Il cambiamento climatico rappresenta certamente una delle più grandi minacce del nostro tempo. Ma sarebbe un errore considerarlo soltanto come un problema da contenere, un costo da sostenere o una sequenza di emergenze alle quali rispondere di volta in volta.

Ogni grande trasformazione storica, infatti, porta con sé anche una possibilità: quella di mettere in discussione ciò che non funziona più e di ricostruire, su basi nuove, il rapporto tra le persone, il lavoro, l’economia e l’ambiente.

 

«La crisi climatica: una straordinaria occasione di ripensamento dei sistemi produttivi capitalistici»

 

La crisi climatica può dunque essere anche una straordinaria occasione di ripensamento dei sistemi produttivi capitalistici. Non perché il capitalismo debba essere considerato il male assoluto, né perché la risposta debba consistere nella rinuncia allo sviluppo, nella riduzione delle aspirazioni individuali o in una generica teoria della decrescita. Al contrario: la sfida consiste nel restituire un senso alla produzione, riportandola alla sua ragione originaria, che è quella di creare le condizioni materiali per una vita umana più libera, dignitosa e prospera.

È, in fondo, la questione del rapporto tra economia e società. L’economia non è un’entità autonoma rispetto alla società. È una costruzione umana, fatta di lavoro, conoscenze, capitale, relazioni, imprese, istituzioni e territori. La sua funzione non può quindi esaurirsi nella massimizzazione di un indicatore finanziario.

Il profitto è necessario all’impresa. Senza capacità di produrre reddito, nessuna attività economica può durare nel tempo, investire, innovare, pagare salari, assumere persone e contribuire alla fiscalità generale. Ma il profitto non può diventare l’unico criterio attraverso il quale giudicare il successo di un sistema economico.

Quando la ricerca del rendimento si separa dalla produzione di valore sociale, l’economia rischia di trasformarsi da strumento al servizio della società in un meccanismo che pretende di organizzare la società secondo le proprie esigenze.

 

«A quale scopo produciamo?»

 

Dobbiamo tornare a chiederci, allora: “a quale scopo produciamo?”

La domanda sembra semplice, ma contiene una possibile rivoluzione culturale. Se produrre significa soltanto aumentare la quantità di beni e servizi scambiati, allora ogni limite ambientale appare come un ostacolo alla crescita e l’apocalisse climatica diviene inevitabile. Se invece produrre significa creare valore per le persone, per le comunità e per i territori, allora la tutela dell’ambiente non rappresenta più un vincolo esterno all’economia: diventa parte integrante del valore prodotto.

La transizione ecologica può cominciare proprio da questo cambio di prospettiva.

Su questo punto la Dottrina sociale della Chiesa offre una chiave di lettura particolarmente interessante.

Già la Rerum novarum di Leone XIII aveva affrontato, alla fine dell’Ottocento, il tema di una trasformazione epocale: industrializzazione, conflitto tra capitale e lavoro, questione operaia, urbanizzazione e nascita di nuove forme di organizzazione economica. Non si trattava di rifiutare la modernizzazione, ma di interrogarsi sulle condizioni alle quali essa potesse diventare autentico progresso umano.

È un metodo che conserva una straordinaria attualità: davanti alle “cose nuove” di ogni epoca, non bisogna scegliere tra accettazione passiva e rifiuto del cambiamento. Occorre invece comprenderlo, giudicarlo e orientarlo.

È precisamente questa la concezione dinamica della Dottrina sociale che Leone XIV richiama nella sua enciclica Magnifica Humanitas. Il Papa sottolinea che la Dottrina sociale non costituisce un modello economico precostituito, ma offre «principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire».

Questa impostazione è particolarmente utile anche di fronte alla crisi climatica.

Non basta rispondere in termini ideologici se il capitalismo sia “buono” o “cattivo”, ma chiedersi invece quale capitalismo sia compatibile con la dignità della persona, con il lavoro, con la giustizia sociale e con la custodia della Casa comune.

 

«Il cambiamento climatico può essere letto come una nuova forma della questione sociale»

 

Il cambiamento climatico può essere letto, allora, come una nuova forma della questione sociale. Come la rivoluzione industriale impose di ripensare il rapporto tra capitale e lavoro, così la crisi climatica impone oggi di ripensare il rapporto tra produzione e ambiente. Non sono però due questioni separate.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici colpiscono in modo diverso le persone e i territori. Le comunità più fragili dispongono spesso di minori strumenti per affrontare eventi estremi, perdita di produttività, dissesto territoriale e trasformazioni delle attività economiche. Lo stesso Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, collega esplicitamente sviluppo umano integrale, giustizia sociale, custodia della Casa comune e responsabilità verso le generazioni future.

Questa impostazione permette di superare una falsa alternativa: quella tra crescita economica e tutela ambientale.

Non sarebbe giusto, infatti, semplificare il problema con l’alternativa: produrre oppure non produrre. Occorre capire che cosa produrre, come produrlo, per chi produrlo e quale valore lasciare al termine del processo.

Una società che dicesse semplicemente ai propri cittadini di consumare meno, possedere meno, viaggiare meno, costruire meno e aspirare a meno rischierebbe di trasformare la transizione ecologica in una politica permanente della sottrazione.

 

«Come produrre meglio?»

 

Una prospettiva diversa è invece quella di domandarsi come produrre meglio.

Soprattutto, riportare attività economiche nei territori, nel senso di restituire al territorio e alle sue risorse il dominio sull’economia, attraverso un uso più efficiente dell’energia e delle materie prime, la costruzione di edifici a basso impatto, il rispetto della capacità rigenerativa del suolo, il recupero dei rifiuti, la creazione di prodotti capaci di durare nel tempo.

