Le Olimpiadi invernali sono state un successo organizzativo, un fiore all’occhiello per il Made in Italy e una grande sorpresa mediatica. Parto da qui: nessuno, nemmeno i più ottimisti, aveva previsto l’enorme successo televisivo e social di un evento costitutivamente percepito come “di nicchia”. Chi mai si sarebbe sognato di osservare milioni di persone incollate davanti al televisore a guardare il curling, il bob o qualcuna delle discipline estreme legate al mondo alpino? In televisione è regola aurea preferire il mare alla montagna. Al mare ci andiamo tutti, a sciare molti di meno.

E invece l’evento, cominciato con una cerimonia d’apertura di bellezza sconvolgente – basti pensare alla sfilata tricolore griffata Armani o alla splendida esecuzione dell’inno nazionale di Laura Pausini – ha frantumato in pochissimi giorni ogni convinzione e sbriciolato ogni previsione. In un saggio di oltre trent’anni fa, Daniel Dayan e Elihu Katz parlavano dei grandi “eventi mediali” come meccanismi estetici e narrativi in grado di raggruppare una nazione intera davanti alla loro visione. Ecco, in questo senso possiamo dire che le Olimpiadi invernali hanno egregiamente svolto il loro compito, al di là di ogni aspettativa, ponendosi al livello di eventi come Sanremo o le partite della Nazionale di calcio.

La platea televisiva è cresciuta numericamente e ha attirato target di solito poco inclini a consumare offerta lineare, come gli adulti tra i trenta e i quarant’anni. Il traffico social è stato notevolissimo e anche fasce di popolazione potenzialmente poco interessate hanno finito per rimanere ipnotizzate da apparati di ripresa perfetti, fotografia impeccabile e imprese sportive oggettivamente affascinanti. Questo successo è frutto di uno sforzo organizzativo imponente che ha trasformato più località in un set televisivo e sportivo di confezione altissima. Pochissime criticità, in fondo, dopo una genesi faticosa.

 

«Dietro la qualità delle immagini e della narrazione c’è uno sforzo organizzativo imponente, fondato su competenze diffuse e su un sistema produttivo radicato»

 

Ma organizzazione e performance mediatica non sono categorie astratte poggiate su qualche algoritmo: devono avere basi solide e un retroterra di competenze radicato. In questo senso, le Olimpiadi invernali sono state una grande vetrina – direi l’ennesima, ma va da sé – per mostrare al mondo intero la capacità imprenditoriale artigiana dell’Italia. Ci sono gli architetti che progettano, i registi che riprendono e gli artigiani che producono manufatti unici, ad altissimo valore aggiunto all’interno di ciò che viene definita sport economy.

Volete qualche esempio? Parliamo degli artigiani coinvolti nel restauro della stazione di Belluno, nella costruzione degli impianti per la pista di pattinaggio di Assago o in quella di bob di Cortina d’Ampezzo. Personalmente, da osservatore del mondo manifatturiero, resto sempre stupito quando mi fermo ad analizzare quanta storia, memoria, tradizione, capacità, competenza, curiosità – e, se volete, potrei continuare con i sostantivi – si concentrino dentro un prodotto artigiano.

Analizzando progetti come “100 storie italiane di sport”, che racconta il sapere artigianale italiano applicato a questo settore, arriva la conferma di quanto questa silenziosa e preziosissima forma di creatività nazionale abbia contribuito a rendere la grande avventura olimpica ciò che è stata: un successo globale in termini di immagine. Sono state coinvolte quasi ventimila imprese, secondo le ricerche di settore, e il PIL è cresciuto coerentemente con l’allargamento dei confini di questa avventura sportiva.

 

«Il successo olimpico poggia su una rete di imprese artigiane che attraversa costruzioni, logistica e design, rendendo possibile ciò che appare solo spettacolo»

 

Artigianato è costruzioni, logistica, design. Artigianato è quel sistema di piccole e medie imprese che confezionano prodotti e servizi per le attività sportive, non certo solo abbigliamento. I numeri e le cifre offerte a fine gennaio da Confartigianato testimoniano questa centralità produttiva delle filiere e, ancora una volta, quella sorta di “eccezione italiana” che lega indissolubilmente il modello artigiano italiano alla storia nazionale, alla vocazione territoriale, a un’infrastruttura produttiva rispettosa della tradizione e, proprio per questo, naturalmente pronta ad accogliere innovazione senza creare traumi occupazionali o ambientali.

La domanda a cui è facile rispondere è questa: si sarebbero potute organizzare le Olimpiadi invernali con un focus centrato sul coinvolgimento delle imprese nazionali senza la capacità delle piccole e medie imprese dell’artigianato italiano? La risposta è no. Per questo, in mezzo al comprensibile clamore mediatico che ha accompagnato questo successo italiano nel mondo, è giusto che anche il racconto di una “maggioranza silenziosa” di custodi del saper fare, che mette in rete eccellenza delle competenze, energia umana, cura del dettaglio, capacità produttiva ed eterna riattualizzazione del genio italiano, trovi spazio e considerazione.

Il mondo artigiano è pieno di storie interessanti e, ancora una volta, ha trovato un luogo congeniale dove dispiegarle e conquistare una medaglia particolarissima, ma pur sempre d’oro.

(Un commento di Angelo Mellone)

© Foto Sabine Hannaert/MICO2026

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