
Chiunque, almeno una volta nella vita, ha sentito l’espressione “diseguaglianze di genere”, eppure pochi ne saprebbero parlare con dimestichezza. Ma cosa significa davvero questo termine? Da dove nascono le diseguaglianze? E perché continuano a riguardarci?
“Non c’è barriera, serratura o chiavistello che tu possa imporre alla libertà della mia mente”, le parole crude ed eleganti di Virginia Wolf, che rifletteva sulla condizione delle donne del primo Novecento. A circa un secolo di distanza, molte delle barriere descritte dall’autrice continuano ad esistere, anche se in forme diverse, più sottili, quasi intangibili.
«Le diseguaglianze di genere non nascono da un solo fattore, ma prendono forma lungo tutto il corso della vita: dalla scuola al lavoro, dalla cura alla genitorialità, fino all’accesso ai ruoli decisionali».
Il Rapporto Italia Generativa, nella sua ultima edizione, “La colonna invisibile” tenta di rintracciare i nodi da cui nascono queste barriere, osservando come prendano forma lungo il percorso di vita di donne e uomini. Attraverso l’integrazione tra ricerca qualitativa e quantitativa, lo studio mira a indagare queste differenze nella scuola, nel mercato del lavoro, nei carichi di cura, nella genitorialità, nell’accesso alle posizioni apicali, nell’utilizzo del tempo e nella gestione della salute.
Per comprendere le disuguaglianze di genere non basta osservare l’hic et nunc, ma occorre guardare all’intero corso di vita delle persone. Per questa ragione, il report invita a considerare tali disuguaglianze in una prospettiva longitudinale, mostrando come tendano ad ampliarsi con il passare degli anni, proprio come le due lame di una forbice: inizialmente vicine, quasi sovrapposte, ma destinate a separarsi nel corso del tempo.
Le differenze tra uomini e donne emergono fin dalla scuola primaria, per poi aumentare durante l’intero percorso scolastico. Guardando ai dati PISA sulle competenze dei quindicenni, la quota di ragazze italiane con risultati non adeguati in matematica è più alta di quella maschile. In lettura e comprensione del testo i risultati sono opposti: in Italia le difficoltà riguardano in misura maggiore i ragazzi. Infine, nelle scienze la situazione è più equilibrata, ma resta lievemente più elevata la quota di maschi con risultati insufficienti.
Un segnale incoraggiante è rappresentato dalla quota di laureate in discipline STEM, settore tradizionalmente dominato dalla presenza maschile: in Italia tra i laureati STEM, le donne sono circa 4 su 10, una quota tra le più alte in Europa. Anche altri indicatori sembrano sancire il vantaggio formativo delle giovani donne: tra i laureati, ad esempio, la quota femminile è maggiore di quella maschile, un divario che tende ad aumentare tra le generazioni più giovani.
Il vantaggio scolastico femminile non sempre si traduce in vantaggio lavorativo. È proprio nel mercato del lavoro che la forbice inizia ad aprirsi, mostrando un divario evidente negli stipendi, nella minore presenza, nella maggiore precarietà e nella diversa qualità dell’occupazione femminile.
La presenza di donne nel mercato del lavoro è inferiore a quella degli uomini: se il tasso di partecipazione femminile è pari al 57,4%, quello maschile raggiunge il 74%. Anche quando lavorano le donne sono spesso esposte a condizioni di precariato: la quota di lavoratrici con contatti a termine o part-time è superiore rispetto alla controparte maschile. Sebbene l’occupazione a tempo parziale possa contribuire alla conciliazione di vita e lavoro, nel nostro Paese, la maggior parte del part-time femminile è involontario. Spesso non si tratta di una libera scelta, ma dell’unica opzione disponibile.
«Le imprese femminili sono una componente diffusa dell’economia italiana: oltre 1,3 milioni di realtà, pari a circa il 22% del totale, ma spesso ancora piccole, fragili e concentrate in settori meno dinamici».
