
C’è un paradosso luminoso nel mondo del cinema: un’industria globale fatta di budget miliardari, tecnologie avveniristiche, piattaforme digitali e intelligenza artificiale, che però si regge – in modo determinante – sulla cura delle mani umane. Mani artigiane. Mani che costruiscono, modellano, inventano, riparano, trasformano. Mani che danno forma al sogno.
Non è retorica: è l’essenza profonda della settima arte, quella che i grandi registi non smettono mai di ricordare. Matteo Garrone, uno dei migliori registi italiani, lo ha detto in modo chiarissimo: «Il cinema è un’arte, una forma di espressione artistica legata molto all’artigianato». Perché prima di essere un’industria, il cinema è un laboratorio. E prima di essere un linguaggio, è un mestiere.
Questa natura artigianale del cinema non è marginale né poetica: è strutturale. Non riguarda solo i film “di genere”, dove effetti speciali, creature fantastiche, modellini, animatronic e protesi sono il cuore dell’esperienza visiva.
Certo, in quel territorio la manualità raggiunge vertici quasi scultorei: basta pensare allo studio Artisan Entertainment, nato a Los Angeles e diventato un marchio cult proprio per la sua capacità di coniugare creatività e savoir-faire tecnico. Film come Essi vivono di John Carpenter, The Blair Witch Project, Rambo, Terminator portano la firma di un cinema che vive di lavorazioni di precisione: make-up prostetico, modellistica, pittura scenica, animazione meccanica.
Ma la verità è che ogni film, dal kolossal al cinema d’autore più intimo, è un mosaico costruito pezzo per pezzo da specialisti che rispondono esattamente alla definizione più bella di ‘valore Artigiano’: persone che coniugano tecnica, cultura, sensibilità, identità del fare.
In nessuna industria creativa – neppure nella moda, nella musica, nel design – la componente manuale è così potente, così diffusa, così decisiva.
Pensiamo ai mestieri invisibili dietro una scena di pochi secondi. Il falegname del cinema, per esempio: un professionista capace di costruire in poche ore un ambiente completo, credibile fino all’ultimo dettaglio, destinato magari a esistere soltanto per un’inquadratura. Oppure il macchinista che, con ingranaggi, carrucole e strutture metalliche, permette alla macchina da presa di compiere un movimento fluido che durerà due secondi sullo schermo, ma che incide sul respiro emotivo dell’intera sequenza. E poi c’è chi lavora il ferro, il gesso, le gomme speciali, i tessuti, il cuoio; chi disegna, scolpisce, fonde, intarsia, cuce, assembla. Mestieri antichi portati dentro un’industria nuovissima.
Il cinema è questo: una bottega allargata al mondo.
Alcuni artigiani di questa bottega globale sono diventati leggende. Carlo Rambaldi, tre volte Premio Oscar, è l’esempio perfetto: creatore di E.T., del mostro di Alien, delle creature di King Kong. Era un artigiano nel senso più alto del termine: un uomo delle mani, prima ancora che un genio della meccanica. Vittorio Storaro, altro gigante con tre Oscar, ha trasformato la luce in materia fisica, modellandola come farebbe uno scultore con il marmo. Ogni sua inquadratura è una lavorazione di precisione, un gesto di bottega. E potremmo continuare con scenografi, costumisti, montatori, tecnici del suono, modellisti, scultori, mosaicisti, pittori digitali, creatori di gioielli, di armi di scena, di calzature speciali.
Ci sono dettagli che raccontano tutto. Nel videoclip Thriller di Michael Jackson – un’opera pop che ha rivoluzionato la cultura visiva – il chiodo di pelle che indossa il cantante è frutto della maestria italiana: realizzato a Solofra, con lavorazioni artigianali di una qualità tale da diventare parte integrante dell’immaginario mondiale.
È la prova che l’artigianato non è un mestiere del passato: è un codice estetico che continua a riscrivere la storia.
