La produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media dello 0,2% annuo nel periodo 1995-2024. La media dell’UE27 nello stesso periodo è stata dell’1,2%. (CNEL, Rapporto Annuale sulla Produttività, 2025) Il divario non si spiega con la mancanza di tecnologia o di accesso ai mercati. Si spiega in parte con qualcosa di meno misurabile: la qualità del contesto in cui le imprese operano, la fiducia che le tiene insieme, la certezza che le regole valgano per tutti.

Questa certezza ha un nome preciso. Si chiama pace istituzionale. Non è l’assenza di conflitto. È la presenza di regole condivise che rendono il conflitto gestibile, la cooperazione possibile, il futuro prevedibile abbastanza da giustificare un investimento.

Il divario di produttività tra Nord e Sud Italia supera il 20%, anche a parità di settore e dimensione aziendale. (CNEL, 2025) Le ragioni sono note: infrastrutture, istruzione, accesso al credito. Ma sotto queste ragioni ce n’è una più profonda. Tra Nord e Sud il divario nella qualità istituzionale, misurato su componenti come rule of law, efficienza della giustizia e corruzione, è di 0,43 punti su scala normalizzata, dati al 2019. (Osservatorio CPI, Università Cattolica, 2021) Un procedimento civile al Sud dura in media il doppio rispetto al Centro-Nord. (Banca d’Italia, 2022)

Un’impresa che non può contare sulla certezza del contratto paga ogni transazione due volte: una in denaro, una in diffidenza. Questo è il costo della pace mancante. Non è un costo morale. È un costo economico, misurabile, che si accumula silenziosamente per decenni.

*Il luogo che insegna a competere

Il deficit istituzionale non è solo un problema di efficienza pubblica. È un problema di ecologia economica. Le imprese non crescono nel vuoto. Crescono in contesti. E i contesti si costruiscono, o si erodono, nel tempo.

Ferdinand Tönnies nel 1887 distingueva due forme di convivenza umana. La Gemeinschaft, comunità, fondata su legami profondi, identità condivisa, reciprocità non negoziata. La Gesellschaft, società, fondata su contratti, interessi, relazioni funzionali. (Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) La distinzione non era nostalgia. Era diagnosi. Le società moderne tendono verso la Gesellschaft. Ma le economie che funzionano meglio sono quelle che conservano, dentro la modernità, sacche di Gemeinschaft produttiva.

I distretti artigiani italiani che ancora tengono non sono sopravvissuti alla globalizzazione nonostante la loro dimensione. Sono sopravvissuti grazie a ciò che la dimensione permette: la trasmissione diretta di un modo di fare, di un modo di stare nel mercato, di un modo di giudicare il lavoro altrui. Richard Sennett ha chiamato questa trasmissione intelligenza artigiana: non solo la tecnica, ma la comprensione del perché di quella tecnica, il giudizio incorporato che distingue il fatto bene dal fatto male. (Sennett, The Craftsman, 2008) Questa intelligenza non si trasferisce con un manuale. Si trasferisce in un luogo, attraverso la prossimità, l’esempio, la correzione quotidiana.

Questo trasferimento è possibile solo in condizioni di pace. Non pace come silenzio o assenza di tensione. Pace come fiducia sufficiente a consegnare il proprio sapere a qualcun altro, nella certezza che verrà rispettato e non svenduto. Chi lavora in un distretto che funziona non firma un contratto con il futuro. Stringe un patto implicito con la comunità. Quel patto regge finché le istituzioni, formali e informali, lo garantiscono.

Robert Putnam, studiando per vent’anni le regioni italiane, trovò che il livello di impegno civico collettivo era il predittore più robusto dell’efficienza istituzionale e dello sviluppo economico. Non l’inverso. (Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, 1993) Le regioni civiche producevano meglio non perché fossero più ricche. Erano più ricche perché erano civiche. Perché la pace istituzionale al loro interno abbassava il costo della cooperazione e alzava la qualità di ciò che producevano insieme.

*Il sistema che si regge sulla fiducia

Quello che vale per un distretto vale per un continente.

L’Europa compete nel mondo come sistema. Non come somma di economie nazionali. Un sistema tiene finché le sue parti condividono regole sufficientemente stabili da rendere la cooperazione conveniente. Quando le divergenze interne crescono oltre una certa soglia, il sistema smette di essere tale. Diventa un campo di forze in cui ciascuno ottimizza per sé, erodendo le basi comuni.

Un’analisi condotta sui paesi OCSE mostra che la coesione sociale ha una correlazione forte e positiva con la crescita inclusiva: un punto in più nell’indice aggregato di coesione corrisponde a quasi mezzo punto in più nell’Inclusive Development Index del World Economic Forum. (CaixaBank Research, 2019) Le economie coese crescono in modo più sostenibile perché distribuiscono meglio i costi degli shock e mantengono la fiducia nelle istituzioni che regolano il mercato.

La pace, intesa come equilibrio istituzionale tra attori con interessi diversi, non è il risultato della prosperità condivisa. Ne è la condizione. Si costruisce prima, nei momenti in cui non sembra necessaria, e si consuma rapidamente quando le tensioni salgono e le regole cedono. Un’Europa che perde coesione interna non diventa semplicemente meno equa. Diventa meno competitiva.

*Quello che si costruisce lentamente si perde velocemente

La produttività italiana ha perso terreno per trent’anni. Le cause sono strutturali. Ma tra le cause strutturali c’è anche questa: un paese che ha faticato a costruire pace istituzionale su larga scala ha pagato questo deficit in ogni transazione, in ogni investimento rimandato, in ogni talento che ha scelto di andare altrove.

Il lavoro artigiano insegna che la qualità non è un risultato finale. È un processo continuo di osservazione, correzione, trasmissione. Lo stesso vale per la coesione. Non si dichiara. Si costruisce, ogni giorno, nelle istituzioni che funzionano, nei contratti che vengono rispettati, nei luoghi dove il sapere passa di mano in mano e con esso passa anche un modo di stare nel mondo.

Un’economia che dura è un’economia in cui questo passaggio è possibile. Non perché qualcuno lo abbia deciso. Perché la pace istituzionale che lo rende possibile è stata costruita, custodita e trasmessa. Come si fa con ogni cosa che vale.

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Samuele Cappelletti

Samuele Cappelletti

Associate Partner – Head of Readiness Practice – TEHA Group. Consulente in The European House – Ambrosetti dal 2018. Si occupa di misurazione e sviluppo delle competenze e della creazione di piattaforme tecnologiche per la costruzione di piani di crescita personalizzati, rivolti a molteplici target: da giovani studenti a membri delle direzioni aziendali. Dal 2008 al 2018 è stato CEO dell’associazione no profit “Non pioverà per Sempre”, la quale si occupa di dispersione scolastica e disagio giovanile in provincia di Como. Ha conseguito la laurea triennale in Relazioni Internazionali e la magistrale in Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con focus sulla gestione economica delle aziende, presentando una tesi sperimentale per la misurazione delle intelligenze multiple di Howard Gardner.

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Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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