L’imprenditoria femminile, come evidenziato dal rapporto, risulta una componente importante e diffusa dell’economia italiana, pur rimanendo spesso di piccole dimensioni, fragile e concentrata in settori poco dinamici. Le imprese guidate da donne sono poco più di 1,3 milioni, intorno circa il 22% del totale, con una presenza capillare nel tessuto economico italiano e in lieve crescita nell’ultimo decennio. Inoltre, nel confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia è tra i primi posti per quota di lavoratrice autonome, sia con che senza dipendenti. Se da un lato questo dato sembra raccontare della diffusione di una forte capacità di iniziativa imprenditoriale femminile, dall’altro nasconde alcune ambiguità e criticità strutturali del mercato del lavoro italiano. Il ricorso al lavoro autonomo può rappresentare una necessità dettata dalla mancanza di opportunità lavorative, più che un orientamento di carriera. Inoltre, molte attività femminili sono sovrarappresentate in ambiti caratterizzati da scarse possibilità di crescita economica e limitate prospettive di espansione. In altri casi, come per le cosiddette “finte partite IVA”, l’autonomia è solo formale: il lavoro dipende di fatto da un unico committente, esponendo chi lavora a condizioni di forte subordinazione e ricattabilità.
Quando però crescono, le imprese femminili producono un effetto positivo sull’occupazione delle donne: se in queste realtà la presenza femminile supera il 50%, nelle altre imprese spesso non arriva al 40%. In quest’ottica l’imprenditoria femminile sembra generare un effetto moltiplicatore, favorendo l’ingresso di altre donne nel mercato del lavoro.
L’affondo qualitativo del rapporto mostra uno spaccato della realtà italiana approfondendo le marcate differenze territoriali tra Sicilia e Lombardia.
La diseguaglianza non è quindi neutra ma ha diversi volti: in Sicilia si riscontra nell’accesso al mercato del lavoro, in Lombardia riguarda invece la possibilità di sostenere tempi, ritmi e la costante reperibilità.
Nelle aree interne dell’isola il mercato del lavoro è ristretto, poco dinamico e fortemente basato su reti personali. L’accesso all’occupazione spesso non avviene attraverso percorsi meritocratici o selezioni aperte, ma tramite conoscenze dirette, relazioni familiari e forme di prossimità sociale
«Nei piccoli centri il territorio può diventare un confine: quando le opportunità sono poche, anche le aspettative si abbassano e il futuro sembra già scritto».
In piccoli centri dove “ci conosciamo tutti”, il territorio non è soltanto uno sfondo geografico: diventa un sistema che definisce concretamente ciò che è possibile fare, immaginare e costruire. La scarsità di opportunità può portare a un abbassamento delle aspettative. Alcune donne raccontano di aver interiorizzato molto presto l’idea che “anche con la laurea si resta a casa”, sviluppando così una forma di adattamento preventivo.
In Lombardia il quadro cambia radicalmente. Non è più l’accesso il problema principale, ma la capacità di sostenere nel tempo ritmi, richieste e disponibilità continue. Milano viene descritta sia come “città delle opportunità”, che come spazio ad alta pressione competitiva. In questo contesto le donne si trovano spesso a dover negoziare continuamente tra carriera, tempo familiare e sostenibilità personale.
Un altro snodo critico nel corso della vita delle donne è l’intensificarsi dei compiti di cura. Questi non si esauriscono con la maternità: in Italia è molto alta anche la quota di donne in età lavorativa che si prende cura di genitori e parenti anziani, in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla limitata disponibilità di misure di welfare. Diventa quindi fondamentale la questione del tempo: chi ne dispone, chi lo controlla, chi lo sacrifica.
Le diseguaglianze non sono conseguenza esclusiva né della cura dei figli né dell’assistenza agli anziani, ma si accumulano, come tasselli di un Lego, lungo le diverse fasi della vita. Queste, prendono forma già nella convivenza e nel matrimonio. Le interviste mostrano come la vita di coppia introduca nuove responsabilità quotidiane: gestione della casa, organizzazione del tempo, cura delle relazioni familiari, lavoro invisibile che ricade prevalentemente sulle donne, anche nelle coppie considerate moderne o collaborative.
