
Ancient Future è il titolo di una affascinante istallazione che ha colpito i visitatori della Biennale del 2025. Elemento centrale dell’installazione sono quattro travi in legno lamellare prodotte in Danimarca: due sono intagliate a mano dagli artigiani butanesi (Sangay Thsering e Yeshi Gyeltshen), mentre le altre due sono sagomate da un braccio robotico che ne imita i disegni.
L’accostamento proposto dallo studio internazionale BIG invita i visitatori a esaminare le differenze fra i risultati ottenuti da artigiani e robot suggerendo non tanto una gerarchia fra gli uni e gli altri quanto piuttosto una collaborazione da esplorare e costruire con cura. Le travi decorate sono destinate a decorare la facciata dell’aeroporto di Gelephu (Buthan) nell’ambito più generale del progetto di “Mindfulness City”. La strada da percorrere non è facile: senza tecnologia il saper fare artigiano diventa lusso, con una tecnologia eccessivamente aggressiva l’artigianato scompare. Ancient future parla di un equilibrio difficile quanto necessario.
Il valore dell’installazione dello studio BIG è stato ampiamente rilanciato in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista della Biennale di Venezia dal titolo “Applicazioni”. Quando parliamo di applicazioni il pensiero corre alle “app” che affollano i marketplace di Apple a Google. Le app sono ciò che anima gli ecosistemi del valore digitale. Oggi sono sempre più intelligenti e sempre più invasive. Sono da tempo il principale fattore di crescita dell’economia americana. Il prezzo sociale e politico di una crescita basata sulle “app” è stato alto. I campioni del digitale che oggi capitalizzano più o meno il 40% dello S&P 500 non si sono fatti molti scrupoli a mettere in pericolo le premesse della conversazione pubblica e del vivere sociale. I loro business model hanno permesso a pochi di costruire fortune colossali mettendo all’angolo una classe media già abbondantemente in difficoltà.
«Le “Applicazioni” sono le arti applicate su cui una parte rilevante della manifattura italiana fonda il proprio vantaggio competitivo»
Le “Applicazioni” di cui parla l’ultimo numero della rivista della Biennale sono tutt’altro. Sono le arti applicate su cui una parte rilevante della manifattura italiana fonda il proprio vantaggio competitivo. Gli articoli della rivista ci ricordano che la produzione fondata sul saper fare artigianale non necessariamente “scala” per andare in borsa (come nel caso delle start up),ma prospera se si allea all’arte e al design (come nel caso del progetto della “Fabbrica lenta” di Giovanni Bonotto) e se trova una misura con la tecnologia e con l’innovazione (come nel caso di Ancient future).
«L’economia delle applicazioni parla di un’innovazione che tiene insieme crescita e società, patrimonio culturale e proiezione nel futuro, prospettive individuali e coesione sociale»
Una quindicina di anni fa, la riscoperta del lavoro artigiano ha coinciso con una critica serrata al mondo della finanza. Un’economia fondata su prodotti finanziari incomprensibili ai più e una società composta da individui in bilico fra aspettative da rentier e piglio da giocatori d’azzardo non lasciavano immaginare nulla di buono. La riscoperta del lavoro artigiano coincideva con la necessità di ripensare il ruolo del lavoro nella società, del “mestiere” come leva per l’espressione di sé, le pratiche come motore di legami comunitari. Se l’economia delle “app” arricchisce al prezzo di una società atomizzata, fragile di fronte all’esercizio di un potere che si fa autoritaria, l’economia delle applicazioni parla di un’innovazione che tiene insieme crescita e società, patrimonio culturale e proiezione nel futuro, prospettive individuali e coesione sociale. Oggi il problema non è tanto una finanza aggressiva quanto piuttosto una tecnologia che ambisce a un’egemonia con risvolti inquietanti. Sappiamo che una cultura del lavoro fondata su cura e dedizione è un antidoto piuttosto efficace a una società di uomini soli e disperati. Rispettare il lavoro artigiano e i valori che porta con sé, è una delle possibili cure al disagio che abbiamo visto crescere in modo abnorme nella cultura di oltreoceano.
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Stefano Micelli
Stefano Micelli è Direttore del Master in Manager’s development Program e Professore di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari Venezia.
Dedica gran parte della sua attività di ricerca al tema della trasformazione del sistema economico italiano con un’attenzione particolare all’evoluzione dei settori manifatturieri.
È presidente esecutivo di Upskill 4.0, spin-off di Università Ca’ Foscari Venezia, costituito come Start Up Innovativa e come Società Benefit. È membro dell’Advisory Board Italy di UniCredit e presidente dell’Advisory Board Nord Est di UniCredit.
È membro del comitato scientifico di Symbola. È autore di diversi articoli e volumi fra cui: “Futuro Artigiano” (Marsilio) e “Fare è innovare. Il nuovo lavoro artigiano” (Il Mulino).
Conduce il progetto ITS 4.0 che propone a tutte le Fondazioni a cui fanno capo gli ITS un nuovo programma formativo-professionale che avvicina scuole e imprese sui temi del 4.0