E poi c’è un oggetto che più di ogni altro incarna il legame indissolubile tra cinema e artigianato: la statuetta degli Oscar. Alta circa 34 centimetri, tre chili e mezzo di peso, un uomo stilizzato in bronzo poi rivestito d’oro 24 carati. Ogni statuetta è il prodotto di un processo artigianale complesso, fatto di fusioni, rifiniture, lucidature. Il suo creatore, Cedric Gibbons, non era soltanto un artista: era un maestro artigiano prestato alla scenografia, direttore artistico della MGM, uomo capace di immaginare mondi e costruirli fisicamente, centimetro dopo centimetro. La più celebre icona del cinema è dunque un oggetto di bottega, forgiato con la cura che si riserva a un pezzo unico.
La verità è che il cinema non potrebbe esistere senza artigiani.
E non si tratta soltanto dei mestieri tradizionali: ogni evoluzione tecnologica porta con sé nuove figure, nuovi linguaggi, nuove manualità. Il digitale (ed anche la pervasiva ormai intelligenza artificiale), per esempio, non ha sostituito l’artigianato: lo ha trasformato. L’artigiano del cinema oggi può essere anche un colorist che modella digitalmente le luci come se stesse pitturando una tavola; un sound designer che scolpisce i rumori come fossero materia; un creatore di effetti digitali che plasma pixel con la stessa cura con cui Rambaldi modellava silicone e lattice.
Anche il lavoro al computer richiede una mano educata dal mestiere, un occhio allenato alla precisione, una sensibilità artigianale. È il paradosso più bello del cinema contemporaneo: più la tecnologia avanza, più il valore umano diventa irrinunciabile.
Ogni set cinematografico è un piccolo mondo in cui l’artigianalità non è una nicchia, ma una condizione naturale. Perché per trasformare le idee in immagini serve una comunità di specialisti, ognuno dei quali porta una competenza che non si improvvisa: si apprende, si custodisce, si affina. Esattamente come in ogni bottega artigiana.
E così, dietro un film, non ci sono solo attori, registi e produttori: ci sono cappellai, calzolai, modellisti, armaioli, parrucchieri, truccatori specializzati, costruttori di oggetti meccanici, restauratori, fabbri, vetrai, orafi, pittori, sarti, falegnami, elettrotecnici, carpentieri, decoratori, stuccatori, liutai, ingegneri del suono, operatori macchina, tecnici luci, mosaicisti digitali, creatori di creature fantastiche, artigiani del legno, della pietra, del metallo e dell’immaginazione. Una costellazione di mestieri che nessuna enciclopedia riuscirebbe a contenere del tutto. Il cinema è forse la più grande celebrazione vivente del lavoro artigiano.
Lo è per natura, per struttura, per cultura. Ma lo è soprattutto perché l’artigianato, nel cinema, non è relegato al passato: è continuamente reinventato. Ogni film è un atto di creazione collettiva in cui la mano dell’uomo si misura con sogni più grandi di lui. E ogni generazione scopre, proprio attraverso il cinema, che il talento manuale non è un ripiego: è un motore di bellezza, un generatore di innovazione, un linguaggio universale.
Ecco perché parlare dei “mille mestieri a valore Artigiano nel mondo del cinema” non è un esercizio poetico: è un modo per nominare la verità. Il cinema non sarebbe cinema senza artigiani. Senza chi costruisce ciò che appare sullo schermo, senza chi lavora dietro le quinte, senza chi tiene insieme l’illusione e la rende reale. Il cinema è una promessa di mondi. L’artigianato è la mano che mantiene quella promessa.
In fondo il cinema, come l’artigianato, nasce sempre nello stesso luogo: in un laboratorio dove qualcuno decide che la realtà può essere trasformata. E questa trasformazione, quasi sempre, comincia con un gesto semplice: una mano che tocca la materia e le dà una forma. Una forma che, un giorno, qualcuno chiamerà emozione.
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Giovanni Boccia
Lucano, 55 anni, laureato in sociologia. Da oltre trent’anni si occupa di istruzione e formazione. Ha coordinato i primi progetti europei Horizon sull’inclusione sociale e giovanile. È Responsabile della Formazione Interna di Confartigianato Imprese e Direttore della Fondazione Germozzi. Per passione è speaker radiofonico in trasmissioni che suonano musica Soul e raccontano storie di cinema.