«Per molte donne la traiettoria cambia già con il matrimonio: il tempo si restringe, le scelte diventano più adattive e il percorso professionale perde continuità».
Molte donne raccontano di aver interrotto o rallentato il percorso universitario non a causa della maternità, ma dopo il matrimonio. Una delle intervistate spiega con grande lucidità: “Prima laureatevi e poi sposatevi”. Dietro questa frase c’è la consapevolezza che la convivenza modifichi profondamente il rapporto con il tempo e con le energie disponibili. Altre donne raccontano di essersi orientate verso lavori più stabili, meno rischiosi o più vicini a casa per rendere compatibile il lavoro con la nuova organizzazione familiare. La traiettoria femminile inizia così progressivamente a diventare più adattiva, mentre quella maschile tende a restare più lineare e continua.
Gli effetti della maternità sono comunque determinanti. Nelle interviste emergono chiaramente tre dinamiche ricorrenti: rallentamento, adattamento e uscita dal mercato del lavoro.

In Sicilia la maternità coincide spesso con lunghe interruzioni lavorative o con uscite definitive. Molte donne raccontano di aver smesso di lavorare dopo la nascita dei figli e di aver incontrato enormi difficoltà nel rientrare. In questi casi il lavoro viene progressivamente ridefinito non più come spazio di realizzazione personale, ma come attività subordinata alle esigenze familiari.
In Lombardia, invece, le donne tendono più spesso a rimanere nel mercato del lavoro, ma al prezzo di continui compromessi. Inoltre, emergono con forza episodi di discriminazione organizzativa, demansionamento, isolamento professionale e mancato riconoscimento dopo il rientro dalla maternità. È ciò che la letteratura internazionale definisce maternity wall: una barriera invisibile che non espelle formalmente le donne dal lavoro, ma ne rallenta crescita, riconoscimento e possibilità di carriera.
«Le diseguaglianze non dipendono solo dalle scelte individuali: imprese, territori e culture organizzative possono ampliare o ridurre gli spazi reali di crescita delle donne».
In quest’ottica, la diseguaglianza non nasce esclusivamente da dinamiche e scelte individuali, ma è profondamente legata a contesti organizzativi, territoriali e culturali entro cui le persone costruiscono la propria vita. Le imprese giocano quindi un ruolo decisivo. Un’organizzazione capace di valorizzare realmente il lavoro femminile non può limitarsi a introdurre misure simboliche o interventi occasionali, ma deve interrogarsi su tempi, modelli di carriera, culture organizzative e sistemi di valutazione.
Oggi molte organizzazioni continuano a premiare implicitamente la disponibilità totale, la continuità lineare e l’assenza di interruzioni biografiche: caratteristiche storicamente più compatibili con le traiettorie di vita maschili. Ma questo modello rischia di produrre spreco di competenze, perdita di capitale umano e impoverimento sociale.
La sfida non riguarda soltanto l’uguaglianza, ma la capacità di generare sviluppo sostenibile. Una società che costringe continuamente le donne a adattare, rallentare o ridimensionare il proprio potenziale è una società che limita la propria capacità generativa complessiva.
(Hanno contribuito alla stesura del presente contributo: Martina Lanzetta, Fazilat Radjabova, Gianluca Truscello)
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PhD in Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con un percorso che integra management d’impresa ed economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo. Studia i fenomeni sociali contemporanei in una costante osmosi tra ricerca e scena, vivendo il teatro e il cinema anche dall’interno come attrice.
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PhD in Sociologia, Organizzazioni e Culture presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Coach e formatrice certificata del John Maxwell Team, sviluppa attività di formazione e accompagnamento sui temi della leadership e dei modelli organizzativi, con un focus sulla crescita delle persone e delle organizzazioni.
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PhD in Sociologia, Organizzazioni e Culture presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con un percorso di ricerca centrato sulle trasformazioni del lavoro e delle disuguaglianze sociali. Si è occupato di in-work poverty a livello locale attraverso dati amministrativi e metodi quantitativi, collaborando al “Rapporto Italia Generativa” e allo studio dei processi di cambiamento socio-economico contemporaneo.
