
Sul cambiamento climatico il dibattito scientifico è sostanzialmente concluso. I dati di innalzamento della temperatura globale ben oltre i valori previsti nell’Accordo di Parigi del 2015 (COP21) sono un dato oggettivo e incontestabile. Oggi la vera domanda non è più se il clima stia cambiando, ma cosa possiamo fare per rallentare il fenomeno e adattarci ai suoi effetti.
In questo contesto, un dato merita particolare attenzione: l’Unione europea da sola rappresenta appena l’8% delle emissioni globali di gas serra. Questo significa che la sfida climatica richiede certamente politiche globali condivise, ma anche la capacità di individuare le leve più efficaci per ridurre l’impatto delle nostre economie.
Una sfida che riguarda già oggi le imprese
Gli effetti del cambiamento climatico non appartengono più alle previsioni per il futuro. Sono una realtà con cui imprese e territori si confrontano già oggi. Eventi meteorologici estremi, alluvioni, periodi di siccità e ondate di calore sempre più frequenti incidono sull’organizzazione del lavoro, sulla disponibilità delle risorse e sulla continuità delle attività produttive.
Pensiamo ai danni causati alle infrastrutture, alle difficoltà di approvvigionamento di alcune materie prime, ai conflitti armati in corso che limitano vie di comunicazione , oltre a ai cantieri costretti a sospendere le attività durante le giornate caratterizzate da temperature estreme o alle aziende chiamate a investire sempre di più nella gestione dei rischi ambientali.
Per le imprese, quindi, il cambiamento climatico non rappresenta soltanto una sfida ambientale, ma anche una sfida economica e organizzativa.
L’economia circolare: la leva più efficace per la mitigazione
Se la sfida è chiara, altrettanto importante è individuare le soluzioni strutturali più efficaci.
Secondo le analisi della Ellen MacArthur Foundation (tra le prime dieci fondazioni americane, tra le più autorevoli sui temi ambientali), circa il 60% delle emissioni globali climalteranti è associato all’estrazione e alla trasformazione delle risorse naturali necessarie alla nostra economia. Solo il 40% è generato dalla produzione distribuzione e consumo dei beni che noi oggi utilizziamo fino a farli diventare poi rifiuti. La conclusione è semplice: se vogliamo agire sulle cause strutturali del cambiamento climatico dobbiamo ridurre il consumo di materie prime vergini e mantenere più a lungo possibile prodotti e materiali all’interno dei cicli economici.
In altre parole, dobbiamo puntare sull’economia circolare. Troppo spesso essa viene associata esclusivamente alla gestione dei rifiuti. In realtà è molto di più.
Ogni volta che un prodotto viene riparato anziché sostituito si evita l’estrazione di nuove materie prime. Ogni volta che un componente viene riutilizzato si preserva il valore delle risorse già impiegate per realizzarlo. Ogni volta che un rifiuto viene trasformato in materia prima seconda si riduce la necessità di estrarre nuovi materiali dal pianeta.
Meno materie prime estratte significa meno consumo di energia, meno pressione sulle risorse naturali e meno emissioni climalteranti. Ecco perché l’economia circolare rappresenta una delle più efficaci strategie di mitigazione oggi disponibili.
Il DNA dell’artigianato italiano
C’è però un elemento che in Italia non sempre viene valorizzato a sufficienza.Quando descriviamo l’economia circolare come il modello economico del futuro, in realtà stiamo descrivendo ciò che il mondo dell’artigianato fa da generazioni.
Riparare anziché sostituire. Recuperare anziché scartare. Rigenerare anziché demolire. Prolungare la vita utile dei beni. Valorizzare materiali e prodotti che altrimenti verrebbero considerati rifiuti. Sono principi che appartengono da sempre alla cultura produttiva italiana.
