa dei sistemi democratici a essere messa alla prova. Le società spaventate tendono a chiudersi, a cercare capri espiatori, ad affidarsi a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi. Il clima, in questo senso, non è solo una questione ambientale: è una questione di convivenza.
Il limite del metodo regolativo
Se il problema è reale, la domanda non è più se esso esista, ma come affrontarlo. L’Europa, con il Green Deal, ha scelto una strada precisa. Come ha fatto in altri ambiti, si pensi all’intelligenza artificiale con l’AI Act, l’Unione ha promosso un approccio essenzialmente top-down, fondato sulla regolazione: fissare obiettivi, definire standard, imporre obblighi di rendicontazione, costruire un’architettura normativa capace di orientare i comportamenti di imprese e cittadini. È un approccio che ha una sua nobiltà. Esprime l’idea che il mercato, lasciato a sé stesso, non sappia prendersi cura dei beni comuni, e che spetti alle istituzioni tracciare la rotta. Ed è anche il modo in cui l’Europa, priva della potenza tecnologica americana e della capacità di mobilitazione statale cinese, ha cercato di esercitare la propria influenza nel mondo: dettare le regole del gioco.
Eppure, a distanza di qualche anno, è difficile non vedere i due problemi che questo approccio ha generato.
Il primo riguarda la competitività. Mentre l’Europa costruiva un sistema di vincoli, altrove si procedeva con logiche diverse: gli Stati Uniti con massicci incentivi agli investimenti, la Cina con una pianificazione industriale che ha fatto delle tecnologie verdi un terreno di conquista dei mercati globali. Il risultato è che le imprese europee si sono trovate a sostenere costi di adeguamento che i loro concorrenti non avevano, senza poter contare su un sostegno comparabile alla trasformazione. La transizione, che avrebbe dovuto essere un’occasione di sviluppo, è stata vissuta da molti come un fardello.
Il secondo problema è l’eccesso burocratico. Ogni regola genera procedure, ogni procedura genera adempimenti, ogni adempimento richiede competenze, tempo, consulenze. Per una grande impresa, questo è un costo sopportabile; per una piccola impresa artigiana, spesso no. Così, paradossalmente, la regolazione rischia di penalizzare proprio i soggetti più radicati nei territori, quelli che più di altri avrebbero le motivazioni e le conoscenze per prendersene cura.
La stessa Commissione europea ha preso atto di queste difficoltà. I pacchetti Omnibus, a partire dalla direttiva che quest’anno ha semplificato gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità, sono il segno di una correzione di rotta. Ma il punto non è passare dalla regolazione alla deregolazione, come se l’alternativa fosse tra troppe regole e nessuna regola. L’approccio regolativo non va abbandonato: senza un quadro comune, ogni sforzo resterebbe frammentato e i comportamenti opportunistici prevarrebbero. Va invece migliorato. Meno regole e più chiare, più attente alla proporzionalità, più capaci di distinguere tra chi deve essere vincolato e chi deve essere accompagnato. Soprattutto, regole pensate non come un sistema chiuso che pretende di governare tutto dall’alto, ma come una cornice che rende possibile l’iniziativa.
La risorsa del basso
Ed è proprio qui che si apre lo spazio per l’altro movimento, quello che va rafforzato con decisione: l’approccio bottom-up.
Nessuna norma, per quanto ben scritta, può sostituire l’intelligenza di chi abita un luogo. Chi conosce il proprio territorio sa dove l’acqua ristagna e dove manca, quali versanti franano, quali edifici soffrono il caldo, quali filiere sono più fragili. Questa conoscenza situata, fatta di esperienza, memoria e relazioni, è una risorsa preziosa che la logica regolativa, per sua natura astratta e uniforme, fatica a intercettare.
Non si tratta di episodi isolati o di eccellenze da vetrina, ma del segno di una disposizione più profonda: la capacità di prendersi cura del proprio territorio, di trovare soluzioni innovative a un problema che è, evidentemente, più grande di noi. L’artigiano che ripensa i materiali per costruire edifici più resistenti al calore, l’impresa che recupera l’acqua nei propri processi produttivi, il consorzio che organizza la manutenzione del reticolo idrico minore, la bottega che reinventa un prodotto tradizionale in chiave circolare: in ciascuno di questi gesti c’è qualcosa che va oltre la semplice reazione. C’è una forma di responsabilità che nasce dal legame, dal sentirsi parte di un luogo e di una storia.
