L’appello di Papa Leone agli “artigiani di pace” non è soltanto un’immagine evocativa, ma una chiave di lettura per comprendere la postura della Chiesa di fronte alle guerre del presente. In un mondo segnato dalla crisi delle grandi architetture multilaterali e dall’avanzata di una tecnologia sempre più autonoma, il richiamo a una pace costruita “a mano” torna centrale. Ne parliamo con Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino.

 

Professore, l’appello di Papa Leone agli artigiani di pace affonda le radici nel magistero recente. Da dove nasce questa immagine?

«Nasce chiaramente dal pontificato di Papa Francesco, che ha parlato più volte della pace come di un lavoro artigianale. È una metafora molto concreta: la pace non è un prodotto industriale, non è qualcosa che si impone dall’alto, ma richiede pazienza, cura, capacità umana. È anche una risposta alla crisi delle grandi organizzazioni internazionali, che per decenni hanno rappresentato il principale luogo del peacemaking.»

Quindi è anche una presa d’atto dei limiti del multilateralismo?

«Sì, ma non un rifiuto. La Chiesa cattolica continua ad avere una presenza importante nelle organizzazioni internazionali. Tuttavia, accanto a questo, esiste un altro livello: quello delle reti diffuse, degli ordini religiosi, delle organizzazioni laicali. È una struttura più “artigianale”, fatta di tante iniziative piccole ma capillari.»

Lei parla di una dimensione quasi “metafisica” dell’artigianato. Cosa intende?

«L’artigianato non è solo una tecnica, è un’arte. Rimanda a una visione dell’umano che nella cultura cattolica è profondamente integrale: corpo, mente e spirito. L’artigiano lavora con le mani ma anche con l’intelligenza e la sensibilità estetica. In questo senso, è una categoria che dice qualcosa di essenziale su cosa significa essere umani.»

Come si inserisce questa visione nel contesto delle guerre contemporanee?

«Oggi abbiamo, da un lato, l’artigianato della pace e, dall’altro, una guerra sempre più segnata dall’intelligenza artificiale. Il rischio è che la tecnologia, lasciata a se stessa, porti a una disumanizzazione del conflitto. La risposta della Chiesa non è semplicemente meno tecnologia, ma una tecnologia governata da una mente artigiana, cioè umana, responsabile.»

C’è una continuità tra i pontificati su questo tema?

«Assolutamente sì. Il discorso di Assisi del 2016 di Papa Francesco, durante la Giornata mondiale di preghiera per la pace, è uno snodo fondamentale. Lì si parla esplicitamente di “artigiani di pace”. Papa Leone riprende questo filo e lo sviluppa, così come Francesco aveva fatto parlando anche di “artigiani di democrazia”.»

Perché proprio l’artigianato diventa oggi una categoria così centrale per la Chiesa?

«Perché è sempre stata, in un certo senso, più artigianale che industriale. L’artigianato è più vicino alla sua cultura rispetto al mondo operaio novecentesco. Ma oggi c’è anche una ragione più profonda: la sfida sull’umano. In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce i confini dell’uomo, l’artigiano rappresenta qualcosa di essenziale, di irriducibile. È una figura che ci ricorda che l’umano non è sostituibile.».

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Federico Di Bisceglie

Federico Di Bisceglie

Dopo gli studi classici approda alla redazione de il Resto del Carlino di Ferrara, appena diciottenne. Nel giornale locale, inizialmente, si occupa di quasi tutti i settori eccetto lo sport, salvo poi specializzarsi nella politica e nell’economia. Nel frattempo, collabora con altre realtà giornalistiche anche di portata nazionale: l’Avanti, l’Intraprendente e L’Opinione. Dal 2018 collabora con la rivista di politica, geopolitica ed economica, formiche.net. Collaborazione che tutt’ora porta avanti. Collabora con la Confartigianato Ferrara in qualità di responsabile della comunicazione.

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Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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