L’autoriparatore che rimette in strada un veicolo e ne prolunga la vita utile, il falegname che recupera e rigenera un mobile anziché destinarlo allo smaltimento, il manutentore che evita la sostituzione prematura di un impianto, il restauratore che restituisce valore a un manufatto, il sarto che ripara un abito anziché destinarlo allo smaltimento o che realizza nuove creazioni partendo da capi usati, il calzolaio che risuola una scarpa evitandone la sostituzione, l’orafo che fonde e riutilizza metalli preziosi provenienti da gioielli usati per realizzare nuovi manufatti: tutti contribuiscono a ridurre il consumo di materie prime naturali, abbattendo le emissioni associate alla loro estrazione e trasformazione.
Dietro ciascuna di queste attività si nasconde un beneficio ambientale spesso poco percepito. In questo senso, molte imprese italiane praticavano l’economia circolare e la sostenibilità ancor prima che tali definizioni fossero coniate a livello globale.
Le imprese come motore della soluzione
La risposta al cambiamento climatico non può limitarsi alla gestione dei rischi. Le imprese possono contribuire concretamente alla mitigazione del fenomeno e, allo stesso tempo, rafforzare la propria competitività.
Molte delle azioni più efficaci sono già alla portata delle micro e piccole imprese:
- ottimizzare i consumi energetici dei processi produttivi;
- ridurre gli sprechi di materia;
- utilizzare materiali riciclati;
- progettare prodotti più durevoli e riparabili;
- valorizzare gli scarti di lavorazione;
- ottimizzare i consumi idrici;
- programmare la manutenzione delle attrezzature;
- digitalizzare i processi aziendali.
Si tratta di interventi che non producono soltanto benefici ambientali. Consentono spesso di ridurre i costi, aumentare l’efficienza, migliorare la resilienza delle imprese e rispondere alle crescenti richieste di sostenibilità provenienti dal mercato e dalle filiere produttive.
La sostenibilità, in altre parole, non coincide necessariamente con un costo. Molto spesso significa consumare meno energia, utilizzare meno materia prima e ridurre gli sprechi. Significa, quindi, aumentare efficienza e competitività.
Le PMI protagoniste della transizione
Le micro e piccole imprese non devono essere considerate semplici destinatarie delle politiche climatiche. Sono una parte fondamentale della soluzione.
La lotta al cambiamento climatico non si vince soltanto nei tavoli internazionali o nei grandi impianti industriali. Si vince ogni giorno nelle officine, nei laboratori, nei cantieri e nelle botteghe dove prodotti, materiali e risorse vengono riparati, recuperati, rigenerati e restituiti all’economia.
La lotta al cambiamento climatico non si vince soltanto producendo energia pulita. Si vince anche utilizzando meglio le risorse che abbiamo già estratto, riducendo la necessità di prelevarne di nuove e mantenendo il valore dei materiali all’interno dell’economia il più a lungo possibile.
È proprio qui che si incontrano cambiamento climatico, economia circolare e spirito artigiano. Non nell’idea di consumare di più, ma nella capacità di creare più valore utilizzando meno risorse.
Le PMI italiane non devono scegliere tra competitività e sostenibilità. La vera sfida è trasformare la sostenibilità in competitività. Ed è esattamente ciò che l’artigianato ha sempre fatto: creare valore riducendo gli sprechi, innovare utilizzando al meglio le risorse disponibili e costruire sviluppo a partire dai territori e dalle comunità.
Secondo Charles Darwin “Non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.
Una riflessione che vale anche per il mondo delle imprese. Di fronte alla sfida climatica, la capacità di adattarsi, innovare e trasformare i vincoli in opportunità sarà sempre più un fattore decisivo di competitività. E da questo punto di vista, le imprese artigiane italiane dispongono di un patrimonio di competenze, creatività e resilienza che rappresenta un valore strategico per il Paese.
In fondo, lo spirito artigiano è già una risposta concreta alle sfide del futuro.
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Daniele Gizzi è un Ingegnere Ambientale con oltre 25 anni di esperienza nella gestione dei rifiuti e rappresentanza istituzionale. Responsabile nazionale Ambiente e Sostenibilità di Confartigianto Imprese e dal 2021 Presidente dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali, convolto in progetti strategici per il Ministero dell’Ambiente sulla digitalizzazione degli adempimenti ambientali legati all’economia circolare. Esperto in stakeholder engagement, governance pubblica e lobbying a livello nazionale ed europeo.
