
Nel 2005 trascorsi quattro mesi in Nepal per preparare la tesi di laurea in Filosofia. Studiavo come la modernità stesse trasformando le culture tradizionali: l’organizzazione del lavoro agricolo, i legami comunitari, le pratiche religiose. Vissi a contatto con famiglie rurali di Gorkha e Tanahun, studiai le tradizioni newar nella Valle di Kathmandu e seguii un progetto nepalese di sviluppo comunitario.
Vent’anni dopo torno a interrogarmi sul Nepal da una prospettiva diversa, eppure vicina: il cambiamento climatico. Allora mi chiedevo come quelle comunità affrontassero la modernità; oggi come possano adattarsi a una trasformazione che investe il rapporto con la natura e con l’acqua.
Nella tesi annotai un episodio che oggi rileggo diversamente. Nella primavera del 2005 violente grandinate danneggiarono i campi del Nepal centrale, da Tanahun a Pokhara; poi il monsone tardò di settimane, e senza acqua le piantine di riso non potevano passare dai vivai ai campi, mentre la stagione del raccolto non avrebbe aspettato. Quel singolo episodio non si può attribuire al riscaldamento globale. A prescindere dalle cause, mostrava quanto il calendario agricolo fosse anche un ordine sociale.
Il ritmo delle stagioni
Nei villaggi bahun che visitai, da Chopprak a Coplang a Ekle-Phant, il lavoro più pesante si concentrava attorno al monsone e le famiglie si aiutavano a turno: ritardare la semina significava dover riorganizzare il lavoro di tutti. L’acqua si attingeva a fontane condivise, e sentieri e sorgenti richiedevano manutenzione collettiva. Era una reciprocità che non escludeva le gerarchie: le famiglie più povere coltivavano a metà del raccolto i terreni di quelle più agiate.
Nelle comunità rurali osservate le attività quotidiane e i festival rinsaldavano le relazioni; nella Valle di Kathmandu il calendario rituale newar scandiva la vita collettiva. A Patan la festa del carro di Rato Machhindranath, associato alla pioggia e al raccolto, accompagna l’attesa del monsone. L’acqua era necessità materiale e riferimento simbolico, in modi che variavano da una cultura nepalese all’altra.
Agosto 2026
Il 26 agosto 2026 un cedimento di roccia e ghiaccio sul Langtang Lirung ha innescato una piena carica di detriti che ha investito il bacino del Bhotekoshi e del Trishuli. Secondo i dati dell’autorità nazionale per la gestione dei disastri, ripresi dall’ICIMOD il 13 ottobre, il disastro ha provocato oltre 1.400 morti in Nepal e lasciato migliaia di dispersi. A cedere è stato un versante roccioso, che ha trascinato con sé parte del ghiacciaio; non si è trattato dello svuotamento di un lago glaciale.
Le località più vicine sono state colpite prima che potesse arrivare un’allerta efficace. I sistemi basati sulle precipitazioni e sul livello dei fiumi non sono progettati per individuare il cedimento
improvviso di un versante. Le osservazioni radar del satellite Sentinel-1 avevano rilevato fino a 40 centimetri di deformazione lungo la linea di vista del satellite nelle sette settimane precedenti, ma non consentivano di prevedere quando sarebbe avvenuto il crollo.
Le cause precise sono ancora allo studio. L’ICIMOD considera tra i possibili fattori le conseguenze del terremoto del 2015 e il disgelo del permafrost, senza indicare un innesco certo. Attribuire direttamente il disastro al cambiamento climatico sarebbe quindi prematuro. Il quadro di lungo periodo, però, è documentato: secondo il rapporto ICIMOD del 2023, tra il 2000-2009 e il 2010-2019 il tasso di perdita di massa dei ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya è aumentato del 65%.
L’idroelettrico
È su quei fiumi che il Nepal ha costruito una parte del proprio progetto di sviluppo. Secondo la Nepal Electricity Authority, nel 2025-26 la capacità elettrica installata ha raggiunto circa 4.000 MW e il Paese esporta elettricità verso India e Bangladesh. Il programma nazionale punta a 28.500 MW di capacità installata, in larga parte idroelettrica, entro il 2035: un obiettivo ambizioso, legato anche alla disponibilità di investimenti e sostegno internazionale.
