
Fine luglio. Tetto in lamiera. Alle 3 del pomeriggio il termometro appeso alla parete del laboratorio segna 34°C. I ragazzi lavorano più lentamente, si fermano più spesso a bere, sbagliano qualche passaggio. Nessuno se ne lamenta davvero, perché d’estate è sempre andata così.
Questo ritmo però ha un prezzo: secondo le analisi condotte a maggio da Allianz Research sulla produttività di 35 Paesi negli ultimi 25 anni, sopra la soglia dei 30°C, ogni grado in più riduce la produttività oraria del lavoro di circa il 3%. In laboratorio, a 34 gradi, la resa scende del 12%; e mentre la produzione cala, la bolletta sale, perché i consumi di energia crescono almeno dell’1% ogni grado.
Il conto delle estati italiane
Gli economisti di Allianz hanno fatto un esercizio semplice. Hanno immaginato che tra il 2026 e il 2030 tornassero, una dopo l’altra, le 5 estati più calde dell’ultimo decennio. Niente scenari estremi, quindi, solo estati già vissute. Per l’Italia il risultato è una perdita di circa $147 miliardi di PIL. Per chi fa impresa, questo si traduce in un calo degli investimenti pari al 12,8%: con i margini erosi dal caldo si rimanda l’acquisto del macchinario nuovo, e il macchinario che non arriva oggi è capacità produttiva che mancherà domani.
Poi c’è l’acqua, che molti artigiani pagano poco e quindi guardano poco. Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua di TEHA stima in €13,4 miliardi l’anno il costo della crisi idrica per l’Italia, l’equivalente di 2,5 giorni di fermo dell’intera economia. Eppure, secondo un’altra ricerca condotta quest’anno da TEHA insieme a UN Global Compact Network Italia, il 56,4% delle imprese intervistate opera in aree a stress idrico ma solo il 34% considera l’acqua un rischio serio per la propria attività. In questo divario si annida “l’imprevisto difficile da gestire”, che si tratti di un’ordinanza estiva che limita i prelievi o di un fornitore rimasto senza materia prima.
Il caldo sposta anche la domanda: nella moda italiana le temperature più alte sono state associate a cali delle vendite del 10% per l’abbigliamento invernale e del 30% per le calzature. Chi lavora su collezioni stagionali e pianifica sugli stessi volumi di 10 anni fa rischia di ritrovarsi la merce in magazzino a gennaio.
Nello studio Allianz c’è un’osservazione che riguarda da vicino le piccole imprese. Le contromisure più efficaci contro il caldo sono anche le meno usate in Europa, e quasi nessuna richiede grandi capitali. Si tratta di spostare l’orario nelle ore fresche, meccanizzare le lavorazioni più pesanti, raffrescare gli ambienti chiusi. In Europa la diffusione dei condizionatori si ferma in media al 19%, contro circa il 90% negli Stati Uniti.
Il laboratorio che stiamo osservando può ottenere molto con un piccolo sforzo: può introdurre un turno estivo che comincia all’alba, installare un impianto di ventilazione e anticipare alla primavera le lavorazioni più faticose. Sono decisioni da prendere a febbraio, insieme al piano degli acquisti, e non a luglio con il termometro a 34°C.
Su quale ramo siamo seduti?
Da oltre 2 anni, ormai, il dibattito europeo sulla sostenibilità si è concentrato sui “costi della transizione”. Si parla di regole eccessive e troppo complesse, di adempimenti, di rendicontazione. Bruxelles ha risposto semplificando, e in molti casi a ragione. Il rischio è dimenticare l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo esplorato nello studio “Le priorità non negoziabili”, realizzato da TEHA con Erion nel 2026. Prima di sfrondare l’albero, conviene chiedersi su quale ramo siamo seduti. In altre parole: quali ingredienti della Transizione possono alimentare la competitività europea? In un contesto di semplificazione spinta, cosa ci conviene mantenere?
Questa riflessione è alla base di un paradigma che possiamo definire di “Transizione Competitiva” – un approccio strategico che orienta le imprese a ricercare, sul fronte ambientale, soluzioni tecnologiche che consentano di conciliare il raggiungimento di obiettivi di lungo periodo con la tutela della marginalità di breve mentre, su quello sociale, ad aumentare il consenso dei propri stakeholder, riducendo al contempo le proprie dipendenze.
È una scelta di business prima ancora che di compliance
Se è vero, infatti, che il consumatore non è disposto a pagare il “sovrapprezzo” della sostenibilità, è anche vero che considera ormai la sostenibilità un requisito minimo. A parità di prezzo, i dati evidenziano come la scelta a scaffale ricada sistematicamente sul prodotto a minor impatto.
Per poter decidere in modo consapevole, è opportuno poi confrontare i costi dell’azione con quelli dell’inerzia. Secondo le stime Oxford Analytics, se l’Italia proseguisse con le politiche attuali, gli eventi climatici estremi potrebbero sottrarre il 5,1% del PIL entro il 2050. Una transizione sostenuta da investimenti e innovazione lo farebbe invece crescere dell’8,4%.
Il vantaggio di chi produce vicino
Se a parità di prezzo vince il prodotto più sostenibile, chi sceglie di competere solo sul costo rischia di avere un problema; chi invece compete su qualità e durata ha un’opportunità. Un prodotto durevole, riparabile, nato da materiali provenienti da filiere corte, risponde più facilmente alle attese del consumatore. La sfida è offrire prezzi simili ai concorrenti che arrivano da lontano.
Le regole europee spingono in questa direzione. Negli Stati Uniti, tra il 2009 e il 2024, il peso del clima nelle politiche industriali è sceso di oltre 45 punti percentuali. L’Europa è rimasta l’unica grande economia a tenerlo in cima all’agenda, attivando schemi di incentivi, standard e appalti pubblici per premiare chi consuma meno energia e meno acqua per ogni pezzo prodotto. Ma questo è sufficiente a far fronte a un mondo che corre veloce? Le imprese se lo stanno domandando: 1 su 4 dichiara che nel proprio settore la concorrenza internazionale, oggi, si gioca anche sulla sostenibilità.
Da dove cominciare
Per una piccola impresa, Transizione Competitiva vuol dire innovazione, ma soprattutto adozione delle tecnologie disponibili. I benefici si misurano prima di tutto dalle bollette: energia e acqua sono le voci in cui un investimento contenuto abbassa costi e impatto nello stesso momento. Da un inverter sui motori, al recupero dell’acqua di processo, ma anche tramite l’installazione di pannelli sul tetto. Sono interventi che rendono l’impresa meno esposta ai rincari dell’energia, che arrivano puntuali nelle estati più calde.
Gli altri passi richiedono alleanze. Su un mercato estero un laboratorio di 12 persone pesa poco. Una rete distrettuale di 30 imprese incide molto di più, e può permettersi una certificazione, una diagnosi energetica o un sistema di tracciabilità che nessuna di loro sosterrebbe da sola. Lo stesso vale per le regole. Le norme su clima e sostenibilità diventano applicabili quando chi e deve applicare contribuisce a scriverle, e le associazioni di categoria sono la strada più diretta per far arrivare quella voce a Roma e a Bruxelles.
Nel laboratorio, intanto, il termometro è sceso sotto i venti gradi. È il momento giusto per decidere come lavorare la prossima estate.
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Professional | TEHA Group S.p.A.
Specializzato in Lavoro e direzione d'impresa, ha maturato esperienza nel campo della sostenibilità. Ha ricoperto incarichi di docenza presso l’Executive MBA Business Innovation dell’Università di Udine e presso l’Executive Master in Behavioural Economics dello IULM di Milano.
