Tutti si chiedono che cosa sia successo a Davos. Nell’aria si avverte la fine di un ordine: quello del multilateralismo di facciata, quando una potenza manteneva l’ordine internazionale intimando alla Cina di non fare un passo avanti rispetto a Taiwan e non si dichiarava più disposta a ritirate in Afghanistan e dintorni.

Si dichiarava, inoltre, pronta a rifornirsi — oltre che di quella del Patto di Abramo — della benzina venezuelana, non del petrolio, come dicono coloro che pensano che la benzina, anziché il petrolio, sgorghi dal suolo senza essere stata prima raffinata. E, poiché per raffinare i galloni che muovono il mondo occorrono petroli specifici, che si trovano soprattutto in Venezuela, si è andati a prenderli quasi senza colpo ferire.

Il mondo non ha battuto un colpo e ha considerato doveroso che la potenza più grande agisse così, come un’opera pia che fa beneficenza.

 

«Cosa è successo a Davos? L’ordine glogale si è mostrato per ciò che è» 

 

Ma a Davos è avvenuta la rivelazione. Anzi, il disvelamento, l’agnizione. L’ordine multilaterale, che si reggeva, appunto, rabberciato ogni tanto da un Patto di Abramo e dintorni, si è mostrato per quello che è.

Samuel Huntington, il grande maestro dimenticato (con un Bernard Lewis che occorrerebbe far studiare a memoria ai parlamentari europei e ai vogatori della flottiglia para-palestinese), aveva definito i “Davos Man” come uomini e donne della cricca oligarchica che governa il mondo, o meglio che vuole governarlo, condizionando parlamenti e governi attraverso la “cricca” — così la definiva — dei miliardari senza patria e con molti miliardi di dollari. Trump ha inaugurato un nuovo governo del mondo: una nuova forma di “royalistic empire”, proprio a Davos, e di lì in tutto il mondo, o almeno dove sarà possibile.

Trump è il “royal empire”, sotto la forma lewisiana del grande capitale: un nuovo Windsor del dominio mondiale, che aspira alla resa dei piccoli russi dell’Ucraina al neo-impero grande russo, purché si fermi la Cina di Xi Jinping e si dia tempo al Giappone di realizzare il sogno di Abe Shinzō di rendere sicuro l’Indo-Pacifico.

L’India si muove in questo senso e il ritorno dispiegato del duo Germania-Italia — la seconda buona terzista della potenza guglielmina — insieme alla caduta libera di Macron, fa ben sperare.

Una cosa sola la cricca novizia deve digerire: abbiamo tutti bisogno, tutti — sottolineo, tutti — del Nord Stream russo, anzi di entrambi. Se non li si ricostruisce, nulla si mette in moto, da Odessa a Gaza.

Non si mette in moto nulla di ciò che si era già fermato, ossia il gigantesco cuore malato dell’accumulazione mondiale, che pompa risorse e lavoro sempre peggio pagato e trattato così male che si torna a parlare di nuovo schiavismo.

 

«Il capitalismo di guerra diventa il vero sfondo del nostro tempo»

 

Tutto può fermarsi se si guarda a quello che io spesso — rifacendomi ai classici della teoria economica — chiamo le “sequoie della foresta”: gli ordinatori super-tecnologici della matematica non euclidea, ossia il mondo di sopra, quello ultra-visibile, quello di cui si parla sempre e di cui si cantano le lodi, per poi precipitare nelle ipotesi più disastrose.

Mi riferisco oggi al capitalismo di guerra, su cui il Santo Padre, con quella sua aulica calma che gli viene certo dallo Spirito Santo ma anche dal suo essere stato per anni Moderatore degli Agostiniani (e il termine stesso “Moderatore” dice molto della sua opera presente e futura), ha richiamato l’attenzione, invitando tutti a diventare “operatori di pace”.

Un termine che via via non si è più usato, ma che deve tornare a essere distintivo della presenza cristiana e cattolica in particolare. Perché? Perché invita ad agire, in ogni luogo e in ogni occasione, come se si trattasse — come in effetti è — di un modo di vivere la vita, in ogni momento.

Il Santo Padre ha per questo invocato “la virtù artigiana della pace” — o almeno così io ho inteso il suo appello — pieno di speranza, che ha riempito i nostri cuori di responsabilità e insieme di orgoglio.

 

«Nell’artigianato la pace prende forma: nella trasmissione del sapere, nella cura del lavoro, nella relazione»

 

L’orgoglio della pazienza, la virtù della temperanza, che iniziano dalle prime mosse nelle officine e negli uffici e terminano quando l’opera artigiana è compiuta. Non ci si scoraggia mai, perché il lavoro nell’impresa è vissuto come un compito incessante, che dà frutti ben oltre il risultato economico.

La perfezione del saper fare bene e del saper fare trasmettendo ad altri il sapere è un lavoro di fermezza e di pazienza: un lavoro di relazione e di mediazione. È questo lavorio incessante che fonda la pace, crea le basi della convivenza nella diversità.

Il mondo artigiano vive di fermezza, pazienza, condivisione, famiglia e lavoro: ieri, oggi e domani.

Ecco gli operatori di pace. Ecco gli artigiani.

© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.


Giulio Sapelli

Giulio Sapelli

Giulio Sapelli, già Professore ordinario all’Università degli Studi di Milano ed editorialista, unisce economia, storia, filosofia, sociologia e cultura umanista in una sintesi originale e profonda. Ha insegnato in Europa e nelle Università delle due Americhe, in Australia e Nuova Zelanda. I suoi lavori sono stati tradotti in tutto il mondo.
E’ Presidente della Fondazione Germozzi ed è impegnato a valorizzare il concetto di Valore artigiano, che è forza di popolo, di persone e di imprese legate da uno spirito unico, il quale esprime la vocazione originaria incline alla creatività e all’amore per la bellezza.

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

Privacy Preference Center