
In Uomini d’arme, Terry Pratchett affida al capitano Sam Vimes una teoria dell’ingiustizia economica tanto semplice quanto spietata: un buon paio di stivali di cuoio costa cinquanta dollari e tiene i piedi asciutti per dieci anni, uno scadente ne costa dieci e comincia a cedere dopo una stagione o due. Così, nell’arco di un decennio, chi ha poco finisce per spendere il doppio e continua ad avere i piedi bagnati.
Nella teoria di Vimes manca però un personaggio che vale la pena aggiungere: il calzolaio, che risuolatura dopo risuolatura rimette in strada lo stivale buono e ne prolunga la vita. Da qui si può partire per ragionare di artigianato e sostenibilità in un Paese in cui, secondo l’Istat, nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in povertà assoluta, una condizione che riguardava anche il 14,3% delle famiglie con una persona di riferimento operaia.
Un sistema produttivo diffuso, fatto di piccole imprese, di competenze e di prodotti pensati per durare, ha molto da offrire alla sostenibilità. A fare la differenza, però, oltre ovviamente alla cultura del consumo, non è la piccola dimensione in sé, ma la possibilità di lavorare senza essere schiacciati dalla logica estrattiva di chi sta in cima alla filiera. Le inchieste milanesi sullo sfruttamento nei laboratori che producono per i grandi marchi del lusso mostrano quanto questa distinzione sia concreta: anche il lavoro di una piccola impresa può diventare un ingranaggio di un sistema che comprime costi e diritti per massimizzare i margini.
Il fast fashion porta all’estremo la logica del consumo rapido e della sostituzione continua. Nell’Unione europea il consumo di abbigliamento, calzature e tessili per la casa è salito a 19 chili per persona nel 2022, dai 17 del 2019. L’Agenzia europea dell’ambiente colloca questi consumi al quinto posto per pressione ambientale e climatica complessiva tra le grandi categorie di spesa delle famiglie. Far durare un abito o un paio di scarpe è dunque un modo concreto di ridurne l’impatto: quando una riparazione evita un nuovo acquisto, evita anche una parte della produzione, dei trasporti e delle emissioni necessarie a sostituirli.
Il paradosso è che la qualità durevole viene troppo spesso raccontata e venduta come un lusso, anziché come una possibilità ordinaria. È la trappola delle eccellenze: celebrare il saper fare mentre i suoi prodotti diventano inaccessibili a una parte crescente della società e il prezzo elevato, da solo, non garantisce né durata né sostenibilità. Chi ha meno, proprio mentre i salari reali faticano a recuperare quanto perso con l’inflazione, resta così esposto alla condanna degli stivali di Vimes: spendere poco ogni volta per spendere di più alla fine, e avere comunque i piedi bagnati.
Uscirne non significa chiedere a chi ha poco di comprare cose più costose, ma riportare al centro il volto quotidiano e popolare del mestiere: riparare, ricucire, riadattare, dare nuova vita all’usato. Sono pratiche da sempre parte della cultura artigiana, capaci di avvicinare la sostenibilità alle possibilità economiche delle persone. A condizione che gli oggetti siano fatti anche per essere riparati e che ripararli sia conveniente. All’inizio di ottobre, al Convegno Imprenditori di Lapam Confartigianato Modena e Reggio Emilia a Bardolino, Chiara Ceretti ha raccontato l’esperienza di Spazio 3R, l’impresa sociale di sartoria nata a Milano che lavora tessuti di recupero e forma al mestiere donne in condizioni di fragilità, mostrando come sostenibilità ed emancipazione possano nascere dallo stesso gesto.
Perché questo diventi la norma e non l’eccezione serve però la politica. In Francia, dal novembre 2023, un bonus finanziato da marchi, distributori e produttori riduce il costo delle riparazioni di abiti e scarpe presso i professionisti aderenti: fino a 25 euro per una risuolatura in cuoio. Nel bilancio del primo anno gli interventi sostenuti erano già 826.000. In Italia, sta entrando in vigore il decreto che recepisce la direttiva europea sulla riparazione dei beni, ma l’obbligo di riparazione imposto ai produttori riguarda categorie come lavatrici e smartphone, non abiti e scarpe.
Rendere la riparazione accessibile, sostenere chi la pratica e pretendere prodotti riparabili significherebbe avvicinare pratiche sostenibili e potere d’acquisto e sarebbe un atto rivoluzionario, perché rimetterebbe al centro della creazione di valore il lavoro, le competenze e la dimensione umana del mestiere, contro la disumanità di un sistema che misura tutto in rendimenti. Darebbe finalmente a Vimes, e a chi non può permettersi gli stivali buoni, un calzolaio sotto casa e i piedi asciutti.
© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.
-
Milanese, 50 anni. È consulente per la Trasformazione digitale, ideatore e responsabile del progetto Artibici e responsabile del Progetto speciale PNRR di Confartigianato Imprese. Ha studiato Storia contemporanea. Scrive di innovazione, politica e ristoranti. È autore di “L’economia del su misura. Artigiani, innovazione, digitale” (2016), “Provincia non Periferia. Innovare le diversità italiane” (2016) e di “L’eccellenza non basta. L’economia paziente che serve all’Italia” (2023). Da settembre 2019 cura il blog “Grimpeur. Scalare la montagna dell’innovazione inclusiva” sulla pagina web di Nòva del Sole 24 Ore.