Ma l’iniziativa dal basso non nasce nel vuoto. Perché possa esprimersi e crescere, ha bisogno di condizioni istituzionali, normative, economiche e finanziarie adeguate. Ha bisogno di norme che non scoraggino chi sperimenta, di procedure autorizzative compatibili con i tempi dell’impresa, di strumenti di credito capaci di valutare il valore di un investimento in adattamento, di una pubblica amministrazione che si percepisca come alleata e non come controllore. In altre parole, il bottom-up non è l’opposto del top-down: è ciò che il top-down dovrebbe rendere possibile. Il compito delle istituzioni non è sostituirsi all’iniziativa sociale, ma creare lo spazio perché essa possa fiorire.
Oltre l’emergenza
L’approccio dal basso, se lasciato a sé stesso, tende a ridursi alla gestione dell’emergenza. Si interviene quando il fiume esonda, quando la siccità colpisce, quando il caldo ferma i cantieri. Si tampona, si ripara, si ricostruisce. È un lavoro prezioso, spesso eroico, che rivela il meglio delle nostre comunità. Ma non basta.
Non basta, anzitutto, perché è inefficiente. Ogni intervento emergenziale costa più di quanto sarebbe costata la prevenzione. Le stime disponibili indicano che misure di adattamento ben progettate potrebbero ridurre una quota rilevante dei danni, nell’ordine del 40 per cento secondo alcune analisi recenti. Ciò significa che ogni euro speso a valle, dopo il disastro, è in buona parte un euro che si sarebbe potuto risparmiare a monte. E non basta perché è insostenibile nel tempo: un Paese che vive di emergenze consuma le proprie energie, materiali e morali, in una rincorsa senza fine, e si condanna a una condizione di precarietà permanente.
Per questo l’approccio bottom-up va pensato in modo diverso: non come una risposta reattiva, ma come un’azione strategica di sviluppo. Significa passare dalla logica della riparazione a quella dell’investimento. Lavorare sul territorio non solo per difenderlo dagli eventi estremi, ma per renderlo più capace di generare valore. E lavorare dentro le imprese, sulla loro efficienza, sui processi, sull’uso dell’energia e dell’acqua, sull’organizzazione del lavoro, sulla qualità degli edifici e delle infrastrutture.
L’adattamento, in questa prospettiva, cessa di essere un costo da minimizzare e diventa un vettore di innovazione. L’impresa che ripensa il proprio ciclo produttivo per ridurre i consumi idrici non si limita a proteggersi dalla prossima siccità: diventa più efficiente, più competitiva, più attrattiva per i giovani che cercano un lavoro dotato di senso. Il territorio che investe nella manutenzione dei suoli, nella gestione delle acque, nella riqualificazione del patrimonio edilizio non si limita a ridurre il rischio: crea occupazione qualificata, attiva filiere locali, accresce la propria qualità della vita.
Custodire il territorio, accrescere la produttività
Si arriva così al cuore della questione. L’obiettivo da perseguire tiene insieme due dimensioni che troppo spesso sono state pensate come alternative: la salvaguardia del territorio e l’aumento della produttività di sistema.
Per decenni ci siamo abituati a considerare la tutela ambientale e la crescita economica come forze in tensione, da bilanciare con faticosi compromessi. Più ambiente significava meno sviluppo, più sviluppo significava meno ambiente. Il dibattito sul Green Deal, con il suo oscillare tra ambizione climatica e difesa della competitività, è rimasto in larga misura prigioniero di questo schema.
Ma l’esperienza di quest’estate mostra che lo schema non regge più. Quando il caldo fa perdere all’Italia quasi 28 miliardi in un solo anno, quando la produttività del lavoro crolla nei giorni più torridi, quando le filiere agricole e manifatturiere si interrompono per mancanza d’acqua o per eventi estremi, è evidente che un territorio fragile è un territorio improduttivo. La cura dei luoghi non è un lusso che ci si può permettere quando l’economia va bene: è una condizione perché l’economia possa andare bene.
L’Italia, del resto, ha un problema di produttività che dura da un quarto di secolo. Le cause sono molte e note: la dimensione ridotta delle imprese, il ritardo negli investimenti, le inefficienze della pubblica amministrazione, un sistema infrastrutturale disomogeneo. A queste si aggiunge ora la vulnerabilità climatica, che agisce come un moltiplicatore delle debolezze esistenti. Ma proprio per questo, l’adattamento può diventare una leva per affrontarle. Investire nell’efficienza energetica e idrica delle imprese, nella resilienza delle infrastrutture, nella qualità del patrimonio edilizio produttivo, nella digitalizzazione dei sistemi di monitoraggio territoriale significa, contemporaneamente, ridurre i rischi climatici e aumentare la produttività complessiva del sistema.
