
“Quello che divide un atleta olimpico da un atleta paralimpico è che il primo è partito da zero, il secondo da “sottozero” – ama ripeterlo Ruggero Vio, papà della campionessa paralimpica più nota al mondo, Bebe, e vicepresidente di un’associazione che oggi accoglie oltre 50 ragazzi da tutta Italia e li aiuta a ri-partire. “Un atleta paralimpico – continua – non è un eroe, ma un atleta che ha superato un momento difficile, ha preso coscienza della situazione e ha lavorato per crearsi una storia, un percorso. Il grande messaggio dello sport paralimpico è proprio questo – gli fa eco Teresa Grandis, madre di Bebe e Presidente di Art4Sport – di fronte alla consapevolezza di un problema siamo chiamati a scegliere se vogliamo vedere il bello della nostra vita, o se vogliamo restare arrabbiati”.
Nelle parole di Teresa Grandis e Ruggero Vio, presidente e vicepresidente di Art4Sport Onlus, c’è l’attesa per le Paralimpiadi Milano Cortina 2026, ma soprattutto c’è un’idea precisa di comunità.
«Sedici anni fa quasi nessuno parlava di sport paralimpico»
La loro storia nasce con la figlia Bebe Vio, ma oggi – raccontano – “è supportata da Bebe ed è importante per tutti noi”. Sedici anni fa quasi nessuno parlava di sport paralimpico. L’intuizione fu semplice e rivoluzionaria: non bastava fornire protesi o carrozzine, bisognava costruire un percorso. Dare strumenti, sì, ma anche prospettiva.
“Nel mondo paralimpico ci si mette ancora più cuore”, spiegano. “La differenza è che l’atleta paralimpico, per arrivare lì, ha fatto un percorso enorme: ha scelto di guardare avanti, di non piangersi addosso”.
È una scelta che non riguarda solo i ragazzi. Riguarda le famiglie. “L’ospedale ti salva la vita. Ma poi? La rete è indispensabile”. In questi anni Art4Sport ha cambiato perfino lo statuto: oggi i ragazzi seguiti sono 51, “ma per noi sono tutti figli nostri”. Quando incontrano un nuovo ragazzo – spesso arrabbiato, spaesato – Teresa e Ruggero rivivono quello che hanno attraversato loro. “Anche noi per settimane ci siamo chiesti: perché è successo? A un certo punto devi smettere di chiedertelo. La domanda diventa: adesso cosa facciamo?”.
Nel gruppo si distinguono – con un termine che usano loro – i “solari”, quelli che hanno superato la fase del rancore e aiutano gli altri a costruire una vita piena. “La forza sono le famiglie che si contagiano tra loro. Il gruppo ti insegna a non vergognarti. Quando siamo insieme, tutti fanno tutto. Non c’è imbarazzo nel togliere una protesi. A volte basta l’esempio”.
«Lo sport paralimpico deve cambiare la percezione della disabilità: possiamo fare tutto. E possiamo farlo bene»
La scoperta della portata culturale del movimento paralimpico per Ruggero e Teresa arriva a Londra 2012. Uno stadio olimpico da 90mila persone pieno per le gare : “lì abbiamo toccato con mano la straordinaria capacità di questo mondo di portare messaggi fortissimi. Lo sport paralimpico deve cambiare la percezione della disabilità: possiamo fare tutto. E possiamo farlo bene”.
Lo sport diventa obiettivo, disciplina, contatto con la società. “Nella vita di chiunque è importante avere un obiettivo”. Ma Teresa Grandis è netta anche su un punto: “Io rompo le scatole a tutti: studiate, andate avanti. Non pensate solo di poter essere atleti”. Perché se è vero che l’Olimpiade è “la cosa più bella del mondo”, è altrettanto vero che, finita la carriera, il rischio è il buio. Nel paralimpico, spiegano, tutto si moltiplica per dieci.
«Dal progetto nasce anche la Bebe Vio Academy: persone con e senza disabilità si allenano insieme»
Da qui nasce anche la Bebe Vio Academy, attiva tra Milano, Roma e il territorio veneziano: una palestra dove persone con e senza disabilità si allenano insieme “nella maniera più naturale possibile”. Inclusione quotidiana, non slogan. Le competizioni agonistiche restano distinte – “le categorie sono diverse” – ma l’allenamento condiviso diventa scuola di normalità reciproca.
Il prossimo appuntamento per Ruggero e Teresa sarà a Roma l’8 Giugno con WEmbrace Games, una sorta di giochi senza frontiere, dove ragazzi con e senza disabilità gareggiano insieme. “Il mondo paralimpico crea dipendenza: affascina”, sorridono, perché mostra “la bellezza di tutte le forme possibili”.
In fondo, la loro missione è semplice e radicale: “Noi abbracciamo”. Vanno negli ospedali a incontrare le famiglie appena travolte da un evento che sembra incomprensibile. “Quello di cui hanno bisogno i genitori è vedere che c’è un domani. La vita non si ferma lì.
Un messaggio che, in vista delle Paralimpiadi Milano Cortina 2026, parla anche al tessuto produttivo e sociale dei territori: costruire reti, generare fiducia, trasformare una fragilità in progetto. Proprio come fanno le famiglie di Art4Sport.
Teresa e Ruggero ricordano che dopo il “perché” c’è sempre un’altra domanda. E la risposta, spesso, è un verbo concreto: fare.
(Testo di Anna de Roberto – Ufficio stampa Confartigianato Veneto)
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