Gli impianti ad acqua fluente producono soprattutto durante il monsone, mentre nella stagione secca il sistema dipende di più dalle importazioni. Centrali e linee sono esposte a frane e piene: la valutazione preliminare dei danni dell’agosto 2026 stima in circa 723 miliardi di rupie il fabbisogno per la ricostruzione, di cui circa 391 miliardi per energia e rete. Secondo la stessa valutazione, sono stati colpiti tredici progetti idroelettrici, per una capacità complessiva di 759 MW.
La scelta dei siti e le garanzie di sicurezza riguardano anche chi vive e lavora lungo i fiumi. Accanto all’ente elettrico pubblico operano numerosi produttori indipendenti; i danni agli impianti coinvolgono lavoratori e comunità a valle, che non sempre partecipano alle decisioni. Nella tesi osservavo che i modelli di sviluppo calati dall’alto tendono a perpetuare le differenze, e concludevo chiedendo di spostare l’attenzione dalle logiche dei donatori alle attitudini culturali e alle risorse delle comunità.
Perdite non economiche
A Kirtipur, nel 2005, assistetti a un funerale newar e ne annotai lo svolgimento: tutto il quartiere era in strada davanti alla casa del defunto, il corteo scese fino al Bagmati, diciannove guthiar alimentarono la pira per ore. L’acqua accompagnava il lutto: serviva a lavarsi, ai gesti rituali, a spegnere le braci. Alla fine le ossa vennero affidate al figlio perché le deponesse nel fiume. Era un compito condiviso, e il fiume ne faceva parte.
Sarebbe sbagliato trasferire quei riti alle comunità colpite nel 2026. Il confronto aiuta però a capire che, oltre a case e raccolti, possono andare persi i luoghi e le pratiche con cui le persone affrontano la morte e tengono insieme i legami collettivi.
I laghi di Gosaikunda, che alimentano il Trishuli, sono meta di pellegrinaggio per induisti e buddhisti: anche lungo questi fiumi esistono luoghi il cui valore non è riducibile alle infrastrutture che vi sorgono.
Scenari
L’espansione dell’idroelettrico pone quindi un problema di localizzazione e di sicurezza degli impianti, oltre che di disponibilità degli investimenti. Il monitoraggio dei versanti, la protezione delle infrastrutture e la diversificazione della produzione, anche attraverso il solare, possono ridurre alcuni rischi. Resta però da capire quale ruolo abbiano nelle decisioni le comunità che vivono lungo quei fiumi.
Nella tesi descrivevo CCODER, un’organizzazione nepalese che promuoveva risparmio collettivo e manutenzione comunitaria delle sorgenti e dell’irrigazione, e che coinvolgeva in maggioranza donne: il 63% dei membri nei distretti di Palpa e Gorkha. Ne annotavo i limiti, soprattutto la difficoltà di includere le famiglie più povere. Non so se oggi sia ancora attiva; la tengo come precedente di sviluppo costruito attraverso istituzioni locali.
Il 24 settembre, all’ONU, il primo ministro Balendra Shah ha proposto un meccanismo di resilienza himalayana con India e Cina per condividere dati e migliorare i sistemi di allerta. Per ora è solo una proposta.
Nel 2005 bastarono alcune settimane di ritardo delle piogge a mettere in difficoltà i villaggi che studiavo. I rischi di oggi sono più grandi, ma la domanda che mi facevo allora, come sviluppare le risorse del Paese tenendo conto delle comunità che ne dipendono, mi sembra ancora quella giusta per i fiumi nepalesi.
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Senior manager, lavora da oltre vent’anni presso la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), istituzione di ricerca indipendente riconosciuta a livello internazionale per gli studi sullo sviluppo sostenibile, l’economia dell’energia e le politiche climatiche. È Responsabile dell’Ufficio del Direttore Esecutivo e delle Risorse Umane, con competenze nella pianificazione strategica, nella governance e nello sviluppo organizzativo. Laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, opera in un contesto multidisciplinare che coinvolge oltre 60 ricercatori ed economisti.