È qui che il tessuto delle piccole e medie imprese, e in particolare del mondo artigiano, può giocare un ruolo decisivo. Proprio perché radicate nei territori, queste imprese sono al tempo stesso le più esposte agli effetti del cambiamento climatico e le più capaci di tradurre la sfida in soluzioni concrete. Sono loro a costruire, riparare, installare, manutenere. Sono loro a custodire saperi che possono essere rinnovati e messi al servizio di un nuovo modello di sviluppo. Non spettatrici della transizione, ma sue protagoniste.
Fare sistema: una cultura dell’adattamento
Tutto ciò che si è detto finora rischia di rimanere un insieme di buone pratiche disperse se l’azione delle singole organizzazioni non viene coordinata.
Il problema del clima ha una natura sistemica. Nessuna impresa, per quanto virtuosa, può mettere in sicurezza da sola un bacino idrografico. Nessun comune, per quanto attivo, può affrontare da solo una siccità che colpisce un’intera regione. E nessuna buona pratica, per quanto brillante, produce effetti significativi se resta isolata. L’efficacia dell’adattamento dipende dalla capacità di connettere le iniziative, di farle dialogare, di moltiplicarne l’impatto.
Serve dunque un approccio condiviso, capace di tenere insieme imprese, associazioni di rappresentanza, istituzioni locali, sistema finanziario, mondo della ricerca e della formazione. Non una nuova struttura burocratica calata dall’alto, ma un’architettura di cooperazione che valorizzi ciò che già esiste e lo orienti verso obiettivi comuni. Le associazioni di categoria, in questo quadro, hanno un ruolo cruciale: possono fare da ponte tra le singole imprese e le istituzioni, raccogliere e diffondere le esperienze, costruire strumenti condivisi, rappresentare presso i decisori le esigenze di chi lavora sul territorio.
Ma prima ancora delle strutture, serve una cultura. Una cultura dell’adattamento che non sia rassegnazione all’inevitabile, ma capacità di rispondere creativamente a condizioni che cambiano. Una cultura che riconosca il valore della cura, della manutenzione, della prevenzione, attività che non fanno notizia ma che sostengono silenziosamente la vita delle comunità. Una cultura che sappia pensare in termini di lungo periodo, contro la tentazione del breve termine che domina tanto la politica quanto i mercati.
E servono, infine, condizioni normative adatte a questo tipo di adattamento. Il che ci riporta al punto di partenza. La regolazione europea, migliorata e semplificata, può diventare il quadro entro cui l’iniziativa dal basso trova riconoscimento e sostegno: premiando chi investe nella resilienza, facilitando le forme di cooperazione territoriale, orientando la finanza verso gli investimenti in adattamento, riconoscendo il valore pubblico delle attività di cura che le imprese svolgono a beneficio dell’intera comunità.
L’alternativa tra top-down e bottom-up, tra regolazione e iniziativa, tra istituzioni e società, si rivela così falsa. Ciò di cui abbiamo bisogno è una loro composizione intelligente: istituzioni che creano le condizioni, soggetti sociali che generano le soluzioni, una rete di relazioni che le connette e le amplifica.
L’estate rovente che abbiamo appena vissuto ci ha ricordato quanto siamo vulnerabili. Ma ci consegna anche una possibilità. Possiamo continuare a subire, rincorrendo le emergenze e dividendoci tra negazione e allarme. Oppure possiamo fare del cambiamento climatico l’occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo, a partire dai territori e da chi li abita, li lavora, li custodisce. Il mondo artigiano, con la sua cultura del fare e della cura, ha già cominciato a percorrere questa strada. Si tratta ora di renderla una strada comune.
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Laureato in Discipline Economiche e Sociali all'Università Bocconi di Milano e Ph.D. in Social Sciences a Canterbury, è professore ordinario all’Università Cattolica di Milano. Sociologo, economista ed editorialista del Corriere della Sera, membro della Commissione Centrale di Beneficienza della Fondazione Cariplo, del Comitato per la Solidarietà e lo sviluppo di Banca Prossima e del Comitato Permanente della Fondazione Ambrosianeum. Dal 2008 è direttore del Centro ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change)