Sono cose molto concrete e “vicine” alle persone!

Dove allora l’ecologia può incontrare l’economia?

In questa prospettiva, l’artigianato stesso assume un’importanza che va ben oltre il peso quantitativo delle imprese artigiane.

L’artigianato contiene infatti, nella sua stessa struttura, alcuni elementi che possono diventare fondamentali per ripensare l’economia contemporanea. L’impresa artigiana nasce innanzitutto da una capacità: il saper fare. La sua competitività non deriva necessariamente dalla disponibilità di enormi capitali o dalla capacità di spostare finanziariamente le risorse da un’attività all’altra. Deriva dalla conoscenza, dall’esperienza, dalla creatività, dalla capacità di interpretare un bisogno e trasformarlo in una soluzione concreta.

Il capitale, nell’impresa artigiana, è importante. Ma non è sufficiente.  Occorre una persona che sappia fare.

Questa caratteristica introduce una dimensione dell’economia che rischia di essere dimenticata quando la produzione viene osservata esclusivamente attraverso gli indicatori finanziari: la competenza come forma di capitale umano e sociale.

Un falegname, un meccanico, un restauratore, un fabbro, un elettricista, un’impresa di manutenzione, un artigiano dell’alimentazione o della moda non producono semplicemente oggetti o servizi. Producono soluzioni, durata, conoscenza, relazioni.

E spesso il valore delle produzioni è determinato dalla loro capacità di utilizzare meno e meglio le risorse.

L’artigianato conosce da sempre una cultura che oggi definiamo, con linguaggio contemporaneo, economia circolare. Il materiale non è semplicemente una merce da consumare., ma una risorsa da conoscere. La manutenzione può essere più intelligente della sostituzione.

 

«L’artigianato come antidoto naturale a una economia dell’usa-e-getta»

 

Questa cultura del “non spreco” nasce dalla conoscenza concreta del valore delle cose. L’artigianato può dunque rappresentare un antidoto culturale a una economia dell’usa-e-getta.

Non perché ogni artigiano sia automaticamente “sostenibile”, ma perché la logica stessa del saper fare contiene una relazione più diretta tra persona, materia, tempo e risultato.

L’impresa artigiana è frequentemente radicata in una comunità. Conosce i suoi clienti, le sue infrastrutture, i suoi problemi, le sue opportunità. In molti casi trasmette competenze da una generazione all’altra e contribuisce a mantenere vivo un tessuto produttivo locale.

Questa dimensione territoriale assume un’importanza nuova nell’epoca del cambiamento climatico.

La grande sfida consiste allora nel trasformare la necessità di adattamento climatico in una nuova stagione di investimenti produttivi. Non dobbiamo semplicemente “spendere per il clima”. Dobbiamo investire per rendere più sicura, efficiente e produttiva la società.

Per farlo abbiamo bisogno di abilitare anche le migliaia di piccole imprese capaci di intervenire capillarmente nei territori, raccogliendo una dimensione ancora più profonda che quella per cui l’artigianato ci insegna che la produzione nasce da un bisogno umano.

Dalla necessità nasce la capacità di interpretarla e infine la produzione della soluzione.

È una sequenza che rischia di essere rovesciata quando il sistema economico diventa prevalentemente orientato alla produzione di domanda: non si produce più soltanto ciò di cui le persone hanno bisogno; si costruiscono bisogni per mantenere in movimento la produzione.

Riscoprire il senso della produzione significa allora riportare al centro la domanda fondamentale: quale bisogno umano stiamo cercando di soddisfare?

Ed è ancora una volta utile riferirsi all’artigianato, che può assumere in questo senso un significato generale: l’artigiano, nella sua forma migliore, non produce per accumulare indifferentemente oggetti. Produce perché qualcuno ha bisogno di una cosa che lui sa fare.

Il suo lavoro è quindi un punto d’incontro tra capacità personale e bisogno sociale, per la costruzione di una nuova concezione etica che non neghi il mercato, ma stabilisca il fine verso il quale il mercato deve essere orientato.

È un’impostazione che deve essere applicata anche alla transizione ecologica.

La grande opportunità del cambiamento climatico consiste allora nella possibilità di ricostruire una saldatura che l’economia contemporanea ha progressivamente indebolito: quella tra produzione economica e finalità sociale, per costruire un’economia nella quale la capacità di produrre ricchezza coincida sempre più con la capacità di generare benessere diffuso.

Per questo è necessaria una nuova idea di impresa, che consideri il profitto una condizione della propria autonomia, ma non il fine ultimo della propria esistenza. Un’impresa che misuri la propria capacità competitiva anche attraverso la qualità del lavoro che offre, la relazione con il territorio, l’efficienza nell’uso delle risorse, la capacità di innovare e la durata del valore che produce.

Perché il futuro non ha bisogno di meno economia: ha bisogno di un’economia più umana.

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  • Bruno Panieri

    Direttore delle Politiche Economiche di Confartigianato dal 2005, ha svolto la sua carriera professionale all’interno dell’Organizzazione, dopo una breve esperienza post universitaria in uno studio legale a supporto della Pubblica Amministrazione. Partendo da una formazione giuridica, ha maturato nel tempo una ampia visione delle diverse problematiche ed esigenze del mondo delle piccole imprese. Per diletto ama guardare il mondo dal mirino di una macchina fotografica, con la speranza di immaginalo, nelle sue fotografie, un po’ migliore di quanto sia

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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